Era classicamente ed esteticamente notte.
in effetti è notte.
ma non era la solita notte d'angoscia e disperazione. era una notte d'introspezione.
Una notte d'anima apocalittica, quindi una tipica notte da romanzo o ancora meglio da film.
Una scena illuminata con luce bluastra, una fotografia curata, ma non troppo. il senso palpabile di dissoluzione e rassegnazione. magari il vino. e sicuramente musica classica... non troppo sconosciuta, ma neanche celebre. Una strizzata d'occhio del regista per accattivarsi il pubblico più "raffinato". Un tocco "d'artista", di maestro...
E il pubblico compiaciuto per il simpatico gioco dell'autore.
Poi il personaggio principale si sarebbe suicidato e tutti avrebbero apprezzato l'intesa carica emotiva sottolineata da quella musica tanto profonda, citazione tra l'altro d'una vecchia pellicola che solo il raffinato critico seduto nelle prime file poteva afferrare a pieno, mentre osservava con gusto il volto degli altri spettatori, conscio del proprio baluardo culturale di citazioni acute...
e la ragazza sentimentale seduta poco distante che lo scrutava con spregio, fingendo noncuranza di fronte a tanta compiacenza intellettuale, sicura di ciò che il suo cuore le sussurrava battendo flebile, e volando leggiadro sulle corde della sua sensibilità. Come poteva quel critico comprendere il dramma profondo che si svolgeva all'interno di quella lanterna magica, che era lo specchio oscuro di tutte le passioni umane e dei sentimenti e delle sofferenze ed incomprensioni...
e il ragazzo che aveva semplicemente sbagliato sala. Pensava fosse una commedia...
ma quella bottiglia d'assenzio assieme alla boccetta di laudano non promettevano bene per la salute del protagonista.
Sbadigliava, ma senza eresia... stava solo rimuginando sulla propria distrazione nel pronunciare il titolo del film... Lui voleva vedere "Giorni d'allegria"... e invece era finito in "Giorni d'amarezza".
Sbadigliava.
E sia il critico che la ragazza lo osservavano con disprezzo. Animo incolto e rozzo per l'uno e insensibile e rozzo per l'altra.
e poi c'era il narratore onniscente, che almeno sorrideva nel constatare che entrambi lo avevano trovato tanto rozzo. Avevano qualcosa in comune.
E poi c'erano le altre file di poltrone e di spiriti e osservazioni e acutezze.
Ma questa era un'altra notte.
Questa era una notte che non passava. C'era un computer e internet collegava milioni i persone che battevano frenetici ed eccitati sui tasti senza dire niente.
plasmando ardite metafore e citando colti aforismi.
E poi persone che si nascondevano dietro parole di mistero prese da un film di serie b.
o magari l'intervista all'ultimo artista di turno. Quello che doveva restare aperto anche la domenica per raccontarci le sue esperienze traumatiche... rigorosamente psicologiche... che non solo ci avrebbero tenuti col fiato sospeso nella sua ultima opera, ma avrebbero aperto nuovi sconfinati orizzonti alla nostra sensibilità intellettuale.
Era tutto un ultimo libro esclusivo. un Ricordo improvviso e terrificante. Una parola mielosa carica di ricercatezza e mistero. tutti parlavano di notti sterminate senza fine.
Come se il giorno non fosse adatto a pensare, ma solo a fuggire via... (dalla "pazza folla").
E in effetti qualcuno sembrava un pò folle. Trovavi chi parlava in codice per enigmi, o chi raccontava la sua storia d'amante di buon vino e buona letteratura in
modoestremamenteoriginaleattaccandotutteleletteresenzafarcapirenienteanessuno...
e da qui si capiva abbastanza...
erano tutti troppo originali per poter dire qualcosa. Magari anche semplice.
c'era troppo mistero per soffiare via quella polvere e vedere cosa c'era sotto.
troppe promesse di salvezza, e troppe confessioni di dannazione.
Così quello che non era mai cominciato finì senza volerlo.
ed io mi trovo qui a scrivere qualcosa prima di spegnere tutto...
scusate se non vi ho detto granchè. E' solo notte.
e dato che sembra andar di moda la citazione in pillola, mi cimento anch'io in questa raffinata arte, combatutta a colpi d'ultima memoria.
Però è una cosa amabilmente semplice e senza troppe pretese di uno che parlava poco, ma qualche volta diceva abbastanza:
Le cose peggiori:
essere a letto e non dormire
volere qualcuno che non viene
cercare di piacere e non piacere.
F. Scott Fitzgerald.
Forse non è la tragica verità sul mondo e sulla vita... ma perlomeno è una tragica verità.
Scusate il disturbo e buona notte, dato che in effetti è proprio notte.
Infuriarsi ed eccitarsi nel combattere qualche idea è facile soprattutto quando non siamo del tutto sicuri della nostra posizione e ci sentiamo interiormente tentati di passare dalla parte dell'avversario.
Thomas Mann
Noi siamo prodotto del passato, e viviamo immersi nel passato, che tutt'intorno ci preme. Come muovere a nuova vita, come creare la nostra nuova azione senza uscire dal passato, senza metterci di sopra di esso? Non v'ha che una sola via d'uscita, quella del pensiero, che non rompe il rapporto col passato ma sovr'esso s'innalza idealmente e lo converte in conoscenza.
Benedetto Croce
Non chiudo porte a chiave, piuttosto preferisco accompagnarle con la mano, in modo che si socchiudano leggermente dietro i miei passi. Lascio sempre la possibilità che si riaprano, dopo un minuto o un anno, non importa. E se proprio devo chiudere, preferisco farlo senza rumore, perchè il rispetto paga dazio al silenzio.
Vivo più di silenzi, in questo periodo. Da un lungo periodo, a dire il vero. Rispetto tanto le parole, al punto da sacrificare al non detto frasi e pensieri; così non sopporto il rumore: quello che interrompe, quello che distrae, quello che deturpa. E le porte sbattute per rabbia, si sa, producono un bruttissimo rumore. All'enfasi dei punti esclamativi preferisco la discrezione dei puntini di sospensione. Ma i puntini di sospensione si incastrano sotto le porte e non le lasciano chiudere bene...
Salve a tutti, il mio nome è Marco Senese, il mio nick "notturno15", non lo uso per nascondere la mia identità, ma perché l'opera 15 dei notturni di Chopin è l'essenza della mia vita.
Ho deciso di scrivere su questo blog, perché è nella blogosfera che penso di aver ritrovato una vecchia amica, questa notte...
Quanto poco si conosce di ciò che resta.
Della sua vita quanto poco è rimasto... dei suoi sogni... troppi silenzi, troppi dolori....
Quel "troppo" che lascia appena intravedere una vita preesistente.... Quel troppo che
non ha la delicatezza di bussare e che nessuno vorrebbe ospitare fosse anche per un giorno,
entra e ti prende tutto, ti porta via tutto, anche la ragione.
Ricordare giorni spensierati, annullati da un destino che non ha tenuto in nessun conto le sue speranze.
Storia universale quella di una sorte che cade sull'esistenza...
Un libello che si dovrebbe conservare come un'enciclopedia, scritto da Gian Carlo Fusco, classe 1915, giornalista di razza "bastarda", di quelli che fanno scivolare l'inchiostro come fosse ghiaccio. Il mistero buffo di un rapimento che la coscienza collettiva degli italiani subì negli anni della dittatura di Mussolini diventa teatrino scolastico.
L'ascesa del fascismo viene raccontata con il distacco del giornalista di costume e sembra di vedere il teatro delle marionette. D'Annunzio, descritto come decadente e molle, nella sua evanescente e geniale raffinatezza, del fascismo dice: "Con la merda non si fabbrica."
Fusco rievoca le spedizioni punitive degli squadristi del fascio annacquandole di sfumature, di colpi d'occhio che ne rivelano un ridicolo elevato a ragion di Stato.
Scovato, come sempre, nella libreria di Paparella, è una lezione di cinismo: assolutamente impeccabile dal punto di vista storiografico, è del tutto privo di qualunque traccia di retorica o di melanconia, o di esasperazione ideologica; un "articolo" tecnicamente perfetto, lungo un ventennio, da leggere come fosse la terza pagina di un quotidiano di alta tradizione, una barzelletta raccontata da un attore straordinario.
caterina sottile www.tintarelladiluna.blog.tiscali.it
Marche di elettrodomestici
di Paolo Massari
“Scambiare la solitudine è il più grande regalo tra gli uomini che amano.”
Federico Francioni – "Pensiero d’aprile”
Com’è vera questa frase. Mi ha così convinto, ne sono talmente affascinato, da aver dimenticato per un istante chi l’avesse pronunciata. Paradossale. Ho cercato dentro di me il nome di qualche autore tra i pochi che conosco, e un po’ tra i tanti che non conosco ancora. A volte, è come se per accettare la verità o anche la falsità di qualcosa, l’uomo debba essere rassicurato da un nome importante. Dimentichiamo che dietro quei nomi che sembrano suonare così meglio del nostro, ci sono uomini come noi. Il nome, in un certo senso, diventa come una marca di elettrodomestici, una “famosa” ci darà più fiducia rispetto a un’altra, meno nota e pubblicizzata. E’ lì che ho trovato il nome che mi serviva stasera, “nell’anonimato”. La frase era del mio migliore amico. “Scambiare la solitudine”. Mi offendeva quasi quando lo diceva. Capivo che la mia presenza e quella di un’altra amica lo facevano sentire solo come se non ci fossimo stati affatto. Non voleva dire questo. Basta guardarsi attorno per capirlo. E’ facile vedere persone che sembrano felici, circondate da tante altre, ma che in realtà sono sole. Non so se ne sono consapevoli. Io so di essere solo. Cerco di scambiare la solitudine. Conosco un paio di “cambiavalute”. Stasera ho cercato di scrivere di questo, di un sentimento che tutti hanno provato, che lacera e svuota, la solitudine. Forse è stato un errore, una gradassata, magari non ci sono neppure riuscito, ci ho provato. A volte chiedo al mio “cambiavalute” di cosa scrivere. “Di esseri umani che amano, di tenerezza, di amore, di tutti i giorni.” Mi risponde così, con voce e occhi “accesi” di speranza. Spesso è quello sguardo che mi riporta sulla terra, che mi ricorda “che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il grande spettacolo continua e tu puoi contribuirvi con un tuo verso”. E’ questo lo scopo della poesia, dell’arte: aiutare l’uomo a guardare dentro se stesso e a scambiare solitudine, altrimenti, si rischia solo di compromettere tutto e ridurre uomini e poesia a marche di elettrodomestici.
i "nostri" giovani scrittori Federico (Helyks) e Paolo (Paolomas) leggono alcuni loro scritti nel corso di una performance coordinata da Massimo De Vita, direttore artistico del Teatro Officina.
1) Sul Pullman
La "teenager" davanti a me legge una rivista morale di gossip e liposuzioni.
La bella bionda tra le pagine sorride e lei, brutto specchio capovolto, la sfoglia.
Finisce
Chiude la rivista e la toglie di mezzo. Prende rapidamente un tramezino dalla borsa e lo divora.
Nutre l'anima e il corpo.
Cosa vogliamo di più?
2)
Chi scrive lo fa per gioco.
Chi legge... pure. A chi tocca adesso?
3)
Il ragazzo di fronte a me prende il pacchetto. Mi guarda e caccia un discorso come una sigaretta.
Un'opzione.
E' laureando e mi parla di: "Sviluppo economico del meridione".
Credevo fosse il titolo della tesi. Era la facoltà.
4)
Sono al parco e sono circondato da piccioni.
Piccioni che volano, altri che camminano.
Uno mi guarda. Mi fissa.
Io lo guardo. Lo fisso.
Sono circondato da piccioni
finché non mi accorgo di esserlo anch'io
Arriva un piccolo passero, prende la mollica e fugge via.
Noi piccioni restiami qui.
In attesa di altre briciole
da farci portare via.
5)
Era un giorno di festa e gli dispiaceva troppo annunciare la pioggia al meteo.
Disse che c'era il sole.
Andarono tutti felici e tornarono bagnati e incazzati
6)
Non credo di aver capito come tu mi hai capito.
Ma di sicuro tu non hai intuito come io ti ho interpretata