Libri&dintorni

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Utente: frontespizio
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Contatore

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giovedì, 30 novembre 2006

Il Circolo ARCI di Pelago (Fi)
con il patrocinio del Comune di Pelago – Assessorato alla Cultura
invitano
 
Venerdì 1 dicembre – ore 21.30
Circolo ARCI – piazza Ghilberti 25, Pelago
 
alla presentazione del libro di ENZO CARRO
L’Eredità di Partenope
(ed. Simboli, Napoli)
 
intercalato da
Recital storico/comico/cantato
Viaggio nella storia del canto di Partenope
 
Enzo Carro (chitarra e voce)
Anna Corallo (voce)
 
Per informazioni: 055.8326051
postato da: frontespizio alle ore 10:36 | link | commenti (1)
categorie: @eventi

Luisona DAY

BAR SPORT COMPIE TRENT’ANNI

9 dicembre, ore 21.00

Libreria "Libri & Dintorni" - via cannavina 19/21 - campobasso

Pino Venditti e Maria Teresa Spina

leggeranno brani tratti dal libro "Bar Sport"

30 i posti a sedere

dal sito www.stefanobenni.it/luisona/

Quest’anno è il trentesimo anniversario della pubblicazione di Bar Sport, mitico esordio letterario del Lupo (Stefano Benni).
Qualcuno voleva dimenticarsene? Noi no!
Invitiamo tutti gli amici del Lupo, il 9 dicembre o se proprio non fosse possibile giù di lì, a organizzare una piccola lettura in un bar del proprio paese o città. Potrete leggere un libro del Lupo, oppure un libro di un altro, l’importante è fare una piccola festa della lettura condivisa.
Basta anche per dieci persone, ma datevi da fare. Inviate il vostro nome, l’orario e il libro letto a
info@stefanobenni.it. Noi li pubblicheremo tutti.

Via al Luisona Day!

Consultate l'elenco sul sito

Bar Sport, Stefano Benni, Feltrinelli 2003, 14 ed. 136 pag., € 6,50

Ci sono bar e bar e poi c’è il Bar Sport che tutti li accomuna e li fonde in un solo paradigmatico universo, in una sola grande scena di umanità raccolta sotto la fraterna insegna come intorno a un fuoco, intorno al calore di un’identità minacciata. Stefano Benni, con il suo Bar Sport, ha aperto la porta su un mondo che per tutti è diventato un luogo, anzi il luogo familiare per eccellenza. Il Bar Sport è quello dove non può mancare un flipper, un telefono a gettoni e soprattutto la "Luisona", la brioche paleolitica condannata a un’esposizione perenne in perenne attesa del suo consumatore. Il Bar Sport è quello in cui passa il carabiniere, lo sparaballe, il professore, il tecnnico (proprio così, con due n) che declina la formazione della nazionale, il ragioniere innamorato della cassiera, il ragazzo tuttofare. Nel Bar Sport fioriscono le leggende, quella del Piva (calciatore dal tiro portentoso), del Cenerutolo (il lavapiatti che sogna di fare il cameriere) e delle allucinazioni estive. Vagando e divagando Benni ha scritto la sua piccola commedia umana, a cui presto aggiungerà un nuovo capitolo. Ebbene sì, Bar Sport è vivo, è ancora vivo.

da un articolo di Andrea Massidda, tratto da "La nuova Sardegna", 4 luglio 2006

Il lupo ha i capelli candidi che gli spuntano dai lati della testa come fossero ali, lasciando al centro una grande pelata annerita dal sole. Il Lupo, insomma, a cinquantanove anni, ha perso un bel po' di pelo ma non certo il vizio di ululare con quell'ironia stralunata e pirotecnica che contraddistingue i suoi scirtti sin dai tempi di Bar Sport. Il Lupo, ossia Stefano Benni, talento visionario della narrativa italiana, naturalmente sa essere cattivo (altrimenti che lupo sarebbe?) ed è anche per questo che i suoi libri sono considerati un "cult".

La Luisona

da Wikipedia, l'enciclopedia libera

La Luisona è una pasta (cioè una brioche) protagonista dell'omonimo capitolo del romanzo Bar Sport di Stefano Benni, pubblicato nel 1976. 

Secondo il surreale (ma verosimile) ritratto che Stefano Benni fa dei bar italiani, nella maggior parte dei bar dei paesi di provincia (di cui il "Bar Sport" è il prototipo), la bacheca delle paste è "puramente coreografica", e le paste sono "ornamentali, veri e propri pezzi di artigianato". Perciò restano in bacheca per anni tanto che gli avventori ormai le chiamano familiarmente per nome.

La Luisona è la "decana delle paste" del Bar Sport. Risalente al 1959, è "una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di granella in duralluminio". La Luisona venne mangiata da un incauto rappresentante di Milano, che subisce le conseguenze del suo atto insensato: "fu trovato appena un'ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori".

postato da: frontespizio alle ore 09:53 | link | commenti
categorie:
mercoledì, 29 novembre 2006

Giù.

Eccomi amore mio. Sono caduta giù giù giù. Ogni giorno ti ho pensato e ti ho amato. Mi chiedo perché sono giunta qui. Questo non era il posto delle nostre follie? Quando ti penso ti amo. La distanza ha eliminato la mia essenza, il tempo. Ci sarà il nostro tempo. Io sono qui che ti aspetto. Non era più il mio posto, lo sapevi bene. Io continuo a pensarti, ad amarti, ad aspettarti. Il rosso che punge non c’è più. Il blu che taglia è sparito. Tutto è finito nel mare. Io sono qui in fondo all’oceano che ti aspetto. Vorrei ricordare. Ricordo solo te. Adesso sono qui. La corrente mi porta lontano e sempre più giù giù giù... Mi parli mentre io sono qui in fondo all’oceano, immersa da acque violente. Non c’è più il rosso che punge. Non c’è più il blu che taglia.

postato da: iolenovelli alle ore 22:02 | link | commenti (3)
categorie: #iole novelli poesie

Luigi Incoronato, scrittore e rivoluzionario disarmato

Estratto di un "Saggio breve su Luigi Incoronato"  di caterina sottile 
Luigi Incoronato è figlio di quel Meridione trafitto dalla guerra e dalla povertà, palcoscenico di una trasformazione sociale lentissima e drammatica in cui la società rurale ha assorbito il progresso e lo sviluppo solo in superficie. Figlio di emigranti, nasce a Montreal nel 1920. Viene in Italia negli anni trenta e studia a Palermo. In seguito frequenta la Scuola Superiore Normale di Pisa dove avrà Luigi Russo come maestro.
Si laurea presso l’Università di Napoli con Giuseppe Toffanin con una tesi sulle Operette Morali di Leopardi. Diventa insegnante di lettere ma nel 1940 raggiunge il fronte francese come ufficiale di leva. Combatte nella guerra d’Albania sul fronte greco-albanese. La guerra sarà ispirazione del romanzo autobiografico Le pareti bianche.
Rientra in Italia con la Liberazione e la conoscenza dell’inglese gli consente di diventare interprete nel Molise presso il Comando Militare Alleato. Entra a far parte del Comitato di Liberazione; una esperienza forte che trascrive nel romanzo Il Governatore.
Dopo la guerra torna a Napoli e riprende l’attività di insegnante. Collabora a giornali e riviste importanti come «Paese Sera», «Il Contemporaneo», «Cronache Meridionali» e nel 1960, insieme ad altri scrittori tra cui Domenico Rea, Mario Pomilio, Michele Prisco, Luigi Compagnone, fonda la rivista «Le Ragioni Narrative».
Il suo romanzo d’esordio, Scala a San Potito[1], scritto nel 1950 ed edito da Mondatori,gli varrà il secondo posto al premio Hemingway. Nel 1952, sempre per la Mondatori, pubblica Morunni[2]. Nel 1960 Il Governatore verrà insignito del Premio Napoli. Nel 1963 scrive Compriamo bambini e nel 1968 Le pareti bianche.
Pubblica numerosi racconti (La festa, Il ritorno di un partigiano, Ale’ Ale’ Ururi, Il Minotauro, e l’ultimo, pubblicato postumo, A che serve uno scrittore) su «Paese Sera», «Rinascita», «Il Campione».
Il più significativo, per il modo in cui emerge l’identità politica e soprattutto morale di Incoronato, é Don Maso Vizzini, magnifico ritratto di un ragazzo al centro di un universo disomogeneo e conflittuale; un “figlio del padrone” che acquisisce coscienza civile e politica attraverso l’educazione e la scuola ma resta drammaticamente dilaniato dal distacco da sé che l’emancipazione culturale inevitabilmente determina in un giovane intellettuale che non può ingabbiare se stesso negli schemi e nei ruoli prestabiliti dalle convenzioni.
È un “Gattopardo” braccato dalla sua coscienza; un uomo al quale il “libero arbitrio” impedisce di accettare i privilegi sociali come naturali, salvo reagire da Gattopardo, quando la sua proprietà è minacciata. Una sorta di carattere genetico per la sopraffazione che inasprisce fatalmente il conflitto tra le classi; e forse la manifestazione di una diffidenza viscerale di Incoronato per i potenti.
È una traccia sociologica e letteraria che disegna un legame implicito fra tutte le opere di Incoronato, e lo rende così idealmente lontano dalle sue origini ma stilisticamente vincolato ad esse.
Il racconto Le terre del bosco è testimonianza storiografica importante su un fatto realmente accaduto ad Ururi: un gruppo di braccianti agricoli tenta di occupare le terre del Bosco (oggi bosco Pontone), e la rivolta è sventata dai carabinieri armati di mitra. Da questo episodio parte la condanna di Luigi Incoronato per le politiche latifondiste che hanno radicato tra i contadini meridionali quella sfiducia atavica per l’Istituzione, l’insofferenza anarcoide che ha portato a considerare lo Stato un nemico oppressivo. Probabilmente Incoronato vede proprio in questo il presupposto della “cultura dell’illegalità”, dell’omertà e del brigantaggio che ha paralizzato l’emancipazione del Mezzogiorno.
[1] Rist. da Tullio Pironti Editore, Napoli 1988, con una nota di Giambattista Faralli.
[2] Rist. da Marinelli editore, Isernia 1988, con una prefazione di Michele Prisco.
Vasco Pratolini aveva scritto a Incoronato poco dopo la sua morte, nell’aprile del 1967, rivolgendosi a lui come se potesse sentire:
 
Con questo tuo figlio che lasciai bambino, il nastro nero alla manica dell’impermeabile, abbiamo parlato di te ma a strappi. Come un fiero segreto. Tu hai «concluso», certo, ma credi che sia facile, e andare avanti, non dico per noi, per tuo figlio, meno doloroso? D’un tratto egli ha sorriso, domani si laurea, farà il magistrato; hai ragione, forse ragazzi come lui porteranno giustizia ed è stato utile vivere questi anni che sono cresciuti.
 
Così dunque, così muore uno scrittore: non morendo affatto! Lasciando dietro di sé il senso di sé. Stanco, forse, di quella lotta con la realtà che non capisce la sua immaginazione, ma vivo. Gli scrittori muoiono vivi. Anche se si illudono di non aver mai avuto tempo per vivere.
 
postato da: tintarella1 alle ore 21:52 | link | commenti (3)
categorie: #caterina sottile

Generosità

Passano come gocce di fango lungo la storia

i poveri della guerra.

Cercano una casa da chi li ha derubati del futuro.

Cercano mani estranee da cui prendersi il pane.

Il sangue è gratis,

lo regalano gli aerei dei ricchi.

postato da: tintarella1 alle ore 21:44 | link | commenti (3)
categorie: #caterina sottile

L' ULTIMO GIORNO

Indossò la sottoveste dal colore violaceo con piccoli movimenti leggeri e armoniosi, con un che di snervato.
Si preannunciava una giornata ordinaria, di coordinate azioni casalinghe, di efficientismo produttivo. Dopo aver terminato la vestizione, si spazzolò la bella chioma argentea dai metallici riflessi azzurrini.
Subito dopo iniziò a lavorare, c’era sempre qualcosa da fare, la polvere si infilava dappertutto, bisognava sprimacciare i cuscini,riordinare il tutto, lavare i pavimenti, solo dopo preparava la colazione per lei: non aveva orari, aveva imparato a non averne, a respirare un poco tra un impegno e l’altro.
Mise sul fornello un pentolino, un po’ ammaccato a dire il vero, con del latte, lo faceva bollire per poi intingervi delle fette di pane,secondo le consuetudini della sua infanzia nella campagna veneta.
Ormai si poteva dire che si nutriva unicamente di zuppette e di budini di latte e uova, per via della delicatezza di stomaco, diceva lei. Questa era una sua ottusa convinzione, non corroborata da alcuna verifica medica, non erano necessarie verifiche esterne, era lei stessa il suo proprio medico.
Subito dopo aver messo il latte a bollire, preparò la tazza ed il pane sbocconcellato e li mise da parte.
Tirò fuori , poi,  una pentola più capiente, per cuocere a fuoco lento delle pesche di seconda scelta, che le erano state regalate dal fruttivendolo il sabato precedente, il giorno in cui era uscita con quella sua bella gonna di seta a fiori screziati, di eleganza estrema.lei una donna di finezza quasi perversa che andava a fare compere per la cena della sera a base di diverse qualità di lesso, cena a cui era stato invitato il figlio maschio con la moglie. Era stata la sera in cui il figlio si era accorto del suo vecchio messale dalla copertina nera e dal segna -pagine dorato, e le aveva chiesto chi mai leggesse quelle massime e quelle affermazioni di carattere apocalittico o quantomeno fortemente punitivo, quasi si trattasse di un libro di chiesa risalente ad epoche ormai remote, di stampo posttridentino addirittura, un libro con una visione manichea e quasi tenebrosa della condizione umana. A quel punto, la madre non si era peritata di rispondere assertivamente, che era proprio lei a leggerne un paio di righe ogni sera , ricavando da quei termini tuonitronanti  da quell’enfasi retorica volta a mettere in primo piano immagini di morte ed espiazione, una sorta di misterico conforto, quasi come se il peso spirituale della crudezza di un mondo rappresentato a tinte fosche finisse , per osmosi, a stingere timori e dubbi, in modo perfino assurdo, ne convenne.A questo punto il figlio pensò ad una specie di processo di mitridizzazione, un po’ di veleno al giorno per restare stranamente in vita,un breve assaggio di infernale girone per attingere poi ad una visione salvifica.
Il figlio rimase comunque stranito,non era abitudine di lei un approccio devozionale, la madre era una donna dalle idee  moderne che anzi aveva mal sopportato il suo essere capitata in una famiglia(quella del marito) cosi banalmente asservita alle norme ataviche di un bigottismo che non si poneva domande, e che non lasciava neppure respirare se per questo.
Mentre sul fuoco cuocevano lentamente le pesche, lei si mise a consumare il suo umile pasto a base di latte, sospendendo ogni altro pensiero che non riguardasse i figli;pensò un poco ad ognuno di loro, anche a quello che avrebbe potuto essere il quinto,quello che aveva partorito da sola al sesto mese, perfettamente formato e nato morto, l’aveva partorito in bagno  e gli schizzi di sangue erano dappertutto, come se avessero scuoiato un maiale. Non l’aveva dimenticato , mai avrebbe potuto, come poteva mai farlo.
Ritornò in sala da pranzo, adesso , forse per analogia, aveva iniziato a pensare alla nuova nascita che ci sarebbe stata da li ad un mese, la nascita di una nipotina , la figlia della sua prima figlia.
Dalla scatola che racchiudeva fili forbici aghi prese un ritaglio di stoffa con sopra disegnato un fiore,voleva cucirlo sopra un paio di pantaloncini da neonato: doveva farle un regalino, lei che era cosi brava a ricamare e aveva fatto a mano tutto i corredini per i suoi figli.
Accarezzò a lungo l’indumento con le sue belle mani,era un movimento lento,un po’ stanco, quasi decelerato.Ben presto si accorse che tutto stava decelerando,gli oggetti  familiari intorno a lei si erano fatti opachi e pesanti,l’aria stessa era diventata come immobile, quasi si trovasse all’improvviso in una bolla vitrea in un laboratorio asettico, in una stanza chiusa dove provassero procedimenti di frammentazione artificiosa , di esplosioni sotterranee infinitesimali.
Senza alleggerimenti liberatori, il mal di testa, un mal di testa di acuti coltelli puntuti, si fece pressante, un mal di testa preagonico. Fece appena in tempo a rientrare in cucina, e a spegnere il fuoco sotto la pentola, sul cui fondo le pesche si erano rapprese su una patina di bruciaticcio.
Cadde, poi, cadde rovinosamente, con un movimento sbilanciato e scomposto, come se venisse afferrata da una onda marina sinusoidale e risucchiante, fino ad impietrarsi con un tonfo sordo sul pavimento finto marmorizzato , massa invertebrata e ormai sfusa …………..Cadde proprio come un piccolo uccello decollato, a picco.
Dalla gonna comune e da casa si intravedeva la bella sottoveste: era una sottoveste di seta, ed il suo color di violacciocca dalle sfumature screziate  e gli inserti di pizzo nero ai bordi le davano una consistenza più sofisticata, quasi si trattasse di un reperto di tempi migliori.
Di quella sottoveste, tagliata a pezzi asimmetrici dalle pesanti forbici degli incaricati della assistenza pubblica, che avvolsero il suo corpo nudo in una specie di camicione sterilizzato prima di legarlo su di una barella e portarlo giù a piedi per cinque piani, rimasero brandelli scoordinati per terra, nell’esatto punto del cucinino dove era caduta, facendo sobbalzare gli odiosi inquilini del piano di sotto che ,subito, ipotizzando, per riflesso mentale paranoico, un rumore voluto.alzarono all’unisono- loro, la coppia incestuosa di madre e figlio dal solito cappellino con la tesa rivoltata, capellino tenuto ostinatamente sul capo sia d’estate sia d’inverno- i bastoni delle scope, picchiando duro e ritmicamente sul soffitto, come avvertimento lugubre di fare silenzio.

postato da: DOMACCIA alle ore 09:54 | link | commenti (6)
categorie: genere / racconti, #domaccia racconti
martedì, 28 novembre 2006

REICHSTAG 1945

di Luciano Mastrocola

Dubitai subito delle parole di Clara.

Non la reputai sincera dall’inizio e chissà cosa avrebbe mai potuto renderla convincente nella sua maniacale ricerca di termini adatti a dire quello che in realtà voleva già da un pezzo. Presi a frugarmi nei pantaloni, alla ricerca di monete necessarie per entrare in un tabacchi e comperare Pall Mal blue e un “gratta e vinci”. Le prime, in numero di venti, le avrei fumate una dietro l’altra, nella folle corsa dei pensieri rintananti nei vicoli notturni del mio cervello. Il secondo, rappresentava l’illusione che, bruciando in meno di un minuto, sarebbe mutata in cenere. Se potessi vincere cento milioni comprerei una casa. Farei un viaggio in Germania, per frequentare qualche night di lusso e perdermi così tra le braccia di adescatrici sconosciute. Donne con le quali tutto sarebbe più facile, considerato che la differenza di lingua, darebbe al rapporto la sua giusta dimensione di cosa da poco conto. Mi sdraierei sul verde antistante il palazzo Reichstag a Berlino, per studiarlo e scovare finalmente il punto esatto in cui Evgenij Chaldej, scattò la foto ad un soldato dell’Armata Rossa che sventola la bandiera dell’Unione Sovietica. E’ il maggio del 1945 la capitale brucia per i bombardamenti ed è semplice individuare la fragile natura di una città violentata e costretta a patire una lacerante divisione, simile a quella a cui Clara voleva portare la mia anima. Chi o cosa, in me stesso, fosse in grado di rappresentare quel soldato lo ignoravo, ma ero frastornato da quel gesto in quella incantevole foto. Sembrava rivolgersi a Dio ignorando la paura, con la provocazione di sentirsi per qualche attimo il solo re di quel cielo camuffato di grigio dal fumo delle bombe, ma pur sempre azzurro e libero.

Calpestando marciapiedi che conoscevo in ogni crepa, forzando questi ed altri pensieri,  mi decisi a entrare nell’ultimo tabaccaio dinanzi il portone di casa. È sempre stato un piccolo locale scuro, ma solamente in quell’ istante compresi che in via Marconi c’era un luogo di iniziazione, dove poter spendere qualcosa procurandosi illusioni e fumo. Il proprietario è un uomo anziano, basso e con un apparecchio acustico. Sulle sue labbra, un baffo d’altri tempi sembrava saperla lunga su quella miseria.

- Buonasera. Pall Mall Blue e… - non terminai la frase. Lui lesto, mi voltò le spalle e con una gestualità abituale, afferrò un pacchetto di sigarette e lo poggiò sul bancone.

- E…? - mi si rivolse seccato.

- …un “gratta e vinci”! – risposi.

- Non ho mai avuto quella roba. Dannata voglia di spendere inutilmente danaro. Pensa di fare soldi ripiegando sulla fortuna? Superstizioni! Per trent’anni sono stato dietro questo bancone a vendere prodotti da fumo di ogni tipo, francobolli e cartoline di una città che mutava frettolosamente, rendendo quegli stupidi rettangoli di cartone cimeli nel giro di pochi mesi. Le uniche cose che ho potuto permettermi sono state uno squallore di casa e quel poco che basta per mantenermi in vita. La morte si è presa mia moglie presto, lasciandomi solo e con la promessa mai mantenuta di portarla a… - 

Con fredda determinazione afferrai il pacchetto di sigarette sul bancone, pagai e sistemando il collo del cappotto, lo guardai fisso negli occhi e dissi:

- Non posso credere a nessuna delle parole di Clara. Lei non la conosce. Ma il vuoto che pian piano mi scava dentro come un tarlo affamato è simile a quello che lo ha consumato per tutti questi anni. Rinuncerò a Berlino, magari a molte delle mie illusioni. Rinuncerò a grattare uno stupidissimo biglietto argentato e al sonno per settimane.

Prima di varcare la porta di casa, scartai le sigarette, ne presi una, la portai alla bocca e accesi. Dovevo assolutamente chiamare Maurizio. Inventare una scusa, la più banale possibile. Quello che mi forniva da mesi era solo un posto da cameriere nel suo bar, ma fu portandosi a letto Clara che ebbi la sensazione che si trattasse di qualcosa di più. Una sfida. Un conflitto dove non c’era spazio per sentimentalismi, ma soltanto per avidità, cupidigia. Al mercato di antiquariato presi un vecchio elmetto delle Armate Rosse. Lo indosso davanti allo specchio, vaneggiando di essere il soldato del Reichstag.

Non era il coraggio quello che mi mancava,  ma l’amore.

postato da: Lux77 alle ore 11:31 | link | commenti (4)
categorie: #luciano mastrocola racconti

L'ISOLA RIFLESSA

Il mare, esperienza panica della natura

Fabrizia Ramondino, L'isola riflessa.
Nell’acqua mi sento nel mio elemento. Non dimentichiamo, poi, che il
Mediterraneo, rispetto agli oceani e ad altri mari, è un mare relativamente privilegiato. Certo, in epoche remote ha conosciuto enormi scombussolamenti, ma, di norma, è un mare mite, tanto nelle tempeste, che nelle accalmie…..Tutte le mie esperienze con l’acqua - le cascate, per esempio, o i fiumi, i laghi - sono state esperienze fisiche, dirette… Quando viaggiavo in autostop per l’Europa o da altre parti, appena vedevo un lago non resistevo ad entrarci, anche se l’acqua era freddissima, e, se era piccolo, ad attraversarlo, salvo poi magari sapere che c’era qualche pericolo, come qualche vortice nel suo centro…Ecco, io non resisto all’acqua!

Fabrizia Ramondino, nata a Napoli nel 1936, vive attualmente a Itri (LT). Nel 1981 l’editrice Einaudi pubblica la sua prima opera (Altènopis), quindi le raccolte di racconti ed alcuni dei romanzi successivi. Nel 1983 esce Storie di patio, seguito da Taccuino tedesco (La Tartaruga, 1986), Un giorno e mezzo (1988), Dadapolis, Caleidoscopio napoletano (con Andrea Friedrich Müller, 1989). Negli anni ’90 pubblica Star di casa (Garzanti, 1992), Terremoto con madre e figlio (il Melangolo, 1994). In viaggio (1995), Polisario. Un’astronave dimenticata nel deserto (Gamberetti, 1997), Ci dicevano analfabeti. I disoccupati di Napoli raccontano (Argo, 1998). Sempre nello stesso anno ha pubblicato il suo ultimo romanzo, L’isola riflessa, recente finalista al premio
«Supergrinzane» di Torino.
postato da: tintarella1 alle ore 01:17 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
lunedì, 27 novembre 2006

da Ufficio Stampa Adelphi

Nota di quarta

Tiepolo passò la vita a eseguire opere su commissione in chiese, palazzi, ville. Talvolta affrescando vasti soffitti, come per la Residenz di Würzburg o per il Palazzo Reale di Madrid. Intorno scorreva la vita di un'epoca - il Settecento - che lo apprezzò e ammirò, ma senza troppo preoccuparsi di capirlo. Così fu più facile per Tiepolo sfuggirgli, quando volle dedicarsi a effigiare il suo segreto, che tale è rimasto, in una sequenza di trentatré incisioni: i Capricci e gli Scherzi. Ciascuno di quei fogli è il capitolo di un romanzo nero, abbagliante e muto, popolato da personaggi disparati e sconcertanti: efebi fiorenti, Satiresse, Orientali esoterici, gufi, serpenti e anche Pulcinella e Morte. Li ritroveremo tutti nelle pagine di questo libro, insieme a Venere, Tempo, Mosè, numerosi angeli, Armida, Cleopatra e Beatrice di Burgundia: una variegata, zingaresca compagnia sempre in cammino, "tribù profetica dalle pupille ardenti", come suona un verso di Baudelaire. Oltre che un intermezzo smagliante nella storia della pittura, Tiepolo fu un modo di manifestarsi delle forme, un certo stile nell'ostentarsi della loro sfida. Le sue figure rivelavano una fluidità senza ostacoli e senza sforzi. Accedevano a tutti i cieli, senza dimenticare la terra, incarnando per un'ultima volta quella virtù suprema della civiltà italiana che è stata la "sprezzatura".

postato da: frontespizio alle ore 20:11 | link | commenti
categorie: letteratura, arte, @eventi

Ombra.

Vita mia. Non essere così triste. Le occhiaie sul tuo viso mi fanno paura. I tuoi occhi si chiudono per la rassegnazione. Non ti ha mai detto nessuno che non c’è cosa peggiore della rassegnazione?

Non rassegnarti. Non piangere più. Sei così bella.

 

“ Invece io sono rassegnata. Non è forse troppo duro il coltello che mi trafigge le idee? Sono trafitta da un raggio di luna. Non è più il sole a trafiggermi. Ombra, lo capisci?

Non c’è più il sole. Tu sei la mia ombra riflessa da un raggio di luna. Dovresti rassegnarti anche tu. Non trovi che qui si gela? Fa freddo. La mia temperatura corporea scende. E la tua? No tu sei già fredda. Mai sei stata presa dal panico di un delirio febbrile. Mai una passione. Mai un sentimento.”

 

Ti sbagli! Io vivo come te. Io vivo con te. Vedo quello che vedi tu. Non rassegnarti. Io ci sarò sempre al tuo fianco. Non sentirti sola io sono qui. Lo capisci? Sarò anche inconsistente al tatto, ma tu mi vedi. E se mi vedi ci sono. Sono contenta della luna. Non ho bisogno del sole per esistere. Io sono al tuo fianco. Non piangere. Sei così bella.

 

 

“ Invece io piango e sono rassegnata. Vederti mi mette tristezza.”

 

Ma io sono te.

 

“ No non è vero.”

 

E invece si. Io sono proprio come te. Siamo una sola cosa io e te. Non piangere più. Sei così bella.

 

postato da: iolenovelli alle ore 18:44 | link | commenti (1)
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La moglie dello scrittore


Era una donna stinta, dal passo furtivo. Le piaceva allineare i propri gesti, nell’arco della giornata, secondo un ordine ben preciso, anche se non sempre lo stesso. Quando il marito usciva per andare al lavoro, alle otto in punto del mattino, Ida si sedeva davanti al tavolo della cucina, ricoperto di marmo bianco con venature grigie – cinque minuti, non di più, il tempo che ci voleva per la sua programmazione.
Staccava due fogli giallini da un blocnotes in forma di cubo: sul primo scriveva, a caratteri grandi ed arrotondati, tutto ciò che mancava nella dispensa e nel frigo, e che doveva acquistare in mattinata; il secondo foglietto era per le faccende domestiche e le bollette da pagare. Qui segnava anche “il suo momento speciale”, con un rapido svolazzo della penna.
Quando aveva finito, si alzava svelta e prendeva la scopa.
E, mentre le sue mani passavano dal pavimento alle lenzuola, dalla lavatrice alle cipolle, dai panni da spolvero alle spugne del lavabo, la mente era altrove. Poteva ondeggiare piacevolmente sulle ali di una vecchia canzonetta o tra i versi di una poesia, imparata a memoria in terza elementare; riascoltare le quattro chiacchiere scambiate con una vicina, o ideare una nuova ricetta per una torta di fragole.
A volte, riviveva un ricordo d’infanzia – lo rivedeva come se fosse la scena di un film. Così, senza un motivo preciso. Oppure guardava se stessa indossare lentamente il lungo abito da sposa.
Le immagini volavano via, senza lasciare traccia.
I pensieri più intensi erano quelli che prefiguravano il suo quarto d’ora speciale, segnato ogni mattina nel secondo foglietto giallo: il suo momento magico, il suo spazio libero per sfogare piccole voglie pazze, desideri semplici o strambi, diversi. Soprattutto, sempre diversi.
Alle dodici e trenta, Ida aveva finito l’abituale giro di negozi e la visita al supermercato. Mentalmente, chiudeva la prima pagina del giorno, e si preparava alla seconda.
Un suono di campanello, breve ma imperativo, annunciava il ritorno del professor Ovidio Dorazio.
La moglie lo chiamava (anzi, lo pensava perfino) con il cognome, per un’abitudine che non riusciva a cambiare dai tempi del fidanzamento. Gli andava incontro con un sorriso simile a un punto di domanda, e, da quel momento in poi, ogni sua attenzione era rivolta al marito.
Il suo quarto d’ora speciale del mattino era lontano, come se non fosse mai esistito.
Le ore del pomeriggio trascorrevano lente, tranquille, adombrate da tendaggi pesanti e suoni di pendola. Il professor Dorazio preparava accuratamente le lezioni per il giorno successivo, armeggiando tra libri di testo e vocabolari; Ida lavorava a maglia, ricamava graziosi centrini a punto croce, e dopo le sei si alzava per completare la cottura della cena.
Talvolta, il professore usciva: - Vado a fare il topo di biblioteca! – diceva alla moglie. Talvolta – molto raramente, a dire il vero – Ida era colta da inspiegabili attimi di malinconia.
C’erano dei momenti sospesi in un silenzio verde-torbido. Ida guardava i pesci dell’acquario, e ragionava tra sé: ma chi sono io, in realtà? Sono una donna sottotono, moglie volonterosa, cuoca mediocre, o sono una piccola cosa pazza, che canta con voce squillante, ascolta la radio e si scatena in balletti assurdi?
Seduta accanto a Dorazio, si vergognava perfino di pensare al suo quarto d’ora. No, non poteva essere lì la sua natura femminile autentica. Quello era solo un piccolo vizio, da tenere accuratamente nascosto. Mentre sferruzzava i suoi interminabili maglioni, Ida sbirciava di tanto in tanto l’assorto e spesso accigliato marito.

Il professor Dorazio era un uomo corpulento. Non si poteva definirlo grasso perché era molto alto e si teneva costantemente eretto. Era difficile capire se il suo sguardo fosse triste oppure severo. Aveva folte sopracciglia nere, mentre i capelli tendevano ormai al pepe e sale.
A scuola, nessuno si permetteva mai di prenderlo in giro. Era passato agli annali della storia l’unico allievo, che - incosciente! - aveva osato imitare lo sguardo di Dorazio, mentre – gli occhiali da miope abbassati verso la punta dell’autorevole naso - osservava alternativamente il registro e gli alunni, sprofondati quasi sotto i banchi. Aveva dovuto pagare cara la sua audacia, torchiato dal professore con implacabile regolarità per mesi, finché aveva deciso di ritirarsi dall’istituto.
Tutto si era svolto, da un punto di vista esteriore, nell’ambito della più pura legalità. Nessun appiglio a ricorsi o proteste, per carità! Dorazio non era uno sprovveduto.
Qualche giovane collega metteva talvolta in dubbio, con cauti giri di frase, la modernità e l’efficacia dei suoi metodi. Il discorso cadeva nel vuoto, inesorabilmente. Non c’è che dire, il professore effondeva intorno a sé un’aura di prestigio e intoccabilità, anche se i veri motivi non erano chiari a nessuno. Su un unico punto, tutti erano d’accordo: era una persona imparziale, trattava tutti con la stessa unità di misura – assai parca, del resto.
Ida lo adorava, per questo suo modo di essere scostante. Lo aveva sempre ritenuto un essere intellettualmente superiore, e si riteneva fortunata per averlo sposato: da giovane, era consapevole di non essere brutta, anzi, ma la sua famiglia era modesta, e lei era riuscita a stento a superare il biennio dopo la scuola media.
Non avevano avuto figli, ma Ida aveva compensato questa mancanza riversando sul marito tutto il suo senso materno; quanto al professore, era difficile penetrare in lui. Si era sempre comportato in modo estremamente distaccato nei confronti di suoi allievi. Mai una sfumatura di cordialità, non parliamo poi simpatia o coinvolgimento nei loro problemi! Avrebbe voluto dire mettersi sul loro piano. I ragazzi, a scuola, hanno bisogno di una mano autorevole, mai confondere i ruoli!
Questa era la teoria di Ovidio Dorazio.

E giunse il momento della pensione. Nell’aula degli insegnanti, una sobria cerimonia assegnò all’emerito professore una medaglia – ricordo, e chiuse a doppia mandata un capitolo della sua vita.
Anzi, delle loro vite. Perché, all’inizio, la più sconvolta dal cambiamento fu la silenziosa Ida.
La cerimonia mattutina del foglietto, che si era protratta immutata per vent’anni e più, aveva cambiato sapore: la donna avvertiva intensamente, in ogni sua cellula, la presenza del marito in soggiorno, continuava a visualizzarlo mentre leggeva un libro oppure il giornale. Si sentiva in colpa, perfino, ma che cosa poteva farci, lei, se avvertiva come estranea, durante le ore del mattino, la sua imponente, cupa figura, tanto amata nel pomeriggio?
Non parliamo, poi, del suo quarto d’ora di follia personale! Come avrebbe potuto mettersi a cantare, accendere la radio all’improvviso, accennare i passi di un balletto? Non riusciva neppure a pensarlo.
Ida divenne più pallida. Scivolava furtiva da una stanza all’altra, con uno straccio in mano, oppure un piumino color arcobaleno, timorosa di disturbare, inquieta fino al limite dell’impazienza, lei che aveva sempre avuto un carattere così mite e tranquillo.
Fu un periodo di grandi silenzi. Non avevano mai dialogato molto, del resto. Cominciarono ad uscire più spesso insieme. Dorazio non rinunciava mai alla sua cravatta; di Ida, non si poteva dire che avesse il dono dell’eleganza. Il loro abbigliamento era cambiato pochissimo attraverso gli anni; perfino le varianti stagionali, minime, erano dettate esclusivamente dalla funzionalità.
Visitavano mostre d’arte, ascoltavano lunghe conferenze; vivevano in una tipica città italiana di provincia, sonnolenta ma non priva di occasioni culturali.
Il professore in pensione osservava tutto con interesse grave, forniva dettagliate spiegazioni sulla tecnica dei quadri e sulle tendenze letterarie degli autori; la moglie guardava, ascoltava, tentava di rispondere al marito. Si annoiava, spesso.
Talvolta, un acquerello, una poesia recitata, un argomento un po’ particolare di una conferenza, aprivano nel suo animo improvvisi abbagli di luminoso interesse. Soprattutto le mostre di quadri e fotografie la facevano sognare ad occhi spalancati; quando tornavano a casa, rubava qualche minuto ala preparazione della cena per buttare giù brevi appunti, impressioni, immagini sotto forma di parole. Una mattina, Ida scoprì con gioia che i suoi quarti d’ora speciali erano tornati.
Ciò che poteva e voleva fare ora, con slancio entusiasta, era trasformare in poesie gli appunti del giorno prima. Inaugurò un quaderno con i fogli trattenuti da una grossa spirale bianca, ed una copertina rigida e lustra, a fiorami azzurri.
Una delle sue prime opere, che rilesse più volte in seguito perché – doveva riconoscerlo, le piaceva – era questa:

Poesia, gioco facile, collana
di sorrisi, di lacrime e parole!
Io ti cerco e ti trovo:
tu sei mia.
Mi fai piangere, a volte, poesia.
Vieni fuori da un niente, una ferita:
non sapevo di averla,
tu la curi.

Contemporaneamente, Dorazio cominciò a soffrire d’insonnia. In qualche modo, il lavoro gli mancava, le nuove abitudini non avevano occupato tutto lo spazio vitale dell’antica; qualcosa di vagamente sgradevole gli incrinava il sonno, i minuti si trasformavano in un’attesa, nera, insopportabile. Allora, che fossero le due o le tre della notte, buttava giù le coperte di slancio, si alzava quant’era lungo, si stirava le braccia, si vestiva, e se ne andava a leggere in soggiorno.
Ida, pur preoccupata, taceva, intuendo che il marito non voleva affrontare con lei l’argomento.
Un vago brivido la percorreva figurandoselo come un fantasma inquieto, con un giornale in mano al posto delle catene o del teschio.
A questo punto, non riusciva più a dormire neanche lei, ma non osava alzarsi.
Una notte che non ne poteva proprio più, andò in cucina a prendersi un bicchier d’acqua con dentro qualche goccia di valeriana, e fece una scoperta sconcertante.
Il marito non stava affatto leggendo, seduto sull’ampio divano di pelle nera, ma scriveva: scriveva sopra una risma di fogli appoggiati sulle ginocchia, e scriveva con una normalissima penna biro, che però sembrava indiavolata per la velocità quasi soprannaturale con cui la faceva scorrere sulla pagina. Le lettere scure divoravano a vista d’occhio il biancore della carta.
Ida rimase immobile sulla porta per un periodo che le sembrò lunghissimo, ma Dorazio non sembrò accorgersi della sua presenza. Scriveva, scriveva.
Ida si riscosse, e tornò a letto.

Da quella notte, nulla fu più come prima. All’ora di pranzo, dopo aver guardato il telegiornale con aria assente, Dorazio si alzò di scatto, spense il televisore ed annunciò solennemente alla moglie che stava componendo “il romanzo della sua vita”. Adesso o mai più. Avrebbe scritto giorno e notte, fino a completarlo, prendendosi i necessari intervalli di sonno e di cibo secondo le esigenze che gli avrebbe dettato l’ispirazione.
Prese le mani un po’ ruvide della moglie tra le sue, grandi e ben curate – gesto che non compiva da tempo immemorabile. Guardandola negli occhi, le disse: - Ida, se non te la senti di seguirmi in questa “folle corsa”, posso capirti. Hai bisogno di mangiare e di dormire come tutte le persone normali, di fare la tua vita. Non voglio che ti sacrifichi per me. Vai da tua sorella, per qualche tempo. Io mi arrangerò. –
Ida ebbe un tuffo al cuore. No, lei non avrebbe mai lasciato il suo uomo, non in un momento simile.
- Voglio restare con te. – disse, stringendosi a lui. Le sue guance, abitualmente pallide, si erano d’un tratto soffuse come di una cipria color fragola..
- Ti seguirò fino in fondo! Con il mio aiuto, potrai creare meglio!
Diventerai famoso, lo sento! –
Il professore scosse una mano con noncuranza, come a dire: sciocchezze! Io sono superiore a queste futilità! Ma Ida capì che era felice.
Sentiva, per la prima volta in vita sua (no…per la seconda, la prima era stata durante la cerimonia delle nozze), che i loro cuori battevano all’unisono.

E cominciò un periodo esaltante, anche se faticosissimo. L’appartamento era pervaso, giorno e notte, da una costante luce diffusa, non troppo chiara né troppo forte, per non affaticare la vista dello scrittore. Tende abbassate, pulizie svolte in fretta, con il minimo rumore possibile. Erano sempre pronti spuntini appetitosi, ma leggeri da digerire. Bevande vitaminiche, piccoli dolci. Frutta e cioccolata. Ida usciva il minimo indispensabile, per essere sempre pronta a soddisfare eventuali esigenze impreviste dello scrittore.
Il quale, per l’appunto, scriveva, scriveva, scriveva.
Di tanto in tanto, sostituiva la penna biro, esaurita. Di tanto in tanto, rimaneva con la penna sospesa in aria, per rileggere una frase, o alzava gli occhi al soffitto, pensieroso.
Un gesto che, se colto da Ida, la faceva quasi andare in estasi.
Dorazio non dormiva più nel suo letto, ma sull’ampio divano di pelle, dove aveva sempre pronto un cuscino ed un plaid. Non dormiva mai più di due o tre ore consecutive, e la moglie cominciò a sospettare molto presto che lui non sapesse più se era giorno o notte. Del resto, che importanza poteva avere? Ida apriva la finestra e faceva entrare l’aria fresca, quando il marito usciva dalla stanza. Lo faceva quando non ne poteva più di pensare e di scrivere. Ma, anche allora, gli bastava una bella doccia per tornare vispo come un grillo.
Ida aveva cercato, dapprima, di adeguare i suoi ritmi di sonno e veglia con quelli del marito; dopo qualche giorno, riuscendovi solo parzialmente, anche a causa della loro irregolarità, vi rinunciò del tutto, e finì per restare una settimana intera in uno stato di dormiveglia continuo. Si riscuoteva all’improvviso, correva in cucina a preparare un caffè per lo scrittore, gli porgeva la tazzina e poi crollava di colpo addormentata sopra una poltrona. Aveva delle visioni ad occhi aperti, che volteggiavano tra i mobili scuri del soggiorno: vedeva una bambina con le trecce bionde dondolarsi in altalena, si spingeva forte, sempre più forte…la vedeva finire contro il cristallo di una vetrina, poi riappariva in una cornice d’argento.
Intanto, Dorazio scriveva, scriveva. Di tanto in tanto, buttava giù macchinalmente il cibo che trovava a portata di mano: panini, merendine, Ida non usciva più per fare la spesa, non aveva più la forza per cucinare.

Alla fine di quell’interminabile periodo di allucinazioni e sopori, crollarono ambedue in un sonno profondo, che durò più di quaranta ore quasi ininterrotte. Quando si svegliarono definitivamente, Ida spalancò le finestre (era mattino inoltrato) e lo scrittore fece una lunghissima doccia, prima bollente e poi fredda. Uscì dal bagno allegro come un galletto, fregandosi le mani per la contentezza. Fecero colazione insieme con abbondante caffè nerissimo, chiacchierando del più e del meno come niente fosse. Poi, Dorazio si alzò solennemente, annunciando che il suo romanzo era in dirittura di arrivo. Si abbracciarono con trasporto.
- Ancora una settimana di scrittura, una quindicina di giorni per la revisione, ed è fatta! Se ti senti di aiutarmi, potresti battere a macchina qualche pagina sotto dettatura, quando sarò stanco. Poi, lo spedirò alla Casa Editrice! So già quale, ho le mie conoscenze. –
Ida si mostrò entusiasta.
Per farla breve, le settimane successive trascorsero con ritmi meno febbrili: sonno e veglia tornarono ad alternarsi in modo quasi naturale, i coniugi Dorazio tornarono a mangiare come esseri umani, e lo scrittore portò a termine la sua ardua impresa.
L’unico fatto notevole di questo periodo fu che Ida, ristorata dalla possibilità di dormire più regolarmente, ma al contempo eccitatissima per quanto stava accadendo, riaprì il suo quaderno azzurro.
Adesso, scriveva anche lei. Poesie, naturalmente. Una al giorno, a volte due o tre. Non erano più le semplici strofe che componeva in passato, bensì qualcosa di molto diverso.
Le zampillavano dalla mente immagini brillanti e surreali: formavano figure ambigue e complesse, cariche di simbolismi, si componevano in versi irregolari ma armoniosi.
Ida era stupita di questo sbocciare: un fuoco sconosciuto stava bruciando quanto di sterile e rassegnato era nel suo intimo. Era proprio sbalordita: come era possibile che uscisse da lei, che in vita sua aveva ben poco letto e studiato, questa musica in parole? Certo, doveva essere merito del marito, che le aveva infuso con pazienza una piccola parte della sua cultura.
Ida rileggeva i versi, appena nati dalla sua penna. Leggeva sussurrando appena, a fior di labbra: no, quei versi non somigliavano neanche lontanamente a Dorazio, quelle poesie erano sue, erano fatte della sua sostanza più intima e vera! Anche quando sembravano rincorrere assurde fantasie, quelle parole erano lei, e lei era in quelle parole. C’era un’unica perplessità, a questo punto: come poteva essere, questo, se il più delle volte le sembrava di scrivere sotto dettatura, per un impulso che le veniva chissà da dove? Comunque stessero le cose, Ida era felice, molto felice.
Dorazio non si accorse di nulla, e la moglie tenne per sé questo segreto.

E venne il grande momento.

Aprile. Le rondini stridono, l’aria è tiepida. Ida può vederle sfrecciare nel rettangolo chiaro della finestra spalancata. Il cielo è color azzurro pallido verso l’alto; i tetti sono scuri, con un alone di luce incandescente tutto intorno. Ida ascolta il suono festoso di parole e di versi in forma nascente, che fanno le capriole dentro di lei. Tiene un cucchiaio di legno nella mano destra, e con la sinistra sposta la pentola con il sugo di pomodoro, perché non si addensi troppo sul fuoco. Insegue le parole e i versi, per un po’. Ma si ostinano a sfuggirle. Beh, pensa, li acchiapperò un’altra volta.
Adesso, le sfumature rosate del cielo si sono trasformate in uno splendore rovente.
Ida si gira, e vede il marito, appoggiato allo stipite della porta, che le sorride.
- Il mio lavoro è finito, le dice, posso leggerti il mio romanzo in anteprima, dopo cena se vuoi! –
Ida non riesce a parlare. Appoggia il cucchiaio di legno sul bordo della pentola, e si avvicina al marito. Stanno a guardarsi negli occhi a lungo, prima di stringersi l’uno all’altra.

Cenano in silenzio sotto il cono di luce della lampada, appesa sul tavolo della cucina. La pastasciutta con il sugo profuma di basilico, Ida ha apparecchiato con una tovaglia a rustici quadrati bianchi e rossi, i bicchieri sono di vetro blu.
Nel cortile del condominio, i pipistrelli hanno ormai sostituito le rondini.
Dorazio finisce il suo vino. – Andiamo di là. Ma quando sei stanca devi dirmelo, d’accordo? Finiremo domani. –
Ida si siede nella sua poltroncina preferita, si acciambella, quasi, nella morbidezza dei cuscini.
Sorride con una specie di timidezza, segue con gli occhi il marito scrittore che sta raccogliendo le risme di fogli. Ha spostato la lampada a stelo dietro il divano nero, il suo divano di pelle dove ha passato così tanto tempo: a scrivere, mangiare, dormire, e scrivere ancora.
E adesso può finalmente sedersi con un profondo sospiro, e leggere il suo romanzo.
Ha una bella voce, baritonale, profonda, ben impostata; legge senza monotonia, senza incertezze.
Solo un breve attimo di sospensione, quando c’è una frase cancellata con un tratto di penna, e riscritta in modo confuso.
Ida lo segue con occhi brillanti, il mento sulla mano, un ciuffo di capelli sulla fronte aggrottata per l’attenzione. Guarda le labbra del marito, e vede…

L’antico tappeto Boukara ai suoi piedi ora è un prato, i disegni “a zampa d’elefante” impronte di passi veloci, che si rincorrono…un mondo solare, simile a un quadro di Monet, prende vita nella stanza notturna, gruppi di giovani con abiti leggeri passeggiano, siedono sotto ombrelli di ippocastani, tra luce e ombra, parlano, ridono…Ida riconosce, sotto spoglie fantastiche ma non troppo, il suo incontro con Ovidio, studente di belle speranze e di buona famiglia. Ida faceva, allora, la cameriera in un bar, in una località termale. Ora si rivede al braccio del futuro marito, tutta orgogliosa di essere la prescelta, un po’ sperduta alle feste con gli amici di Dorazio (nel romanzo, Renato); quasi in angoscia nel palazzo dei genitori, sontuoso di marmi, le pareti completamente ricoperte da quadri d’autore. La gaffe è in agguato ad ogni angolo della conversazione.
Il romanzo prosegue tra dotte disquisizioni letterarie e politiche tra Renato e i suoi amici (qui Ida perde il filo, e torna nel suo divano, con i piedi sul tappeto), e complicate vicende di gelosie e invidie tra parenti, con diseredazione del primogenito, dopo il suo matrimonio disapprovato dal padre (le orecchie di Ida tornano a drizzarsi, la sua attenzione è al culmine).
I fatti, nella realtà, erano stati assai meno romantici, ma qualcosa di vero c’era.
I genitori di Ovidio avrebbero voluto davvero, per il figlio, una moglie ed una carriera più adeguati, secondo il loro punto di vista; qualche contrasto e qualche scena sgradevole c’era stata, in compenso non avevano un gran patrimonio da cui diseredarlo. I quadri d’autore erano in tutto un paio di litografie.
Ascoltando, la moglie dello scrittore rivive con nostalgia un momento così prezioso della sua vita. Ricorda come lo avesse supplicato di attendere: avrebbe voluto prepararsi meglio per la sua futura missione di moglie, imparare tante cose, magari anche riprendere gli studi per essere alla sua altezza. Ma non c’era stato niente da fare. Lui la voleva così com’era, semplice e schietta…la amava così. Come in una favola…e quando mai era rimasta delusa?
Quanto è bravo ora, Dorazio, pensa Ida, a dipingere queste scene del passato con tanta vivezza, come se stessero accadendo sotto i suoi occhi! Si può togliere addirittura il “come se”. Se abbassa le palpebre, vede ancor meglio ogni cosa: persone, palazzi, treni, giardini, spiagge…tutto si muove come in un film, e lei si sente tranquilla e colma di gratitudine.
Lo scrittore, intanto, continua la sua lettura; solleva appena le folte sopracciglia scure dal foglio, che ha appena finito di leggere, lo depone accanto a sé, sul divano di pelle nera, e già un altro foglio è pronto. Legge con tono chiaro ed espressivo. Non sembra affatto stanco.

Un gruppo schiamazzante di bambini (Ovidio e i suoi fratelli) si butta in corsa sfrenata giù per un pendio erboso. Il sole di agosto picchia, in pieno mezzogiorno. C’è un profumo di erba spagna appena tagliata, buonissimo. I bambini cominciano a rotolarsi come pupazzi, si lasciano andare nelle cunette e negli avallamenti, e arriva primo chi si getta a corpo morto. Un contadino sbuca oltre la palizzata, urlando: come si permettono di calpestargli l’erba? Agita minaccioso un forcone…bisogna rialzarsi, e scappare…Ida sorride con il suo cuore di madre mancata. Ma la mente, sovraccarica d’immagini, comincia a confondere i tempi e i luoghi…i colori sbiadiscono, la voce narrante diventa un semplice brusio.

La sirena di un’ambulanza lacera il sordo mormorio del traffico notturno, ridotto a un suono udibile appena. Sono le due. Tutto ciò che esiste, fuori, sembra tanto lontano. Lo scrittore si toglie gli occhiali, preme la punta delle dita sulle palpebre abbassate, le massaggia con gesto circolare.
Ida è scivolata lungo la poltrona, la testa abbandonata sulla spalla destra, come una vecchia bambola sdrucita. La pendola sembra essersi fermata.
Ovidio si alza, in cucina fa scorrere a lungo l’acqua dal rubinetto per riempirsi un bicchiere.
Quando torna nel soggiorno, il suo sguardo percorre il corpo della moglie, immobile nella penombra; attraverso gli occhiali, un lampo strano, in bilico tra l’ironia e la pietà, sembra sfiorarla, dai capelli appena un po’ sbiancati fino alla punta delle pantofole. Chissà perché, la sua attenzione si concentra sul grembiule azzurro, osserva una piccola macchia rossa. Che importanza può avere, una piccola macchia? Ovidio percepisce chiaramente che Ida non è in uno stadio di sonno profondo, lo sente da come respira.
E riprende la sua lettura, ma con un tono di voce diverso. Dalla sua bocca escono suoni leggeri, smorzati, privi di profondità: un sussurro, quasi. Le parole si infiltrano sotto la crosta dei fatti, gli oggetti sembrano stagliati in un materiale diverso, surreale…i personaggi, cuciti in una pelle non del tutto umana. O troppo umana, forse.
E la moglie ascolta. Il suo orecchio sente, la sua mente registra. Non apre gli occhi, quasi fosse sotto l’influsso di un sortilegio, ma le sue antenne avvertono subito che, nel racconto, c’è stata una trasformazione profonda. La voce sussurrata evoca una serie di visioni, dapprima incerte: nel suo stato simile a un dormiveglia, Ida assiste alla graduale formazione di un mondo a due piani sovrapposti, che non comunicano tra loro. Vede formarsi la loro assurda coesistenza, la vede evolversi, consolidarsi.
Nel piano superiore, il marito saluta la moglie, parla, legge un libro, compera il giornale e le paste, si annoda la cravatta. Il professore entra nell’aula, apre e chiude il registro, espone la sua autorevole concezione del mondo e della storia, impone il silenzio con un’occhiata. Questa è una vita che Ida conosce molto bene, anche se improvvisamente le sembra diversa.
Ma il piano inferiore è un mondo sconosciuto: qui, non ci sono mogli né alunne. Ovidio ha un altro sguardo, sembra nudo anche quando è vestito. Recita solo poesie d’amore; ride, scherza e sembra proprio divertirsi. Ci sono alcune ragazze, che vanno e vengono. Sono cariche di anellini, collane, fanno piccoli passi o corse sgangherate. Hanno abiti strani, che si sfaldano all’improvviso sotto gli occhi di Renato-Ovidio. Ce n’è una in particolare, poco più che una bambina, con seni appena accennati, capelli di lino e ciglia bionde. Sembra un folletto dei boschi.
Mentre il marito continua a leggere, Ida sente il piano superiore perdere un po’ alla volta la sua consistenza; il piano inferiore si nutre di ogni succo vitale a sua disposizione, cresce e fa sbiadire tutti gli spazi esterni, diventa un turbinoso concentrato di gesti e di colori, di passioni soprattutto.
La fanciulla-elfo vive in una grande villa con colonne di marmo, circondata da un parco all’italiana. E’ una villa storica, e non si deve toccare nulla. Ci sono gli alani neri che si affacciano al muro e spaventano i visitatori, e gabbie con pavoni. La fanciulla dai capelli di lino è molto ricca, studia privatamente. E’ anche molto sola, nella grande villa, e conduce il professore per mano a visitare tutte le stanze: quelle con i mobili, i quadri e la tappezzeria, e quelle vuote, dove i loro passi risuonano sotto mitologici soffitti scrostati. Nella lunga fuga prospettica, porta dopo porta, tra calcinacci ed echi distorti, Ida può vedere tutto: i gesti delle mani, la dolcezza delle parole. Vede tutto, adesso, nella stanza notturna; si sorprende a pensare che, mentre i fatti accadevano, viveva nel piano superiore, e non poteva vedere nulla.
Ma sono realmente accaduti? La donna si sente come in un blocco di ghiaccio trasparente. Nessuno può sentirla. Eppure, c’è un’attrazione suadente, invincibile, nella scena che le scorre davanti: i due personaggi sono sbiancati come statue viventi, s’inseguono e si raggiungono, si lasciano e ritrovano…ma il satiro non vuole, in realtà, raggiungere la sua ninfa, non vuole sporcare le sue membra candide con le dita rapaci. L’ideale rimane intatto.
La fanciulla dai capelli di lino scompare, inghiottita da un collegio svizzero. Ma…dietro una porta in legno dipinto, si materializza un’altra figura. Un corpo di donna matura, greve, dallo splendore inquinato; il professore non teme più di sciupare un ideale, e affonda beatamente in questa realtà, dai carnali effluvi. E’ la madre della ninfa: oceano di esperienza, nave traghetto verso altre, più complesse e contorte esperienze.

Nel soggiorno dai mobili austeri, Ida è circondata. Le presenze del piano inferiore hanno invaso tutto lo spazio intorno a lei, si agitano avvinghiate a due a due, si sovrappongono nude o semivestite, formano grappoli semoventi, figure maschili e femminili come lingue di fuoco, intrecciate, incastrate, scivolose le une sulle altre…e tutte insieme la stringono sempre più da vicino, e urlano, anche se le voci non sembrano uscire dalle loro bocche: “Ida…Ida…ma chi sei tu, Ida? Sei un nulla che crede di esistere! Hai creduto di amare e di essere amata? Ma tu non sei nulla, Ida. Tu non esisti. Noi sì che esistiamo, non vedi? Noi siamo, perché siamo stati. E tu non sei, ora, perché non sei mai stata!”
La donna si rannicchia nella sua poltrona, fino ad assumere una posizione fetale. Stringe, stringe forte il capo tra le braccia. Ma come, io non sono?
Dorazio, che cosa hai fatto! Che cosa hai scritto, marito mio…c’è come una spina, ficcata in mezzo alle mie costole!

Un foglio scivola dalle mani dello scrittore…lo riprende, ma le sue pause, dapprima brevi, si prolungano sempre più…finché sprofonda in un sonno senza sogni. Svuotato dalla fatica, momentaneamente libero da fantasmi, da ricordi, da parole.

E Ida vorrebbe piangere, ma non può. Troppo forte la sua incredulità, il suo rifiuto. Ciò che ha visto, non può essere, altrimenti tutta la sua vita sparisce, così com’era, come è ancora.
Torna una fitta lancinante, un groviglio allo stomaco, come una progressiva lacerazione dei suoi tessuti vitali. Fino a precipitare in una tenebra senza fondo, una stanchezza mortale.
Eppure, quando sente che non sopporta più tutto questo, Ida vede dentro di sé una piccola luce, come un nucleo informe ma vivo. Immersa in una specie di trance, ha la percezione di un essere germinale, nel suo intimo, simile al figlio che non ha mai avuto.
“Sarò madre per me stessa”, è il suo ultimo pensiero, prima di entrare in una nebulosa rossastra, fase iniziale del sonno.

Era il momento più silenzioso della notte, il momento più buio che precede di un soffio le luci dell’alba. La città era immobile. Il suo respiro, una vibrazione lontanissima.
La luna si lasciava coprire da nuvole sfatte, poi stracciava la garza farinosa con la sua luce, simile ad un punteruolo da ghiaccio.
Nel soggiorno dello scrittore, la lampada a stelo si fece più luminosa, senza alcun preavviso.
Puff! e tutto annerò.

Adesso il mattino lattiginoso scivola sotto le fessure delle persiane, avanza sul pavimento come una pozza d’acqua. Ida muove le braccia e le gambe. Torna a rannicchiarsi per un po’, infine si stende tutta, prende lo slancio per alzarsi, e rimane immobile davanti alla poltrona.
Stupita, incredula figura in bianco e nero. Che ora sarà? È giorno, notte, estate, inverno?
I merli cantano, la loro voce modulata si espande come in uno spazio vuoto.
I rettangoli più chiari delle finestre attirano Ida. Riconosce la stanza, la sagoma scura del marito addormentato, ma che cosa ci facciano lì, loro due, la mattina presto – questo non riesce proprio a capirlo. Sospetta di essersi addormentata sulla poltrona – infatti, ha le membra rotte dalla stanchezza, e un ricordo forse di fatti strani, non tutti gradevoli, forse di sogni confusi.
Muove cauta qualche passo sul tappeto; un chiarore obliquo rivela blocchi di fogli sparsi dappertutto. Nella sua mente, un formicolio al rallentatore, una nebbia di sensazioni pesanti che non si sviluppano fino a divenire pensieri .
Un senso di crescente estraneità avvolge il divano, i libri, il pavimento, i fogli, il corpo stesso del marito addormentato, come se tutto fosse avvolto da una pellicola trasparente.
Per snebbiarsi la mente, Ida si fa una bella doccia. Lunga, con il getto dell’acqua diretto con forza sui capelli, sul viso, su tutto il corpo. Esce dal bagno ancora umida, avvolta in un ampio accappatoio bianco.
Sente sgocciolare i capelli, un rivoletto le scende, fresco e piacevole, lungo la schiena.
Solleva da terra un foglio, a caso; lo inclina sotto la luce della finestra. Legge:
“ Non stiamo discutendo di filosofia, caro Renato. La situazione politica attuale…”
Più sotto: “Quello che ti ho già detto tante volte, te lo ripeto, anzi te lo grido: o questo, o quello, aut-aut!” E ancora: “Costruiremo un mondo migliore…”
Ida scuote le spalle, perplessa. Rimette il foglio sul pavimento, ed entra in cucina.

Qui sì che si sta bene! Con la finestra aperta, si può aspirare l’odore del mattino, mettere la moka sul fornello e attendere il borbottio del caffè che sale. Si può preparare con calma la tazzina, la zuccheriera, il cucchiaino. E lasciare che pensieri nuovi fluiscano dalla mente ancora vuota.
Ida si strofina i capelli con un asciugamano, lo avvolge intorno alla testa come un turbante. Un sorriso quasi invisibile la fa sembrare più giovane, mentre guarda il getto filiforme del caffè scendere, lucido e nero, dal beccuccio della moka.
Ascolta una voce interiore, forse? Sì, tra i ricordi qualcosa affiora.
Senza fretta ma con decisione, la donna esplora la cucina, prima con sguardi circolari, poi spostandosi a piccoli passi qua e là. Le sue mani sfiorano distrattamente i blocchi di foglietti, una pentola, la scatola del cucito…come per un’ispirazione improvvisa, apre un cassetto, trova un quaderno con la copertina lucida, azzurra. Il viso della donna sembra aprirsi come un fiore; sorridendo sfoglia lentamente le pagine, le accarezza quasi.
Le sue labbra si muovono sussurrando i versi, sì, i versi delle sue poesie!
Accosta al tavolo di marmo variegato una vecchia, robusta seggiola impagliata e siede, con i piedi nudi intrecciati.
Esita un attimo appena, succhiando pensierosa il cappuccio della biro.
Poi scrive:

Questo foglio mi chiama – bianca
finestra sul giorno che viene
ho spalancato le persiane
il cielo mi osserva con attenzione
sono volati sull’albero i miei sogni –
grappoli di foglie ed uccelli in allegra
conversazione…

Nel soggiorno, lo scrittore si sta risvegliando; muove un braccio, con uno strano formicolio, una sensazione di fatica. Cerca di sollevarsi dai cuscini, ma avverte un peso invincibile che gli inchioda sul divano tutta la parte destra del corpo.
Vorrebbe gridare: “Ida! Ida!”, ma si sente imprigionato, come in un blocco di ghiaccio nero.
Ida, dove sei andata?
postato da: aboutyou alle ore 16:26 | link | commenti (10)
categorie: #marina raccanelli poesie
domenica, 26 novembre 2006

Idro

Penso che ogni tanto la parola
perda i sensi
si sfinisca di suonare
il proprio oscuro suono
svenga di vergogna
o d’abbandono
penso che inciampi
e cada al suolo
e i piedi sopra a pestarla
passando e ripassando
come ferro stoffa stiro
come gomme gonfie nere
il gatto morto sulla strada
fino a quando sia corteccia
carcassa buco piatta
colla dura sull’asfalto
si disfaccia e poi si faccia
polvere dispersa
nell’aria in terra e vento
atomo d'idrogeno
nell'acqua.

postato da: alivento alle ore 19:53 | link | commenti (5)
categorie: genere / poesia, #alivento poesie
sabato, 25 novembre 2006

L'età del fil di ferro e dello spago

Ben Marcus
romanzo tradotto da Rossella Bernascone
Alet, 2006, pp. 152, EUR 12
www.aletedizioni.it


Nota di quarta
"Penso che talvolta chi scrive faccia l'errore di credere che
la vita dipenda dalle cose che accadono, mentre forse la vera
esistenza è formata proprio da ciò che non conosciamo, dalle idee e
dai sentimenti che non si stratificano o che addirittura neppure
crediamo possibili. Come diceva Gertrude Stein, la scrittura diventa
immediatamente più potente quando anche da parte dello scrittore
c'è un atto di scoperta (...)
Il mio intento è quello di costruire un corpo che sia altro rispetto a
quello che la vita quotidiana mette in scena. Voglio scoprire le
possibilità che sono fuori dal mio cuore e dalla mia mente e magari,
come risultato, creare una nuova specie di animale".

postato da: frontespizio alle ore 21:59 | link | commenti (2)
categorie: letteratura

Addio.

Caro amore mio.

Il mio tempo qui è finito. Non ho più nessuna voglia di vivere. Credo che tutta la mia vita non sia stata altro che una strada senza uscita. Tutto ciò che ho conquistato, l'ho conquistato soffrendo e piangendo. Non vedi le lacrime? Mi hanno corroso il viso. I miei occhi sono stanchi di vedere. Le mie orecchie sono stanche di ascoltare. Le mie mani sono stanche di suonare. I miei piedi sono stanchi di camminare. Sono stanca di amare. Voglio cadere. Ancora per poco sentirò il sangue scorrere nel mio corpo. Domattina tutto sarà finito. Domattina non vedrò le tue labbra risplendere ai raggi di un troppo tiepido sole. Voglio solo cadere. Addio.

postato da: iolenovelli alle ore 14:03 | link | commenti (4)
categorie: #iole novelli poesie

SULLA PLACCA TETTONICA

Scucio dunque il fasciame
e la radice ombelicale,
nei contorcimenti
degli spazi vuoti
e delle pesanti ombre,
in sacrilegio.
Poi, nel santuario
situato in profondità
- sulla placca tettonica,
trincerato sui suoi baluardi
e sulle sue catacombe -
esigo l' ordalia e sogno
il mio stesso decadimento,
in eternità caliginosa.
postato da: DOMACCIA alle ore 12:21 | link | commenti (7)
categorie: genere / poesia, #domaccia poesie
venerdì, 24 novembre 2006

Ero andato a trovarla e pioveva. L’odore dell’atmosfera fredda era dappertutto e l’umidità degli alberi dell’ospedale era quasi rassicurante.

Lei era lì, sdraiata sul lettino, che scrutava sorridendo la stanza povera e vuota, bianca.

Il volto vecchio, non più anziano, e stanco.

Gli occhi roteavano ancora curiosi, lenti.

Mi sorrise ed io ricambiai. Mi chiese delle mie “spasimanti”, ancora legata ad ormai remoti miti e codici, ad un immaginario lontano e cristallino nella sua mente. Risposi che non ce n’erano.

Continuò a fare domande, senza neanche attendere la risposta. Non c’era ansia in quello che diceva, ma era come se si aggrappasse alla parola per restare ben salda alla vita. Io rispondevo quando potevo, con un vago ermetismo imbarazzato. Avrei voluto dire di più, ma andava bene così.

Diceva di non preoccuparsi perché in fondo non era niente, era solo caduta e l’avrebbero operata qualche giorno dopo. Solo l’anestesia la spaventava. “il mio cuore” diceva “è stanco. Addormentandosi potrebbe non risvegliarsi”

Tornò di nuovo indietro nella sua memoria, e raccontò di quando, in un giorno imprecisato nel novembre del ’67, era inciampata su di un gradino bagnato battendo la testa e aveva creduto di morire. “ho pregato il signore” disse “e la madonna mi ha salvata”.

Non aveva una memoria proprio di ferro e spesso s’intuiva che il tempo le s’intrecciava nella mente quando raccontava : le parole in bocca si trasformavano, a volte i suoni delle vocali si contaminavano di impercettibili cambiamenti, come chi inconsciamente vorrebbe rispondere in un modo, che poi è l’opposto di ciò che la mente imbriglia nel linguaggio.

Quanto tempo era passato attraverso quel corpo. Quanta confusione portava la vecchiaia.

Una confusione silenziosa, ma vivida. E la consapevolezza della debolezza umana, delle sventure universali, della storia e del tempo.

La conoscevo solo da una ventina d’anni, il tempo di essere piccolo ed ascoltare le sue storie che lentamente avevano costruito le fondamenta dei miei immaginari. Avevo vissuto la guerra in una cantina di Pisa, avevo viaggiato attraverso il Paese, avevo conosciuto volti e caratteri diversi, ero stato persino su di una nave, lanciando una scarpa, all’epoca bene preziosissimo, giù da un oblò.

E si continuava così, all’infinito.

Era come se dal momento della nascita, dal primo barlume di coscienza, l’uomo non potesse più fermarsi, era condannato alla vita, in qualunque forma essa si presentava.

Condannato ai pensieri, ai ricordi, alle parole. Al tempo, che ci lasciava il tempo solo per scorrere chissà dove. Al bisogno di recepire ogni cosa, e portarla dentro di sé, nascondendola in un’idea unica, comune a tutti, per tutti diversa. Punti di contatto con le altre vite che sembrano quasi una conferma di noi stessi e delle nostre vite. Oggetti e parole persi per sempre.

E andando avanti queste idee, che prima sembravano quasi blocchi di tempo dati per scontati, erano sembrati più frammenti sgretolati, impossibili anche da contemplare.

Io osservavo il susseguirsi delle parole e dei silenzi che insieme erano un bisogno di sopravvivenza.

Il silenzio, il nulla più totale nascosto da qualche parte nell’esistenza, avrebbe rappresentato la morte nel suo aspetto più terribile : non il dolore, che invece costruiva la vita lentamente, ma l’assenza di dolore.

Raccontava e sorrideva. Io sorridevo, felice.

C’era un’altra signora anziana nel letto poco distante. Lo sguardo fisso verso la nebbia, fuori dalla finestra. Borbottava qualcosa tra sé. C’era una donna al suo fianco, probabilmente la figlia, che le teneva la mano dicendole di resistere un altro poco -Il dottore sarebbe arrivato a breve-

Ma il dottore non sarebbe arrivato a breve.

Era un piccolo ospedale di provincia, e anche se il personale si fosse prodigato per dare un servizio impeccabile, ci sarebbe stata sempre qualche richiesta disattesa.

L’odore acre del corridoio entrò per un attimo nella stanza, assieme al frate francescano che veniva al posto del dottore.

“comunione?” ci chiese, e senza aspettare risposta si avvicinò verso il lettino recitando una preghiera.
Poco dopo la signora dell’altro lettino, quasi come una bambina, si volse verso il frate. “anch’io la comunione, anch’io!”,finché il frate non le si avvicinò, regalandole un attimo di sollievo che si concretizzò nell’espressione beata del suo sorriso. Era felice adesso? Purificandosi con una parola di tutti i peccati, dimenticando momentaneamente il proprio dolore, smise di sorridere.

Il frate si avviò verso l’uscita. Io lo osservavo incuriosito.

“e tu? Come ti chiami?” mi chiese all’improvviso sorridendo. Risposi colto di sorpresa.

“vuoi fare la comunione?” “sono ateo, o meglio… non credo nelle istituzioni della chiesa”…

 Mi fissò per un secondo, indeciso sul da farsi. Aggiunsi che credevo in Cristo come filosofo, e questo era il massimo che la religione e i suoi riti potevano ottenere dal mio spirito.

“Dovresti leggere meno filosofia e più la parola del signore, giovanotto…”

abbassò il capo.

“altrimenti vivrai solo una vita di razionalità… senza sentimento”…

“per quello c’è la poesia” risposi senza pensare.

Non disse niente per un po’, poi aggiunse: “e i miracoli dei santi, le apparizioni? Come le spieghi?”

“letteratura”, risposi, provandone subito imbarazzo.

Il frate rinunciò al tentativo di conversione e rivolgendosi a tutti gli altri presenti disse: “Eh… questo è un problema… i giovani hanno perso la parola del signore… non credono più in niente, neanche nei santi… bisogna educarli sin da piccoli, pregare per loro. Pregare per i non credenti… che ne dice signora?... e poi se t’innamori di una cattolica? Come fai? Ti sposi senza aver fatto la cresima? Ti sposi in chiesa? Come fai?”

Mi guardava sorridendo “la vita ti metterà di fronte a dei dubbi e a delle scelte, e solo Dio di darà la risposta”, poi rivolgendosi di nuovo agli altri: “è proprio un problema...”

Continuò per un po’ il discorso, mantenendo un’aria bonaria, parlando persino dell’Islam e della differenza tra le due religioni. “bisognerebbe educare anche loro”, concluse. Mi mise la mano sulla testa benedicendomi e se ne andò.

Mi sentii all’improvviso triste. Poi divertito da quell’incontro.

 

Lei era rimasta lì, ad ascoltare. “imbecille” disse poi con un sorriso sprezzante. “io ho un’altra visione della fede, ma con questi qui!, che vuoi farci!” disse cercando la mia approvazione.

Allora ricominciò a parlare, interrotta solo dalla telefonata di una sua sorella, preoccupata per il suo stato di salute. Così diverse, non si vedevano da anni, ma il telefono puntualmente le univa, anche se per pochi minuti. Era rimasto nelle loro abitudini l’uso di telefonate brevi, forse cicatrice di tempi difficili in cui bisogna risparmiare e andare avanti. Quel formalismo quasi di rito, tuttavia, conteneva in sé quel tanto che bastava per dimostrare un legame invisibile, e ben saldo.

Spesso parlavano di morte e si auguravano a vicenda di partire una prima dell’altra, per non causarsi dispiaceri. Ne ridevano, e poi si raccomandavano l’anima ai santi accarezzando un rosario di plastica o l’immagine di qualche santo.

 

Me ne andai, dopo averla salutata, passando per il corridoio. Il respiro quasi si fermava nei polmoni, camminando in quell’atmosfera rarefatta, satura di medicine, di dolori, di parole. Mi limitavo a seguire una linea gialla dipinta a terra,ormai sbiadita, sperando che mi avrebbe condotto fuori. Salutai i muri scrostati che facevano d’intermezzo a tutte quelle scene racchiuse in stanze piccole e vuote e mi ritrovai fuori.

 

Mi sentii perso per un momento, a contatto con quell’aria fredda e pura, che mi riportava alla mente concetti inesprimibili, legati ad un passato di giubbini e cappellini di lana, quando da piccolo mi ostinavo a voler sfidare il vento forte che mi faceva lacrimare gli occhi, per poi restare un paio di giorni chiuso in casa al caldo a tossire, in un’atmosfera simile a quel corridoio.

Ero solo, e dimenticavo ogni cosa poco a poco. Il silenzio dei miei pensieri era la morte del mio tempo. Nessuno mi raccontava storie, in quel momento, ed io cercavo affannosamente di non perdere quei frammenti che avevo appena raccolto da quest’incontro.

I miei dubbi, le mie crisi, e le mie paure si andavano moltiplicando dal momento della mia nascita.

Adesso ero andato concretamente a far visita ad una parte reale della mia infanzia, che sbiadiva ormai inevitabilmente.

Ed ero solo. Ero indipendente, e dipendevo da tutto quello che non era più.

 

Salii in macchina e me ne andai, cercando di fondere nuovamente la mia anima col mondo in continua trasformazione; cercando di distruggere quell’idea cristallizzata della vita, invocando inutilmente il tempo che mi concedeva solo pochi attimi instabili di coscienza.

postato da: Helyks alle ore 15:02 | link | commenti (8)
categorie: #federico francioni racconti

Antonio Pascale ospite de La7

Alle 21.30 su La7

Antonio Pascale, autore di S’è fatta ora
sarà ospite di Daria Bignardi a Le invasioni barbariche

Per tutti i dettagli vai alla pagina Eventi:
http://www.minimumfax.com/evento_appuntamento.asp

postato da: frontespizio alle ore 13:31 | link | commenti (2)
categorie: @eventi

La figlia oscura

Elena Ferrante
edizioni e/o, 2006, pp. 161, EUR 14,50
www.edizionieo.it

Nota di quarta
Elena Ferrante scava, con un racconto avvincente, nei sentimenti
contraddittori che ci legano oggi ai nostri figli. Leda è
un'insegnante di letteratura inglese, divorziata da tempo, tutta
dedita alle figlie e al lavoro. Ma le due ragazze partono per
raggiungere il padre in Canada. Ci si aspetterebbe un dolore, un
periodo di malinconia. Invece la donna, con imbarazzo, si sente come
liberata e la vita le diventa più leggera. Decide di prendersi una
vacanza al mare in un paesino del sud. Ma, dopo i primi giorni quieti
e concentrati, la donna si imbatte in una famiglia poco rassicurante,
in eventi minacciosi. Pagina dopo pagina la trama di una piacevole
riconquista di sé si logora e Leda compie un piccolo gesto opaco, ai
suoi stessi occhi privo di senso, che la trascinerà verso il fondo
buio della sua esperienza di madre. Con questo romanzo feroce e
commovente, Elena Ferrante racconta una nuova vicenda di donna,
quotidiana e che tuttavia toglie il respiro.

Della stessa Autrice (edizioni e/o):
L'amore molesto
I giorni dell'abbandono
La frantumaglia

postato da: frontespizio alle ore 13:15 | link | commenti (3)
categorie: letteratura
mercoledì, 22 novembre 2006

Atavico Blu

 Spalanca le gambe
prepotente dolcezza affilata
insinuante
scivola dentro la pelle tesa
dondola
naviga
ammaina le vele fradice di mare in burrasca
Attracca e riscivola
spuma di mani e lingua
capelli e muscoli
scrosciare di baci
sugli scogli a cui si arena
E si incaglia
tra sorrisi e bisbigli
Freddo di onde e parole soffiate come aghi di pini marini
tra labbra che scottano
e succhiano cuore e collo
Vola
planando
sul mare
Occhi assolati
languidi guizzi di luce blu e bianca
sulle dune bollenti
del respiro
Forza
e morbido odore di pelle
e di dita
di ginocchia e di spalle
travolge
tenerissimamente
avvolge
di quel blu che irradia
come il sole mattutino

postato da: tintarella1 alle ore 21:46 | link | commenti (16)
categorie: #caterina sottile, genere / poesia

Il viaggiatore incantato

Nikolaj Leskov ( 1831-1895)
traduzione di Tommaso Landolfi
Adelphi, 1995, pp.206, € 14,98
 
Nota di quarta
 
"L'esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori. E fra quelli che hanno messo per iscritto le loro storie, i più grandi sono proprio quelli la cui scrittura si distingue meno dalla voce degli infiniti narratori anonimi" scrisse Walter Benjamin nel suo saggio su Leskov.
Ed è la voce che torniamo a sentire - una "gradevole e manierata voce di basso" - appena  il "viaggiatore incantato" comincia a raccontare le peripezie della sua esistenza. Siamo su un battello che naviga sul lago Ladoga e il narratore ci appare come "un uomo di enorme statura, con un viso abbronzato ed aperto e folti capelli ondulati d'un color di piombo". Le sue avventure, anche le più sconcertanti e improponibili, non sono mai cercate, ma precipitano su di lui come eventi della natura. La morte lo sfiora più volte, ma sempre per rifiutarlo. La vita lo usa per un suo disegno, oscuro a tutti salvo alla madre morta, che aveva promesso il figlio a Dio. Presto ci accorgiamo che potremmo ascoltare senza fine le storie di quest'uomo "che aveva molto veduto" e non pretendeva di sapere. Le sue parole spiccano sul fondo dorato della vecchia Rus' di Kiev, immoto e solenne, ma le storie stesse sono un pulviscolo vorticoso. Entrano ed escono di scena vagabondi e prostitute, padroni e mercanti, principi e cavalieri nomadi - e infine, incidendosi nella memoria, la zingara Grusa, simile a "una serpe lucente". Leskov non era uomo che amasse le teorie. Ma dietro questa inarrestabile dispersione e frantumazione di casi si avverte un azzardo teologico che risale a Origene e alle prime dottrine della Chiesa ortodossa; l'esigenza che tutto sia salvato, anche i suicidi senza confessione. E con la storia di un seminarista suicida si era avviato questo folto corteo. Landolfi tradusse, Il viaggiatore incantato, quasi controvoglia, ma - come talvolta accade - raggiun-gendo un risultato magistrale; il tono dell'oralità è qui presente dalla prima all'ultima frase, come se tutto il libro fosse un unico respiro.
Dal libro:
Una vita torrida, atroce; spazio senza confini; un subisso d'erba; la stipa bianca, piumosa, come un mare d'argento, ondeggia, e viene colla brezza l'odore, odor di pecora, e il sole picchia su tutto, arde, e della steppa, come di una vita infelice, non si scorge da nessuna parte la fine, e la malinconia, allora, è senza fondo... Guardi tu stesso non sai dove, e d'un tratto non si sa di dove ti appare davanti un monastero o un tempio, e ti rammenti della terra battezzata e ti metti a piangere.
postato da: frontespizio alle ore 19:43 | link | commenti (2)
categorie: letteratura