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Bar Sport, Stefano Benni, Feltrinelli 2003, 14 ed. 136 pag., € 6,50
Ci sono bar e bar e poi c’è il Bar Sport che tutti li accomuna e li fonde in un solo paradigmatico universo, in una sola grande scena di umanità raccolta sotto la fraterna insegna come intorno a un fuoco, intorno al calore di un’identità minacciata. Stefano Benni, con il suo Bar Sport, ha aperto la porta su un mondo che per tutti è diventato un luogo, anzi il luogo familiare per eccellenza. Il Bar Sport è quello dove non può mancare un flipper, un telefono a gettoni e soprattutto la "Luisona", la brioche paleolitica condannata a un’esposizione perenne in perenne attesa del suo consumatore. Il Bar Sport è quello in cui passa il carabiniere, lo sparaballe, il professore, il tecnnico (proprio così, con due n) che declina la formazione della nazionale, il ragioniere innamorato della cassiera, il ragazzo tuttofare. Nel Bar Sport fioriscono le leggende, quella del Piva (calciatore dal tiro portentoso), del Cenerutolo (il lavapiatti che sogna di fare il cameriere) e delle allucinazioni estive. Vagando e divagando Benni ha scritto la sua piccola commedia umana, a cui presto aggiungerà un nuovo capitolo. Ebbene sì, Bar Sport è vivo, è ancora vivo.
da un articolo di Andrea Massidda, tratto da "La nuova Sardegna", 4 luglio 2006
Il lupo ha i capelli candidi che gli spuntano dai lati della testa come fossero ali, lasciando al centro una grande pelata annerita dal sole. Il Lupo, insomma, a cinquantanove anni, ha perso un bel po' di pelo ma non certo il vizio di ululare con quell'ironia stralunata e pirotecnica che contraddistingue i suoi scirtti sin dai tempi di Bar Sport. Il Lupo, ossia Stefano Benni, talento visionario della narrativa italiana, naturalmente sa essere cattivo (altrimenti che lupo sarebbe?) ed è anche per questo che i suoi libri sono considerati un "cult".
Secondo il surreale (ma verosimile) ritratto che Stefano Benni fa dei bar italiani, nella maggior parte dei bar dei paesi di provincia (di cui il "Bar Sport" è il prototipo), la bacheca delle paste è "puramente coreografica", e le paste sono "ornamentali, veri e propri pezzi di artigianato". Perciò restano in bacheca per anni tanto che gli avventori ormai le chiamano familiarmente per nome.
La Luisona è la "decana delle paste" del Bar Sport. Risalente al 1959, è "una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di granella in duralluminio". La Luisona venne mangiata da un incauto rappresentante di Milano, che subisce le conseguenze del suo atto insensato: "fu trovato appena un'ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori".
Eccomi amore mio. Sono caduta giù giù giù. Ogni giorno ti ho pensato e ti ho amato. Mi chiedo perché sono giunta qui. Questo non era il posto delle nostre follie? Quando ti penso ti amo. La distanza ha eliminato la mia essenza, il tempo. Ci sarà il nostro tempo. Io sono qui che ti aspetto. Non era più il mio posto, lo sapevi bene. Io continuo a pensarti, ad amarti, ad aspettarti. Il rosso che punge non c’è più. Il blu che taglia è sparito. Tutto è finito nel mare. Io sono qui in fondo all’oceano che ti aspetto. Vorrei ricordare. Ricordo solo te. Adesso sono qui. La corrente mi porta lontano e sempre più giù giù giù... Mi parli mentre io sono qui in fondo all’oceano, immersa da acque violente. Non c’è più il rosso che punge. Non c’è più il blu che taglia.
Indossò la sottoveste dal colore violaceo con piccoli movimenti leggeri e armoniosi, con un che di snervato.
Si preannunciava una giornata ordinaria, di coordinate azioni casalinghe, di efficientismo produttivo. Dopo aver terminato la vestizione, si spazzolò la bella chioma argentea dai metallici riflessi azzurrini.
Subito dopo iniziò a lavorare, c’era sempre qualcosa da fare, la polvere si infilava dappertutto, bisognava sprimacciare i cuscini,riordinare il tutto, lavare i pavimenti, solo dopo preparava la colazione per lei: non aveva orari, aveva imparato a non averne, a respirare un poco tra un impegno e l’altro.
Mise sul fornello un pentolino, un po’ ammaccato a dire il vero, con del latte, lo faceva bollire per poi intingervi delle fette di pane,secondo le consuetudini della sua infanzia nella campagna veneta.
Ormai si poteva dire che si nutriva unicamente di zuppette e di budini di latte e uova, per via della delicatezza di stomaco, diceva lei. Questa era una sua ottusa convinzione, non corroborata da alcuna verifica medica, non erano necessarie verifiche esterne, era lei stessa il suo proprio medico.
Subito dopo aver messo il latte a bollire, preparò la tazza ed il pane sbocconcellato e li mise da parte.
Tirò fuori , poi, una pentola più capiente, per cuocere a fuoco lento delle pesche di seconda scelta, che le erano state regalate dal fruttivendolo il sabato precedente, il giorno in cui era uscita con quella sua bella gonna di seta a fiori screziati, di eleganza estrema.lei una donna di finezza quasi perversa che andava a fare compere per la cena della sera a base di diverse qualità di lesso, cena a cui era stato invitato il figlio maschio con la moglie. Era stata la sera in cui il figlio si era accorto del suo vecchio messale dalla copertina nera e dal segna -pagine dorato, e le aveva chiesto chi mai leggesse quelle massime e quelle affermazioni di carattere apocalittico o quantomeno fortemente punitivo, quasi si trattasse di un libro di chiesa risalente ad epoche ormai remote, di stampo posttridentino addirittura, un libro con una visione manichea e quasi tenebrosa della condizione umana. A quel punto, la madre non si era peritata di rispondere assertivamente, che era proprio lei a leggerne un paio di righe ogni sera , ricavando da quei termini tuonitronanti da quell’enfasi retorica volta a mettere in primo piano immagini di morte ed espiazione, una sorta di misterico conforto, quasi come se il peso spirituale della crudezza di un mondo rappresentato a tinte fosche finisse , per osmosi, a stingere timori e dubbi, in modo perfino assurdo, ne convenne.A questo punto il figlio pensò ad una specie di processo di mitridizzazione, un po’ di veleno al giorno per restare stranamente in vita,un breve assaggio di infernale girone per attingere poi ad una visione salvifica.
Il figlio rimase comunque stranito,non era abitudine di lei un approccio devozionale, la madre era una donna dalle idee moderne che anzi aveva mal sopportato il suo essere capitata in una famiglia(quella del marito) cosi banalmente asservita alle norme ataviche di un bigottismo che non si poneva domande, e che non lasciava neppure respirare se per questo.
Mentre sul fuoco cuocevano lentamente le pesche, lei si mise a consumare il suo umile pasto a base di latte, sospendendo ogni altro pensiero che non riguardasse i figli;pensò un poco ad ognuno di loro, anche a quello che avrebbe potuto essere il quinto,quello che aveva partorito da sola al sesto mese, perfettamente formato e nato morto, l’aveva partorito in bagno e gli schizzi di sangue erano dappertutto, come se avessero scuoiato un maiale. Non l’aveva dimenticato , mai avrebbe potuto, come poteva mai farlo.
Ritornò in sala da pranzo, adesso , forse per analogia, aveva iniziato a pensare alla nuova nascita che ci sarebbe stata da li ad un mese, la nascita di una nipotina , la figlia della sua prima figlia.
Dalla scatola che racchiudeva fili forbici aghi prese un ritaglio di stoffa con sopra disegnato un fiore,voleva cucirlo sopra un paio di pantaloncini da neonato: doveva farle un regalino, lei che era cosi brava a ricamare e aveva fatto a mano tutto i corredini per i suoi figli.
Accarezzò a lungo l’indumento con le sue belle mani,era un movimento lento,un po’ stanco, quasi decelerato.Ben presto si accorse che tutto stava decelerando,gli oggetti familiari intorno a lei si erano fatti opachi e pesanti,l’aria stessa era diventata come immobile, quasi si trovasse all’improvviso in una bolla vitrea in un laboratorio asettico, in una stanza chiusa dove provassero procedimenti di frammentazione artificiosa , di esplosioni sotterranee infinitesimali.
Senza alleggerimenti liberatori, il mal di testa, un mal di testa di acuti coltelli puntuti, si fece pressante, un mal di testa preagonico. Fece appena in tempo a rientrare in cucina, e a spegnere il fuoco sotto la pentola, sul cui fondo le pesche si erano rapprese su una patina di bruciaticcio.
Cadde, poi, cadde rovinosamente, con un movimento sbilanciato e scomposto, come se venisse afferrata da una onda marina sinusoidale e risucchiante, fino ad impietrarsi con un tonfo sordo sul pavimento finto marmorizzato , massa invertebrata e ormai sfusa …………..Cadde proprio come un piccolo uccello decollato, a picco.
Dalla gonna comune e da casa si intravedeva la bella sottoveste: era una sottoveste di seta, ed il suo color di violacciocca dalle sfumature screziate e gli inserti di pizzo nero ai bordi le davano una consistenza più sofisticata, quasi si trattasse di un reperto di tempi migliori.
Di quella sottoveste, tagliata a pezzi asimmetrici dalle pesanti forbici degli incaricati della assistenza pubblica, che avvolsero il suo corpo nudo in una specie di camicione sterilizzato prima di legarlo su di una barella e portarlo giù a piedi per cinque piani, rimasero brandelli scoordinati per terra, nell’esatto punto del cucinino dove era caduta, facendo sobbalzare gli odiosi inquilini del piano di sotto che ,subito, ipotizzando, per riflesso mentale paranoico, un rumore voluto.alzarono all’unisono- loro, la coppia incestuosa di madre e figlio dal solito cappellino con la tesa rivoltata, capellino tenuto ostinatamente sul capo sia d’estate sia d’inverno- i bastoni delle scope, picchiando duro e ritmicamente sul soffitto, come avvertimento lugubre di fare silenzio.
di Luciano Mastrocola
Dubitai subito delle parole di Clara.
Non la reputai sincera dall’inizio e chissà cosa avrebbe mai potuto renderla convincente nella sua maniacale ricerca di termini adatti a dire quello che in realtà voleva già da un pezzo. Presi a frugarmi nei pantaloni, alla ricerca di monete necessarie per entrare in un tabacchi e comperare Pall Mal blue e un “gratta e vinci”. Le prime, in numero di venti, le avrei fumate una dietro l’altra, nella folle corsa dei pensieri rintananti nei vicoli notturni del mio cervello. Il secondo, rappresentava l’illusione che, bruciando in meno di un minuto, sarebbe mutata in cenere. Se potessi vincere cento milioni comprerei una casa. Farei un viaggio in Germania, per frequentare qualche night di lusso e perdermi così tra le braccia di adescatrici sconosciute. Donne con le quali tutto sarebbe più facile, considerato che la differenza di lingua, darebbe al rapporto la sua giusta dimensione di cosa da poco conto. Mi sdraierei sul verde antistante il palazzo Reichstag a Berlino, per studiarlo e scovare finalmente il punto esatto in cui Evgenij Chaldej, scattò la foto ad un soldato dell’Armata Rossa che sventola la bandiera dell’Unione Sovietica. E’ il maggio del 1945 la capitale brucia per i bombardamenti ed è semplice individuare la fragile natura di una città violentata e costretta a patire una lacerante divisione, simile a quella a cui Clara voleva portare la mia anima. Chi o cosa, in me stesso, fosse in grado di rappresentare quel soldato lo ignoravo, ma ero frastornato da quel gesto in quella incantevole foto. Sembrava rivolgersi a Dio ignorando la paura, con la provocazione di sentirsi per qualche attimo il solo re di quel cielo camuffato di grigio dal fumo delle bombe, ma pur sempre azzurro e libero.
Calpestando marciapiedi che conoscevo in ogni crepa, forzando questi ed altri pensieri, mi decisi a entrare nell’ultimo tabaccaio dinanzi il portone di casa. È sempre stato un piccolo locale scuro, ma solamente in quell’ istante compresi che in via Marconi c’era un luogo di iniziazione, dove poter spendere qualcosa procurandosi illusioni e fumo. Il proprietario è un uomo anziano, basso e con un apparecchio acustico. Sulle sue labbra, un baffo d’altri tempi sembrava saperla lunga su quella miseria.
- Buonasera. Pall Mall Blue e… - non terminai la frase. Lui lesto, mi voltò le spalle e con una gestualità abituale, afferrò un pacchetto di sigarette e lo poggiò sul bancone.
- E…? - mi si rivolse seccato.
- …un “gratta e vinci”! – risposi.
- Non ho mai avuto quella roba. Dannata voglia di spendere inutilmente danaro. Pensa di fare soldi ripiegando sulla fortuna? Superstizioni! Per trent’anni sono stato dietro questo bancone a vendere prodotti da fumo di ogni tipo, francobolli e cartoline di una città che mutava frettolosamente, rendendo quegli stupidi rettangoli di cartone cimeli nel giro di pochi mesi. Le uniche cose che ho potuto permettermi sono state uno squallore di casa e quel poco che basta per mantenermi in vita. La morte si è presa mia moglie presto, lasciandomi solo e con la promessa mai mantenuta di portarla a… -
Con fredda determinazione afferrai il pacchetto di sigarette sul bancone, pagai e sistemando il collo del cappotto, lo guardai fisso negli occhi e dissi:
- Non posso credere a nessuna delle parole di Clara. Lei non la conosce. Ma il vuoto che pian piano mi scava dentro come un tarlo affamato è simile a quello che lo ha consumato per tutti questi anni. Rinuncerò a Berlino, magari a molte delle mie illusioni. Rinuncerò a grattare uno stupidissimo biglietto argentato e al sonno per settimane.
Prima di varcare la porta di casa, scartai le sigarette, ne presi una, la portai alla bocca e accesi. Dovevo assolutamente chiamare Maurizio. Inventare una scusa, la più banale possibile. Quello che mi forniva da mesi era solo un posto da cameriere nel suo bar, ma fu portandosi a letto Clara che ebbi la sensazione che si trattasse di qualcosa di più. Una sfida. Un conflitto dove non c’era spazio per sentimentalismi, ma soltanto per avidità, cupidigia. Al mercato di antiquariato presi un vecchio elmetto delle Armate Rosse. Lo indosso davanti allo specchio, vaneggiando di essere il soldato del Reichstag.
Non era il coraggio quello che mi mancava, ma l’amore.

Nota di quarta
Tiepolo passò la vita a eseguire opere su commissione in chiese, palazzi, ville. Talvolta affrescando vasti soffitti, come per la Residenz di Würzburg o per il Palazzo Reale di Madrid. Intorno scorreva la vita di un'epoca - il Settecento - che lo apprezzò e ammirò, ma senza troppo preoccuparsi di capirlo. Così fu più facile per Tiepolo sfuggirgli, quando volle dedicarsi a effigiare il suo segreto, che tale è rimasto, in una sequenza di trentatré incisioni: i Capricci e gli Scherzi. Ciascuno di quei fogli è il capitolo di un romanzo nero, abbagliante e muto, popolato da personaggi disparati e sconcertanti: efebi fiorenti, Satiresse, Orientali esoterici, gufi, serpenti e anche Pulcinella e Morte. Li ritroveremo tutti nelle pagine di questo libro, insieme a Venere, Tempo, Mosè, numerosi angeli, Armida, Cleopatra e Beatrice di Burgundia: una variegata, zingaresca compagnia sempre in cammino, "tribù profetica dalle pupille ardenti", come suona un verso di Baudelaire. Oltre che un intermezzo smagliante nella storia della pittura, Tiepolo fu un modo di manifestarsi delle forme, un certo stile nell'ostentarsi della loro sfida. Le sue figure rivelavano una fluidità senza ostacoli e senza sforzi. Accedevano a tutti i cieli, senza dimenticare la terra, incarnando per un'ultima volta quella virtù suprema della civiltà italiana che è stata la "sprezzatura".
Vita mia. Non essere così triste. Le occhiaie sul tuo viso mi fanno paura. I tuoi occhi si chiudono per la rassegnazione. Non ti ha mai detto nessuno che non c’è cosa peggiore della rassegnazione?
Non rassegnarti. Non piangere più. Sei così bella.
“ Invece io sono rassegnata. Non è forse troppo duro il coltello che mi trafigge le idee? Sono trafitta da un raggio di luna. Non è più il sole a trafiggermi. Ombra, lo capisci?
Non c’è più il sole. Tu sei la mia ombra riflessa da un raggio di luna. Dovresti rassegnarti anche tu. Non trovi che qui si gela? Fa freddo. La mia temperatura corporea scende. E la tua? No tu sei già fredda. Mai sei stata presa dal panico di un delirio febbrile. Mai una passione. Mai un sentimento.”
Ti sbagli! Io vivo come te. Io vivo con te. Vedo quello che vedi tu. Non rassegnarti. Io ci sarò sempre al tuo fianco. Non sentirti sola io sono qui. Lo capisci? Sarò anche inconsistente al tatto, ma tu mi vedi. E se mi vedi ci sono. Sono contenta della luna. Non ho bisogno del sole per esistere. Io sono al tuo fianco. Non piangere. Sei così bella.
“ Invece io piango e sono rassegnata. Vederti mi mette tristezza.”
Ma io sono te.
“ No non è vero.”
E invece si. Io sono proprio come te. Siamo una sola cosa io e te. Non piangere più. Sei così bella.
Caro amore mio.
Il mio tempo qui è finito. Non ho più nessuna voglia di vivere. Credo che tutta la mia vita non sia stata altro che una strada senza uscita. Tutto ciò che ho conquistato, l'ho conquistato soffrendo e piangendo. Non vedi le lacrime? Mi hanno corroso il viso. I miei occhi sono stanchi di vedere. Le mie orecchie sono stanche di ascoltare. Le mie mani sono stanche di suonare. I miei piedi sono stanchi di camminare. Sono stanca di amare. Voglio cadere. Ancora per poco sentirò il sangue scorrere nel mio corpo. Domattina tutto sarà finito. Domattina non vedrò le tue labbra risplendere ai raggi di un troppo tiepido sole. Voglio solo cadere. Addio.
Ero andato a trovarla e pioveva. L’odore dell’atmosfera fredda era dappertutto e l’umidità degli alberi dell’ospedale era quasi rassicurante.
Lei era lì, sdraiata sul lettino, che scrutava sorridendo la stanza povera e vuota, bianca.
Il volto vecchio, non più anziano, e stanco.
Gli occhi roteavano ancora curiosi, lenti.
Mi sorrise ed io ricambiai. Mi chiese delle mie “spasimanti”, ancora legata ad ormai remoti miti e codici, ad un immaginario lontano e cristallino nella sua mente. Risposi che non ce n’erano.
Continuò a fare domande, senza neanche attendere la risposta. Non c’era ansia in quello che diceva, ma era come se si aggrappasse alla parola per restare ben salda alla vita. Io rispondevo quando potevo, con un vago ermetismo imbarazzato. Avrei voluto dire di più, ma andava bene così.
Diceva di non preoccuparsi perché in fondo non era niente, era solo caduta e l’avrebbero operata qualche giorno dopo. Solo l’anestesia la spaventava. “il mio cuore” diceva “è stanco. Addormentandosi potrebbe non risvegliarsi”
Tornò di nuovo indietro nella sua memoria, e raccontò di quando, in un giorno imprecisato nel novembre del ’67, era inciampata su di un gradino bagnato battendo la testa e aveva creduto di morire. “ho pregato il signore” disse “e la madonna mi ha salvata”.
Non aveva una memoria proprio di ferro e spesso s’intuiva che il tempo le s’intrecciava nella mente quando raccontava : le parole in bocca si trasformavano, a volte i suoni delle vocali si contaminavano di impercettibili cambiamenti, come chi inconsciamente vorrebbe rispondere in un modo, che poi è l’opposto di ciò che la mente imbriglia nel linguaggio.
Quanto tempo era passato attraverso quel corpo. Quanta confusione portava la vecchiaia.
Una confusione silenziosa, ma vivida. E la consapevolezza della debolezza umana, delle sventure universali, della storia e del tempo.
La conoscevo solo da una ventina d’anni, il tempo di essere piccolo ed ascoltare le sue storie che lentamente avevano costruito le fondamenta dei miei immaginari. Avevo vissuto la guerra in una cantina di Pisa, avevo viaggiato attraverso il Paese, avevo conosciuto volti e caratteri diversi, ero stato persino su di una nave, lanciando una scarpa, all’epoca bene preziosissimo, giù da un oblò.
E si continuava così, all’infinito.
Era come se dal momento della nascita, dal primo barlume di coscienza, l’uomo non potesse più fermarsi, era condannato alla vita, in qualunque forma essa si presentava.
Condannato ai pensieri, ai ricordi, alle parole. Al tempo, che ci lasciava il tempo solo per scorrere chissà dove. Al bisogno di recepire ogni cosa, e portarla dentro di sé, nascondendola in un’idea unica, comune a tutti, per tutti diversa. Punti di contatto con le altre vite che sembrano quasi una conferma di noi stessi e delle nostre vite. Oggetti e parole persi per sempre.
E andando avanti queste idee, che prima sembravano quasi blocchi di tempo dati per scontati, erano sembrati più frammenti sgretolati, impossibili anche da contemplare.
Io osservavo il susseguirsi delle parole e dei silenzi che insieme erano un bisogno di sopravvivenza.
Il silenzio, il nulla più totale nascosto da qualche parte nell’esistenza, avrebbe rappresentato la morte nel suo aspetto più terribile : non il dolore, che invece costruiva la vita lentamente, ma l’assenza di dolore.
Raccontava e sorrideva. Io sorridevo, felice.
C’era un’altra signora anziana nel letto poco distante. Lo sguardo fisso verso la nebbia, fuori dalla finestra. Borbottava qualcosa tra sé. C’era una donna al suo fianco, probabilmente la figlia, che le teneva la mano dicendole di resistere un altro poco -Il dottore sarebbe arrivato a breve-
Ma il dottore non sarebbe arrivato a breve.
Era un piccolo ospedale di provincia, e anche se il personale si fosse prodigato per dare un servizio impeccabile, ci sarebbe stata sempre qualche richiesta disattesa.
L’odore acre del corridoio entrò per un attimo nella stanza, assieme al frate francescano che veniva al posto del dottore.
“comunione?” ci chiese, e senza aspettare risposta si avvicinò verso il lettino recitando una preghiera.
Poco dopo la signora dell’altro lettino, quasi come una bambina, si volse verso il frate. “anch’io la comunione, anch’io!”,finché il frate non le si avvicinò, regalandole un attimo di sollievo che si concretizzò nell’espressione beata del suo sorriso. Era felice adesso? Purificandosi con una parola di tutti i peccati, dimenticando momentaneamente il proprio dolore, smise di sorridere.
Il frate si avviò verso l’uscita. Io lo osservavo incuriosito.
“e tu? Come ti chiami?” mi chiese all’improvviso sorridendo. Risposi colto di sorpresa.
“vuoi fare la comunione?” “sono ateo, o meglio… non credo nelle istituzioni della chiesa”…
Mi fissò per un secondo, indeciso sul da farsi. Aggiunsi che credevo in Cristo come filosofo, e questo era il massimo che la religione e i suoi riti potevano ottenere dal mio spirito.
“Dovresti leggere meno filosofia e più la parola del signore, giovanotto…”
abbassò il capo.
“altrimenti vivrai solo una vita di razionalità… senza sentimento”…
“per quello c’è la poesia” risposi senza pensare.
Non disse niente per un po’, poi aggiunse: “e i miracoli dei santi, le apparizioni? Come le spieghi?”
“letteratura”, risposi, provandone subito imbarazzo.
Il frate rinunciò al tentativo di conversione e rivolgendosi a tutti gli altri presenti disse: “Eh… questo è un problema… i giovani hanno perso la parola del signore… non credono più in niente, neanche nei santi… bisogna educarli sin da piccoli, pregare per loro. Pregare per i non credenti… che ne dice signora?... e poi se t’innamori di una cattolica? Come fai? Ti sposi senza aver fatto la cresima? Ti sposi in chiesa? Come fai?”
Mi guardava sorridendo “la vita ti metterà di fronte a dei dubbi e a delle scelte, e solo Dio di darà la risposta”, poi rivolgendosi di nuovo agli altri: “è proprio un problema...”
Continuò per un po’ il discorso, mantenendo un’aria bonaria, parlando persino dell’Islam e della differenza tra le due religioni. “bisognerebbe educare anche loro”, concluse. Mi mise la mano sulla testa benedicendomi e se ne andò.
Mi sentii all’improvviso triste. Poi divertito da quell’incontro.
Lei era rimasta lì, ad ascoltare. “imbecille” disse poi con un sorriso sprezzante. “io ho un’altra visione della fede, ma con questi qui!, che vuoi farci!” disse cercando la mia approvazione.
Allora ricominciò a parlare, interrotta solo dalla telefonata di una sua sorella, preoccupata per il suo stato di salute. Così diverse, non si vedevano da anni, ma il telefono puntualmente le univa, anche se per pochi minuti. Era rimasto nelle loro abitudini l’uso di telefonate brevi, forse cicatrice di tempi difficili in cui bisogna risparmiare e andare avanti. Quel formalismo quasi di rito, tuttavia, conteneva in sé quel tanto che bastava per dimostrare un legame invisibile, e ben saldo.
Spesso parlavano di morte e si auguravano a vicenda di partire una prima dell’altra, per non causarsi dispiaceri. Ne ridevano, e poi si raccomandavano l’anima ai santi accarezzando un rosario di plastica o l’immagine di qualche santo.
Me ne andai, dopo averla salutata, passando per il corridoio. Il respiro quasi si fermava nei polmoni, camminando in quell’atmosfera rarefatta, satura di medicine, di dolori, di parole. Mi limitavo a seguire una linea gialla dipinta a terra,ormai sbiadita, sperando che mi avrebbe condotto fuori. Salutai i muri scrostati che facevano d’intermezzo a tutte quelle scene racchiuse in stanze piccole e vuote e mi ritrovai fuori.
Mi sentii perso per un momento, a contatto con quell’aria fredda e pura, che mi riportava alla mente concetti inesprimibili, legati ad un passato di giubbini e cappellini di lana, quando da piccolo mi ostinavo a voler sfidare il vento forte che mi faceva lacrimare gli occhi, per poi restare un paio di giorni chiuso in casa al caldo a tossire, in un’atmosfera simile a quel corridoio.
Ero solo, e dimenticavo ogni cosa poco a poco. Il silenzio dei miei pensieri era la morte del mio tempo. Nessuno mi raccontava storie, in quel momento, ed io cercavo affannosamente di non perdere quei frammenti che avevo appena raccolto da quest’incontro.
I miei dubbi, le mie crisi, e le mie paure si andavano moltiplicando dal momento della mia nascita.
Adesso ero andato concretamente a far visita ad una parte reale della mia infanzia, che sbiadiva ormai inevitabilmente.
Ed ero solo. Ero indipendente, e dipendevo da tutto quello che non era più.
Salii in macchina e me ne andai, cercando di fondere nuovamente la mia anima col mondo in continua trasformazione; cercando di distruggere quell’idea cristallizzata della vita, invocando inutilmente il tempo che mi concedeva solo pochi attimi instabili di coscienza.
Alle 21.30 su La7
Antonio Pascale, autore di S’è fatta ora
sarà ospite di Daria Bignardi a Le invasioni barbariche
Per tutti i dettagli vai alla pagina Eventi:
http://www.minimumfax.com/evento_appuntamento.asp
Elena Ferrante
edizioni e/o, 2006, pp. 161, EUR 14,50
www.edizionieo.it
Nota di quarta
Elena Ferrante scava, con un racconto avvincente, nei sentimenti
contraddittori che ci legano oggi ai nostri figli. Leda è
un'insegnante di letteratura inglese, divorziata da tempo, tutta
dedita alle figlie e al lavoro. Ma le due ragazze partono per
raggiungere il padre in Canada. Ci si aspetterebbe un dolore, un
periodo di malinconia. Invece la donna, con imbarazzo, si sente come
liberata e la vita le diventa più leggera. Decide di prendersi una
vacanza al mare in un paesino del sud. Ma, dopo i primi giorni quieti
e concentrati, la donna si imbatte in una famiglia poco rassicurante,
in eventi minacciosi. Pagina dopo pagina la trama di una piacevole
riconquista di sé si logora e Leda compie un piccolo gesto opaco, ai
suoi stessi occhi privo di senso, che la trascinerà verso il fondo
buio della sua esperienza di madre. Con questo romanzo feroce e
commovente, Elena Ferrante racconta una nuova vicenda di donna,
quotidiana e che tuttavia toglie il respiro.
Della stessa Autrice (edizioni e/o):
L'amore molesto
I giorni dell'abbandono
La frantumaglia
Spalanca le gambe
prepotente dolcezza affilata
insinuante
scivola dentro la pelle tesa
dondola
naviga
ammaina le vele fradice di mare in burrasca
Attracca e riscivola
spuma di mani e lingua
capelli e muscoli
scrosciare di baci
sugli scogli a cui si arena
E si incaglia
tra sorrisi e bisbigli
Freddo di onde e parole soffiate come aghi di pini marini
tra labbra che scottano
e succhiano cuore e collo
Vola
planando
sul mare
Occhi assolati
languidi guizzi di luce blu e bianca
sulle dune bollenti
del respiro
Forza
e morbido odore di pelle
e di dita
di ginocchia e di spalle
travolge
tenerissimamente
avvolge
di quel blu che irradia
come il sole mattutino