Carta paglia tra le mani nella madreperla di un angolo di strada
scenografa il respiro aspro del vento. Lacrima una pallida betulla
dal seno gravido e con la chioma saluta una statua di sale ingrigita
sciolta in marmorei rivoli – sarà l’estate a piantare sul greto umido
un iris malato o interrare un piede pietoso o recidere arbusti di rose
canine saldate in colate di calcestruzzo e resina. Lanci di pietre
e lanci promozionali riempiono piazze sterrate e donne in silenzio
attraversano le strade schivando petali di farfalle e venditori di curaro
e acquivendoli e erbaioli. Sudano nelle tele nere di un sacramento
che si incarna in figure storte, in passi sfocati di città bucate dal sole
e dalla povertà che si respira nel sudore. “Solo un ramo della Roma
dei cesari in mille amori trovai, e non cercai sotto i passi la terra”:
è il canto che dissipa le ore? è la voce che esce da stalle musicate
da mosche voraci? Il grido di morte non è del morto, del cadavere
schiacciato e lacerato: è un rimasuglio di nervi innevati di denti
cariati di otturazioni precarie di sbadigli infernali di acidi fermentati
in prospettive e lungo viali orinatoi. Aspetta il colpo alla testa
la fanciulla in ginocchio, sporca nel viso, con un filo di sangue
rappreso che le tronca lo sguardo – un figlio di fame già nuota
in qualche scambio equo e solidale, già rivive in cartoon e mostarda –
non chiede pietà non anela altra vita – uomini bonsai tornano
dalla foresta seminudi e assetati, fumano foglie di fagioli e bagnano
la voce col sangue di pesci rossi misto a miele amaro. Mangiano
radici e fango senza sorrisi e aprono foglie notturne prima di chiudere
le parole contate. “Come vola basso quel figlio di un cane! Sparano
sui cespugli più folti e aspettano grida”. Righe bianche sul bavero
in un piano trasparente e il becchime nel piatto e la cenere. Taglia
in due la stringa il braccio e mille vipere mordono e bevono il mondo
scordando sangue caldo e palazzi di giustizia. Quell’unico fiore
confuso nel legno richiuso, col suo odore di ciondoli e filastrocche…
Dedicata alla mia e a tutte le Mamme del Mondo...Auguri!!

L'impotenza dell'ira
Una tempesta si muove lenta
nell'aria umida un ciclone in attesa
devastazione
incede la morte sulle spiagge
abbracci incontrastati di rami
desolazione
Non ci sono sogni dentro le notizie
solo forme numeriche a cinque zeri
disperazione
di due ombre scarlatte sulla sabbia
che fuggono annegando nell'acqua
assiderazione
A Rangoon si muore ubriachi di pioggia
l'ira di Nargis affila la lama del regime.

Il senso di esistere è più pesante, più sterile, quando, come un pugno ricevuto in pieno stomaco, ti infliggi una violenza quasi fisica cercando di non soccombere, di non arrenderti a qualcosa che per anni hai rifuggito, hai negato a te stessa, hai rinnegata con tutte le tue forze: quella di riconoscerti la debolezza di una emozione tua, intima. Quella che hai allontanata dai tuoi pensieri dedicandoti in toto agli altri, ai loro problemi, ai loro bisogni, non ascoltando i moti e le necessità della tua anima.
Lo avevo capito quella mattina in cui mi ero svegliata sorridendo a me stessa, al nuovo giorno, e una vecchia canzone, sussurrata dapprima con appena un impercettibile movimento delle labbra, ha preso forma, consistenza, articolandosi fino a rimandarmi il suono della mia voce ben chiaro e distinto. Una giornata in cui avvertivo nell'aria qualcosa di prossimo, di bello, di incombente: qualcosa di inconsciamente atteso e allo stesso modo, temuto.
Improvviso, il desiderio di fuggire, dapprima immediato, impellente, e poi, mano a mano sempre più fragile, prossimo a sgretolarsi.
Tesa nello sforzo di controllare le mie emozioni che con impeto selvaggio acquisiscono forza, dirompono con una violenza irresistibile, propria a chi per anni è stato prigioniero in una gabbia e ad un tratto ne aprisse le sbarre, scoppio in un pianto dirotto. Un pianto in cui c' è tutto il dolore di cui prima devo essermi resa conto solo vagamente, e che ora fluisce come un violento temporale.
Le mie lacrime scorrono copiose, portando via l' amara sofferenza che poco a poco si era depositata in me, come cristalli che diventavano sempre più duri e non volevano sciogliersi. Racconto a me stessa della mia vita, delle amarezze della rinuncia, mi dico consapevole che la vita non possa più farmi del male con la sua impetuosa violenza, e che non possa esistere equilibrio e felicità se non si è, prima, percorso il sentiero della sofferenza.
Domani farò ritorno a casa.
Il foglio e la penna abbandonati sullo scrittoio saranno riposti nel cassetto: non scriverò mai quella lettera, ma, forse troverò un messaggio nella segreteria...
Sei il desiderio della mia libertà, la passione che brucia, sei la luna che riempie le mie notti nell'estasi di un abbraccio. Solo te io desidero compagno della mia anima, melodia dolcissima che mi avvinghia, lacrima di felicità che non trattengo, passione che si scioglie tra le tue braccia, tra le mie fondendosi, in un' anima sola. Una forza che mi sale nel petto, che vuole gioire, sognare... ancora...
Vorrei liberarmi delle catene del tempo che ossidano il cuore, imbrigliano i miei pensieri. Cerco, dentro di me, di allontanarmi da sentieri colmi d'illusione. Vorrei specchiarmi nel lago dei miei desideri per guardare nascere il sole, lascerei che le sue gocce si confondessero con la pioggia che riga il mio viso, e sorridere, finalmente libera di essere...
E' solo un sogno che mi tiene incatenata ad una realtà che non mi appartiene più.
Provo solo un'infinita tristezza che a tratti mi toglie il respiro. Amavo il modo in cui ridevi... Mi piaceva maledettamente il modo in cui ridevi. Il desiderio di averti vicino, nasce con irruenza incontenibile... Dove sei?
Sei nell'aria, nell'infrangersi delle onde sugli scogli, nel respiro del vento che mi riporta un sospiro che non puoi più cogliere, nel brillio delle stelle, nei caldi colori di un tramonto che incombe...
dove sei? Invano, ti cerco...
Nei miei giorni sbiaditi, in questa notte che cade sui tetti, serena, chiara, quasi di primavera, ancorata a un passato e vivendo un presente che vorrei proiettare verso spazi infiniti, come una barca che prenda il largo a vele spiegate nell'immensità del mare aperto. Guardo un punto lontano, indefinito, cercando come sempre l' orma di un ricordo, che si è perso nella crudele spirale di un angolo di cielo ch'é diventato torbido. Vorrei, bastasse un respiro profondo ad allontanare i fantasmi che popolano le mie solitudini. E' così che ti frega la vita. Ti corteggia, ti accarezza, ti blandisce quando hai ancora l' anima assopita, pensieri innocenti, sogni fanciulli. Poi ti tradisce, ti ruba il sereno, gli affetti più cari, ti ferisce, ti distrugge, ti annienta... ti lascia dentro immagini, odori, rumori, armonie impalpabili che gravitano su te, intorno a te, che per quanto ti sforzi non ti è dato mai più accarezzare. Era quella la felicità, e ora scopro che sospesa, sorpresa, accecata come una falena davanti a un lume, avverto la tua assenza come un dolore acuto che, a volte, mi piega le ginocchia.
Mi sono svegliata in piena notte perché ho sognato. Vorrei poter trattenere il sogno aggrappato al bordo delle ciglia, vorrei poter impedire che cada, vorrei poterti dire: E' San Valentino...
Auguri, amore...
Il tuo Io langue dentro me.
Il tuo Io muore dentro te.
Il tuo Io è il tuo più grande sofismo.
"Io", non sono sincero.
"Io" , sono carnefice.
"Io" , sono martire.

Volevi la prova dell'esistenza di Dio,
chissà se l'hai trovata, madre mia.
Vestita d'aria ora sei
al calar del vestito giallo che portavi
nel mutamento nucleare,
le zagare ti solleticavano il viso,
quasi sorridevi nel nuovo progetto
per riscattare lo svincolo alla torma:
grappoli di-visi a baldacchino
con intrecci di conforme al vivido
santificarti senza spada.
Diafano il commiato:
la testa era un gran fracasso,
attraverso le orecchie sentivo il mio respiro
e tamburi di cuore pulivano le tue unghie
dai re