Ascolta questa musica.
Ascolta.
È una musica travolgente.
C’è un’orchestra dentro me.
Questa dolce melodia mi è entrata nelle ossa.
Sento le note scorrere nelle mie vene.
Rosse come il sangue.
Verdi come le foglie di primavera.
Gialle come le stesse foglie quando l’inverno è vicino.
Stanotte ho fatto un sogno.
Ascoltavamo questa musica.
Era rossa come il sangue.
Era verde.
Era gialla.
Ed era nostra. Solo nostra.
L’anno nuovo bussa alla mia porta.
E c’è sempre la stessa musica.
Sempre degli stessi colori.
Sento la musica.
È penetrata nella mia testa.
Nelle mie vene.
Non mi abbandona.
Non mi abbandonerà mai.
È rossa come il sangue.
È verde.
È gialla.
L’insegna al neon fulminata non indicava neanche più l’entrata : la parete era stata abbattuta per qualche motivo e la porta d’ingresso era stata spostata. La grande freccia spenta e ormai rovinata dal tempo indicava con costanza una parete grigia, immobile e sporca.
Entrarono lì dopo molti ripensamenti e discussioni. Era l’una, forse le due. Erano in due: uno aveva bisogno di fare due tiri per rilassarsi, l’altro era disgustato da tanto squallore.
All’interno la saletta era tristemente povera, e vuota. Uno o due fantasmi si dannavano l’anima di fronte a un “gioco” in movimento, una macchina che produceva avventurose illusioni multimediali a poco prezzo. Si dannavano l’anima, le pupille dilatate e fisse verso lo schermo di vetro, le braccia dai muscoli molli che tendevano alla console, la testa che oscillava di tanto in tanto. Lo sguardo perduto.
Ogni tanto emettevano qualche suono.
Alla cassa c’era lui, coi suoi baffi grigi, i capelli assenti di colore, la barba ispida e stanca, che copriva il volto a macchie.
I due chiesero un paio di gettoni per il biliardo. Non disse nulla. Non sorrise. Prese il paio di gettoni e glieli diede. Aprì la porta della sala interna premendo un pulsante lì vicino. Li osservò entrare. Restò lì.
La sala era grande. E nient’altro. Non era bella, né accogliente, non era piacevole, ma neanche brutta. Era una squallida saletta dalle pareti incrostate, il soffitto ammuffito in alcuni punti, con tubi arrugginiti che si intrecciavano tra loro. C’erano cinque biliardi sparsi nella sala: tre professionali e due non. Misero un gettone in uno non professionale. Un neon si illuminò: la luce era forte, e la sua ombra si distendeva fioca nel resto della stanza, mischiandosi con l’oscurità attorno.
Presero le palle, il triangolo, le mazze. Cominciarono a giocare.
- allora, come va?
- come deve andare…?
silenzio. di nuovo.
Nessuno dei due sapeva giocare benissimo, e restavano lì fingendo in silenzio di divertirsi.
Le parole non funzionavano più a quell’ora della giornata. Non mascheravano più niente quindi erano inutili.
Avevano passato le ore precedenti a vagare, sempre vagare. Parlando di tutto, parlando di niente.
Di avvenimenti, di persone, di idee, qualche risata, qualche sorriso. Poi, non volendo tornarsene a casa si erano andati a rifugiare in quello squallido buco “ludico”.
Ogni tanto qualcuno accompagnava un tiro con frasi fatte. Spesso il tiro mancava il bersaglio e l’altro sorrideva. Il neon illuminava tutto allo stesso modo. E in quella stanza si diffondeva solo il vuoto, sul tavolo, lungo le mazze, nelle palle che rotolavano senza fare rumore.
Il vuoto totale, che era l’assenza di ogni intenzione razionale programmata, o anche intuita. E abbandonarsi al caso non serviva: la mente non ritrovava nessuna esperienza casuale da cacciare in ballo per riempire quel vuoto. Il vuoto aveva anche cancellato l’imbarazzo del non trovare nulla da dirsi. Era semplicemente così, nell’atmosfera.
Tra i loro occhi c’erano segnali che ognuno cercava di rintracciare nell’altro, si scrutavano analizzando la progressione del vuoto, del tempo.
Il vecchio orologio inchiodato alla parete indicava la mezzanotte da tempo immemore. Lì dentro si perdeva la cognizione del tempo, continuando a ruotare tristemente intorno al tavolo per piazzare un tiro.
Ogni tanto qualcuno entrava nella sala, solo per raggiungere il bagno all’estremità. Si sentiva l’acqua dello sciacquone nel silenzio della notte e puntualmente il neon vibrava, disturbato da quel suono, illuminando la stanza a sprazzi.
Finirono presto di giocare, richiusero la porta e tornarono alla cassa. Ormai non c’era più nessuno nel locale. Lui, fermo alla cassa, era visibilmente stanco. Gli occhi rincorrevano a fatica le percezioni della vista, e sprofondavano sempre più lentamente, appoggiandosi verso il basso.
Poi all’improvviso chiese:
- Come va ragazzi?
Restarono sorpresi, non se lo sarebbero mai aspettato. E perché poi?
- bene
-hm… bene…
solo il rumore dell’elettricità che scalpitava nelle lampadine rotte lì attorno.
Uno dei due:
- A lei invece? Sembra stanco…
- Si… lo sono. Sto qui da stamattina.
- Ci spiace se le abbiamo fatto aspettare per andarsene a casa…
- No, no… non vi preoccupate. Tanto non torno a casa, stasera… è troppo lontano.
Viveva in uno dei tanti paesini di provincia sparsi attorno alla città.
La conversazione cominciò, e andò avanti nella lentezza, ma anche curiosità che si creava attorno a quella figura: era un involontario solitario.
E ora raccontava a quei due ragazzi, e si perdeva in idee compresse dentro di se, facendosi spazio con la parola. Da quanto non parlava? Da quanto non comunicava? Diceva spesso: “ecco a voi” “grazie” “buongiorno” “ciao” “si” “no”… e così via.
E quindi, cosa diceva in fondo?
Ora parlava, e raccontava di come da giovanissimo, alla loro età, ormai 30 prima era partito per forza di cose verso la Germania, per trovare lì un lavoro, un’occupazione umile, ma dignitosa.
Aveva fatto il minatore e mostrò persino una vecchia ferita alla mano, poi aveva lavorato come commesso in vari negozi. Si era sposato e aveva avuto una figlia. Poi la moglie se n’era andata portandosi la piccola, con cui comunque lui restava in contatto tramite lettere, scritte molto male purtroppo perché non aveva potuto studiare bene. Tornò a casa dopo qualche anno, di nuovo nel paesino di provincia. Si ricordava il grigiore del vecchio paese, un grigiore diverso da quello che aveva conosciuto lì, in Germania. Due grigiori che comunque avrebbe associato tra loro, nel tempo. Le differenze non si notano più molto vivendo. E così come gli errori che si compiono diventano scelte, e le scelte destino, tutto si sarebbe trasformato. Il destino restava una divinità a cui fare affidamento in momenti di crisi, ma le sue radici erano più vicine di quanto si volesse riconoscere.
Raccontava, raccontava, raccontava. E solo così ritornava qualcosa di umano nelle sue movenze. Mostrò persino una foto della figlia ai ragazzi. Disse che sarebbe dovuta arrivare da un giorno all’altro per far visita al padre, mai conosciuto. Per questo ora lavorava lì, cercando di accaparrarsi qualcosa. Avrebbe lasciato quell’impiego a giorni.
Poi raccontò dei frequentatori del locale: “Tutti ragazzini, la maggior parte. Entrano, prendono i gettoni, si fumano una sigaretta e giocano. Sputano per terra certe volte, ma adesso mi conoscono e non lo fanno perché altrimenti gli tiro la mazza in testa, già l’ho fatto una volta… e poi si attaccano alle macchine e stanno lì le ore. Ogni tanto viene qualcuno per giocare ai biliardi professionali, ma si lamentano tutti dell’ambiente. Io l’ho detto al proprietario ma a lui non importa niente perché vuole chiudere, e lo tiene aperto solo adesso per guadagnarci ancora qualcosa…”. Erano gli ultimi giorni di una lunga estate che si trascinavano con fatica e malinconia verso l’autunno inevitabile.
“Poi qua spesso si chiude all’una, alle due… non c’è un orario preciso, dipende da quanta gente c’è… per esempio ora siete venuti voi e ho tenuto aperto…”
I due si guardarono, imbarazzati per averlo privato di qualche ora di sonno. Lui disse di non preoccuparsi.
Restarono lì a parlare ancora per un po’, il tempo di tornare ai racconti grigi della Germania, delle sue strade lontane, dei sobborghi degradati di piccole cittadine stanche, per arrivare poi ai racconti grigi del paesino di provincia, uno dei tanto che circondava la piccola città.
Si faceva tardi e i due lo salutarono ringraziandolo per la serata. Lui disse di non preoccuparsi, ma anzi di tornare, se potevano, prima che lasciasse quel posto, anch’esso grigio ma di un grigiore ancora diverso dagli altri. “Senz’altro”, risposero i due e se ne uscirono nel fresco della notte, guardandosi ogni tanto, contenti di quell’incontro inaspettato.
Non lo rividero mai più e tutto tornò ad avanzare nel caso d’incontri ed esistenza.
Lacrime nella pioggia di temporali estivi
Non aveva mai scritto nulla sull’amore. Era come se non ne fosse degno abbastanza. Forse non ne aveva voglia. Lo facevano già in tanti , non serviva aggiungere altro e poi lui era inesperto, imbranato. Aveva avuto poche esperienze per poterle raccontare. Ne aveva sentite di più “originali”. Non poteva rischiare una brutta figura. Pensava ad altre storie d’amore lontane da lui, belle da raccontare. Trovava le storie ma non le trovava belle da raccontare. A volte le inventava. La stessa parola : “amore” , gli appariva lontana, inarrivabile.
A volte, quando era innamorato, gli sembrava persino un concetto semplice. Erano quelli i periodi in cui doveva mettersi a inventare altre storie d’amore. Una sorta di “sventura” lo perseguitava. Tutti i suoi amori erano svaniti come lacrime nella pioggia. Erano piogge e lacrime improvvise. Temporali estivi. Ripensava a tutta l’acqua che aveva preso in una fredda notte di dicembre. Sulla pagina già sbiadita di un vecchio blocco per gli appunti aveva scritto queste parole :
“Sono stanco la testa mi scoppia e siamo esseri umani
e non mi va di dormire
ma vorrei che la notte passasse presto
per l'illusa speranza di un altro giorno che deve arrivare
perchè amo la mattina che mi fa vedere il sole
e vorrei non sciuparne un attimo”
Tra sé e sé si diceva, pentito di aver scritto, quasi compatendosi con affetto : “Avrei bisogno di un gatto da accarezzare, della fiamma di un fuoco da guardare, quindi di un camino, così non scriverei.”
Nel frattempo , nella sua stanza , “illuminata da una fioca lampadina che avrebbe fatto più luce s