Fahrenheit inaugura un nuovo spazio quotidiano dedicato alle letture dei bambini e degli adolescenti. Durante tutta la settimana, ascolteremo i consigli di lettura di un esperto, oppure le voci degli autori e degli illustratori dei libri per l'infanzia, o ancora, sara' uno scrittore a suggerirci il suo titolo scelto per l'avvio alla lettura dei piccoli. Se vuoi aiutarci con un suggerimento, con l'indicazione di una libreria o di una biblioteca specializzata, suggerendoci un titolo o raccontandoci quale e' stato il tuo primo libro, scrivici.
Anche la Caccia al Libro si dedichera' ai libri per l'infanzia introvabili, che si possono gia' segnalare sul sito.
A presto, dunque, e grazie.
Redazione Fahre
APPUNTI DEL GIORNO
QUAL E’ LO SCOPO DELLA MIA VITA, OGGI?
Paolo Massari
Ogni essere umano ha uno scopo nella vita, un obiettivo immediato da centrare. Ogni giorno sappiamo di aver qualcosa di importante da fare. C’è qualcuno che oggi ha sadicamente centrato il suo obiettivo nella morte, nelle lacrime. In questa interminabile domenica di settembre ho visto il mio cane morto, avvelenato, con una pompa per innaffiare annodata intorno al suo muso. Il giardino era pieno di persone. E mi sono accorto d’un tratto del silenzio che avevano lasciato andando via. Nello stesso istante l’aveva pensato anche la padrona di casa, quella che più di tutti si prendeva cura del cane di quartiere. L’ho capito da come mi ha guardato. Il silenzio, così rumoroso e assordante della stanza come svuotata che affaccia sul giardino, ci diceva che non c’era niente da fare. Stavolta non ce l’abbiamo fatta. Ho davanti ai miei occhi quell’immagine terrificante.
Passiamo ora al “disegnatore”, alla mente malata che è riuscita ad arrivare a tanto.
Che farà il nostro “assassino” ? Le virgolette forse sono superflue. Il prossimo obiettivo? Qual è? Lavare la macchina? Studiare un’offerta più vantaggiosa per la tv satellitare ? Impietosirsi per una tragedia dell’umanità lontana dall’immediato ? Come impegnerà la sua esistenza un essere del genere?
Oggi è il suo gran giorno. Tante persone si sono riversate in un piccolo e tranquillo giardino per il suo gesto, hanno pianto per “merito” suo, lasciato le loro occupazioni. In questa domenica nessuno ha cucinato, pranzato bene, in tutte le cucine si è parlato dello stesso argomento. Nessuno ha “perseguito” lo scopo/obiettivo della sua giornata.
C’era una sintonia particolare con Aragorn, o Brandy, come lo chiamavano. E’ difficile spiegarlo. Tra le persone accade di rado. Il contatto affettivo che c’era con Aragorn non mancava un giorno. Non c’è mai stata una luna storta. Provavo gioia. Era magia la contentezza, lo scodinzolio di quel cane ogni volta che ti vedeva. E quando mi correva teneramente incontro mi scrollava di dosso ogni preoccupazione, ogni angoscia, senza che nemmeno io me ne rendessi conto.
Questa giornata non sembra terminare. L’ho vissuta tra grida e silenzi e le stesse parole ripetute spasmodicamente cento, mille volte per ricostruire le dinamiche del tutto. Spero che questa persona cerchi altri obiettivi. Lo scrivo e non ci credo nemmeno io. So che non cambierà nulla, che oggi abbiamo sprecato fiato. Chiedo perdono per il mio pessimismo , ma almeno posso dire che non è di circostanza. Forse tra qualche giorno diventerà solo un ricordo amaro, per un po’ sarà una ferita aperta. Tutti torneranno alle loro occupazioni, alle piccole grandi “imprese” di sempre. Oggi ho potuto ricordare a me stesso che c’è chi vive senza amore. E non è apocalittico come sembra.
Mentre camminava pensava al passato. Che avrebbe fatto domani?
di Luciano Mastrocola
È stato nell’attimo in cui vidi James Stewart provare un disagio incomprensibile nel sistemarsi su un sofà di un ristorante a Casablanca, che impugnai il telefono deciso. Non mi era permesso sbagliare un solo numero sulla tastiera. Avrei chinato il capo come in penitenza, per ascoltare una voce impartire istruzioni, cancellando il finale di un film di cui conoscevo tutte le battute, costretto al silenzio durante la conversazione. Sarebbe bastato ascoltare.
A Napoli ero stato una volta sola, da bambino, in gita scolastica. Ricordo lo sterminato mare chiuso tra due bracci di terra e un caldo sole nascondersi dietro un monte fertile di lava incandescente. Gente frenetica camminava lungo strade e vicoli, il mistero di una comunicazione fatta con un linguaggio diverso dal mio, associato a una gestualità inusuale. Mi attendeva un lungo viaggio di notte, magari qualcuno da caricare durante il percorso.
Fosse stato per Anna a questo non sarei mai arrivato. Oggi sarei nella condizione di dover cambiare pannolini o il modello dell’utilitaria più adatta a una famiglia che pianifica il tempo in relazione alle esigenze di una serena quotidianità.
Fosse stato per Anna non avrei mai permesso, al fautore di tutto quello che presto dovrà compiersi, di varcare la porta dell’ufficio contabile della banca in cui lavoro.
Ripulire una tipografia di dollari falsi provenienti dalle Filippine e, con un’azione fulminea, sostituirli con banconote vere, ai danni di una leale amicizia che mi legava al capo dell’istituto di vigilanza incaricato della scorta valori; venerdì sera, quando saremo in pochi e l’innocente confidenza riposta nel cuore muterà in falsità.
Un colpo senza armi, da eseguire esclusivamente con astuzia e inganno.
Il biglietto per Berna era compreso nel prezzo pagato in origine, insieme a una valigia vuota di saluti e vestiario, da sei giorni spalancata su un letto che non assolve più la sua naturale funzione di giaciglio.
Potessi ancora scegliere, imiterei James Stewart: nessuna parola alla polizia, deciso ad arrivare sino in fondo da solo. Ma a lui mi accomunano solo due cose: l’altezza e quello strampalato, incomprensibile, sistemarsi su un sofà.
Rivenditore di illusioni
-prezzi modici-
Paolo Massari
I tempi delle piccole botteghe, dei forni e dei calzolai sono finiti. Le nuove generazioni conoscono appena “il mondo di allora”. E’ come trovarsi nel futuro, nelle vignette con le macchine che volano. Ora volano davvero, quel futuro anteriore è come tornato indietro per diventare presente. Tra un po’ tornerà indietro per diventare passato. Tutto è di alluminio. Sembra poco comunicativo, distaccato. Alluminio. In quella città dove la storia arriva sempre in ritardo, ci sono ancora delle piccole isole dove ancora non dominano i grattacieli. Quella lunga strada, larga e senza alberi, sembra una fotografia del passato, dei lontani primi anni del duemila e del bluff del millennium bag. All’epoca in quella via trafficata, c’erano tutte le piccole certezze materiali che avrebbero tranquillizzato gli animi di quei provinciali affrettati. C’erano la libreria, il negozio di fiori, il tabacchi per gli amanti della nicotina, la lavanderia, il macellaio di fiducia per placare gli istinti di cannibalismo e tanto altro ancora. Oggi sembra uscita da un film di guerra, da uno degli ultimi fotogrammi, che mostra il silenzio della città distrutta dalle bombe e straziata dall’odio. Non è andata proprio così. Un nuovo fenomeno estivo. Quella strada, quei grandi palazzi ammucchiati , sono stati abbandonati come i cani per cui non c’è posto durante le vacanze d’estate. Tutti ora hanno case nuove, belle. Sono stati aiutati dai mutui e dalle sovvenzioni statali.
C’è una piccola luce, che spicca in quel luogo senza più anime. Hanno spento tutti i lampioni, non servono più. Almeno le stelle si vedono bene, anche se non le guarda nessuno.
Prima lì c’era un piccolo emporio. L’insegna di adesso “recita” timida “rivenditore di illusioni – prezzi modici”. Il commerciante ha pensato a qualcosa che ancora non veniva in mente a nessuno. La gente va da lui per ascoltare quello che vuole sentirsi dire. Tutto, per una modica somma. Il primo cliente era un giovane signore che passava sempre di là, perché il suo sogno era di costruire dei grattacieli nella “via fantasma”. Purtroppo era un imprenditore fallito. Quell’ormai lontano e piovoso giovedì di settembre si sentì dire che sarebbe diventato l’uomo più ricco del mondo. La voce si sparse e all’insolito negozio cominciarono ad andare tutte le persone che avevano trovato le comodità e perso le ambizioni. Il compito di quel rivenditore era farle rinascere. Oramai bisognava andare lì per prenotazione, specialmente se il discorso doveva essere importante, così Valerio avrebbe buttato giù qualche idea. La sua attività cominciava ad andare davvero bene. Le multinazionali gli facevano grosse offerte, che lui rifiutava sempre. Sarebbe stato un paradosso altrimenti. Lui voleva solo far star meglio le persone, che soffocate dalla routine avevano dimenticato chi erano davvero, o almeno chi volevano essere. Una sera però si sentì davvero insoddisfatto e triste. Così, chiese a uno dei suoi clienti più fedeli, se anziché pagarlo avesse potuto dargli qualche piccola illusione. A quella domanda il cliente restò stupefatto. Perché mai avrebbe dovuto, non si trattava mica di solidarietà! Gli disse anche che per lui era meglio non iniziare, perché quelle illusioni, quei bei discorsi costruiti con tanta cura, non l’avrebbero lasciato più. Creavano un’elevata dipendenza. A volte, aumentavano addirittura la tristezza, quando ci si rendeva conto che non servivano a niente. Era superfluo che s’aggiungeva al superfluo. Valerio si sentì in colpa, falso come i sorrisi delle pubblicità dei dentifrici. Le odiava. Non voleva aumentare l’insoddisfazione delle persone. Sperava che un giorno avrebbe potuto fare davvero quei discorsi, quando tutti sarebbero diventati come volevano essere e si sarebbero sentiti come si volevano sentire. La bottega chiuse, anche lei come le altre, arresa al suo destino. “I dipendenti” si sentivano persi. Li aveva lasciati per non ferirli ancora. Chissà se un giorno aprirà un negozio di verità. Forse in un grattacielo. Per il momento sui pullman che volano passano le pubblicità dei dentifrici.
caterina sottile
Il casellante
di Paolo Massari
Aveva cinquantacinque anni.
Era diplomato all’istituto per ragionieri.
Era alto un metro e settantacinque, abbastanza magro, portava degli occhiali da vista passati di moda da circa quindici anni.
La sua vita, almeno fino a quel giorno, scorreva monotona.
Non si era mai sposato.
Viveva al quinto piano in un piccolo appartamento di una palazzina abbastanza recente.
Il suo amico più grande era il gatto, si chiamava Charlie.
Non era un uomo generoso, neanche con se stesso.
Pur non essendo povero non si concedeva mai un lusso, non comprava mai una cosa di marca.
Credeva infatti, forse inconsciamente, di non meritarsi niente e a questo si aggiungeva il fatto che era molto taccagno.
Aveva paura di rischiare, non aveva mai rischiato nella sua vita che era un film da lui già visto: ogni settimana, ogni mese era sempre uguale, non sgarrava una minima cosa.
Il lunedì si svegliava alle sei, si lavava, faceva colazione, si vestiva e alle sette usciva di casa.
Prendeva la macchina posteggiata sempre allo stesso punto e si avviava verso il casello dove lavorava.
Arrivava puntualissimo alle otto.
Era un casellante.
A pranzo mangiava due panini e una coca-cola che si portava rigorosamente da casa, per risparmiare.
Passava quasi tutto il giorno lì, dentro quella gabbietta e quando la situazione al casello era più tranquilla, di solito, o leggeva un libro in versione economica oppure guardava qualche trasmissione sul televisore portatile regalatogli dalla mamma il Natale passato.
Tutti i pomeriggi, d’inverno, si metteva una copertina.
Alle sette finiva la sua giornata lavorativa e si avviava verso casa dove sarebbe arrivato un’ora dopo.
Mangiava qualche cosa preparatagli dalla mamma, vedeva un pò di televisione e per le undici andava a dormire.
Il martedì era la stessa cosa.
Anche il mercoledì; il giovedì.
Il venerdì lavorava fino alle cinque.
Alle sei, arrivato in città, faceva un pò di spesa.
Alcune volte, comprava anche una pizza surgelata; un evento.
Ovviamente, nel fare comparazioni tra i prodotti più economici, nel doverli scegliere, Iacopo, perdeva un sacco di tempo.
Dopo un paio d’ore era a casa.
Il sabato usciva di casa alle otto.
Comprava sei paste in una pasticceria di fronte al suo palazzo dove non si concedeva mai di andare tranne che di sabato e si avviava verso casa della mamma, dove avrebbe trascorso il week-end e dove sarebbe arrivato un paio d’ore dopo.
Sua madre, settantacinque anni, lo incitava a partire, a divertirsi, purtroppo, senza risultati.
Forse lei era più giovanile di lui.
Iacopo trascorreva il sabato a fare tutte le piccole commissioni che la madre gli chiedeva di fare, era sempre stato il figlio modello, serio.
La domenica andava a messa; pranzava con la mamma, faceva un sonnellino e ripartiva.
Il lunedì ricominciava daccapo.
Era una vita che vedeva partire le famiglie felici a bordo delle loro station-wagon, che intuiva l’uomo che fuggiva con l’amante, che si immaginava dov’erano dirette quelle persone.
Un mercoledì di luglio, si accorse che si era stufato di guardare la gente partire e di non poterlo fare, si accorse che c’era in lui il desiderio di smetterla di guardare documentari turistici, di immaginarsi in posti dove non sarebbe mai andato.
Solo dopo cinquantacinque anni capì che anche lui poteva partire , capì che anche lui poteva divertirsi, capì che poteva concedersi roba di marca e capì inoltre che nessuno, tranne che sé stesso, glielo impediva.
Si prese tutte le ferie arretrate, stupendo persino il coordinatore del casello. Andò in un’agenzia di viaggio, le aveva viste sempre da fuori, non era mai entrato.
Fece una stupenda vacanza in Francia.
Lì pensò che non aveva nessuno a cui spedire cartoline a parte sua mamma.
Socializzò in quella vacanza e strinse un rapporto bellissimo con una donna di una cinquantina d’anni, single come lui.
Iacopo diede il primo bacio a cinquantacinque anni.
Era come se fosse tornato indietro di quarant’anni, per caso, senza rendersene nemmeno conto.
Era sempre stato perfetto, lo era troppo, per questo era senza gioia.
Ora stava meglio, si divertiva.
Capì che quando gli capitava una cosa bella non doveva lasciarsela sfuggire, capì che doveva rischiare.
Quell’anno, per lo stupore della mamma e dei parenti, si sposò con quella donna, con la quale si divertì.
Iacopo aveva cinquantasei anni quando nacque suo figlio, una vera rivincita nella sua monotona vita che non era più tale.
In molti avevano paura che fosse nato con qualche problema, data l’età del padre, avanzata per avere un figlio.
Nacque bellissimo e senza un minimo problema, il piccolo Marco.
Cominciarono a viaggiare, Iacopo, la moglie, il figlio e il gatto.
Avevano venduto la piccola casa al quinto piano dove abitava Iacopo quando stava da solo.
Ne presero una più grande.
Avevano comprato anche una monovolume.
Stavano andando in vacanza.
Era la prima volta che Iacopo vedeva qualcun altro nel gabbiotto del Telepass dove lui era invecchiato, gli fece uno strano effetto.
Morì all’età di centocinque anni di morte naturale.
Sua moglie, di un secolo di vita, morì dopo qualche giorno per il dolore e perché non riusciva ad immaginare la sua vita senza il marito.
Iacopo visse da quel mercoledì di quel lontano luglio, quando qualcosa scattò in lui.
Ora non era avaro, era più aperto.
Aveva comprato anche degli occhiali nuovi.
Marco aveva quarantaquattro anni e tre figli splendidi.
Iacopo aveva rotto la routine e la perfezione, ne era felice, aveva cominciato a vivere e aveva smesso di invidiare la gente che lui, come una voce fuori campo, guardava partire.
Come vorrei che fosse giorno.
La notte passerà veloce.
Ma come farò a chiudere gli occhi?
Vorrei solo che fosse giorno
Per rinascere insieme al sole
E giocare con le onde.
Spesso penso alla notte.
Non sono felice di notte.
Per questo vorrei che fosse giorno.
Non voglio aspettare tutta la notte
Per riflettere il mio spirito nel tempo.
Per questo vorrei che fosse giorno.
Aspetterò con ansia il giorno.
L’estate per lei arriva solo quando è giunto il momento di andare al mare. Infatti, da quando era piccolina, pensa a Termoli come la città dell’estate.
Ora è cresciuta e anche se le pesa passare venti giorni in compagnia dei suoi genitori, tutto sommato crede ancora che quello sia un luogo magico…
Poco distante dalla città di Termoli l’aspetta la sua piccola casetta, dall’odore di mare e di sabbia…lungo la strada cerca di fissare nella sua mente quei paesaggi: vede campagne arate, sente l’odore dei fiori, mette la mano fuori dal finestrino per assicurarsi del caldo che l’aspetta lì. Aspetta solo lei, lo splendido sole che la mattina l’accarezza con i suoi raggi così colorati…
Finalmente è arrivata. Si fionda ad ammirare il mare dal muretto…si accorge che nulla è cambiato dall’anno precedente…le bimbe sembrano cicale al sole…parlano, si sentono come più grandi…appena la vedono corrono a salutarla:
-Ciao!! Che bello finalmente sei arrivata! Vuoi giocare con noi?-
“Ecco. Lo sapevo – pensa - me l’hanno chiesto…e ora che faccio? Dai, metto la solita scusa: no, sono appena arrivata…devo disfare i bagagli!” E si allontana evitando di guardare le facce sconsolate delle bambine.
Entra in casa e sente un brivido salirle su per la schiena. Si avvicina a quella foto. Che strano effetto rivederla ogni anno sempre al suo posto…è una piccola foto di famiglia, in bianco e nero: ci sono dei bambini sulla spiaggia e poi… il nonno.
La mamma le diceva che era un uomo straordinario, intelligente, colto, un ottimo marito e un padre perfetto. La magica casa al mare l’aveva comprata lui, con i sacrifici di una vita.
Grazie ai racconti può amarlo e cerca di immaginarselo accanto.
Tramonto. Sensazioni: insolita tranquillità. Rumori: leggero ondeggiare del mare. Colori: rosso il sole, l’acqua grigio argento con riflessi rosa e gialli. Odori:vaniglia e sale.
Si siede e per caso gira lo sguardo, dando le spalle al tramonto. Che visione! Un ragazzo si allena con un bastone volteggiando come in una strana danza orientale; è come se fosse stato sempre lì. Le sembra che il tempo si sia fermato mentre lo guarda. Lui è totalmente immerso nel suo mondo. Così, come in un rito, lei ad ogni tramonto si siede sul muretto e contempla quel ragazzo che danza col vento e seguendo i raggi del sole, guarda il mare.
Riflessioni: solo il mare, quel mare, la rende libera. Sfiora la sabbia tiepida del sole del mattino. Il sole però sprofonda nel mare e porta con sé il cuore della ragazza.
L’alba invece è qualcosa di diverso: è una “nuova vita”, un “nuovo cuore”. Il sole le scalda i pensieri e l’acqua fredda li tiene a bada. ECCOLO! Di nuovo lui. Stavolta però non danza col vento, ma col mare: è su una canoa.
La luce del mattino lo ha cambiato. È diverso, meno accattivante, ma ugualmente bello. Lei rabbrividisce e sente il fondo del mare che le incatena i piedi…come se le alghe prendessero vita e le limitassero il campo d’azione. Allora se non lo può seguire si accontenta di osservarlo nei suoi movimenti.
Chiudi gli occhi anche tu. Lo riuscirai a vedere, perché lei non l’ha più visto… però è sicura che prima o poi, all’improvviso, darà le spalle al tramonto e lo ritroverà lì, in tutta la sua bellezza, al tramonto, all’alba… deve solo saper aspettare l’estate.
L’estate è un gioco di suoni, colori, insolite sensazioni.
Allora il suo posto è lì, nella sua terra, nel suo mare, con i suoi suoni e le sue emozioni, i suoi colori. In un breve sogno d’estate, lei e l’uomo del vento.
Il mio cielo è così, senza nuvole. Nuvole? Come? Nuvole. No, non dire così. Le nuvole sembrano qualcosa di negativo.
Per te forse. Io vedo sempre le nuvole prendere vita. L’altro giorno mi è sembrato di vedere una rana. Ma era una nuvola. Oppure un panino! Un panino? Non ho mai sentito nessuno dire di vedere in una nuvola un panino. Si forse con molta immaginazione ci potrei arrivare anche io…no in effetti non ho molta immaginazione.
Strane le nuvole. Strane come tante giornate d’inverno. Mi sembra che il tempo non passi mai. Ti guardo negli occhi e cerco di capire cosa mi puoi donare. L’unica cosa che vedo è la notte. Una notte senza la luna, senza nuvole dalle strane sembianze. Non sento più le voci felici. Ma solo parole confuse e insensate. Non più nuvole dalle strane sembianze, ma solo una macchia color pastello.
Ti ho scritto una poesia. L’hai letta? No, forse no. Ti ho scritto una canzone. L’hai ascoltata? No. Mi infetto del tempo che passa.
Non posso far finta di non vedere le nuvole. Ho in testa il viso di qualcuno più speciale di te.
L’aria sembra così pulita, quasi respirabile. E le nuvole? No oggi non ci sono nuvole. Non c’è la luna, non ci sono stelle. Forse domani. Ma oggi no. Ci siamo solo io e te.
Era fredda quella giornata di inizio primavera. Sembrava che nell’aria l’inverno si fosse fermato e avesse bloccato il sole che tardava ad arrivare. Era strana quella giornata di inizio primavera.
Si guardava intorno. Le piaceva guardarsi intorno quella mattina fredda di inizio primavera. La brina sulle foglioline più piccole la faceva sorridere. Che gioia guardare che anche la natura cambia. Proprio per questo si sentiva confortata. La natura e il mondo intero come lei erano in continuo cambiamento. Che gioia. Sognava di volare e bagnarsi il viso con l’aria strana e pungente di quella mattina fredda di inizio primavera. Il volo è il viaggio verso te stesso, verso ciò che sarai o ciò non sarai mai. È la scommessa che ognuno fa su di sé. Lei riteneva che la scommessa più importante nella vita di un uomo fosse la musica. La musica riempiva i suoi silenzi. Le faceva compagnia. Si accorgeva che mettendo le mani sulla tastiera o sulle corde del basso si sentiva una persona migliore. Non sempre veniva capita quando, in bilico sul filo sottile dei suoni, sognava un mondo migliore. “Te la dedico”: era questo il suo modo di dire ti voglio bene.
E quindi quando vedeva tanta indifferenza attorno a lei rabbrividiva. E pensava. Pensava che il destino di tutti è di non essere capiti fino in fondo. Che tutti gli sforzi che giorno dopo giorno ci riempiono le giornate non servono più di tanto. E perché? Perché ognuno vive le gioie da solo. E invece lei era triste perché non aveva nessuno con cui condividere le sue gioie.
Quindi era quella fredda mattina di inizio primavera che tentava di farla diventare un’altra persona facendole capire che non era sola.
Improvvisamente decise di fare un viaggio.
Si sentì come rapita in un quadro di Monet. Si respirava un’aria diversa.
-Mi chiamo S.- le disse con aria insicura e felice.
Lei stava per dirgli il suo nome quando lui la interruppe.
-Tu ti chiami D.- disse lui.
Rimase per un attimo a riflettere... ma cosa le stava capitando? Uno sconosciuto sapeva il suo nome e lo pronunciava con una tale naturalezza che all’improvviso ebbe la sensazione di conoscerlo da sempre. Per un istante le era sembrato di ricordare tutto di lui, nonostante non lo avesse mai visto prima. E quell’istante si trasformava a poco a poco in una vita parallela. Proprio in quell’istante parlavano seduti l’uno affianco all’altra di fronte all’oceano. Tutte le sue paure sembravano dissolversi nel nulla e si sentiva immersa in una nuvola. Non riusciva a spiegarsi come potesse sapere tutto di quel ragazzo. Quell’istante si riempì di tenere conversazioni. Si erano incontrati e ora ripartivano insieme. Tutto in un istante.
Non faceva caldo in quell’interminabile istante. Anzi era più freddo del solito, nonostante fosse una giornata di inoltrata primavera.
L’istante si trasformava lentamente in attimo. Lui le continuava a ripetere una frase. La ripeteva e ogni volta che la pronunciava gli sembrava più dolorosa e straziante... intanto percepivano che l’attimo si stava consumando... “Ti dovrò dimenticare per continuare a vivere.”. Ripeteva il ragazzo misterioso.
Mentre le parole venivano ripetute prendevano forma. Mille pensieri le passavano per la testa in quell’interminabile attimo.
Voleva dirgli che anche lei avrebbe dovuto dimenticarlo per affrontare la vita. Come uscita da un quadro l’attimo era ormai terminato. Triste sensazione. Tutto era svanito. Niente era nitido ormai. Tutto era confuso e sporco.
E così si svegliò all’improvviso con l’odore del caffè una mattina fredda di inizio primavera con la sensazione di aver vissuto l’attimo più bello della sua vita.
Riferimento puramente casuale
Paolo Massari
Era uno psichiatra sulla cinquantina, era un uomo vispo, attento, i suoi occhi erano frenetici, chiari e isterici e correvano veloci, facevano paura. Aveva divorziato, analizzava tutto ciò che la moglie faceva ed era diventato matto a forza di stare con i matti, lei glielo ripeteva in continuazione.
Aveva i capelli abbastanza lunghi, arruffati e mai in ordine.
Era estate e lui non usciva ormai da molto tempo e così si rimbambiva di fiction e soap opere, pur sapendo il loro scarso valore filmico.
Così rimaneva in pigiama, alle volte rimaneva proprio al letto, magari si alzava solo per mangiare qualcosa o andare in bagno, le serrande le lasciava chiuse e accendeva tutto il giorno la tv, staccava il telefono per non essere disturbato. In un certo senso si immedesimava anche nei personaggi, forse anche un po’ troppo.
Infatti, stette tutto il giorno a pensare a quella frase che compare alla fine di ogni episodio: “ogni riferimento a fatti, persone o cose è puramente casuale”.
Aveva sempre pensato che fosse diventato psichiatra per una pura casualità, che si fosse sposato per una pura casualità, che la sua vita fosse puramente casuale, se quindi ogni episodio di quelle serie infinite, aveva riferimenti casuali, quei riferimenti erano suoi, qualcuno lo spiava, copiava la sua vita, era come il film che aveva visto qualche giorno prima, “the Truman show”. Così fece causa a tutti i produttori e poi, per non farsi più spiare, sparì chissà dove e chissà se da lì si sarà arrabbiato quando avrà guardato la tv e avrà sentito parlare di lui a “chi l’ha visto”.
Ho appena letto la raccolta di poesie, “Poesie dell’amore migratore” di Enzo Ragone, toccante e coraggiosa. È come una “contemplazione”. Lo sguardo si disperde in infinità di “spazi” diversi, “migratori” come il cielo, le nuvole, l’orizzonte. La poesia riflette sul tempo, sui sogni, sulla speranza del “ritorno di nuovo inizio” dalla riva di un fiume, all’alba. Le notti si sfogano nella pagina bianca, che “è più del cielo e di tutti i mondi che lo abitano”. È solo qualcosa di tanti versi di vera poesia, l’unica che può facilitare anche la nostra “contemplazione”. Spesso le pagine bianche delle nostre notti trovano spazio solo per annotare i conti da pagare, le “rogne” da sbrigare l’indomani. Non andiamo lontano, come con la poesia. Ragone prende qualcosa da ogni nostro giorno e con i suoi versi emoziona noi, nient’altro che tanti “orfani del vento”.
di Paolo Massari
“Verrò a prenderti io, la prossima settimana, qui, verso le 15 e 15, va bene amore mio?”.
“Certo caro, a presto, stammi bene e mi raccomando, puntuale!”
E dopo ulteriori saluti, i due innamorati si lasciarono per ritrovarsi dopo sette giorni. Durante quella settimana i due ragazzi, Stefano e Gloria, si sentivano telefonicamente circa una volta o due in un giorno. Arrivò il giorno tanto atteso e Stefano, puntuale come un orologio svizzero, attendeva con un mazzo di rose bianche la sua adorata Gloria. Eccolo, è arrivato il pullman n. 15 da Bologna. Con un misto di ansia e di fretta per rivedere la sua ragazza, Stefano osservava spasmodicamente l’uscita del pullman, fino a quando quella porta si aprì. E dopo che da quel veicolo erano uscite persone di tutti i tipi, come una singolare signora bassa e molto robusta che spingeva suo marito gracilino verso l’uscita, Stefano vide Gloria. Contentissimo Stefano si avvicinò a lei e andò per abbracciarla e baciarla. Lei però urlò istericamente alle persone presenti chiedendo di levarle di dosso quell’individuo che la stava importunando. Stefano si allontanò da lei. Mentre stava per darle le rose fu bloccato da due poliziotti che erano stati chiamati da alcune persone. Avevano assistito allo “spettacolo” accaduto pochi minuti prima. Stefano era molto confuso, come se fosse piovuto dal cielo in quell’istante e non sapesse chi era attorno a lui che cosa avesse fatto e perché. E dopo quest’attimo di distacco dal mondo che lo circondava era rintronato dalle guardie che gli chiedevano il suo nome e di seguirli. Egli disse velocemente ai due “Franceschelli, Stefano Franceschelli” e poi si rivolse a Gloria dicendo: “Gloria perché mi fai questo, perché ?”, e con disprezzo la donna disse che il suo nome non era quello appena pronunciato dal ragazzo. Stefano continuava, continuava a dirglielo, ad urlare, erano urli disperati di paura e di impotenza. Paura perché aveva paura del suo futuro, di se stesso, e di continuare senza Gloria, disperazione perché non riusciva ad essere compreso da chi aveva attorno e di impotenza perché non sarebbe riuscito a farsi capire. Gloria fece scattare una denuncia per “tentate percosse”. Stefano fu portato in caserma. Nella caserma della polizia locale, il commissario disse a Stefano che avrebbe chiuso un occhio per l’accusa di “tentate percosse” verso Gloria, se così si chiamava, ma ritenne opportuno che Stefano avesse avuto un colloquio con lo psicologo della caserma. Lo psicologo disse ai familiari di Stefano che forse una permanenza in una casa di cura avrebbe giovato al ragazzo. E Stefano stette per un mese in casa di cura e dopo essere stato giudicato “sano di mente”, appena tornato dai suoi, chiamò a casa della madre di Gloria, dove la ragazza viveva. Dopo aver chiesto di poter parlare con Gloria, una signora gli disse con tono gentile “Mi dispiace, ha sbagliato numero”.