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domenica, 11 maggio 2008

Carta paglia tra le mani

Carta paglia tra le mani nella madreperla di un angolo di strada
scenografa il respiro aspro del vento. Lacrima una pallida betulla
dal seno gravido e con la chioma saluta una statua di sale ingrigita
sciolta in marmorei rivoli – sarà l’estate a piantare sul greto umido
un iris malato o interrare un piede pietoso o recidere arbusti di rose
canine saldate in colate di calcestruzzo e resina. Lanci di pietre
e lanci promozionali riempiono piazze sterrate e donne in silenzio
attraversano le strade schivando petali di farfalle e venditori di curaro
e acquivendoli e erbaioli. Sudano nelle tele nere di un sacramento
che si incarna in figure storte, in passi sfocati di città bucate dal sole
e dalla povertà che si respira nel sudore. “Solo un ramo della Roma
dei cesari in mille amori trovai, e non cercai sotto i passi la terra”:
è il canto che dissipa le ore? è la voce che esce da stalle musicate
da mosche voraci? Il grido di morte non è del morto, del cadavere
schiacciato e lacerato: è un rimasuglio di nervi innevati di denti
cariati di otturazioni precarie di sbadigli infernali di acidi fermentati
in prospettive e lungo viali orinatoi. Aspetta il colpo alla testa
la fanciulla in ginocchio, sporca nel viso, con un filo di sangue
rappreso che le tronca lo sguardo – un figlio di fame già nuota
in qualche scambio equo e solidale, già rivive in cartoon e mostarda –
non chiede pietà non anela altra vita – uomini bonsai tornano
dalla foresta seminudi e assetati, fumano foglie di fagioli e bagnano
la voce col sangue di pesci rossi misto a miele amaro. Mangiano
radici e fango senza sorrisi e aprono foglie notturne prima di chiudere
le parole contate. “Come vola basso quel figlio di un cane! Sparano
sui cespugli più folti e aspettano grida”. Righe bianche sul bavero
in un piano trasparente e il becchime nel piatto e la cenere. Taglia
in due la stringa il braccio e mille vipere mordono e bevono il mondo
scordando sangue caldo e palazzi di giustizia. Quell’unico fiore
confuso nel legno richiuso, col suo odore di ciondoli e filastrocche…

postato da: enricocer alle ore 19:13 | link | commenti (3)
categorie: #enrico cerquiglini poesie

La casa del senso

La prima cosa che noto e’ la semplicità dell’esistente, e con questo non intendo
quella dei fenomeni della natura,ma della natura del fenomeno.
L’evento e’ l’evento del pianeta e delle creatura che lo abitano,un insieme infinito di formicai o alveari o termitai,ognuno con una organizzazione inesistente confrontata con quelle  corrispettive degli insetti.
La circolarità fatta dalla paura,dalle paure,del non sapere a fare quello che per le ere umane passate si era imparato,il non sapere fare tesoro di nessuna esperienza, per quanto clamorosamente evidente e generalizzata, anzi questo tipo di cose sono fastidiosamente rimosse.
Come la voce non e’ udita e cosi’ la stessa voce regredisce ,la lingua si dissangua e si trova a ripetere infinite ripetizioni.
Il cosi detto luogo comune, che mai e’ stato un luogo, si e’ antropologizzato, e’ diventata categoria di riconoscimento pubblico e il nucleo generatore della disgregazione dell’essere nel suo privato.
Le continue manifestazioni di stupefazione ,ci si stupisce sempre e comunque di qualsiasi cosa sfugg la capacita’ di comprendere la sola e continua verita’ che ci si offre.
Il prodotto di tutti i contesti possibili,.gli aggregati di tutta ‘ la realta’ che ci vedono partecipi
Famiglie,scuole,lavori.sports,,qualsiasi cosa e tutto viene ritualizzato ,metabolizzato,digerito come una specie di naturale prezzo da pagare ,proprio come :
I morti di auto
I morti sul lavoro
I morti per amianto
I morti per abbandono
I morti per gelosia
Le madri che ammazzano i figli
I figli che ammazzano le madri
Il termine di devianza e’ scomparso,la parola adesso e’ diventata
Una famiglia normale
Tutto casa e lavoro
Una brava persona
Il bello oppure il brutto e’ che si puo’ andarsene,ma nessun altro pianeta e’ attrezzato allo scopo.
E le migrazioni storiche di chi aveva nei secoli scorsi abbandonato i dogmi e le persecuzioni
di una europa dilaniata ed era partito per la nuova terra promessa americana per rifondar qualcosa di diverso, si e’ portato dietro altre tare ,altre malattie e ora possiamo vedere il risultato senza dovere perdere il tempo su libri vecchi
Ci si sente in un periodo buio proprio quando emergono mode stridenti , come la manifesta volonta’ di riscrivere il passato a proprio uso e a proprio vantaggio senza lo spirito di verita’ che e’ l’unica casa del senso.
Perche’ le occasioni del dolore vadano via,siano sempre di meno,perche’ e’ dalla separazione dal dolore che si riproduce  una pianta malata.
 
postato da: glencoe alle ore 16:13 | link | commenti (2)
categorie: grotte e caverne

La Serenità

 Dedicata alla mia e a tutte le Mamme del Mondo...Auguri!!

rosa

La Serenità
 
La Serenità è un attimo
A cui non puoi voltare le spalle
È la carezza di mia madre
È l’aria sul viso di fronte al mare
O un’insieme di amici nervosi…..
 
La superficialità è un’adorabile carezza
A cui non voglio rinunciare:
le sigle dei cartoni o le prese per il culo…….
 
Si può condannare ciò che è effimero?
So cosa c’è sotto
So che una voce grossa o una di un bambino che soffre mi possono spaventare
E’ debolezza o è forza?
 
Ieri ti ho detto L’Essenziale è Ridere!
….non so quanto ci credo.
Forse l’Essenziale è esserci,
con le mie debolezze, i miei fantasmi, il fare sfrontato,
l’emergere in un bicchiere d’acqua ma…
Quel bacio di mia madre mi può salvare
E io non posso
Non voglio
Voltarmi le spalle.
Alex
postato da: ale20025 alle ore 14:23 | link | commenti (3)
categorie: pensieri sparsi, #ale20025
sabato, 10 maggio 2008

L'impotenza dell'ira

Una tempesta si muove lenta
nell'aria umida un ciclone in attesa

devastazione

incede la morte sulle spiagge
abbracci incontrastati di rami

desolazione

Non ci sono sogni dentro le notizie
solo forme numeriche a cinque zeri

disperazione

di due ombre scarlatte sulla sabbia
che fuggono annegando nell'acqua

assiderazione

A Rangoon si muore ubriachi di pioggia
l'ira di Nargis affila la lama del regime.

postato da: RaffaelaR alle ore 21:42 | link | commenti (5)
categorie: poesia, #raffaela ruju poesie

Sei Nell' Aria, Nel Respiro Del Vento...

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Ammetto che c'è stata una certa puerilità, nel prendere la decisione di salire su un treno che mi portasse via dall'inconsistenza di ciò che, fino ad ora, mi aveva trasmesso un apparente, indistruttibile senso di solidità e sicurezza. Mi sono adagiata impercettibilmente, nella felice mollezza della mia stessa noia, o meglio, in ciò che ho voluto soffocare, relegandolo tra l' ineluttabile che scivoli pian piano, nei meandri di una pacata rassegnazione.
Quassù, sui monti deserti, dove l'aria è più ferma, dove il tempo scorre meno veloce, la natura esprime un ordine diverso e un' armonia visivamente più manifesta: quassù, si respira un' aria selvaggia, lontana dai miasmi di una società distruttiva.
Questo è quanto cercavo, quanto volessi percepire. Sono salita fin qui, lasciando un foglio e una penna sullo scrittoio accanto al telefono: un foglio in attesa di una lettera che non avrei mai scritto, accanto a quel telefono che ho fissato per giorni con inebetito sgomento e da cui ho tanto atteso il provenire di un trillo che non è mai arrivato.

 

Il senso di esistere è più pesante, più sterile, quando, come un pugno ricevuto in pieno stomaco, ti infliggi una violenza quasi fisica cercando di non soccombere, di non arrenderti a qualcosa che per anni hai rifuggito, hai negato a te stessa, hai rinnegata con tutte le tue forze: quella di riconoscerti la debolezza di una emozione tua, intima. Quella che hai allontanata dai tuoi pensieri dedicandoti in toto agli altri, ai loro problemi, ai loro bisogni, non ascoltando i moti e le necessità della tua anima.
Lo avevo capito quella mattina in cui mi ero svegliata sorridendo a me stessa, al nuovo giorno, e una vecchia canzone, sussurrata dapprima con appena un impercettibile movimento delle labbra, ha preso forma, consistenza, articolandosi fino a rimandarmi il suono della mia voce ben chiaro e distinto. Una giornata in cui avvertivo nell'aria qualcosa di prossimo, di bello, di incombente: qualcosa di inconsciamente atteso e allo stesso modo, temuto.
Improvviso, il desiderio di fuggire, dapprima immediato, impellente, e poi, mano a mano sempre più fragile, prossimo a sgretolarsi.
Tesa nello sforzo di controllare le mie emozioni che con impeto selvaggio acquisiscono forza, dirompono con una violenza irresistibile, propria a chi per anni è stato prigioniero in una gabbia e ad un tratto ne aprisse le sbarre, scoppio in un pianto dirotto. Un pianto in cui c' è tutto il dolore di cui prima devo essermi resa conto solo vagamente, e che ora fluisce come un violento temporale.
Le mie lacrime scorrono copiose, portando via l' amara sofferenza che poco a poco si era depositata in me, come cristalli che diventavano sempre più duri e non volevano sciogliersi. Racconto a me stessa della mia vita, delle amarezze della rinuncia, mi dico consapevole che la vita non possa più farmi del male con la sua impetuosa violenza, e che non possa esistere equilibrio e felicità se non si è, prima, percorso il sentiero della sofferenza.
Domani farò ritorno a casa.
Il foglio e la penna abbandonati sullo scrittoio saranno riposti nel cassetto: non scriverò mai quella lettera, ma, forse troverò un messaggio nella segreteria...

Sei il desiderio della mia libertà, la passione che brucia, sei la luna che riempie le mie notti nell'estasi di un abbraccio. Solo te io desidero compagno della mia anima, melodia dolcissima che mi avvinghia, lacrima di felicità che non trattengo, passione che si scioglie tra le tue braccia, tra le mie fondendosi, in un' anima sola. Una forza che mi sale nel petto, che vuole gioire, sognare...  ancora...
Vorrei liberarmi delle catene del tempo che ossidano il cuore, imbrigliano i miei pensieri. Cerco, dentro di me, di allontanarmi da sentieri colmi d'illusione. Vorrei specchiarmi nel lago dei miei desideri per guardare nascere il sole, lascerei che le sue gocce si confondessero con la pioggia che riga il mio viso, e sorridere, finalmente libera di essere...
E' solo un sogno che mi tiene incatenata ad una realtà che non mi appartiene più.

Provo solo un'infinita tristezza che a tratti mi toglie il respiro. Amavo il modo in cui ridevi... Mi piaceva maledettamente il modo in cui ridevi. Il desiderio di averti vicino, nasce con irruenza incontenibile... Dove sei?
Sei nell'aria, nell'infrangersi delle onde sugli scogli, nel respiro del vento che mi riporta un sospiro che non puoi più cogliere, nel brillio delle stelle, nei caldi colori di un tramonto che incombe...
dove sei? Invano, ti cerco...
Nei miei giorni sbiaditi, in questa notte che cade sui tetti, serena, chiara, quasi di primavera, ancorata a un passato e vivendo un presente che vorrei proiettare verso spazi infiniti, come una barca che prenda il largo a vele spiegate nell'immensità del mare aperto. Guardo un punto lontano, indefinito, cercando come sempre l' orma di un ricordo, che si è perso nella crudele spirale di un angolo di cielo ch'é diventato torbido. Vorrei, bastasse un respiro profondo ad allontanare i fantasmi che popolano le mie solitudini. E' così che ti frega la vita. Ti corteggia, ti accarezza, ti blandisce quando hai ancora l' anima assopita, pensieri innocenti, sogni fanciulli. Poi ti tradisce, ti ruba il sereno, gli affetti più cari, ti ferisce, ti distrugge, ti annienta... ti lascia dentro immagini, odori, rumori, armonie impalpabili che gravitano su te, intorno a te, che per quanto ti sforzi non ti è dato mai più accarezzare. Era quella la felicità, e ora scopro che sospesa, sorpresa, accecata come una falena davanti a un lume, avverto la tua assenza come un dolore acuto che, a volte, mi piega le ginocchia.
Mi sono svegliata in piena notte perché ho sognato. Vorrei poter trattenere il sogno aggrappato al bordo delle ciglia, vorrei poter impedire che cada, vorrei poterti dire: E' San Valentino...  
Auguri, amore... 

postato da: ventidiguerra alle ore 19:47 | link | commenti (4)
categorie: pensieri sparsi, riflessioni, racconti

un' Io dissociato

Il tuo Io langue dentro me.

Il tuo Io muore dentro te.

Il tuo Io è il tuo più grande sofismo.

"Io", non sono sincero.

"Io" , sono carnefice.

"Io" , sono martire.

postato da: satyrica alle ore 15:22 | link | commenti (2)
categorie:
venerdì, 09 maggio 2008

Apriamo la Mente

postato da: abend6 alle ore 21:31 | link | commenti (4)
categorie: eventi

A mia madre

Volevi la prova dell'esistenza di Dio,
chissà se l'hai trovata, madre mia.

Vestita d'aria ora sei
al calar del vestito giallo che portavi
nel mutamento nucleare,
 
le zagare ti solleticavano il viso,
quasi sorridevi nel nuovo progetto
per riscattare lo svincolo alla torma:
 
grappoli di-visi a baldacchino
con intrecci di conforme al vivido
santificarti senza spada.
 
Diafano il commiato:
 
la testa era un gran fracasso,
attraverso le orecchie sentivo il mio respiro
e tamburi di cuore pulivano le tue unghie
dai re