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mercoledì, 31 gennaio 2007

SCHEGGE DI FERRO

la gente muore

e non si sa il perché.

la gente muore perchè ha i polmoni distrutti

divorati

da finissime fibre di ferro

provenienti dalla vecchia fabbrica,

lì a 100m da casa mia.

l'aria è gialla

te ne accorgi la sera,

quando vai a togliere le lenzuola bianche

stese ad asciugare il giorno prima.

sono unte,

puzzano.

mia nonna è morta

aveva il cancro ai polmoni,

ma non ha mai fumato  in vita sua.

la genta muore

e non si sa il perché.

postato da: cosentinonico alle ore 19:13 | link | commenti (9)
categorie: #cosentino nico poesie

‘L’Altrove’

Buon giorno a tutti. Mi chiamo Barbara e grazie all'invito di Antea2 oggi posso partecipare a questo blog.
Il racconto di questo post è stato scritto il giorno della morte di una persona cara. Le parole hanno un significato profondo per me, e ci tengo a condividerlo con il maggior numero di persone. Grazie.
--------------------

Dedicato a M.- Arrivederci.

L’altro giorno pensavo che mi piacerebbe rivedere gli uccelli. Quelli piccoli, dal manto morbido e arruffato. Bianchi e grigi, a volte con qualche venatura nera o rossa. Ti guardano con quegli occhi vispi e luminosi che puoi quasi sentirne i pensieri. Sono pupille parlanti.
Abbiamo molte cose in comune, io e gli uccellini. Peccato non riuscire a volare via, adesso. O forse posso?
Il tempo è un fenomeno strano. Ci sono certe giornate che ti viene voglia di urlare dalla gioia. Il cielo è così azzurro da sembrare artificiale, le nuvole sono fiocchi candidi che lo attraversano sorridendo, l’aria fischietta una melodia dolce e il sole banchetta distribuendo cibo e bevande. Certe volte si rasenta la perfezione.
Altre no. Quando tutto è incolore, il freddo pungente indurisce ogni cellula e non c’è calore, da nessuna parte. Allora gli alberi si piegano sotto le folate e le gocce insistenti che arrivano ovunque. E tu non puoi farci niente, vorresti convincerli a smettere, scacciare la malinconia e il grigio… ma non puoi. Deve andare così, almeno per un po’.
Se potessi essere un uccellino curioserei ovunque, infilerei la testa in ogni fessura. E mi guarderei le spalle. Anche durante il sonno. Ora che ci penso, in effetti, l’ho fatto lo stesso, pur essendo umano. Poco importa. Se fossi uccellino sarei autorizzato perfino a beccare i tipi sospetti. I loschi, quelli che già dalla mimica facciale capisci che cercano il sangue. Anzi, beccherei tutti, così sarei sicuro di non lasciare nulla al caso.
Difendersi è importante, molto più di quanto pensiamo. Ma è difficile. Capire quando e come, intendo. Una volta esistevano i buoni e i cattivi, e lì la questione si risolveva da sola. Ma adesso si sono mischiati, hanno generato figli mescolando le razze… si insidiano repentinamente su chiunque e in qualsiasi momento. Anche su di te. Non ci credi? Vedrai.
C’è un piccolo raggio di sole che arriva all’altezza del comodino. Carino. E’come una sagoma tridimensionale, un ologramma che parte dal legno e attraversa la finestra chiusa. Su, sempre più su, fino al cielo e oltre. L’Oltre mi aspetta, lo so. E’solo che non mi so decidere. Lo guardo, mi volto, lo cerco, scappo e alla fine lo sbircio. Ma resto qui. Sdraiato. A pensare. Che è l’unica cosa che nessuno mi può togliere. I pensieri sono solo miei, li tengo stretti al petto e li cullo, di notte canto a bassa voce per loro e li nutro continuamente. Forse vorrebbero uscire, lo so. Ma non è possibile. Non più.
C’ è una sagoma che sbircia dallo stipite della porta. Dai, ti ho visto… non avere paura. Sono qui. E’ un tronco appena abbozzato, senza contorni precisi ma ne sento il respiro. E l’odore della tristezza. La vedo muoversi, la sagoma, come quando si sposta il peso del corpo da una gamba all’altra perché non si riesce a rimanere fermi. Curioso come, in certe situazioni, il corpo ha un linguaggio istintivo più genuino della parole. Mi basta osservarli per capire cosa succede o cosa provano. Gli occhi, le labbra e le mani sono i miei interlocutori. Perché dovrei affidarmi alle parole che sanno mentire, quando ho altri amici sinceri.? D’accordo vai… non preoccuparti, qui và tutto bene. Però torna dopo, magari solo un attimo. Mi piacerebbe poterti salutare.
Ho voglia di chiudere gli occhi. Il buio non fa paura, è tranquillo. Rassicurante. Non c’è nessun altro, ma non mi sento solo. Perché dovrei? Non lo sono anche quando ho gli occhi aperti? La solitudine è uno stato mentale. Nient’altro. Abbiamo bisogno di credere che chi ci sta intorno ci sarà anche di aiuto. Dobbiamo convincerci che gli altri, pur respirando autonomamente, saranno al nostro fianco al bisogno. E sapranno sorreggerci, consolarci, suggerirci, sostituirci. Ma poi? Illusi romantici.
Nel buio io sono io. Non importa altro. Sento tutto ma non fa male, come potrebbe? L’oscurità mi coccola discreta, non mi mentirebbe proprio adesso. Forse potrei ribellarmi, scalciare come un cavallo terrorizzato e urlare così forte da far tremare i vetri. Ma poi? Adesso sto bene e mi basta. Prima era molto peggio.

Sei tu, Oltre? Devo venire? Non far decidere a me, per favore, non ne sarei capace.
Mi lascio fluire.
Mi sto muovendo.
Ora lo so.

postato da: BarbaraGozzi alle ore 11:55 | link | commenti (6)
categorie: genere / racconti, #barbara gozzi racconti
martedì, 30 gennaio 2007

tempesta













La rivolta dei verbi


Sono schiava di verbi ossessionanti,
le parole m’ingombrano la mente…
mentre dormo e non dormo
i miei neuroni s’aggrovigliano tesi –
non li disbroglio nel mattino
intasato di frasi alla deriva…

ho ripercorso ieri una laguna
di adolescenti aggettivi
ho spiccato dal busto fiorellini
stropicciati in anticipo

faccio di tutto, brigo scavo
le liscio con calma, queste parole –
ribelli, si arricciano strambe
non danno udienza al mio ostinato
toc toc sulla porta della logica

povera me, c’è stata una rivolta in sentina
non mi ubbidisce più, la ciurma verbale
consonanti in tempesta
hanno disalberato il mio vascello
ulula il vento, i pirati
selvaggiamente si lanciano all’arrembaggio:
capitano, mio capitano
dove sei andato?
postato da: aboutyou alle ore 17:34 | link | commenti (6)
categorie: #marina raccanelli poesie

L' ULTIMO GIORNO

Indossò la sottoveste dal colore violaceo con piccoli movimenti leggeri e armoniosi, con un che di snervato.
Si preannunciava una giornata ordinaria, di coordinate azioni casalinghe, di efficientismo produttivo.
Dopo aver terminato la vestizione,si spazzolò la bella chioma argentea dai metallici riflessi azzurrini.
Subito dopo iniziò a lavorare, c’era sempre qualcosa da fare, la polvere si infilava dappertutto, bisognava sprimacciare i cuscini,riordinare il tutto, lavare i pavimenti, solo dopo preparava la colazione per lei: non aveva orari,aveva imparato a non averne, a respirare un poco tra un impegno e l’altro.
Mise sul fornello un pentolino,un po’ ammaccato a dire il vero, con del latte,lo faceva bollire per poi intingervi delle fette di pane,secondo le consuetudini della sua infanzia nella campagna veneta.
Ormai si poteva dire che si nutriva unicamente di zuppette e di budini di latte e uova, per via della delicatezza di stomaco, diceva lei.Questa era una sua ottusa convinzione, non corroborata da alcuna verifica medica,non erano necessarie verifiche esterne, era lei stessa il suo proprio medico.
Subito dopo aver messo il latte a bollire,preparò la tazza ed il pane sbocconcellato e li mise da parte.
Tirò fuori ,poi, una pentola più capiente, per cuocere a fuoco lento delle pesche di seconda scelta, che le erano state regalate dal fruttivendolo il sabato precedente,il giorno in cui era uscita con quella sua bella gonna di seta a fiori screziati, di eleganza estrema.lei una donna di finezza quasi perversa che andava a fare compere per la cena della sera a base di diverse qualità di lesso, cena a cui era stato invitato il figlio maschio con la moglie.Era stata la sera in cui il figlio si era accorto del suo vecchio messale dalla copertina nera e dal segna -pagine dorato, e le aveva chiesto chi mai leggesse quelle massime e quelle affermazioni di carattere apocalittico o quantomeno fortemente punitivo, quasi si trattasse di un libro di chiesa risalente ad epoche ormai remote, di stampo posttridentino addirittura, un libro con una visione manichea e quasi tenebrosa della condizione umana. A quel punto, la madre non si era peritata di rispondere assertivamente, che era proprio lei a leggerne un paio di righe ogni sera , ricavando da quei termini tuonitronanti  da quell’enfasi retorica volta a mettere in primo piano immagini di morte ed espiazione, una sorta di misterico conforto, quasi come se il peso spirituale della crudezza di un mondo rappresentato a tinte fosche finisse , per osmosi, a stingere timori e dubbi, in modo perfino assurdo, ne convenne.A questo punto il figlio pensò ad una specie di processo di mitridizzazione, un po’ di veleno al giorno per restare stranamente in vita,un breve assaggio di infernale girone per attingere poi ad una visione salvifica.
Il figlio rimase comunque stranito,non era abitudine di lei un approccio devozionale, la madre era una donna dalle idee  moderne che anzi aveva mal sopportato il suo essere capitata in una famiglia(quella del marito)cosi banalmente asservita alle norme ataviche di un bigottismo che non si poneva domande, e che non lasciava neppure respirare se per questo.
Mentre sul fuoco cuocevano lentamente le pesche, lei si mise a consumare il suo umile pasto a base di latte, sospendendo ogni altro pensiero che non riguardasse i figli;pensò un poco ad ognuno di loro, anche a quello che avrebbe potuto essere il quinto,quello che aveva partorito da sola al sesto mese.,perfettamente formato e nato morto, l’aveva partorito in bagno  e gli schizzi di sangue erano dappertutto, come se avessero scuoiato un maiale.Non l’aveva dimenticato , mai avrebbe potuto, come poteva mai farlo.
Ritornò in sala da pranzo, adesso , forse per analogia, aveva iniziato a pensare alla nuova nascita che ci sarebbe stata da li ad un mese, la nascita di una nipotina , la figlia della sua prima figlia.
Dalla scatola che racchiudeva fili forbici aghi prese un ritaglio di stoffa con sopra disegnato un fiore,voleva cucirlo sopra un paio di pantaloncini da neonato:doveva farle un regalino, lei che era cosi brava a ricamare e aveva fatto a mano tutto i corredini per i suoi figli.
Accarezzò a lungo l’indumento con le sue belle mani,era un movimento lento,un po’ stanco, quasi decelerato.Ben presto si accorse che tutto stava decelerando,gli oggetti  familiari intorno a lei si erano fatti opachi e pesanti,l’aria stessa era diventata come immobile, quasi si trovasse all’improvviso in una bolla vitrea in un laboratorio asettico, in una stanza chiusa dove provassero procedimenti di frammentazione artificiosa , di esplosioni sotterranee infinitesimali.
Senza alleggerimenti liberatori,il mal di testa, un mal di testa di acuti coltelli puntuti, si fece pressante, un mal di testa preagonico.Fece appena in tempo a rientrare in cucina, e a spegnere il fuoco sotto la pentola, sul cui fondo le pesche si erano rapprese su una patina di bruciaticcio.
Cadde, poi, cadde rovinosamente, con un movimento sbilanciato e scomposto, come se venisse afferrata da una onda marina sinusoidale e risucchiante, fino ad impietrarsi con un tonfo sordo sul pavimento finto marmorizzato ,massa invertebrata e ormai sfusa …………..Cadde proprio come un piccolo uccello decollato, a picco.
Dalla gonna comune e da casa si intravedeva la bella sottoveste:era una sottoveste di seta, ed il suo color di violacciocca dalle sfumature screziate  e gli inserti di pizzo nero ai bordi le davano una consistenza più sofisticata, quasi si trattasse di un reperto di tempi migliori.
Di quella sottoveste, tagliata a pezzi asimmetrici dalle pesanti forbici degli incaricati della assistenza pubblica, che avvolsero il suo corpo nudo in una specie di camicione sterilizzato prima di legarlo su di una barella e portarlo giù a piedi per cinque piani, rimasero brandelli scoordinati per terra, nell’esatto punto del cucinino dove era caduta, facendo sobbalzare gli odiosi inquilini del piano di sotto che ,subito, ipotizzando, per riflesso mentale paranoico, un rumore voluto.alzarono all’unisono-loro, la coppia incestuosa di madre e figlio dal solito cappellino con la tesa rivoltata, capellino tenuto ostinatamente sul capo sia d’estate sia d’inverno-i bastoni delle scope, picchiando duro e ritmicamente sul soffitto, come avvertimento lugubre di fare silenzio.

postato da: DOMACCIA alle ore 11:39 | link | commenti (8)
categorie: genere / racconti, #domaccia racconti
domenica, 28 gennaio 2007

I simboli

  La luce la colpiva in modo particolare rispetto alle altre, armonizzava con la forma del viso, con la pelle morbida che avrebbe tanto desiderato accarezzare. Si limitava ad osservarla attentamente per qualche attimo e tornare poi a fissare il pavimento, rincorrendo l’immagine che gli rimaneva in mente. Ogni tanto avevano anche parlato, ma senza dirsi nulla e lui avrebbe voluto dirle tutto.
Questo è tutto quello che si può dire del loro primo periodo: lui, come un bambino proteso nell’illusione che inseguiva il fantasma dell’amore.
Passò quasi un anno prima che si parlassero sul serio, quando il caso volle che capitassero vicini nei banchi del quarto anno. Cominciarono a scoprirsi a vicenda, lui le parlava della poesia, della tenerezza, dell’umanità che si sforzava di trovare nel mondo, di creare dentro di sé, e lei che si sentiva così ingenua sentiva il bisogno di trovare la libertà dell’anima.
Adesso non gli restava che il ricordo di giornate scolorite e del suo sguardo pronto a ricevere un po’ di ridicola poesia improvvisata.
Ogni tanto anche lei si confidava con lui, raccontandogli storie, esperienze e paure. Qualche segreto. Più la osservava, più l’amava, meno la vedeva più se ne innamorava.
“Io credo in te” gli disse lei un giorno. “E io credo in te” rispose lui. Convennero che se credevano ognuno nell’altro potevano anche arrivare a credere in loro stessi.
Non si vedevano che sei ore al giorno, poi silenzio e attesa del giorno dopo. Lui sapeva che in quelle ore fiacche lei non era sola, ma continuava involontariamente a sognare la loro vita insieme, completandosi a vicenda come succedeva quando potevano vedersi.
Lui aveva il bisogno di comunicare con lei, di sentire che c’era un’anima compatibile con la sua curiosità del mondo, col suo bisogno di libertà: le ripeteva continuamente di amarla, ma senza parole e a lei piaceva sempre come la guardava, come le parlava, la faceva sentire bella, la faceva sentire importante. Col tempo le sue ore di sonno diminuivano, passando la notte col fastidio dei pensieri ossessivi, delle immagini fissate in mente con occhi aperti o chiusi. Spesso sognava una serenità vivida, una felicità creativa: lentamente stava costruendo il simbolo del suo amore, caricava le parole, i gesti di una forza struggente che sperava sarebbe resistita ad ogni corrosione d’abitudine o di memoria.
E invece adesso, tutta questa forza dov’era? Ora che non riusciva a ricordare ogni parola, ogni sorriso e gesto come aveva giurato di fare. E quante volte l’aveva giurato. Ogni attimo.
E quei sogni che lo tenevano sveglio intere notti, attento alle percezioni del buio che lo circondava, e la mattina poi aveva come l’impressione di svegliarsi col mondo nel fianco e la vita negli occhi.
Chissà se era veramente un bel tempo, di fughe dal reale…?
Ricordava momenti delle loro vite,poesie d'azioni e gesti improvvisate in pochi attimi, piccoli dettagli d'atmosfera che nascevano dal nulla;  e sicuramente indelebile era quel restare sdraiati sul letto, in un giorno d’autunno, senza dire nulla, respirando con imbarazzo, terrorizzati dagli eventi che si sarebbero disposti da quell’incontro. Lui era stato estremamente goffo, insicuro, lei imbarazzata. Quelle incertezze erano i battiti di cuore più felici che potessero sentire, o almeno così aveva creduto per tanto tempo. Non si erano neppure sfiorati, se non un timido abbraccio, erano rimasti semplicemente lì. Ma che giornata “gloriosa”, come si erano detti.
“E adesso?” lo guardava lei con paura. “Non lo so…in fondo non abbiamo fatto nulla”.
Che senso aveva avuto quella giornata? Era nato qualcosa da quell’esperienza? Qualcosa di concreto, di reale? No. Le loro vite non cambiarono. Ma nell’anima tutto cambiò colore.
Un ricordo che lo assediava era lei che intrecciava le dita con la sua mano. Quel giorno.
Da quel momento ogni nuova settimana lui le diceva sempre tutto, un nuovo tutto in continua trasformazione. Niente veniva lasciato al non-detto, era come se dovesse dirlo per forza, e a lei toccava sempre l’anima quel parlare così, al di là delle loro vite, dei loro corpi.
Tutto finì all’improvviso. Lei s’innamorò, restando prigioniera di due amori; e lui non era parte di questo. Era soltanto l’idea pura. “Mi hai fatto capire tante cose” gli diceva lei spesso.
Lui non faceva che osservare il suo allontanarsi, il suo silenzio e gli sembrava d’impazzire.
Si lasciarono a giugno, pronti a fuggire in estate. Tutto quello che lui disse fu un “Ti amo. non capirai mai quanto ti amo. vieni con me, stai con me. Mi batterò, lotterò…”
Lei non fece altro che sorridere intenerita. Restarono alla stazione, lei doveva salire sul treno e lui si ricordò della rosa che portava in tasca: oramai era rovinata e i petali spezzati cadevano a terra. La diede a lei accennando un sorriso amaro, poi s’abbracciarono. Lui sentì il suo odore, che entrò nell’anima e andò a nascondersi negli angoli più profondi: non l’avrebbe mai ricordato esattamente, ma solo così non l’avrebbe mai dimenticato, non l’avrebbe mai perso. Le prese la mano. Lei la tirò via con morbidezza e tenerezza, dicendo addio. Lui restò lì, evitando di far straripare il desiderio di vivere con lei.
Mentre lei lo salutava dal finestrino del treno, ancora fermo, gli sembrò di accompagnare il suo amore e si sentì fiero di questo. Nel fondo sapeva che non l’avrebbe più rivista così presto, ma nell’attimo non faceva altro che sentirsi il suo sostegno, il suo amore forte e resistente a tutto che l’avrebbe rivista qualche giorno dopo. L’immagine di lei irraggiungibile dietro al finestrino s’allontanò lentamente sotto la galleria e lui restò a vagare per la città che si preparava felice all’estate. Un senso di stanca dolcezza rivestiva le cose. Malinconia immediata si faceva strada, il caldo era dappertutto ma lui non faceva che stringere un petalo della rosa per non sentire il freddo. Un vuoto.
Quell’estate passò tra viaggi, malinconie, incontri e ricordo. Prese lentamente coscienza delle cose.
Chi lo incontrava adesso non lo riconosceva e impara a conoscerlo di nuovo. Nuovi luoghi e nuove storie si intrecciavano, ma nel profondo restava ancora l’idea di quel simbolo, immobile, perfetto e terribilmente inafferrabile. Ogni tanto, nei momenti di solitudine, di crisi aveva tentato di dargli un nome, di definirlo, sapendo che solo così l’avrebbe scalfito, l’avrebbe annullato. Fu inutile. Troppe immagini potenti, troppe parole spese. Troppe speranze disattese, inseguendo fantasmi.
Quando il cuore era veramente inginocchiato si chiedeva persino dove fosse lei; se stesse pensando a lui.
Si rividero a Settembre, senza dirsi una parola; lui non ne aveva più e lei fece finta di niente.
Ebbe l’amara consapevolezza della realtà pungente che lo trafiggeva. Spesso avvertiva un vuoto disarmante che gli toglieva persino i pensieri dalla mente. Non restavano che piccoli simboli, immagini, parole irrecuperabili.
Un giorno parlarono ma lui non sapeva cosa dire. Ormai avevano vissuto troppo a lungo sotto stelle diverse e sapeva che le più belle parole che avrebbe potuto dire in quel momento lei le avrebbe soltanto sentite. Non c’era nient’altro da dire. Lei piangeva, mortificata.
“E dire che volevo solo amarti” sfuggì a lui in un momento di disinteresse,“che stupido”.
Senza la certezza di un futuro non aveva fatto che credere nel futuro migliore, adesso invece non credeva che in un piatto sopravvivere, aspettando un altro inevitabile simbolo.
Qualche mese dopo cominciarono di nuovo a scambiarsi timide parole. Lui era felice, ma non aveva alcuna voglia di pensarci. Così, da un giorno all’altro quel simbolo tornò più potente di prima. E adesso sì che ci pensava di nuovo. E sprofondava ancora in vuote giornate di tempo, passate ad improvvisare qualche accordo di chitarra o qualche fuga di tramonto, inseguendo un’ideale semplice che avrebbe tanto voluto lei capisse. Ma lei non poteva, non avrebbe mai potuto nonostante tutto. Quel tenero disincanto non era che una normale conseguenza per lei. Lei capiva, sì, capiva… e non afferrava nulla. Era tutto un “io ti capisco”.
Che tristezza che era adesso; tutte quelle grandi parole vuote, quella barriera d’umanità.
Col tempo però lui si abbandonò di nuovo al sogno; come rinunciarvi?
E allora furono settimane intense di telefonate notturne, di ricordi, di sincerità imbarazzata.
Era il loro mondo che tornava a mettere i suoi veli sul mondo reale. Le cose si trasformavano così naturalmente tra le loro anime, nelle confidenze intime che nessuno avrebbe capito.
Lui le raccontava della sua estate, lei della sua voglia di cambiare, di “crescere” diceva.
Nuovi simboli sostituirono i vecchi in quel nuovo rinascere, credendo in una nuova possibile tenera serenità. La dolcezza del riscoprirsi diversi era quasi insopportabile.
“Abbracciami” disse lei una sera, in macchina.
Così fece. E poi la baciò anche, dopo una decina di minuti d’incertezza.
Ricordò di come l’aveva vista la prima volta, quando si era chiesto se quel volto fosse davvero tanto morbido come appariva. Sì, lo era. E la gioia quasi gli fermò il cuore, mentre si sforzava di mantenere la lucida consapevolezza di quell’attimo che già da allora non avrebbe voluto