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Contatore

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domenica, 31 dicembre 2006

Ascolta

Ascolta questa musica.

Ascolta.

È una musica travolgente.

C’è un’orchestra dentro me.

Questa dolce melodia mi è entrata nelle ossa.

Sento le note scorrere nelle mie vene.

Rosse come il sangue.

Verdi come le foglie di primavera.

Gialle come le stesse foglie quando l’inverno è vicino.

Stanotte ho fatto un sogno.

Ascoltavamo questa musica.

Era rossa come il sangue.

Era verde.

Era gialla.

Ed era nostra. Solo nostra.

L’anno nuovo bussa alla mia porta.

E c’è sempre la stessa musica.

Sempre degli stessi colori.

Sento la musica.

È penetrata nella mia testa.

Nelle mie vene.

Non mi abbandona.

Non mi abbandonerà mai.

È rossa come il sangue.

È verde.

È gialla.

postato da: iolenovelli alle ore 18:20 | link | commenti (1)
categorie: #iole novelli poesie

Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete.
Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.
“Perché vendi questa roba?” disse il piccolo principe.
è una grossa economia di tempo”, disse il mercante.
“Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano 53 minuti a settimana.”
“E cosa se ne fa di questi 53 minuti?”
“Se ne fa quel che si vuole...”
“Io - disse il piccolo principe - se avessi 53 minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana...”
 
(da: “Il Piccolo Principe”, di Antoine de Saint-Exupéry)
 
Il nostro augurio per il 2007 è di trovare... almeno 53 minuti per godervi “adagio adagio” le cose più belle della vita, quelle vere.
 
postato da: frontespizio alle ore 17:20 | link | commenti (7)
categorie:
venerdì, 29 dicembre 2006

L’insegna al neon fulminata non indicava neanche più l’entrata : la parete era stata abbattuta per qualche motivo e la porta d’ingresso era stata spostata. La grande freccia spenta e ormai rovinata dal tempo indicava con costanza una parete grigia, immobile e sporca.

Entrarono lì dopo molti ripensamenti e discussioni. Era l’una, forse le due. Erano in due: uno aveva bisogno di fare due tiri per rilassarsi, l’altro era disgustato da tanto squallore.

All’interno la saletta era tristemente povera, e vuota. Uno o due fantasmi si dannavano l’anima di fronte a un “gioco” in movimento, una macchina che produceva avventurose illusioni multimediali a poco prezzo. Si dannavano l’anima, le pupille dilatate e fisse verso lo schermo di vetro, le braccia dai muscoli molli che tendevano alla console, la testa che oscillava di tanto in tanto. Lo sguardo perduto.

Ogni tanto emettevano qualche suono.

Alla cassa c’era lui, coi suoi baffi grigi, i capelli assenti di colore, la barba ispida e stanca, che copriva il volto a macchie.

I due chiesero un paio di gettoni per il biliardo. Non disse nulla. Non sorrise. Prese il paio di gettoni e glieli diede. Aprì la porta della sala interna premendo un pulsante lì vicino. Li osservò entrare. Restò lì.

 

La sala era grande. E nient’altro. Non era bella, né accogliente, non era piacevole, ma neanche brutta. Era una squallida saletta dalle pareti incrostate, il soffitto ammuffito in alcuni punti, con tubi arrugginiti che si intrecciavano tra loro. C’erano cinque biliardi sparsi nella sala: tre professionali e due non. Misero un gettone in uno non professionale. Un neon si illuminò: la luce era forte, e la sua ombra si distendeva fioca nel resto della stanza, mischiandosi con l’oscurità attorno.

Presero le palle, il triangolo, le mazze. Cominciarono a giocare.

 

- allora, come va?

- come deve andare…?

 

silenzio. di nuovo.

Nessuno dei due sapeva giocare benissimo, e restavano lì fingendo in silenzio di divertirsi.

Le parole non funzionavano più a quell’ora della giornata. Non mascheravano più niente quindi erano inutili.

Avevano passato le ore precedenti a vagare, sempre vagare. Parlando di tutto, parlando di niente.

Di avvenimenti, di persone, di idee, qualche risata, qualche sorriso. Poi, non volendo tornarsene a casa si erano andati a rifugiare in quello squallido buco “ludico”.

 

 

 

Ogni tanto qualcuno accompagnava un tiro con frasi fatte. Spesso il tiro mancava il bersaglio e l’altro sorrideva. Il neon illuminava tutto allo stesso modo. E in quella stanza si diffondeva solo il vuoto, sul tavolo, lungo le mazze, nelle palle che rotolavano senza fare rumore.

Il vuoto totale, che era l’assenza di ogni intenzione razionale programmata, o anche intuita. E abbandonarsi al caso non serviva: la mente non ritrovava nessuna esperienza casuale da cacciare in ballo per riempire quel vuoto. Il vuoto aveva anche cancellato l’imbarazzo del non trovare nulla da dirsi. Era semplicemente così, nell’atmosfera.

Tra i loro occhi c’erano segnali che ognuno cercava di rintracciare nell’altro, si scrutavano analizzando la progressione del vuoto, del tempo.

Il vecchio orologio inchiodato alla parete indicava la mezzanotte da tempo immemore. Lì dentro si perdeva la cognizione del tempo, continuando a ruotare tristemente intorno al tavolo per piazzare un tiro.

Ogni tanto qualcuno entrava nella sala, solo per raggiungere il bagno all’estremità. Si sentiva l’acqua dello sciacquone nel silenzio della notte e puntualmente il neon vibrava, disturbato da quel suono, illuminando la stanza a sprazzi.

 

Finirono presto di giocare, richiusero la porta e tornarono alla cassa. Ormai non c’era più nessuno nel locale. Lui, fermo alla cassa, era visibilmente stanco. Gli occhi rincorrevano a fatica le percezioni della vista, e sprofondavano sempre più lentamente, appoggiandosi verso il basso.

Poi all’improvviso chiese:

 

- Come va ragazzi?

 

Restarono sorpresi, non se lo sarebbero mai aspettato. E perché poi?

 

- bene

-hm… bene…

 

solo il rumore dell’elettricità che scalpitava nelle lampadine rotte lì attorno.

 

Uno dei due:

- A lei invece? Sembra stanco…

- Si… lo sono. Sto qui da stamattina.

 

- Ci spiace se le abbiamo fatto aspettare per andarsene a casa…

- No, no… non vi preoccupate. Tanto non torno a casa, stasera… è troppo lontano.

 

Viveva in uno dei tanti paesini di provincia sparsi attorno alla città. 

La conversazione cominciò, e andò avanti nella lentezza, ma anche curiosità che si creava attorno a quella figura: era un involontario solitario.

E ora raccontava a quei due ragazzi, e si perdeva in idee compresse dentro di se, facendosi spazio con la parola. Da quanto non parlava? Da quanto non comunicava? Diceva spesso: “ecco a voi” “grazie” “buongiorno” “ciao” “si” “no”… e così via.

E quindi, cosa diceva in fondo?

Ora parlava, e raccontava di come da giovanissimo, alla loro età, ormai 30 prima era partito per forza di cose verso la Germania, per trovare lì un lavoro, un’occupazione umile, ma dignitosa.

Aveva fatto il minatore e mostrò persino una vecchia ferita alla mano, poi aveva lavorato come commesso in vari negozi. Si era sposato e aveva avuto una figlia. Poi la moglie se n’era andata portandosi la piccola, con cui comunque lui restava in contatto tramite lettere, scritte molto male purtroppo perché non aveva potuto studiare bene. Tornò a casa dopo qualche anno, di nuovo nel paesino di provincia. Si ricordava il grigiore del vecchio paese, un grigiore diverso da quello che aveva conosciuto lì, in Germania. Due grigiori che comunque avrebbe associato tra loro, nel tempo. Le differenze non si notano più molto vivendo. E così come gli errori che si compiono diventano scelte, e le scelte destino, tutto si sarebbe trasformato. Il destino restava una divinità a cui fare affidamento in momenti di crisi, ma le sue radici erano più vicine di quanto si volesse riconoscere.

Raccontava, raccontava, raccontava. E solo così ritornava qualcosa di umano nelle sue movenze. Mostrò persino una foto della figlia ai ragazzi. Disse che sarebbe dovuta arrivare da un giorno all’altro per far visita al padre, mai conosciuto. Per questo ora lavorava lì, cercando di accaparrarsi qualcosa. Avrebbe lasciato quell’impiego a giorni.

Poi raccontò dei frequentatori del locale: “Tutti ragazzini, la maggior parte. Entrano, prendono i gettoni, si fumano una sigaretta e giocano. Sputano per terra certe volte, ma adesso mi conoscono e non lo fanno perché altrimenti gli tiro la mazza in testa, già l’ho fatto una volta… e poi si attaccano alle macchine e stanno lì le ore. Ogni tanto viene qualcuno per giocare ai biliardi professionali, ma si lamentano tutti dell’ambiente. Io l’ho detto al proprietario ma a lui non importa niente perché vuole chiudere, e lo tiene aperto solo adesso per guadagnarci ancora qualcosa…”. Erano gli ultimi giorni di una lunga estate che si trascinavano con fatica e malinconia verso l’autunno inevitabile.

“Poi qua spesso si chiude all’una, alle due… non c’è un orario preciso, dipende da quanta gente c’è… per esempio ora siete venuti voi e ho tenuto aperto…”

I due si guardarono, imbarazzati per averlo privato di qualche ora di sonno. Lui disse di non preoccuparsi.

Restarono lì a parlare ancora per un po’, il tempo di tornare ai racconti grigi della Germania, delle sue strade lontane, dei sobborghi degradati di piccole cittadine stanche, per arrivare poi ai racconti grigi del paesino di provincia, uno dei tanto che circondava la piccola città.

Si faceva tardi e i due lo salutarono ringraziandolo per la serata. Lui disse di non preoccuparsi, ma anzi di tornare, se potevano, prima che lasciasse quel posto, anch’esso grigio ma di un grigiore ancora diverso dagli altri. “Senz’altro”, risposero i due e se ne uscirono nel fresco della notte, guardandosi ogni tanto, contenti di quell’incontro inaspettato.

Non lo rividero mai più e tutto tornò ad avanzare nel caso d’incontri ed esistenza.

postato da: Helyks alle ore 21:01 | link | commenti (11)
categorie: #federico francioni racconti
giovedì, 28 dicembre 2006

Lacrime nella pioggia di temporali estivi

 

Non aveva mai scritto nulla sull’amore. Era come se non ne fosse degno abbastanza. Forse non ne aveva voglia. Lo facevano già in tanti , non serviva aggiungere altro e poi lui era inesperto, imbranato. Aveva avuto poche esperienze per poterle raccontare. Ne aveva sentite di più “originali”. Non poteva rischiare una brutta figura. Pensava ad altre storie d’amore lontane da lui, belle da raccontare. Trovava le storie ma non le trovava belle da raccontare. A volte le inventava.  La stessa parola : “amore” ,  gli appariva lontana, inarrivabile.

A volte, quando era innamorato, gli sembrava persino un concetto semplice. Erano quelli i periodi in cui doveva mettersi a inventare altre storie d’amore. Una sorta di “sventura” lo perseguitava. Tutti i suoi amori erano svaniti come lacrime nella pioggia. Erano piogge e lacrime improvvise. Temporali estivi. Ripensava a tutta l’acqua che aveva preso in una fredda notte di dicembre. Sulla pagina già sbiadita di un vecchio blocco per gli appunti aveva scritto queste parole :

 

“Sono stanco la testa mi scoppia e siamo esseri umani

e non mi va di dormire

ma vorrei che la notte passasse presto

per l'illusa speranza di un altro giorno che deve arrivare

perchè amo la mattina che mi fa vedere il sole

e vorrei non sciuparne un attimo”

 

Tra sé e sé si diceva, pentito di aver scritto, quasi compatendosi con affetto : “Avrei bisogno di un gatto da accarezzare, della fiamma di un fuoco da guardare, quindi di un camino, così non scriverei.”

Nel frattempo , nella sua stanza , “illuminata da una fioca lampadina che avrebbe fatto più luce sulla sua tristezza” riecheggiavano canzoni d’amore.

Nella prima una voce lontana diceva di “Come si cambia per non morire”, nella successiva un’altra voce lontana chiedeva “Amami ancora, fallo dolcemente, solo per un’ora, perdutamente”. Pensò che anche lui era cambiato per non soffrire, proprio come nella canzone. Una volta, anche lui chiese di essere amato ancora per un’ora, anzi, quando capì che non sarebbe stato mai accontentato, chiese dieci minuti. Non gli diede neppure quelli, il suo amore.

Sensazione strana : d’un tratto, un gran frastuono. Qualche istante e la musica si interrompe. Il vento che lui tanti giorni aveva perduto a rincorrere, aveva cominciato a soffiare forte nella sua stanza senza gatto e senza camino. La macchia sul soffitto si era estesa troppo ultimamente. Un altro amore era terminato con il crollo del soffitto, quando cominciò a piovere nella stanza. Pianse altre lacrime nella pioggia : l’amore o il soffitto da aggiustare?

postato da: Paolomas alle ore 01:44 | link | commenti (14)
categorie: #paolo massari racconti
martedì, 26 dicembre 2006

Omaggio

Fu in un giorno di Dicembre. Non nevicava, non pioveva, non c’era il sole. Era un semplice giorno, come tanti passati, come tanti futuri. Giornate fatte di ore, di minuti e poi per ultimi, i fondamentali secondi, che poi era l’unica cosa che sarebbe rimasta impressa, ben salda nell’oblio del tempo, pronta a schizzare fuori casualmente, coi mille e mille ringraziamenti del povero sventurato che si ritrovava ad annegare nei propri pensieri veloci, allegri quando allegri, tristi quando tristi, semplicemente così.

Fu in un giorno di Dicembre, quando eravamo in macchina, nell’intimo freddo del cruscotto, osservando con gioia infantile le luci e scritte di Buon Natale : la festa del natale… ma non essendo un periodo di vera festa restava solo il Natale. E cos’era in fondo se non l’espressione d’un numerino rosso di calendario?

Tutti s’affannavano in compere frenetiche dell’ultimo minuto, e giravano per la cittadella con buste marroncine o rosse (classicamente natalizie) o semplicemente di plastica (di tutti i giorni)

Io e il mio amico eravamo in macchina, senza dire una parola, parlando tra noi.

Eravamo i bohèmiens o i pazzi o anche gli sfigati, in fondo, con cappotti e sciarpe… mancava solo il cappello : si parlava d’esistenza, ridendo o amaramente sorridendo.

Quella giornata non era nata con un’intenzione ben precisa, ma il tempo s’andava lentamente srotolando, disponendosi in pezzi di bei momenti che avremmo poi ricordato.

Andammo a far visita al libraio, sempre barricato nella sua torre d’avorio più umile e piacevole, circondato da libri e coscienze, storie e umanità. Sorrideva sempre, affabile, mai con le braccia conserte ma sempre aperte, fumacchiando toscani, i cui rimasugli si accumulavano puntualmente sul pavimento, sui tappetini e su qualche sciagurato libro, colpevole solo di ritrovarsi sulla sua scrivania. Spesso, percorrendo il vicoletto che portava alla torre trovavamo i resti spezzettati dei sigari, scagliati via con nonchalance, che si accumulavano col tempo, come la cenere sui libri.

I tempi in cui s’avevano grandi pretese erano finalmente passati, per far spazio ad un lucido e sereno disincanto : anni prima volevamo cambiare il mondo con un po’ di tenerezza, ora ci limitavamo a cercare la tenerezza che si ritraeva sempre di più nella bassa marea della modernità frenetica di questo bel mondo (più che altro perché l’unico conosciuto finora).

La fisarmonica dello stereo della macchina, rigorosamente vecchia e ammaccata, puntualmente senza benzina, sporca e disordinata, ci accompagnava in quella breve “epopea di pensiero” d’una città di provincia.

Provincia italiana. Chiaramente eravamo il fanalino di coda dell’europa, e c’era sempre qualche mancanza di cui lamentarsi. Qualche corruzione per cui indignarsi, situazione economica drammatica per cui spaventarsi, ingiustizia per cui teoricamente lottare. Ma si sa, siamo un grande popolo, pigro. E così sia : osservare, ideare, fare. Il circolo vizioso dell’esistenza.

Dopo la tranquilla visita pomeridiana, con sorrisi, caffè e racconti di vita ci riaviammo, senza benzina, verso l’ennesima tappa intima della quotidianità : il piccolo, pittoresco paesino che sovrastava sulla piccola, frenetica città.

Passammo di fronte ad una chiesa, e la messa era appena finita : famigliole felici s’allontanavano trotterellando tristemente nella nebbia, anziane signore vestite a lutto s’affannavano con enormi buste della spesa e pacchettini, affabili signore di mezz’età si facevano strada, a coppie distanziate quasi geometricamente tra loro.

Arrivammo in cima al paesino e da quel belvedere, che poi tanto bello non era, si poteva vedere tutta l’immensa pianura, che sembrava stampata nella lontananza.

Da lì s’intravedevano, oltre alle psichedeliche luci di festa della città che s’accendevano e spegnevano freneticamente, sporadiche casupole nascoste nel buio.

1° piano : tutte le luci accese, 2° piano : luci di stanze che si accendono e spengono quasi comunicando col mondo esterno, eterno voyeur. L’abitante di quel piccolo mondo intimo si spostava di stanza in stanza, scandendo il suo procedere con buio e luce, facendo intravedere la misteriosa silhouette. Noi c’interrogavamo sul suo destino. Chi era quell’ombra? Un pensionato solo che vagava nella sua intimità, una famiglia davanti ad un televisore, mentre la cena si prepara sul tavolo, e così via…

Poi il mio amico mi raccontò di altre esperienze umane, e così si andava avanti.

Era l’ultimo anno di liceo, e in classe sua erano già tutti sicuri del proprio futuro: c’erano 5 giornalisti, 7 di area sanitaria (che si distinguevano a loro volta in podologia,chirurgia, ginecologia, logopedia, veterinaria, medicina generica, medicina legale), 7 tra economisti e politici e una maestra.

Noi, così insicuri dei nostri destini, continuavamo a porci l’estenuante domanda : che fare?

Nei sogni si viaggiava, a volte si scriveva, si incontravano umanità diverse tra loro.

Eravamo pseudo-bohemiens e la verità è che tentavamo di giustificare le nostre incertezze, paure e velleità nella teorizzazione poetica di una qualche filosofia di vita.

E così l’allegro valzer di un giovane compositore con residenza a Parigi (beato lui), ci coccolava nelle nostre continue e tristi prese di coscienza, nello scontrarsi con la realtà delle cose.

E così, senza un senso ben preciso e dimenticando molti piccoli particolari che sarebbero forse tornati un giorno, andavamo avanti : nell’impossibilità di qualsiasi altra opzione.

La quarta dimensione,il tempo, così spaventosa nella sua inesorabile corsa, ci dimostrava che non avremmo cambiato il mondo, e a stento saremmo riusciti a cambiare noi stessi, se non con una stoica rinuncia di percezioni e piacevoli pomeriggi trascorsi ad osservare, sorridere amaramente e soprattutto a confrontarci terrorizzati col mondo che era al di là.

E così, senza un senso ben preciso, ho scritto qualche riga per non dimenticare quell’atmosfera piacevole. E poi, che il resto sarebbe pure venuto.

_

 

p.s. Anche se in ritardo, buone feste a tutti!

postato da: Helyks alle ore 14:49 | link | commenti (4)
categorie: #federico francioni racconti
lunedì, 25 dicembre 2006

Scrittura sincronica di un pomeriggio da ricordo

 

“Non è Parigi, però..” Mi ha detto così, sorridendo, sarà passata solo un’ora. Eppure insieme abbiamo già capito della magia di questo pomeriggio di dicembre. E’ domenica, i negozi sono aperti per gli acquisti di Natale. Io e il mio migliore amico abbiamo vagato con la macchina senza benzina fino “al solito posto” . “Al solito posto”  è anche il nome di un locale della nostra città : si trova accanto a un’impresa funebre. Ho pensato che questa casualità volesse intendere qualcosa : “si finisce tutti al solito posto”. “L’impresa funebre è l’ultimo grande investimento della tua vita, il primo della tua morte” , l’ho sentita da qualche parte ma non so dove.

Oggi sento la vita. L’impresa può aspettare. Oggi è un giorno di quelli di cui dirò ancora a lungo e che poi d’improvviso fuggirà dalla mia memoria. Oggi da un’altura, dal belvedere “di nicchia” di un paese, quello senza le panchine , quello che sembra  sia stato giudicato indegno di donare qualcosa agli occhi e all’immaginazione, ho guardato ciò che si stendeva davanti a me fino all’orizzonte. Ogni tanto, dei fuochi d’artificio. Lo conosco bene quel panorama. Lo guardo sempre dal “solito posto”.

La magia di oggi la posso spiegare con la musica, perfetta per il momento, gli sguardi, le nostre sciarpe. Avevano creato una splendida intimità familiare, fraterna. Lui fumava il sigaro, l’odore del fumo mi infastidiva ma lasciavo che mi “arrivasse” addosso. I nostri occhi sono caduti insieme sui dei quadratini gialli illuminati nel buio: le finestre di una casa. La luce di quella di sopra si spense. Se ne accese una al piano terra. Noi eravamo lì a guardare, lontani, a immaginare e costruire castelli in aria sulla vita che trascorreva dietro l’unica cosa che riuscivamo a scorgere, i quadratini gialli. Ci siamo rimessi in macchina e abbiamo parlato della vita, di quanto siamo umani tutti noi quando diciamo, ridiamo, in ogni attimo che viviamo, sensazione che proviamo, azione che compiamo. “La vita è meravigliosa” , abbiamo avuto voglia di vedere questo magico film che vediamo ogni anno a Natale. Siamo andati a fare un viaggio oggi. Sto aspettando che il mio amico venga a portarmi il suo foglio, mi ha detto che sarebbe andato a scrivere. L’avevo già intuito dal suo sguardo. Di certo, avremmo scritto cose molto diverse e molto uguali. Abbiamo avuto fortuna. C’era la musica giusta , le sciarpe erano perfette e soprattutto è nato tutto per caso.

postato da: Paolomas alle ore 23:30 | link | commenti (13)
categorie: #paolo massari racconti
domenica, 24 dicembre 2006

Fiamma di Natale (con auguri)



amosalbero













Fiamma di Natale

Rincorrevano sogni azzurri
in attesa vibrante
onde su onde al neon –

squarciò la rete, in veste d’albero
fiamma dal cuore oscuro:
accendeva candele gialle
avvolgendo d’amore, tutto…


immagine di Amos Crivellari
postato da: aboutyou alle ore 20:44 | link | commenti (4)
categorie: #marina raccanelli poesie

Libri&Dintorni ha pubblicato 

"Macchie di pioggia sul muro di un'idea"

di Federico Francioni

&

"Onde medie mediocri ottime"

di Paolo Massari

Il volume raccoglie, in 192 pagine, racconti, dialoghi, riflessioni dei due giovani scrittori. Alcuni brani sono stati pubblicati sul questo blog, altri sono inediti.

FAHRENHEIT

pubblichiamo l'e-mail invita dalla redazione di fahrenheit a libriedintorni

25 - 29 dicembre

Lunedi` 25 il regalo di Natale di Fahrenheit agli ascoltatori sarà un pomeirggio dedicato ai racconti di cinque scrittori: Elena Stancanelli, Vincenzo Cerami, Nicola Lagioia, Marco Franzoso e Chiara Zocchi.

Molti, come sempre, gli scrittori ospiti della tramissione nello spazio del libro del giorno: Maria Paola Guarducci, Il vestito di velluto rosso (Goree), Gianni Clerici, Zoo ( Rizzoli), Giuseppe Pederiali, Il paese delle amanti giocose (Garzanti), Serena Vitale, L' imbroglio del turbante (Mondadori), Luca Scarlini, che presenta Coraggio, Ragazzi, di James M. Barrie (Bollati Boringhieri).

Autrice delle lettere del blog sara` Michela Nacci.

Tanti auguri e buone feste dalla redazione di Fahrenheit.

www.fahre.rai.it ..... fahre@rai.it

 

postato da: frontespizio alle ore 18:55 | link | commenti
categorie: @eventi
venerdì, 22 dicembre 2006

Hélène Grimaud
Variazioni selvagge
Bollati Boringhieri, 2006, pp. 177, € 18,00
www.bollatiboringhieri.it
 
Nota di quarta
 
Hélène Grimaud, una delle migliori e più affermate pianiste di oggi, racconta le avventure di
un enfant prodige che è anche un enfant terribile. Dice delle sue relazioni appassionate con la musica, i concorsi, la composizione, ma anche la rottura con il mondo parigino, l’esilio negli Stati Uniti a vent’anni. Lì, la sua nuova vita è fatta di dubbi, di disperazioni, fino alla rinascita grazie all’incontro con i lupi.
Dal 1991, li alleva in un villaggio del Connecticut, in una riserva in mezzo alla foresta. Vive con loro e ne studia il comportamento. È corrispondente di molte organizzazioni scientifiche e si adopera per la reintroduzione del lupo nel suo ambiente naturale. In questo libro, ci offre la chiave del suo universo interiore, della sua relazione particolare con il mistero della musica e dei lupi, che hanno fatto di lei un’icon del carisma riconosciuto.
 
Discografia disponibile:
REFLECTION : musiche di Brahms, Robert e Clara Schumann.
BARTOK: concerto per pianoforte n. 3
CHOPIN: Sonata per pianoforte n.2
RACHMANINOV: Sonata per pianoforte n. 2
CREDO: Musiche di Beethoven, Corigliano e Part.
 
Info.classic@umusic.com
postato da: frontespizio alle ore 15:27 | link | commenti (2)
categorie: musica, letteratura
giovedì, 21 dicembre 2006

Rainer Maria Rilke (1875-1926)
Lettere a un giovane poeta
Adelphi, 1980, pp. 147, € 7,50
 
Nota di quarta
 
Le Lettere a un giovane poeta furono realmente indirizzate da Rilke al giovane scrittore Kappus tra il 1903 e il 1908. Pubblicate postume nel 1929, si diffusero in breve tempo nei paesi di lingua tedesca come una specie di breviario – non tanto d’arte quanto di vita. Oggi, nella generale riscoperta di Rilke, ormai sfrondato di quegli omaggi sensibilistici che per molti avevano a lungo impedito l’accesso alla sua grande poesia, queste pagine tornano a essere una guida preziosa.
Fin dalle prime righe, esse ci danno l’accordo che poi sentiremo risuonare in ogni parola di Rilke: “La maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce , perdura”.
Scrivere, per Rilke, era al tempo stesso un atto che poneva esigenze assolute, mutando la vita intera, e un oscuro processo biologico, una fermentazione delicata dove alla coscienza spettava soprattutto di stare in ascolto, esercitando un’ardua “passività attiva”.
E proprio in queste lettere Rilke ha saputo illustrare la sua “via” alla letteratura con le parole più precise e più dense.
postato da: frontespizio alle ore 17:18 | link | commenti (2)
categorie: genere / poesia

UN GIORNO

ripensando a quel giorno

mi sento triste.

mi fa male qualcosa dentro.

Ripensando a quel giorno a palermo

Io soffro.

Soffro per te.

Tu che hai ricevuto un brutto dolore.

Tu che poi hai pianto

Nella mia stanza.

Mi hai abbracciato

E mi hai bagnato le spalle,

con le tue lacrime.

Poi ti sei addormentata

Nel mio letto.

Ti carezzai la testa

E dopo, quando fui sicuro che tu dormivi

Iniziai a piangere anche io.

postato da: cosentinonico alle ore 09:51 | link | commenti (4)
categorie: #cosentino nico poesie
mercoledì, 20 dicembre 2006

Poesia vagabonda

Non oltrepasso la linea di ferro.

Non oltrepasso la linea di ferro.

Resto qui legata ad un filo.

Resto qui legata ad un filo di seta.

La seta dei miei occhi non oltrepassa la linea di ferro.

Resto qui legata ad un filo di seta rossa.

La seta rossa dei miei occhi non oltrepassa la linea di ferro.

Resto qui legata ad un filo di seta rossa che profuma di rose.

La seta rossa che profuma di rose dei miei occhi non oltrepassa la linea di ferro.

Allora resto qui legata ad un filo.

Allora resto qui legata ad un filo che non è  di ferro.

Non è neanche di seta.

È solo un filo.

 

postato da: iolenovelli alle ore 12:27 | link | commenti
categorie:
martedì, 19 dicembre 2006

Centro Sociale Autogestito Depistaggio
Presenta:
 
LEFT
Libere Espressioni Fuori Tempo
Festival di arti indipendenti
::musica::cinema::teatro::mostre::workshop::

22 dicembre 2006
7 gennaio 2007
 
CSA DEPISTAGGIO
via Mustilli (tendostruttura sulla pista)
Benevento
 
Laboratori teatrali (a cura di Giuseppe Fonzo, Emanuele Nargi e Ass. Inca), workshop di tecnico del suono (a cura di Marco Messina), workshop di giornalismo musicale (a cura di Donato Zoppo), corso di fotografia (a cura di Ernesto Pietrantonio), mostra sul brigantaggio (a cura di Michele Di Costanzo), seminario sul cinema (a cura di Giovanni Bocchino), rassegna di cortometraggi Corto Left, concerti e spettacoli teatrali.
 
Info:
CSA DEPISTAGGIO via Mustilli (tendostruttura sulla pista) - Benevento
E-mail: info@csadepistaggio.org
Tel: 0824-51849
http://www.csadepistaggio.org
http://www.myspace.com/leftfestivart
postato da: giovannaco alle ore 12:20 | link | commenti
categorie: @eventi
domenica, 17 dicembre 2006

Istruzioni

                                                                                      Paolo Massari

Lo scrittore aveva un’aria molto sollevata. Infatti era venerdì, anche quella settimana di lavoro era finita e al di là della grande finestra del suo studio c’era un bel sole che gli accecava gli occhi, solidale della gioia del caro Giorgio. Aveva appena concluso il suo ultimo capolavoro. Se non qualche fortunato, nessuno mai avrebbe avuto il piacere di sfogliarne le pagine. Eppure era un peccato: si era impegnato molto per il libretto di istruzioni di quello scadente frullatore, che si sarebbe rotto prima ancora d’esser messo in funzione.

Giorgio iniziò questo lavoro quasi per gioco, in un’estate decenni lontana. Non ricordava neppure come capitò in quella fabbrica di second’ordine che fino ad allora gli era sconosciuta.

Prese servizio un mercoledì pomeriggio di un agosto non troppo caldo. D’un tratto si trovò davanti oggetti per lui venuti da un’altra galassia. Allibito, capì come arduo era il suo compito, far capire come funzionassero tutti quegli aggeggi che aveva sempre rotto, addirittura odiato. Procedendo per tentativi, dopo molto tempo, capì.

Scrisse la sua prima opera su un frenetico tostapane che, di colpo , inaspettatamente , in maniera quasi severa, sputava fuori senza garbo i toast. Sognando di fare mille autografi, quando vide la prima  copia del suo libretto, tradotto in varie lingue,  gli brillarono occhi. Si sentì molto soddisfatto e così, si appassionò a quel lavoro che prima magari non credeva nemmeno esistesse. D'altronde , chi mentre è gioioso per il suo nuovo acquisto, assetato di abusarne, pensa all’autore del libretto d’istruzioni?  Giorgio si era “evoluto”, al passo della tecnologia che ormai con i capelli bianchi continuava a descrivere.

Quell’assolato sabato d’inverno, mentre passeggiava solitario su una spiaggia ormai dimenticata, ad un tratto si fermò. Guardava quel mare triste, che come lamentandosi si agitava. Sentì il cuore battere più forte, onda su onda. Si agitò. Si calmò. Si rattristò. Si chiese se la sua umanità nel dare istruzioni agli altri fosse mai stata ricambiata. No. Nessuno gli aveva mai dato le istruzioni che sempre avrebbe desiderato seguire. Si arrangiò per conto suo, senza una guida ben determinata. Egoista, diede amareggiato le dimissioni. Dopo aver dato istruzioni per anni e anni a quel mondo che egoista non gliele aveva concesse, pensò che ormai non ne valeva più la pena. Un ultimo contributo umanitario. Scrisse un libro stavolta, con le istruzioni per la vita di chi come lui le avrebbe solo scritte per gli altri senza che mai gli fossero state date.  

postato da: Paolomas alle ore 13:33 | link | commenti (5)
categorie: #paolo massari racconti
sabato, 16 dicembre 2006

BACI LASCIVI

Uno – sì, si era autodefinito proprio così, lui – l’aveva salutata al telefono accennando a baci lascivi, rimarcando a quel punto la voce già come roca..
Lei aveva risposto:” vedrò, sì vedrò di pensare con esattezza a ciò che hai detto, per quanto…”
E non aveva concluso, volendo come insistere su una vaghezza che forse non meritava di essere conclusa,né  definita in alcun modo.
Poi lei però, per meglio definire i contorni entro cui delimitare il suo pensiero notturno ,aveva avuto l’ idea di andare a ricercare le radici etimologiche del termine “lascivo “ma, aprendo il vocabolario sulla parola lascivo , la sua attenzione era stata spostata immediatamente sui due lemmi accostati in ordine alfabetico accanto a lascivo.
Al di sopra  di lascivo era scritto in neretto ” lascito”, un termine usato nell’ ambito del diritto, e da intendersi come “legato”, non certo nel senso di participio passato del verbo legare, ma come concetto di eredità, forse, si disse peraltro lei tra sé e sé..
Al di sotto, invece, di lascivo, compariva il termine “lasco”.
Lei allora lesse con estrema attenzione, già leggermente perturbata.
“Lasco” si dice di collegamento meccanico quando vi è gioco notevole fra i due elementi, ed indica anche l’ andatura in cui la poppa riceve il vento con un angolo di circa 110-170 .gradi, termine questo usato nel gergo marinaresco, dunque.
A quel punto – e solo a quel punto- il suo pensiero, oscillando tra i rimandi lasciategli nella mente dalla lettura dei lemmi accostati, se pure accostati da lei in un modo alquanto arbitrario, forse perfino inverosimile, anche se lei trovava questo accostamento ambiguo e quindi foriero di ulteriori subliminali percezioni,a quel punto dunque, e in quell’ esatto attimo, lei potè pensare, davvero pensare ai baci lascivi.

postato da: DOMACCIA alle ore 12:02 | link | commenti (7)
categorie: genere / racconti, #domaccia racconti
venerdì, 15 dicembre 2006

Storia del Piccolo Chiodo

 

Questa è una storia che parla di un chiodo, che era piccolo. Di un muro, che era immobile e di un calendario che era ingiallito.

 

Il piccolo chiodo era fermo lì, attaccato al muro immobile, in un giorno d’inverno. Fuori nevicava. Ma questo non ha importanza per la storia.

Lo racconto perché sta nevicando adesso, e da qui si vedono i tetti imbiancati delle case non troppo lontane.

Il piccolo chiodo stava lì attaccato al muro e ci attaccarono un calendario.

Il calendario non era proprio nuovo, ma non si potevano mica sprecare altri soldi per comprarne uno nuovo. Non è piacevole spendere dei soldi per essere consapevoli del tempo che passa e niente che cambi.

Il chiodo allora si sentiva importante. Qualcuno gli aveva affidato fiducia.

Il chiodo non era più solo, e il suo restare attaccato al muro non era più una cosa da niente. Adesso reggeva il calendario.

 

Il calendario non era proprio nuovo, ma resisteva ancora. Qualche data non coincideva, ma non era importante. In generale poteva funzionare.

Il calendario era abbastanza grande; e anche colorato, anche se un po’ scolorito.

Il calendario, lentamente, era diventato importante in quella casa. Non si aveva più paura del futuro, e si guardava con speranza ai giorni che sarebbero venuti.

Stranamente, sembrava quasi che riacquistasse il suo vecchio colore. Anche il calendario si sentiva importante e fiero di se stesso, ma senza prendersi troppo sul serio.

 

Il chiodo lo reggeva, dall’alto, mantenendolo stabile e in equilibrio.

“Se fossi stato in basso” pensò il chiodo “il calendario non sarebbe stato equilibrato e stabile. Evidentemente io Devo stare di diritto quassù per reggere i fogliettini laggiù…” Il chiodo non aveva torto, ma lentamente diventava sempre più preso da sé stesso.

“Se sto qui, Dio lo vuole, evidentemente”. Poi diventò laico.

“Se sto qui, IO lo voglio, evidentemente”. E si compiacque.

“Io, Io, Io…”. Cominciò a pensare “io non arrugginisco mai, non cado mai, perché sono saldo. Senza di me il calendario non si regge. Senza di me sarebbe il caos. Io regolo la legge dell’equilibrio su questo muro!”

I giorni del calendario non davano troppo peso alle affermazioni del chiodo.

“E’ megalomane” pensavano. “ma bisognerà pure che qualcuno ci tenga in equilibrio, per cui lasciamolo fare”.

 

La vita continuava. Il chiodo era diventato violento, irascibile, voleva di più e di più ancora, e ancora. Cominciò a spingere verso il muro per dimostrare la sua forza fisica, ma il muro era più solido. Allora volle dimostrare la sua importanza al calendario e preparava spesso discorsi per convincere i giorni, che ancora lo assecondavano. Più per bontà, che per interesse.

Fuori nevicava (e nevica) ancora. (Non è cambiato molto insomma)

 

Così, lentamente, il chiodo diventò superbo e inspiegabilmente cominciò ad ingrossarsi. (inspiegabilmente perché in fisica credo sia impossibile che un chiodo si ingrossi da solo, ma ammettiamolo possibile).

Il chiodo era talmente sicuro di sé stesso che voleva proprio sentirsi più grande del calendario,perché si era convinto che l’apparenza è più importante dell’utilità.

 

Il calendario era terrorizzato. Non sapeva proprio come fermarlo.

Il chiodo crebbe così tanto che cominciò a dilatare il buco in alto del calendario, fino a tagliarlo.

 

I giorni strillavano “ Fermati! Sei Pazzo!”

E il chiodo replicava : “Sono solo più Grande, Importante, Ricco, Benestante di voi!”. Qualche volta il chiodo si lasciava anche andare in gesti poco educati e parole poco delicate. Il calendario tentò di organizzare una guerriglia, ma era troppo tardi. Il chiodo ruppe il calendario, che cadde a terra.

Mentre cadeva diceva “Senza di me non servi a niente”

 

Così il chiodo non era più piccolo, il calendario era strappato e fuori nevicava ancora.

 

Poco dopo però, quando il chiodo era rimasto solo nel suo delirio di onnipotenza, accadde qualcosa di nuovo.


Il muro, che era rimasto immobile, senza dire una parola, osservando, senza badare, a quello che accadeva

 

Il muro che era stato saldo per tanto tempo

 

Il muro crollò.

 

E crollando, tutto crollò con lui, compreso il chiodo.

 

E in quell’istante il chiodo capì che non era mica l’unico chiodo su tutto il muro, ce n’erano tanti altri. E molti di loro si erano lasciati consumare dal loro potere, e questo aveva portato il muro ad indebolirsi, fino al crollo.

 

Quando il muro crollò travolse tutti i calendari a terra e tutti i chiodi.

 

E così. Finisce la storia.

 

 

_                                  _                                       _

 

A questo punto il chiodo, dopo essersi svegliato e aver sognato la triste fine del muro e di tutto quanto capì che era meglio se restava al suo posto, al servizio dei giorni della settimana, senza voler diventare più grande.

 

Così, insomma, il chiodo rimase piccolo e stipulò con il calendario un accordo di stima, basato sui diritti e sui doveri di ciascuno.

 

      In quel calendario non ci furono mai ingiustizie

                        E il muro rimase solido per tanto, tanto tempo ancora.

postato da: Helyks alle ore 22:29 | link | commenti (5)
categorie: #federico francioni racconti
mercoledì, 13 dicembre 2006

La maglia per casa

 

Incontrai un viandante, tanto tempo fa. Non ricordo come mai, né dove fossimo, ma ci scambiammo due parole come vecchi amici. Mi sembrava di parlare con un personaggio uscito da un vecchio romanzo, il classico “viandante” di cui spesso si parla.  Mi  disse che gli mancava “vestirsi per casa” , “comodo”. Voleva abbandonare almeno per un giorno o due la sua divisa da viandante. Gli risposi che mi piaceva il suo modo di vestire e che conoscevo un tale che quando era in casa si trasformava, abbandonandosi  alla trascuratezza più grande. Gli raccontai di quel vecchio conoscente e di quando una volta, in un freddo pomeriggio invernale, mi disse: “Sei come una maglia per casa.”

Raccontai al viandante di essere rimasto un po’ interdetto, sulle prime, quando mi disse così. Egli , per tutta risposta, mi chiese se il mio amico fosse ubriaco o poco sano di mente. Non era né ubriaco, né sano di mente. In ogni caso, avermi detto di essere la sua maglia per casa per me doveva essere un onore. Alla maglia per casa, a meno che tu non sia un perfezionista, non devi fare troppa attenzione, non devi ripiegarla sempre con cura. La maglia per casa non è con te quando imprechi nel traffico e maledici i tuoi superiori. E’ testimone della tua casa, della ricerca della tua pace interiore. Io ero un amico taciturno, di poche domande. Cercavo di allontanarlo da ciò che non gli piaceva. Ero “una brava maglia per casa”. Ma di che colore? Il viandante si rimise in cammino, a passo svelto. Ho detto qualcosa che non va?

 

 

postato da: Paolomas alle ore 23:09 | link | commenti (8)
categorie: #paolo massari racconti
lunedì, 11 dicembre 2006

Nostalgia in 3 episodi


Non so da quali
intersezioni sono giunta a questo
angolo morto, incrocio ferroviario –
avrei voluto vivere come
in ovattato bozzolo, in un bagno d’amore
tracciavo
un ventaglio di luce con il guanto
sul finestrino in corsa –
lo stridore dei freni ha intorbidato
l’aria fino al tracimare
di ogni cosa non detta, non capita…
nel turbine, di slancio ogni cosa
era tesa, un segno ad alta definizione –
c’è un tempo sospeso, ora, io resto
aggrovigliata nei dubbi



Quando fu tardi – in ogni senso tardi
scricchiolavano sfesi del tempo
i divisorî
i secondi sforavano, intere
quote d’esistere rimanevano in pausa –
sotto le porte, sbriciolati
di straforo nanosecondi finivano sotto
pieghe d’un altro mondo…

solamente un cuscino è tamburo
è sfasata farfalla che sbatte
sveglia – cuore, non so, cuore insonne
chissà…



Sussurrava nel buio la casa
segmenti di legno, dolenti giunture
l’orologio era metallo deciso ma
muto per il mio sonno –
non avvertivo il mormorio
del frigorifero, lamentazioni di cose
affaccendarsi di formiche nel muro
l’arco stellare sulle reni di Nut
a dismisura nel cosmo slanciate –
nuotavo in un altro mondo…

ed ammiccò due zeri la mia sveglia
rossofuoco nel centro della notte:
dal sonno si sfilarono parole
imprendibili, sbalorditive, assenti…


marina
postato da: aboutyou alle ore 15:18 | link | commenti (4)
categorie: genere / poesia, #marina raccanelli poesie
venerdì, 08 dicembre 2006

 

               RIFLESSIONI DEL CALDO E DELLA BENZINA

 

Atto unico

 

Personaggi : Lo Studente, La Studentessa, il Professore e dei Passanti.

 

Prologo

 

E’ una sera di dicembre. In una stanza disordinata c’è un ragazzo che soffre per il riscaldamento troppo alto e che però è vestito come se stesse per andare in Siberia. E’ visibilmente annoiato e nervoso.

“Nel ‘700 sarebbe stato diverso.” Lo diceva sempre , anche se sapeva che per come era fatto si sarebbe annoiato lo stesso. E nel futuro? Che noia avrebbe provato? Forse la sensazione è sempre quella. Poco importa.

Si impelagò in un’ingenua aberrazione mentale sul futuro, immaginandosi in un mondo ancora lontano di cento anni. Due le spiegazioni : il caldo della stanza o la benzina che gli era schizzata addosso al distributore automatico poche ore prima e che lui aveva ingoiato, senza sapere come.

                                                                                     Fine del prologo.

Dove stava andando con la sua mente?

 

Tempo : In un pomeriggio di marzo, nel 2100.

Luogo : In una grande capitale piena di grattacieli.

Azione : A seguire i corsi universitari di sociologia, camminando a passo svelto.

 

-Dialogo fugace dello studente distratto-

 

Studente (si rivolge a una studentessa molto carina) : “Scusa, sai per caso dove si tiene il corso di “storia dell’uomo alienato di inizio millennio”? ”

 

Studentessa (come infastidita dall’eccessiva “dolcezza” del ragazzo e con ovvietà) : “Certo che sì! Nell’aula magna ovviamente ! E’ l’unica lezione frontale dell’anno prima degli esami orali! Il professore è un tradizionalista per certe cose!”

 

Studente (deluso dal modo di fare della ragazza) : “Grazie davvero! Ora scappo! Di questo passo arriverò quando parleremo dell’alienato contemporaneo!”

 

Studentessa : “Saresti di certo un ottimo esempio!”

 

Il ragazzo non ha molto senso dell’ironia. Vorrebbe non aver sentito la battuta che purtroppo ha sentito, detta poi da quella ragazza così carina. Offeso, si precipita verso l’aula magna, prendendo la direzione sbagliata. (Aveva torto la studentessa?)

Nel frattempo il professore si presenta agli altri allievi e sottolinea l’importanza di incontrarsi almeno una volta “fisicamente” prima dell’esame orale. Passa un altro po’ di tempo e … ce l’ha fatta! E’ giunto all’aula magna, sentendo come di aver ritrovato la sua Itaca lontana! L’ha ritrovata, ma forse con troppo rumore. E’ stato “squadrato” dal professore e si sente addosso tanti altri sguardi severi, quelli degli altri studenti.

 

Studente : (tra sé e sé) : “E meno male che è una la lezione frontale! Avrei fatto tardi ogni volta, sai che figuracce! Tedeschi questi qui! Che sarà mai! Ho fatto solo un quarto d’ora di ritardo!”

 

Il professore inizia la sua lezione. E’ di mezza età, magro e vestito di scuro. Non indossa gli occhiali, come lo studente si sarebbe aspettato.

 

Professore : “ Passiamo ora all’analisi dell’uomo alienato di inizio millennio, quello che non sente  e non parla. Attenzione. Questa espressione , nell’uso comune dell’epoca, poteva riferirsi a atteggiamenti omertosi o di eccessiva riservatezza. Noi storici, identifichiamo oggi colui che “non sente e non parla” nel presunto sordomuto, in colui che non è quindi patologicamente sordomuto. Il fenomeno si sviluppò in particolare in Europa nei primissimi anni del millennio. Era pieno di giovani che giocavano al “Wherter” , delusi dai loro amori e dai sogni irrealizzati. Mio nonno, pensate, che era nato, pensate, alla fine dello scorso millennio, mi raccontava di un tale della sua piccola città, che vagava sempre come in cerca di qualcosa. Si guardava intorno, ascoltava , ma continuava a tacere. Tutti lo credevano malato, “deficiente”.

Era questo genere di dialoghi che gli toccava ascoltare, quelli fugaci tra i passanti che si incontrano e scambiano parole e frasi già dette, di fretta. Ecco qualche esempio.”

 

                                                  -Dialogo delle stagioni-

                - c’è preoccupazione : è dicembre e ancora non “arriva” la neve –

 

Passante che l’altra passante non vede da tanto tempo : “Da quanto tempo non ti vedo! (“schiocco” dei baci sulle guance) Dopo i “convenevoli” del “Come stai? Bene grazie e tu? Bene grazie!” , la discussione si sposta sui temi del quotidiano, ovvero :

 

Altra passante che  l’altra passante non vede da tanto tempo : “Ma ti rendi conto del caldo che fa?”

 

Passante che l’altra passante non vede da tanto tempo : “Impossibile! Qualcosa sta cambiando. Pensa che ancora non ho fatto tutto il cambio di stagione, le maglie pesanti ancora non le tiro fuori!”

 

Altra passante che  l’altra passante non vede da tanto tempo : “ Di questi tempi faceva un freddo, da neve !! (alzando la voce sul “da neve”) Ma nemmeno ci stava bene! E’ solo che le stagioni di mezzo.. (interrotta, come da una brava alunna che conclude la frase lasciata in sospeso dalla maestra)

 

Passante che l’altra passante non vede da tanto tempo : “Non esistono più!”

 

 

 

Professore : “Da ora in poi entreremo in “medias res” nei dialoghi, risparmiando le dinamiche “formali” degli incontri. Dobbiamo risparmiare tempo. Chiameremo “passante” in modo generico ogni personaggio dei dialoghi che prenderemo in esame, che via via  saranno accorciati giusto per dare l’idea di ciò che vogliamo intendere.”

                                                     

    -Dialogo dei veleni-

                               - è inutile : non esistono più i prodotti genuini –

 

Passante : “Hai sentito cosa contengono i succhi di frutta?”

Passante : (con paura) : “No! Cosa?”

Passante : “Non te lo dico proprio! Questi ci uccidono un po’ ogni giorno!”

Passante : “Altro che cucina della nonna ! La dieta a base di frutta e verdura! E come si fa? E’tutto geneticamente modificato!”

Passante : “Guarda, non so chi l’ha inventato il mangiare! E’ un brutto destino! Speriamo nel signore!”

 

                                               -Dialogo dell’indecenza-

-è scandaloso : donne scollacciate in tv già alle 4 del pomeriggio-

 

Passante : “Non è possibile, è tutto pornografico!”

Passante : “Ovunque queste scollacciate e i bambini sono tutti come dei piccoli “allupati” ! Solo talk e reality show”

Passante : “La tv non è più quella di una volta!”

 

                                             -Dialogo dei best-seller-

- la “Gioconda” sulle copertine dei libracci: non c’è più religione-

 

Passante :  “I classici della letteratura sono in decadenza! Best seller a non finire! E si legge così, per moda!”

Passante : “Quando si legge! I giovani leggono pochissimo e sono superficiali, sempre!”

 

 

Epilogo

 

Si parla tanto di risparmio energetico! I troppi elettrodomestici in funzione in quel piccolo appartamento risvegliarono il ragazzo dalla sua riflessione “futurista”, riportandolo cento anni indietro. Era lui l’alienato che “non sente e non parla” all’inizio del millennio, ma che , curioso cerca di ascoltare quanto più può di ciò che le persone dicono. Spesso gli capitava di sentire ripetere le stesse cose, riflessioni il più delle volte esatte, ma che poi scadevano nel banale, diventavano luoghi comuni che criticavano luoghi comuni. “Di questo parleranno le schede di “civiltà” dei libri che scriveranno la nostra storia, tra una guerra e l’altra, l’invasione dei cinesi e la bioetica”. C’è da scusarlo. Faceva davvero troppo caldo in quella stanza. E poi, non capita tutti i giorni di ingerire benzina.

postato da: Paolomas alle ore 19:23 | link | commenti (4)
categorie: #paolo massari racconti