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giovedì, 31 agosto 2006

Wallace, l’uomo che gettò nel panico Darwin

comunicato stampa 103/06 consiglio nazionale delle ricerche - Roma, 30 agosto 2006
L'uomo che gettò nel panico Darwin. La vita e le scoperte di Alfred Russel Wallace
Bollati Boringhieri, 2006
248 pagine; euro 24
 
Federico Focher dell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Pavia pubblica la prima monografia in italiano dedicata al naturalista vittoriano che elaborò, indipendentemente dal più celebre ‘collega’, l’idea dell’evoluzione delle specie attraverso la selezione naturale
 
Alfred Russel Wallace, naturalista vittoriano (1823-1913), è un nome ancora pressoché sconosciuto al grande pubblico, almeno nel nostro Paese. Eppure, vanta un primato straordinario: essere stato ‘l’altro uomo’ che scoprì la selezione naturale; ovverosia, colui che nel 1858 (un anno prima della pubblicazione dell’Origine delle specie!) gettò letteralmente nel panico Charles Darwin con un manoscritto nel quale sosteneva con sorprendente chiarezza e concisione l’idea, maturata indipendentemente dal ‘collega’, della trasmutazione delle specie attraverso la selezione naturale. L’uomo che gettò nel panico Darwin (Bollati Boringhieri) è proprio il titolo del libro di Federico Focher – ricercatore presso l’Istituto di Genetica Molecolare (Igm) del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia – che per la prima volta raccoglie compiutamente in italiano gli scritti autobiografici, naturalistici, antropologici e sociali di Wallace. Un testo rivolto non solo e non tanto agli storici della scienza ma, più in generale, agli appassionati di letteratura scientifica e naturalistica.
“Darwin ricevette il saggio di Wallace il 18 giugno 1858”, spiega Focher. “E capì subito che in quel manoscritto era esposta una teoria identica alla sua nel nucleo essenziale delle proprie idee, considerando i punti non perfettamente consonanti nulla più che sfumature di secondaria importanza. Il fatto sostanziale era che stava per perdere la priorità dell’idea sulla quale lavorava da vent’anni!”. In preda allo smarrimento, Darwin comunque “spedì subito il manoscritto al geologo e suo amico Charles Lyell, dal quale era stato già più volte esortato a pubblicare la sua teoria sulla selezione naturale prima che qualcun altro potesse precederlo”. La soluzione adottata, onestamente, fu quella di presentare in un’opera congiunta alcuni inediti di entrambi gli studiosi, il 1° luglio. “E’ opportuno però sottolineare che la selezione naturale venne intuita da Darwin intorno al 1838, vent’anni prima di Wallace, che infatti attribuì sempre il merito maggiore all’autore dell’Origine delle specie, uscito l’anno successivo”, precisa Focher.
Al di là della vicenda, il libro rende in modo vivo e coinvolgente proprio il clima di una attività scientifica cavalleresca, eclettica (Wallace spaziò dall’entomologia all’antropologia, geologia, glaciologia, agronomia, etc.) e appassionante. Alla teoria, unì una pratica naturalistica avventurosa, fatta di ricerche condotte in ambienti ‘estremi’ e drammatici naufragi, segnata da eventi curiosi come l’‘adozione’ di un cucciolo di orango e la ‘caccia’ agli scarafaggi necessari per nutrire due pappagalli portati in Inghilterra dal Sudamerica. Un personaggio segnato da molte intuizioni ma anche ingenuità: fu un ‘ecologista’ ante litteram, un passionale socialista, un convinto spiritista, secondo il quale – aspetto che rende la sua ricerca ancor più interessante, considerato come l’evoluzionismo ancora accenda roventi polemiche culturali e confessionali – “l’evoluzione umana si inseriva in una concezione finalistica, volta alla creazione da parte di un Essere Superiore di una futura razza umana ‘perfetta’. Una visione anacronistica che finì per trascinare nell’oblio la sua opera e la sua grande personalità”, osserva Focher. Ma Wallace fu anche un uomo dotato di una coerenza e di un coraggio da eroe avventuroso, che il libro mette in grande rilievo: “Appartenente ad un’epoca e a un immaginario la cui scomparsa, probabilmente, incide nello scarso interesse dei giovani di oggi verso gli studi scientifici”, conclude l’autore.
 
postato da: giovannaco alle ore 09:59 | link | commenti (1)
categorie: scienze
domenica, 27 agosto 2006

Era classicamente ed esteticamente notte.

in effetti è notte.

ma non era la solita notte d'angoscia e disperazione. era una notte d'introspezione.

Una notte d'anima apocalittica, quindi una tipica notte da romanzo o ancora meglio da film.

Una scena illuminata con luce bluastra, una fotografia curata, ma non troppo. il senso palpabile di dissoluzione e rassegnazione. magari il vino. e sicuramente musica classica... non troppo sconosciuta, ma neanche celebre. Una strizzata d'occhio del regista per accattivarsi il pubblico più "raffinato". Un tocco "d'artista", di maestro...

E il pubblico compiaciuto per il simpatico gioco dell'autore.

  Poi il personaggio principale si sarebbe suicidato e tutti avrebbero apprezzato l'intesa carica emotiva sottolineata da quella musica tanto profonda, citazione tra l'altro d'una vecchia pellicola che solo il raffinato critico seduto nelle prime file poteva afferrare a pieno, mentre osservava con gusto il volto degli altri spettatori, conscio del proprio baluardo culturale di citazioni acute...

e la ragazza sentimentale seduta poco distante che lo scrutava con spregio, fingendo noncuranza di fronte a tanta compiacenza intellettuale, sicura di ciò che il suo cuore le sussurrava battendo flebile, e volando leggiadro sulle corde della sua sensibilità. Come poteva quel critico comprendere il dramma profondo che si svolgeva all'interno di quella lanterna magica, che era lo specchio oscuro di tutte le passioni umane e dei sentimenti e delle sofferenze ed incomprensioni...

e il ragazzo che aveva semplicemente sbagliato sala. Pensava fosse una commedia...

ma quella bottiglia d'assenzio assieme alla boccetta di laudano non promettevano bene per la salute del protagonista.

Sbadigliava, ma senza eresia... stava solo rimuginando sulla propria distrazione nel pronunciare il titolo del film... Lui voleva vedere "Giorni d'allegria"... e invece era finito in "Giorni d'amarezza".

Sbadigliava.

E sia il critico che la ragazza lo osservavano con disprezzo. Animo incolto e rozzo per l'uno e insensibile e rozzo per l'altra.

e poi c'era il narratore onniscente, che almeno sorrideva nel constatare che entrambi lo avevano trovato tanto rozzo. Avevano qualcosa in comune.

E poi c'erano le altre file di poltrone e di spiriti e osservazioni e acutezze.   

Ma questa era un'altra notte.

 

Questa era una notte che non passava. C'era un computer e internet collegava milioni i persone che battevano frenetici ed eccitati sui tasti senza dire niente.

plasmando ardite metafore e citando colti aforismi.

E poi persone che si nascondevano dietro parole di mistero prese da un film di serie b.

o magari l'intervista all'ultimo artista di turno. Quello che doveva restare aperto anche la domenica per raccontarci le sue esperienze traumatiche... rigorosamente psicologiche... che non solo ci avrebbero tenuti col fiato sospeso nella sua ultima opera, ma avrebbero aperto nuovi sconfinati orizzonti alla nostra sensibilità intellettuale.

Era tutto un ultimo libro esclusivo. un Ricordo improvviso e terrificante. Una parola mielosa carica di ricercatezza e mistero.             tutti parlavano di notti sterminate senza fine.

Come se il giorno non fosse adatto a pensare, ma solo a fuggire via... (dalla "pazza folla").

E in effetti qualcuno sembrava un pò folle.  Trovavi chi parlava in codice per enigmi, o chi raccontava la sua storia d'amante di buon vino e buona letteratura in

 

modoestremamenteoriginaleattaccandotutteleletteresenzafarcapirenienteanessuno...

 

e da qui si capiva abbastanza... 

 

erano tutti troppo originali per poter dire qualcosa. Magari anche semplice.

c'era troppo mistero per soffiare via quella polvere e vedere cosa c'era sotto.

troppe promesse di salvezza, e troppe confessioni di dannazione.

Così quello che non era mai cominciato finì senza volerlo.

 

ed io mi trovo qui a scrivere qualcosa prima di spegnere tutto...

scusate se non vi ho detto granchè. E' solo notte.

 

e dato che sembra andar di moda la citazione in pillola, mi cimento anch'io in questa raffinata arte, combatutta a colpi d'ultima memoria.

Però è una cosa amabilmente semplice e senza troppe pretese di uno che parlava poco, ma qualche volta diceva abbastanza:

Le cose peggiori:

essere a letto e non dormire

volere qualcuno che non viene

cercare di piacere e non piacere.

 

 F. Scott Fitzgerald.

 

 

 

Forse non è la tragica verità sul mondo e sulla vita... ma perlomeno è una tragica verità.

Scusate il disturbo e buona notte, dato che in effetti è proprio notte.

postato da: Helyks alle ore 23:07 | link | commenti (2)
categorie: #federico francioni racconti

Il mutamento è il processo mediante il quale il futuro invade le nostre esistenze.

Alvin Toffler

postato da: notturno15 alle ore 17:35 | link | commenti
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Infuriarsi ed eccitarsi nel combattere qualche idea è facile soprattutto quando non siamo del tutto sicuri della nostra posizione e ci sentiamo interiormente tentati di passare dalla parte dell'avversario.

Thomas Mann

 

postato da: notturno15 alle ore 11:55 | link | commenti
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passato e presente

Noi siamo prodotto del passato, e viviamo immersi nel passato, che tutt'intorno ci preme. Come muovere a nuova vita, come creare la nostra nuova azione senza uscire dal passato, senza metterci di sopra di esso? Non v'ha che una sola via d'uscita, quella del pensiero, che non rompe il rapporto col passato ma sovr'esso s'innalza idealmente e lo converte in conoscenza.

Benedetto Croce

postato da: notturno15 alle ore 09:10 | link | commenti
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sabato, 26 agosto 2006

E' quasi l'una di notte, ma non desidero andare a dormire. Siedo in salotto col televisore acceso, ma non sto guardando nulla. C'è una strana inquietudine nel cuore, un senso di attesa che non mi spiego; è come se stessi aspettando qualcuno, come se il citofono o il telefono o il cellulare dovessero suonare da un istante all'altro. E vorrei che la notte si fermasse qui. Poi ascolto e sento che ci sono cose dentro, cose che esigono la mia attenzione. Cose che pretendono di essere capite. Ci sono storie che non conoscerò mai e non avrò il tempo di imparare. Neanche le mie storie. Vorrei vivere tutte le vite e da tutte essere vissuta. Vorrei guardarmi dentro e vedere come in uno specchio i miei giorni paralleli che scorrono via. Vorrei apprendere le fiabe che non conosco: perché i sogni sono fiabe e le fiabe sono sogni sistemati in modo da poter essere raccontati e ricordati. I sogni di una intera umanità... tutto il nostro bagaglio... l'unica cosa che ci porteremo dietro quando saremo di nuovo l'unica luce che eravamo.
postato da: notturno15 alle ore 23:31 | link | commenti (1)
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venerdì, 25 agosto 2006

Il silenzio delle sirene

Percorsi di scrittura nel Novecento francese
S. Jaqueline Risset
 
Donzelli, 2006, pp. 245, € 28
www.donzelli.it
 
Nota di quarta
Il tratto più innovativo della letteratura francese del Novecento consiste nello slancio che la muove verso territori ignoti e nella sua volontà di essere forma autonoma di conoscenza. È il versante che Jaqueline Risset esplora in questo libro, tracciando i percorsi; da Mallarmé, scopritore delle eggi del linguaggio poetico, a Blanchot, teorico del rischio della scrittura, da Valéry, che medita sui limiti e su “l’altro stato” del pensiero, al Bataille de “l’esperienza interiore” e al “paradiso” di Sollers; da Proust, che indaga con gli strumenti della letteratura il “continente nero” – l’inconscio -, a Deleuze, che antepone al linguaggio “ di buona volontà” della filosofia quello “violento” della letteratura; ma anche di Joyce agli scrittori francesi che riprendono il suo monologo interiore.
Al Novecento ufficiale dei grandi protagonisti tradizionali si affianca qui un Novecento meno noto, a partire dal quale vengono portati alla luce alcuni dei nodi centrali del secolo: il surrealismo, i dibattiti su politica e scienze umane, i rapporti tra pensiero, linguaggio e letteratura negli anni Sessanta-Settanta, i nuovi modi del narrare, la reinvenzione della scrittura.
E infine, la questione della poesia: una volta superato quell’“odio” nei suoi confronti efficacemente definito da Bataille, essa va infatti riconosciuta quale unico mezzo, inammissibile oppure indispensabile, attraverso il quale raccontare le esperienze limite.
postato da: frontespizio alle ore 11:21 | link | commenti
categorie: letteratura

Esercizi di pensiero per apprendisti filosofi

Roberta De Monticelli
Bollati Boringhieri, 2006, pp. 177, € 9
www.bollatiboringhieri.it
 
dell’autore
Chiedere ragione, è la prima cosa che l’apprendista filosofo dovrebbe apprendere a fare. Là dove nessuno chiede ragione, come può la filosofia anche solo cominciare? La domanda “perché?” ci fa scoprire l’intreccio di etica e logica, su cui i filosofi si interrogano, da Platone a Husserl. Se l’etica è la logica dell’agire giusto, la logica è l’etica del pensare.
 
Nota di quarta
Con questa bella, chiara e appassionata introduzione alla filosofia, Roberta De Ponticelli avvicina i lettori allo studio dei filosofi e alla pratica del pensiero critico, partendo dalla domanda fondamentale “perché?”, e aiuta a capire l’intreccio che esiste tra etica e logica attraverso alcune delle grandi avventure della mente contemporanea, della nuova consapevolezza logica del linguaggio alle profondità della riflessione sul male. Sono esercizi contro il pregiudizio che oppone l’“anima” all’“esattezza” (con tutto svantaggio dell’anima, che l’imprecisione non nutre ma al contrario inaridisce).
postato da: frontespizio alle ore 11:19 | link | commenti
categorie: filosofia

Origini e forme del mito greco

titolo originale: Untersuchungen uber den grechischen Mythos
di Paula Philippson
Bollati Boringhieri, 2006, pp. 265, € 25
www.bollatiboringhieri.it
 
Nota di quarta
Il lavoro della Philippson si colloca nel filone di ricerche sul mondo classico che negli anni venti e trenta del Novecento – con Kerényi, Lévy-Bruhl, Dumézil, Walter Otto e lo stesso Jung – si sono concentrate sul mito come chiave per penetrare nel cuore di quella cultura. La nascita della filosofia e della scienza occidentali, osserva la Philippson, è stata preceduta, come da una fase preparatoria che già ne contenesse i germi, dalla visione mitica del mondo, tipica dei greci. Questa mitologia realizzava l’esigenza congenita allo spirito umano di portare unità nella sconcertante moltitudine delle forze e dei fenomeni che lo circondano, e di cogliere il coerente ordinamento del mondo nei rapporti genealogici di figure divine. Il pensiero logico-concettuale, dunque, nasce direttamente dalla visione mitica e irrazionale: già in Omero o in Parmenide le immagini mitiche hanno la funzione di esprimere ciò che il pensiero logico non è in grado di enunciare.
postato da: frontespizio alle ore 11:12 | link | commenti (1)
categorie: filologia classica
giovedì, 24 agosto 2006

Ci sono cose che nessuno ci potrà mai insegnare. L'incanto di un corpo nudo non è nozione che può essere appresa. E' l'esperienza che esige il suo dazio alla nostra sensibilità. Una sensibilità che dentro già esiste, viene da lontano, dal tempo in cui un uomo tornando dalla caccia gettò le armi e radunò la sua famiglia attorno per raccontare il primo incontro con il mare. Una sensibilità che viene dalla poesia. Da tutto ciò che in noi è impalpabile, ma che avvertiamo come maledettamente concreto. Inspiegabilmente concreto. Più concreto di qualunque oggetto le nostre mani potranno mai toccare. E' il senso della purezza che ci permette di guardare un corpo e vedere solo l'anima che trabocca dagli occhi. Niente più che purezza.
postato da: notturno15 alle ore 22:49 | link | commenti (3)
categorie:

Noi non siamo nulla
solo quello che cerchiamo è tutto
F. Holderin
postato da: notturno15 alle ore 16:47 | link | commenti
categorie:

Eufonia o la città musicale

titolo originale: Euphonia ou la ville musicale
di Hector Berlioz
Sellerio, 1993, pp. 107, € 7,70
 
Nota di quarta
Sicilia, 7 giugno 2344
“Caro Shetland, ho fatto il bagno nell’Etna! Ho passato un’ora piacevolissima a nuotare in quel bel lago fresco, calmo e puro! È uno specchio d’acqua immenso, ma la forma circolare e la ripidezza delle sponde rendono la superficie talmente sonora che la mia voce, dal centro, arrivava senza sforzo ai punti più distanti dalla riva. Me ne sono reso conto sentendo applaudire le donne siciliane che prendevano il fresco in pallone a oltre mezza lega dal luogo dove mi trastullavo come un delfino in vena di scherzare. Nuotando, m’ero messo a cantare una melodia. L’ho composta proprio stamattina su certi versi di Lamartine, in francese antico, che mi sono tornati in mente alla vista di questi luoghi”.
postato da: frontespizio alle ore 10:05 | link | commenti
categorie: musica

Non chiudo porte a chiave, piuttosto preferisco accompagnarle con la mano, in modo che si socchiudano leggermente dietro i miei passi. Lascio sempre la possibilità che si riaprano, dopo un minuto o un anno, non importa. E se proprio devo chiudere, preferisco farlo senza rumore, perchè il rispetto paga dazio al silenzio.

Vivo più di silenzi, in questo periodo. Da un lungo periodo, a dire il vero. Rispetto tanto le parole, al punto da sacrificare al non detto frasi e pensieri; così non sopporto il rumore: quello che interrompe, quello che distrae, quello che deturpa. E le porte sbattute per rabbia, si sa, producono un bruttissimo rumore. All'enfasi dei punti esclamativi preferisco la discrezione dei puntini di sospensione. Ma i puntini di sospensione si incastrano sotto le porte e non le lasciano chiudere bene...

postato da: notturno15 alle ore 09:26 | link | commenti (1)
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martedì, 22 agosto 2006

Salve a tutti, il mio nome è Marco Senese, il mio nick "notturno15", non lo uso per nascondere la mia identità, ma perché l'opera 15 dei notturni di Chopin è l'essenza della mia vita.

Ho deciso di scrivere su questo blog, perché è nella blogosfera che penso di aver ritrovato una vecchia amica, questa notte...

Quanto poco si conosce di ciò che resta.
Della sua vita quanto poco è rimasto... dei suoi sogni... troppi silenzi, troppi dolori....
Quel "troppo" che lascia appena intravedere una vita preesistente.... Quel troppo che
non ha la delicatezza di bussare e che nessuno vorrebbe ospitare fosse anche per un giorno,
entra e ti prende tutto, ti porta via tutto, anche la ragione.
Ricordare giorni spensierati, annullati da un destino che non ha tenuto in nessun conto le sue speranze.


Storia universale quella di una sorte che cade sull'esistenza...

postato da: notturno15 alle ore 22:41 | link | commenti
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Comunicato stampa
con preghiera di diffusione
 
La Vocidentro Films è lieta di presentare:
 
Vocidentro Night
una notte di corti
 
in occasione della "Movida",
seconda edizione dell'attesa Notte Bianca di Cerreto Sannita (BN),
2 settembre 2006:
http://www.movidacerreto.it
 
Il 2 settembre 2006 a Cerreto Sannita (BN)
si terrà la seconda edizione della Notte Bianca - Movida Cerreto,
organizzata da Tabula Rasa Eventi di Raffaella Vitelli:
http://www.tabularasaeventi.net
 
Musica, arte, sfilate di moda, danza, shopping e quant'altro per una notte da non perdere. Grandi ospiti musicali come la Bandabardò, Lara Sansone e il Cafè Chantant, J.P. Latin jazz quartet, Atomic Fusion, Gianluca Giordano, Umberto Esposito e Anima Mediterranea.
 
All'interno dei "luoghi misteriosi" - chiostro della chiesa di S. Antonio - alle ore 21 partirà l'irresistibile Vocidentro Night:
 
Il regista Umberto Rinaldi e il team di Vocidentro (con tutti gli attori, i tecnici e coloro che in varia veste partecipano al progetto) presenteranno al pubblico la propria esperienza, raccontando la storia di Vocidentro dalle origini ai giorni nostri, un periodo fortunato e prolifico, da poco concluso con la proiezione dell'apprezzatissimo nuovo corto Italianischer Caffè.
 
Seguirà un casting con provini e selezione di partecipanti alle produzioni future, aperto a tutti coloro che vorranno avventurarsi nel mondo di Vocidentro,
infine proiezione di cortometraggi per tutta la notte.
 
 
A presto per lteriori news,
per contattare e seguire le attività Vocidentro:
http://www.vocidentro.com
 
Tabula Rasa Eventi:
http://www.tabularasaeventi.net
 
Grazie per l'attenzione,
DZ
postato da: giovannaco alle ore 19:14 | link | commenti
categorie: @eventi
lunedì, 21 agosto 2006

Le rose del ventennio/Sellerio editore

Le rose del ventennio, ripubblicato da Sellerio, è un reportage sul fascismo, in bilico tra "pezzo" di cronaca e letteratura: veloce, scorrevole, frettoloso come il passo del Duce negli anni di eja eja alala.

Un libello che si dovrebbe conservare come un'enciclopedia, scritto da Gian Carlo Fusco, classe 1915, giornalista di razza "bastarda", di quelli che fanno scivolare l'inchiostro come fosse ghiaccio. Il mistero buffo di un rapimento che la coscienza collettiva degli italiani subì negli anni della dittatura di Mussolini diventa teatrino scolastico.

L'ascesa del fascismo viene raccontata con il distacco del giornalista di costume e sembra di vedere il teatro delle marionette. D'Annunzio, descritto come decadente e molle, nella sua evanescente e geniale raffinatezza, del fascismo dice: "Con la merda non si fabbrica."

Fusco rievoca le spedizioni punitive degli squadristi del fascio annacquandole di sfumature, di colpi d'occhio che ne rivelano un ridicolo elevato a ragion di Stato.

Scovato, come sempre, nella libreria di Paparella, è una lezione di cinismo: assolutamente impeccabile dal punto di vista storiografico, è del tutto privo di qualunque traccia di retorica o di melanconia, o di esasperazione ideologica; un "articolo" tecnicamente perfetto, lungo un ventennio, da leggere come fosse la terza pagina di un quotidiano di alta tradizione, una barzelletta raccontata da un attore straordinario.

caterina sottile  www.tintarelladiluna.blog.tiscali.it

postato da: tintarella1 alle ore 00:59 | link | commenti
categorie: letteratura, storia
domenica, 20 agosto 2006

Marche di elettrodomestici

Marche di elettrodomestici

 di Paolo Massari

 

 

“Scambiare la solitudine è il più grande regalo tra gli uomini che amano.”

 

Federico Francioni – "Pensiero d’aprile”

 

Com’è vera questa frase. Mi ha così convinto, ne sono talmente affascinato, da aver dimenticato per un istante chi l’avesse pronunciata. Paradossale. Ho cercato dentro di me il nome di qualche autore tra i pochi che conosco, e un po’ tra i tanti che non conosco ancora. A volte, è come se per accettare la verità o anche la falsità di qualcosa, l’uomo debba essere rassicurato da un nome importante. Dimentichiamo che dietro quei nomi che sembrano suonare così meglio del nostro, ci sono uomini come noi. Il nome, in un certo senso, diventa come una marca di elettrodomestici, una “famosa” ci darà più fiducia rispetto a un’altra, meno nota e pubblicizzata. E’ lì che ho trovato il nome che mi serviva stasera, “nell’anonimato”. La frase era del mio migliore amico. “Scambiare la solitudine”. Mi offendeva quasi quando lo diceva. Capivo che la mia presenza e quella di un’altra amica lo facevano sentire solo come se non ci fossimo stati affatto. Non voleva dire questo. Basta guardarsi attorno per capirlo. E’ facile vedere persone che sembrano felici, circondate da tante altre, ma che in realtà sono sole. Non so se ne sono consapevoli. Io so di essere solo. Cerco di scambiare la solitudine. Conosco un paio di “cambiavalute”. Stasera ho cercato di scrivere di questo, di un sentimento che tutti hanno provato, che lacera e svuota, la solitudine. Forse è stato un errore, una gradassata, magari non ci sono neppure riuscito, ci ho provato. A volte chiedo al mio “cambiavalute” di cosa scrivere. “Di esseri umani che amano, di tenerezza, di amore, di tutti i giorni.” Mi risponde così, con voce e occhi “accesi” di speranza. Spesso è quello sguardo che mi riporta sulla terra, che mi ricorda “che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il grande spettacolo continua e tu puoi contribuirvi con un tuo verso”. E’ questo lo scopo della poesia, dell’arte: aiutare l’uomo a guardare dentro se stesso e a scambiare solitudine, altrimenti, si rischia solo di compromettere tutto e ridurre uomini e poesia a marche di elettrodomestici.

postato da: Paolomas alle ore 14:04 | link | commenti (3)
categorie: #paolo massari racconti
sabato, 19 agosto 2006

da non perdere!

sabato 19 agosto - Ripalimosani - ore 18,00

i "nostri" giovani scrittori Federico (Helyks) e Paolo (Paolomas) leggono alcuni loro scritti nel corso di una performance coordinata da Massimo De Vita, direttore artistico del Teatro Officina.

postato da: frontespizio alle ore 17:51 | link | commenti
categorie: @eventi
venerdì, 18 agosto 2006

- Appunti -

1)  Sul Pullman

La "teenager" davanti a me legge una rivista morale di gossip e liposuzioni.

La bella bionda tra le pagine sorride e lei, brutto specchio capovolto, la sfoglia.

                 Finisce

Chiude la rivista e la toglie di mezzo. Prende rapidamente un tramezino dalla borsa e lo divora.

Nutre l'anima e il corpo.

                 Cosa vogliamo di più?

2)

Chi scrive lo fa per gioco.

Chi legge... pure.                             A chi tocca adesso?

3)

Il ragazzo di fronte a me prende il pacchetto. Mi guarda e caccia un discorso come una sigaretta.

Un'opzione.

E' laureando e mi parla di:  "Sviluppo economico del meridione".

Credevo fosse il titolo della tesi.                               Era la facoltà.

4)

Sono al parco e sono circondato da piccioni.

Piccioni che volano, altri che camminano.

 

Uno mi guarda. Mi fissa.

Io lo guardo. Lo fisso.

 

Sono circondato da piccioni

finché non mi accorgo di esserlo anch'io

 

Arriva un piccolo passero, prende la mollica e fugge via.

Noi piccioni restiami qui.

                       In attesa di altre briciole

                       da farci portare via.

5)

Era un giorno di festa e gli dispiaceva troppo annunciare la pioggia al meteo.

Disse che c'era il sole.

Andarono tutti felici e tornarono bagnati e incazzati

6)

Non credo di aver capito come tu mi hai capito.

Ma di sicuro tu non hai intuito come io ti ho interpretata

postato da: Helyks alle ore 12:38 | link | commenti (4)
categorie: #federico francioni racconti
giovedì, 17 agosto 2006

Addio a Boringhieri

Si è spento a 85 anni il grande editore torinese.
di Alberto Sinigaglia, La Stampa, 17 Agosto 2006
 
È morto ieri mattina Paolo Boringhieri, l’editore italiano di Freud, di Jung, di Einstein. Schivo e caparbio fecondatore della nostra cultura del secondo Novecento, è spirato nella casa di via Po. Nato il 4 luglio 1921 a Torino, ultimo di quattro figli, aveva passaporto svizzero, perché dell’Engadina erano le sue radici, che fino all’ultimo ha investigato. Il padre Giacomo per vent’anni fu console della Confederazione Elvetica, dalla quale provenivano confettieri, cioccolatai e birrai come lui. Dalla “fabbrica della birra” nell’attuale piazza Adriano il quartiere veniva chiamato “zona Boringhieri”. Finito il biennio d’Ingegneria, apprendista in un’industria metalmeccanica, ma appassionato di filosofia, Paolo seppe che Giulio Einaudi cercava un redattore. Il fratello Gustavo aveva studiato con Einaudi, Massimo Mila e Felice Balbo, figure centrali dell’editrice. Vi entrò nel 1949. Gli diedero da rivedere le bozze di Menzogna e sortilegio della Morante. Passato alle pubblicazioni scientifiche, curò la “collana azzurra” di storia della scienza, parallela alla “collana viola” di Pavese e De Martino, e alla “collana marrone” riservata all’economia. Accolto nel Consiglio editoriale, partecipò per otto anni alle famose riunioni del mercoledì con Bobbio, Balbo, Bollati e altri eletti del “principe”. Il quale nel 1951 creò le Edizioni scientifiche Einaudi e gliele affidò fino al ’57, quando difficoltà economiche l’indussero a vendergliele.
Boringhieri scelse l’emblema del firmamento con la scritta “Celum stellatum” e un programma ardito: essere il primo editore italiano totalmente dedicato alla scienza e promuoverla non in antitesi ma accanto alle scienze umane. Sarebbe rimasto l’unico. Varò i Classici con due successi: Galileo ed Eulero, geniale matematico tedesco del Settecento, che s’occupò di meccanica, ottica, balistica, idrodinamica. Avviò una Storia della tecnologia: “Su scienza e tecnologia – diceva – la civiltà è destinata a poggiare”. Affiancato dal fisico Luigi Radicati di Bozzolo e dallo psicoanalista Piefrancesco Galli, consulenti prestigiosi, sfornò saggi di matematica, biologia, elettronica, informatica, fisica, scienze umane e sociali, psicologia e psicoanalisi. Lo spirito cartesiano spinse Boringhieri a intrecciare sempre più scienza e filosofia, tecnica e pensiero. Con il filosofo Giorgio Colli allestì l’Enciclopedia degli Autori classici. Spaziava dalla storia scientifica alle religioni orientali: Boyle, Spinosa, Schopenhauer, Darwin, Burckhardt, Nietzsche, il sanscrito Upanishad. Poi Descartes, Diderot, persino un poco noto Goethe. Perché Boringhieri scandagliava pure i rapporti tra letteratura e scienza, avvalorava le qualità letterarie e filosofiche di Einstein e di Freud, collocandoli tra i giganti della vita culturale del nostro tempo. Dunque l’editore doveva osare la grande avventura: tutte le Opere di Sigmund Freud in dodici volumi.
“È uno scienziato – precisava -, ma anche un classico della letteratura tedesca. A dargli forza e sostegno era arrivata frattanto Oretta di Suni , moglie bellissima, dolce, piena di fascino. Cominciò nel 1966, con L’interpretazione dei sogni, un’impresa editoriale complessa, appassionata, rigorosa. “È una follia, dal lato economico”. Aveva accanto Cesare Musatti, il massimo esponente italiano della psicoanalisi. A metà strada assunse Renata Calori, magnifica traduttrice, che alla produzione diede ritmo, ne diventò l’anima, la vestale. Nel 1980 portarono a termine un’opera definitiva, ammirata, benedetta dai figli di Freud.
Sfida vinta. La Boringhieri era ormai la casa editrice sognata dal suo creatore e a lui simile, rispecchiandone esperienze, gusti, intuizioni. Certo con il coraggio, la liberalità di pubblicare opere di cui non condivideva le idee, ma che fiutava importanti. A trent’anni dalla fondazione, all’apice del prestigio con ottocento titoli in catalogo, al profilarsi d’una generale crisi del libro, Paolo Boringhieri pensò che si dovesse potenziare l’azienda.
Accettò la proposta di un’amica della giovinezza, Romilda Bollati: al fondatore il 10 per cento, la vicepresidenza, il rispetto del marchio e della linea; a lei il 90 per cento e la presidenza; al fratello Giulio, pure lui allievo geniale e ribelle di Einaudi, il ruolo di amministratore delegato. “Davvero pensi che Giulio verrà? Sarebbe bellissimo”. Venne. Scherzò Einaudi, “principe” malizioso, chiamando “Bobo” l’alleanza dei due transfughi, che aveva assunti lo stesso giorno del 1949. Scherzarono anche loro, in pubblico, sul nome -“Boringhieri Bollati” sposta gli accenti, eufonicamente non va, “Bollati Boringhieri” è un bel settenario”.
S’è visto, non era solo questione di metrica . Paolo Boringhieri, tanto riponeva fiducia nell’allenaza, quanto ne fu ferito. Uscì dal mondo editoriale, per sempre. Silenzio. Nessuna dichiarazione. Né accettò di farne recentemente, nei centocinquant’anni della nascita di Freud, quando dalla Bollati Boringhieri uscirono discusse ritraduzioni delle sue opere. In disparte tornava ai filosofi, ascoltava Beethoven o Stockhausen. Viaggiava. In Turchia si portava Erodono con il testo a fronte. Montanaro, sciatore, escursionista, baita a Cesana, frequentando l’Engadina si gettò a capofitto nello studio della genealogia famigliare e della storia locale, risalendo fino al Duecento. Ne è appena nato un volume corposo, Frammenti di un’ascendenza engadinese, che Paolo Boringhier è riuscito a consegnare in giugno all’Archivio cantonale di Coira, capitale dei Grigioni. Dettagliato, approfondito, puntuale. Come fermamente pensava debbano essere la conoscenza e il sapere.
postato da: frontespizio alle ore 16:32 | link | commenti
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