la gente muore
e non si sa il perché.
la gente muore perchè ha i polmoni distrutti
divorati
da finissime fibre di ferro
provenienti dalla vecchia fabbrica,
lì a 100m da casa mia.
l'aria è gialla
te ne accorgi la sera,
quando vai a togliere le lenzuola bianche
stese ad asciugare il giorno prima.
sono unte,
puzzano.
mia nonna è morta
aveva il cancro ai polmoni,
ma non ha mai fumato in vita sua.
la genta muore
e non si sa il perché.
Buon giorno a tutti. Mi chiamo Barbara e grazie all'invito di Antea2 oggi posso partecipare a questo blog.
Il racconto di questo post è stato scritto il giorno della morte di una persona cara. Le parole hanno un significato profondo per me, e ci tengo a condividerlo con il maggior numero di persone. Grazie.
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Dedicato a M.- Arrivederci.
L’altro giorno pensavo che mi piacerebbe rivedere gli uccelli. Quelli piccoli, dal manto morbido e arruffato. Bianchi e grigi, a volte con qualche venatura nera o rossa. Ti guardano con quegli occhi vispi e luminosi che puoi quasi sentirne i pensieri. Sono pupille parlanti.
Abbiamo molte cose in comune, io e gli uccellini. Peccato non riuscire a volare via, adesso. O forse posso?
Il tempo è un fenomeno strano. Ci sono certe giornate che ti viene voglia di urlare dalla gioia. Il cielo è così azzurro da sembrare artificiale, le nuvole sono fiocchi candidi che lo attraversano sorridendo, l’aria fischietta una melodia dolce e il sole banchetta distribuendo cibo e bevande. Certe volte si rasenta la perfezione.
Altre no. Quando tutto è incolore, il freddo pungente indurisce ogni cellula e non c’è calore, da nessuna parte. Allora gli alberi si piegano sotto le folate e le gocce insistenti che arrivano ovunque. E tu non puoi farci niente, vorresti convincerli a smettere, scacciare la malinconia e il grigio… ma non puoi. Deve andare così, almeno per un po’.
Se potessi essere un uccellino curioserei ovunque, infilerei la testa in ogni fessura. E mi guarderei le spalle. Anche durante il sonno. Ora che ci penso, in effetti, l’ho fatto lo stesso, pur essendo umano. Poco importa. Se fossi uccellino sarei autorizzato perfino a beccare i tipi sospetti. I loschi, quelli che già dalla mimica facciale capisci che cercano il sangue. Anzi, beccherei tutti, così sarei sicuro di non lasciare nulla al caso.
Difendersi è importante, molto più di quanto pensiamo. Ma è difficile. Capire quando e come, intendo. Una volta esistevano i buoni e i cattivi, e lì la questione si risolveva da sola. Ma adesso si sono mischiati, hanno generato figli mescolando le razze… si insidiano repentinamente su chiunque e in qualsiasi momento. Anche su di te. Non ci credi? Vedrai.
C’è un piccolo raggio di sole che arriva all’altezza del comodino. Carino. E’come una sagoma tridimensionale, un ologramma che parte dal legno e attraversa la finestra chiusa. Su, sempre più su, fino al cielo e oltre. L’Oltre mi aspetta, lo so. E’solo che non mi so decidere. Lo guardo, mi volto, lo cerco, scappo e alla fine lo sbircio. Ma resto qui. Sdraiato. A pensare. Che è l’unica cosa che nessuno mi può togliere. I pensieri sono solo miei, li tengo stretti al petto e li cullo, di notte canto a bassa voce per loro e li nutro continuamente. Forse vorrebbero uscire, lo so. Ma non è possibile. Non più.
C’ è una sagoma che sbircia dallo stipite della porta. Dai, ti ho visto… non avere paura. Sono qui. E’ un tronco appena abbozzato, senza contorni precisi ma ne sento il respiro. E l’odore della tristezza. La vedo muoversi, la sagoma, come quando si sposta il peso del corpo da una gamba all’altra perché non si riesce a rimanere fermi. Curioso come, in certe situazioni, il corpo ha un linguaggio istintivo più genuino della parole. Mi basta osservarli per capire cosa succede o cosa provano. Gli occhi, le labbra e le mani sono i miei interlocutori. Perché dovrei affidarmi alle parole che sanno mentire, quando ho altri amici sinceri.? D’accordo vai… non preoccuparti, qui và tutto bene. Però torna dopo, magari solo un attimo. Mi piacerebbe poterti salutare.
Ho voglia di chiudere gli occhi. Il buio non fa paura, è tranquillo. Rassicurante. Non c’è nessun altro, ma non mi sento solo. Perché dovrei? Non lo sono anche quando ho gli occhi aperti? La solitudine è uno stato mentale. Nient’altro. Abbiamo bisogno di credere che chi ci sta intorno ci sarà anche di aiuto. Dobbiamo convincerci che gli altri, pur respirando autonomamente, saranno al nostro fianco al bisogno. E sapranno sorreggerci, consolarci, suggerirci, sostituirci. Ma poi? Illusi romantici.
Nel buio io sono io. Non importa altro. Sento tutto ma non fa male, come potrebbe? L’oscurità mi coccola discreta, non mi mentirebbe proprio adesso. Forse potrei ribellarmi, scalciare come un cavallo terrorizzato e urlare così forte da far tremare i vetri. Ma poi? Adesso sto bene e mi basta. Prima era molto peggio.
Sei tu, Oltre? Devo venire? Non far decidere a me, per favore, non ne sarei capace.
Mi lascio fluire.
Mi sto muovendo.
Ora lo so.

Indossò la sottoveste dal colore violaceo con piccoli movimenti leggeri e armoniosi, con un che di snervato.
Si preannunciava una giornata ordinaria, di coordinate azioni casalinghe, di efficientismo produttivo.
Dopo aver terminato la vestizione,si spazzolò la bella chioma argentea dai metallici riflessi azzurrini.
Subito dopo iniziò a lavorare, c’era sempre qualcosa da fare, la polvere si infilava dappertutto, bisognava sprimacciare i cuscini,riordinare il tutto, lavare i pavimenti, solo dopo preparava la colazione per lei: non aveva orari,aveva imparato a non averne, a respirare un poco tra un impegno e l’altro.
Mise sul fornello un pentolino,un po’ ammaccato a dire il vero, con del latte,lo faceva bollire per poi intingervi delle fette di pane,secondo le consuetudini della sua infanzia nella campagna veneta.
Ormai si poteva dire che si nutriva unicamente di zuppette e di budini di latte e uova, per via della delicatezza di stomaco, diceva lei.Questa era una sua ottusa convinzione, non corroborata da alcuna verifica medica,non erano necessarie verifiche esterne, era lei stessa il suo proprio medico.
Subito dopo aver messo il latte a bollire,preparò la tazza ed il pane sbocconcellato e li mise da parte.
Tirò fuori ,poi, una pentola più capiente, per cuocere a fuoco lento delle pesche di seconda scelta, che le erano state regalate dal fruttivendolo il sabato precedente,il giorno in cui era uscita con quella sua bella gonna di seta a fiori screziati, di eleganza estrema.lei una donna di finezza quasi perversa che andava a fare compere per la cena della sera a base di diverse qualità di lesso, cena a cui era stato invitato il figlio maschio con la moglie.Era stata la sera in cui il figlio si era accorto del suo vecchio messale dalla copertina nera e dal segna -pagine dorato, e le aveva chiesto chi mai leggesse quelle massime e quelle affermazioni di carattere apocalittico o quantomeno fortemente punitivo, quasi si trattasse di un libro di chiesa risalente ad epoche ormai remote, di stampo posttridentino addirittura, un libro con una visione manichea e quasi tenebrosa della condizione umana. A quel punto, la madre non si era peritata di rispondere assertivamente, che era proprio lei a leggerne un paio di righe ogni sera , ricavando da quei termini tuonitronanti da quell’enfasi retorica volta a mettere in primo piano immagini di morte ed espiazione, una sorta di misterico conforto, quasi come se il peso spirituale della crudezza di un mondo rappresentato a tinte fosche finisse , per osmosi, a stingere timori e dubbi, in modo perfino assurdo, ne convenne.A questo punto il figlio pensò ad una specie di processo di mitridizzazione, un po’ di veleno al giorno per restare stranamente in vita,un breve assaggio di infernale girone per attingere poi ad una visione salvifica.
Il figlio rimase comunque stranito,non era abitudine di lei un approccio devozionale, la madre era una donna dalle idee moderne che anzi aveva mal sopportato il suo essere capitata in una famiglia(quella del marito)cosi banalmente asservita alle norme ataviche di un bigottismo che non si poneva domande, e che non lasciava neppure respirare se per questo.
Mentre sul fuoco cuocevano lentamente le pesche, lei si mise a consumare il suo umile pasto a base di latte, sospendendo ogni altro pensiero che non riguardasse i figli;pensò un poco ad ognuno di loro, anche a quello che avrebbe potuto essere il quinto,quello che aveva partorito da sola al sesto mese.,perfettamente formato e nato morto, l’aveva partorito in bagno e gli schizzi di sangue erano dappertutto, come se avessero scuoiato un maiale.Non l’aveva dimenticato , mai avrebbe potuto, come poteva mai farlo.
Ritornò in sala da pranzo, adesso , forse per analogia, aveva iniziato a pensare alla nuova nascita che ci sarebbe stata da li ad un mese, la nascita di una nipotina , la figlia della sua prima figlia.
Dalla scatola che racchiudeva fili forbici aghi prese un ritaglio di stoffa con sopra disegnato un fiore,voleva cucirlo sopra un paio di pantaloncini da neonato:doveva farle un regalino, lei che era cosi brava a ricamare e aveva fatto a mano tutto i corredini per i suoi figli.
Accarezzò a lungo l’indumento con le sue belle mani,era un movimento lento,un po’ stanco, quasi decelerato.Ben presto si accorse che tutto stava decelerando,gli oggetti familiari intorno a lei si erano fatti opachi e pesanti,l’aria stessa era diventata come immobile, quasi si trovasse all’improvviso in una bolla vitrea in un laboratorio asettico, in una stanza chiusa dove provassero procedimenti di frammentazione artificiosa , di esplosioni sotterranee infinitesimali.
Senza alleggerimenti liberatori,il mal di testa, un mal di testa di acuti coltelli puntuti, si fece pressante, un mal di testa preagonico.Fece appena in tempo a rientrare in cucina, e a spegnere il fuoco sotto la pentola, sul cui fondo le pesche si erano rapprese su una patina di bruciaticcio.
Cadde, poi, cadde rovinosamente, con un movimento sbilanciato e scomposto, come se venisse afferrata da una onda marina sinusoidale e risucchiante, fino ad impietrarsi con un tonfo sordo sul pavimento finto marmorizzato ,massa invertebrata e ormai sfusa …………..Cadde proprio come un piccolo uccello decollato, a picco.
Dalla gonna comune e da casa si intravedeva la bella sottoveste:era una sottoveste di seta, ed il suo color di violacciocca dalle sfumature screziate e gli inserti di pizzo nero ai bordi le davano una consistenza più sofisticata, quasi si trattasse di un reperto di tempi migliori.
Di quella sottoveste, tagliata a pezzi asimmetrici dalle pesanti forbici degli incaricati della assistenza pubblica, che avvolsero il suo corpo nudo in una specie di camicione sterilizzato prima di legarlo su di una barella e portarlo giù a piedi per cinque piani, rimasero brandelli scoordinati per terra, nell’esatto punto del cucinino dove era caduta, facendo sobbalzare gli odiosi inquilini del piano di sotto che ,subito, ipotizzando, per riflesso mentale paranoico, un rumore voluto.alzarono all’unisono-loro, la coppia incestuosa di madre e figlio dal solito cappellino con la tesa rivoltata, capellino tenuto ostinatamente sul capo sia d’estate sia d’inverno-i bastoni delle scope, picchiando duro e ritmicamente sul soffitto, come avvertimento lugubre di fare silenzio.
Se questo è un uomo - Primo Levi
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per un pezzo di pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
o vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
Vi propongo alcuni libri selezionati - con eccellente cura - da Michele - il libraio di "Librie&Dintorni"
Vita offesa
Storia e memoria dei lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti
a cura di Anna Bravo e Daniele Jalla
prefazione di Primo Levi
Franco Angeli, 2004, pp. 448, € 20
Nota di quarta
"Raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non si era creduto. Allora ho evitato di raccontare. Sono stato prigioniero e non - dicevo".
Il cammino percorso dalla memoria dei lager è in gran parte indicato da questa oscillazione tra il bisogno di verità e la difficoltà ad affermarla tra lo sforzo di contrastare l'indifferenza del mondo e il silenzio come protesta, ma anche tra la spinta soggettiva a ricominciare e quella opposta a dimenticare.
Ostacoli esterni e interni non hanno interrotto questo cammino, facendo arrivare fino a noi un grande e inespresso patrimonio di esperienze. E' un accumulo enorme di notizie, episodi, giudizi, riflessioni ed emozioni, un coro che nasce dall'incontro di voci diverse.
Ma oggi in un panorama culturale e politico che inventa un volto umano al fascismo e tollera di convivere con prospettive di distruzione irreversibile, queste testimonianze hanno il valore di una denuncia e di un ammonimento.
Anna Bravo, insegna Storia Sociale all'Università di Torino;
Daniele Jalla, Studioso di Storia e cultura locale.
Il giardino dei Finzi Contini
Giorgio Bassani
Einaudi, 2005, pp.394, EUR 8
Nota di quarta
Gli orrori della persecuzione fascista e razzista, la crudeltà
della storia, l'incantesimo dell'infanzia e la felicità del
sogno: sono gli elementi intrecciati con grazia e eleganza; di questo
romanzo triste e dolcissimo.
La prima edizione è del 1962.
Simone Grasso
Sopravvissuti
Ritratti - Storia - Memoria
Alinari, 2004, € 30,00
Il lavoro fotografico di Simone Grosso si inserisce in un ottimo lavoro riparatorio,, raccontato da pensatori, istituti storici e operatori culturali, per cercare di sanare le ferite della Shoah, ferite inferte ai singoli deportati, ma prima ancora all'umanità intera.
E' un libro fotografico di riabilitazione del dolore, nell'idea che la sofferenza e il dolore devono essere assunti consapevolmente da tutti noi.
di Caterina Sottile (del 26-01-07)
... Il racconto ovviamente, per chi ama la letteratura, è sempre un'interazione con il mondo delle parole e diventa inevitabilmente letterario. Decine di scritti che nulla hanno di improvvisato e provengono da scrittori veri, quasi sempre inediti. Tra le decine di brani, poesie e recensioni pubblicate sul blog ci sono due autori molisani giovanissimi, Federico Francioni e Paolo Massari, che ora hanno raccolto i loro scritti in una pubblicazione comune: "Macchie di pioggia sul muro di un'idea" di Federico Francioni e "Onde medie mediocri ottime" di Paolo Massari...
Per leggere l'articolo vai su: http://www.altromolise.it/cultura.php
Ringraziamo Caterina per aver scritto questo articolo e i due giovani talenti - Federico Francioni e Paolo Massari - perché ci onorano pubblicando i loro scritti.
Stralci di discorsi
(dalla A alla Z)
“A” e “B” , dove A non è migliore di B, si incontrano dopo tanto tempo e vorrebbero scambiare due parole sul mondo.
A : “Che dire?”
B : “ Non c’è che dire.”
A : “Su cosa?”
B : “Su cosa cosa?”
A : “ Su cosa non c’è che dire?”
B : “Su niente.”
A : “Perché, ti sembra tutto perfetto?”
B : “Affatto. Perciò non c’è che dire su niente.”
A : “Ti esprimi male in italiano! Intendevi che non c’è niente da dire in genere?”
B : “Intendevo dire : non c’è che dire.”
“C” e “D” , dove C non è migliore di D , si incontrano dopo tanto tempo e già hanno scambiato due parole sul mondo. Stanno per concludere il loro pensiero.
C : “Assolutamente.”
D : “Sì?”
C : “No, assolutamente.”
D : “No?”
C : “No, assolutamente.”
D : “Sì o no?”
C : “Assolutamente.”
“E” e “F” , dove E non è “Elena” e F non è “Flavio” , stanno parlando al telefono. F gestisce una ditta di pompe funebri sull’orlo del fallimento. E non vuole ammetterlo ma uno dei cinque sensi lo sta abbandonando.
E : “Novità alla ditta?”
F : “ No, ma ho un presentimento : questa è la volta buona!”
E : “La morta buona?”
F : “No, che hai capito! Dicevo..”
E : “Mi dispiace, ormai l’hai detto! Quanto si diventa cinici per soldi!”
F : “Ti assicuro che hai capito male, lasciami spiegare..”
E : “Non preoccuparti, non serve. Ci sentiamo in un altro momento. Perdi tempo : non sarò mai un morto buono!”
“G” e “H” spesso sono incompatibili. G ama le frasi fatte. Al contrario, H non le sopporta.
G : “I giovani non sono più quelli di una volta!”
H : “ Che scoperta! Ci volevi tu?”
G : “Che vuoi dire?”
H : “I giovani di una volta ora non sono più giovani!”
G : “Continuo a non capire..”
H : “Se lo erano una volta, come fanno a esserlo anche ora?”
G : “Ha a che fare con la teoria dell’ “eterno ritorno dell’uguale” ?”
H : “No , ma una cosa è certa : quelli come te tornano sempre e non partono mai del tutto.”
“J” e “K” hanno una grande differenza di età. “J” si ritiene più rispettabile di “K” ed è una persona molto autoritaria.
J : “Tu “K” hai parlato senza aspettare che io te lo dicessi.”
K : “Grazie ma non c’è bisogno che me lo dica lei. So quando farlo.”
J : “Perché non mi hai chiesto la parola?”
K : “Perché per farlo avrei dovuto comunque usare parola.”
“L” e “M” sono sposati da tanti anni e sono sempre stati di sinistra. “M” si pone degli interrogativi. Non è che il marito è passato alla “concorrenza”?
L : “Ha ragione il buon vecchio Dante, “Ahi, serva Italia di dolore ostello…”
M : “Mai come in questo momento della nostra storia le sue parole mi sembrano attuali.”
L : “Già..”
M : “Ma io credo che ci sia ancora una speranza , come si dice, uno spiraglio di luce alla fine del tunnel : “forza Italia”! ”
L : “Forza Italia? Io divorzio sai?”
M : “Ma intendevo quest’espressione come un incoraggiamento al popolo!”
L : “Andiamo bene! Se questo è l’incoraggiamento…”
“N” e “O” sono amici di vecchia data. “O” è molto distratto, dimentica e confonde sempre tutto. La cosa peggiore è che questa idea lo ossessiona.
N : “Devi leggerlo questo libro. E’ molto interessante.”
O : “Certo, lo so che mi consigli sempre testi validi.”
N : “Il titolo è “Il libro nero del comunismo.”
O : “Nero?”
N : “Nero.”
O : “Ma non era il rosso il colore dei comunisti?”
N : “Comincia a correre o quello della tua faccia sarà il bordeaux.”
“P” e “Q” passeggiano insieme. “P” sembra molto triste. I due amici stanno parlando di una situazione difficile e di “P” che come tanti altri, ha deciso di mollare la presa. Nel frattempo, aspettano al semaforo di attraversare la strada, molto trafficata.
P : “Basta, non ce la faccio più. Adesso passo io.”
Q : “Fermo!”
P : “Non resisto più!”
Q : “Sei pazzo ! Finisci sotto una macchina!”
P : “Appunto, l’uomo non può ridursi a diventare una macchina, uno strumento del più forte.”
Q : “Come sei impaziente ! Sei sempre così lamentoso ! Ecco, è scattato il verde! E c’è bisogno di scaldarsi tanto?”
P : “Cosa c’entra questo? Non sarà un semaforo a cambiare le cose. E poi ho deciso, passo e basta.”
Q : “Mi raccomando, subito! Adesso che puoi!”
“R” e “S” stanno andando a un appuntamento importante. “R” è molto ansioso, “S” ha capito che è il momento di cambiare le cose.
R : “Che ora è?”
S : “E’ ora di reagire!”
R : “In effetti hai ragione. Ma volevo sapere che ora è del giorno solare.”
S : “ E’ ora di reagire!”
R : “ Va bene, ma che ora è?”
S : “E’ ora che tu la finisca.”
R : “Almeno una cosa dimmela! Siamo in ritardo?”
“T” non sopporta “U” e fa di tutto per evitarlo. Stavolta non ha scampo. Il treno è pieno e non può sedersi altrove. Deve passare tutto il viaggio vicino a “U”. Le prova tutte ma alla fine dovrà arrendersi e sorbirsi “U”.
T : “Ho un tremendo mal di testa oggi. L’unica cosa che vorrei adesso è il silenzio.”
U : “Ti capisco. Anche io spesso trovo rifugio nel silenzio.
T : “Specialmente con questo mal di testa non vorrei sentire nemmeno il minimo rumore.”
U : “Ti dirò, in ogni caso, stavamo meglio quando stavamo peggio.”
T : “Se stavamo peggio come potevamo stare meglio?”
U : “Perché adesso è ancora peggio.”
T : “In effetti hai ragione.. avrei dovuto prendere un altro treno.”
“V” è uno di quei tipi che fa tante promesse a cui “W” crede sempre. Il problema è che il più delle volte “V” non le mantiene.
V : “Stai tranquilla, hai la mia parola.”
W: “Mi raccomando! Ci conto!”
V : “Non puoi ridurre tutta la vita a un conteggio!”
W: “Ma cosa stai dicendo?”
V : “Questa è la tua vita! Non riesci a dormire? Conti ! Pecore, capre, non so.
Stai per parlare? Conti ! Almeno fino a dieci, come diceva tua mamma!”
W: “Non preoccuparti. Tanto non riesco a contare su di te! Sei inaffidabile!”
V : “Lo faccio apposta! Se dovessi contare anche su di me non faresti altro da mattina a sera!”
“X”, “Y” sono rimasti chiusi fuori dal balcone per un colpo di vento. “Z” fa storie per farli rientrare in casa.
“X” e “Y” : “Per favore Z, aprici! Siamo rimasti chiusi fuori!”
“Z” : “Chiusi fuori? Ma se state all’aperto! Non esiste il chiuso
all'aperto !"
“X” e “Y” : “Ma siamo rimasti chiusi fuori di casa! Aprici! Fa freddo e tira vento! Ci ammaliamo!”
“Z”: “O dentro o fuori! Non esiste chiusi fuori!”
“X” e “Y” : “Allora puoi aprirci dentro?”
“Z”: “E che sono un chirurgo io? Entrate in casa, che il freddo vi da
alla testa!"
Il futuro dei giornali di carta
Vittorio Sabadin
Donzelli, 2007, pp.168, EUR 15,00
Nota di quarta
Secondo i calcoli di Philip Meyer, uno dei più seri e competenti
studiosi dell'editoria americana, l'ultima sgualcita copia su
carta del "New York Times" sarà acquistata nel 2043. La
crisi di vendite che affligge i quotidiani da una ventina d'anni
lascia pensare che la previsione sia realistica, se non addirittura
ottimistica. Che cosa è successo? Per quale ragione imprese editoriali
che in tutto il mondo hanno generato per secoli utili di bilancio, e
contribuito in modo determinante a salvaguardare democrazia e valori
civili, vedono minacciata la loro stessa sopravvivenza? Editori e
giornalisti tendono ad attribuirsi reciprocamente la colpa. Ma il vero
nemico dei giornali, quelli che li sta inesorabilmente condannando a
morte, è la tecnologia. Il tempo a disposizione della gente è
diminuito, e ognuno di noi ha ormai la possibilità di essere informato
quando vuole, dove vuole e sui temi che preferisce senza dovere per
forza ricorrere alla lettura di un giornale. Le pagine web, le e-mail,
la telefonia mobile, le tv tematiche riempiono costantemente le nostre
giornate, senza lasciarci mai soli. Nel giro di qualche anno le nuove
tecnologie di comunicazione avranno un impatto ancora più forte sui
destini dei giornali di carta.
In questo libro, agile e ricco di informazioni, il giornalista che ha
guidato la redazione de "La Stampa" per circa vent'anni,
accompagnandone anche le trasformazioni tecnologiche e grafiche,
racconta come i quotidiani italiani, europei e americani hanno cercato
di reagire, spesso con successo, alla crisi e quali sono le
opportunità che le tecnologie stanno offrendo a molti di loro per
creare un legame più solido e duraturo con i propri lettori. Perché,
come ha detto Rupert Murdoch, il più importante editore del mondo, il
futuro propone due sole alternative: "cambiare o morire".

vengono nominati continuatori della catena:
DORAFIORINO ( http://dorafiorino.splinder.com/ )
MARIASTROFA ( http://mariastrofa.splinder.com/ )
ELIOSCA ( http://elioscarciglia.splinder.com/ )
Jurgen Habermas
Laterza, 2006, pp. 295, EUR 18
Nota di quarta
La polarizzazione ideologica tra scienza e fede compromette la coesione dei cittadini. Uno Stato di diritto può garantire la convivenza, nella tolleranza e a parità di diritti, di comunità religiose inconciliabili nelle loro visioni del mondo, e di queste con la comunità dei non credenti, solo se tutti i suoi membri sono disposti a considerarsi reciprocamente liberi ed eguali nella loro cittadinanza politica. Nei saggi raccolti in questo volume. Jurgen Habermas indica la via di una cultura che superi la polarizzazione inconciliabile tra laicità e religione per il tramite di un accertamento riflessivo dei confini, sia della fede sia della scienza.
Anche le grandi religioni fanno parte della riflessione universale dell'umanità. Il pensiero post-metafisico non potrebbe intendere se stesso se non includesse nella sua genealogia, accanto alla metafisica, anche le tradizioni religiose.
Quei pomeriggi a caserta non posso dimenticarli.
Insieme, a fare la spesa
mano nella mano. Eravamo felici.
Quattro piani di scale a piedi
di corsa
fremendo, per arrivare presto in casa
per poter essere liberi di fare l'amore.
La tua stanza,
il tuo letto e quelle foto affisse alle pareti.
Ed i tuoi occhi...
a volte basta davvero poco per essere felici.
Costruiva parole tra sé, ricordando esperienze passate e modificandole nella mente rendendole più significative di quanto non fossero, ricordando parole dette, sostituendole con altre più taglienti, o più umili: il tempo immobile della notte permetteva questi esperimenti ossessivi a tempo perso di cui non sarebbe mai rimasta traccia in nessun luogo.
Quel senso di giornate inesplorate; di percezioni profonde che sfuggivano al bisogno di elaborare tutto, di creare un senso logico, una continuità negli eventi, nei comportamenti…Perdere tutte quelle parole scandite nella mente era terribile, nient’altro che la conferma della nostra solitudine. Come avrebbe voluto averle dette quando serviva, come avrebbe voluto poterle dire così come le costruiva nell’andare dei pensieri. Avrebbe voluto che qualcuno fosse lì, in silenzio, per ascoltare quei pensieri. E questo sapeva che era impossibile.
Passarono molti e lenti minuti così: suoi momenti inevitabili. Si alzò e rimase seduto sul materasso, cercando di capire cosa stesse succedendo, cercando di avere il controllo sulla propria anima: stranamente non riusciva a prendere sonno in nessun modo, c’era una sorta di malinconia lacerante ed era come se avesse messo una pietra sopra un’immensità instabile di ricordi, sensazioni e qualche speranza che non sarebbe stata mai più rimossa; quei passati non facevano che tremare nascosti di fronte all’angoscia del futuro, all’incertezza di certe strade scelte.
Improvvisò qualche vestito ed uscì di casa, voleva fare due passi per scaricare la tensione.
Qualche decina di minuti più tardi era in macchina. Aveva voglia di urlare la rabbia, dimenticando quella contrazione impossibile dei pensieri, perdendosi nelle luci notturne.
Vite gli passavano accanto abbagliandolo, tristi motel poco illuminati, qualche distributore di benzina dove la scritta “Self Service” non faceva che accrescere quel senso di abbandono e autosufficienza indotta a forza. La diga che specchiava una luna assente in cielo, lontana più di quanto sembrasse e annebbiata dal temporale notturno; le sponde percepite dal movimento dell’acqua buia. Vallate solo contornate intraviste dal vetro, velo rassicurante contro il mondo esterno. Esplorando la notte, la linea bianca infinita, respirando lentamente, inseguendo una pace provvisoria. Lontani panorami invisibili.
Lentamente il temporale esplose, scagliando pioggia e grandine nell’aria. Sagome di fogliame nero creavano illusioni come ombre cinesi sul cielo. Arrivò sulla spiaggia, deserta a quell’ora e scese dall’auto. La città dormiva, o si teneva al chiuso spaventata da quella bufera di vento.
Le onde in tempesta viste dalla spiaggia erano piene d’una potenza antica che si spandeva in tutto il golfo, nero e senza luce. Si ricordò di come anni prima avesse pensato alla sua mano come ad un onda, mentre accarezzava il volto di una lei. Ma quelle onde erano diverse: erano impetuose, remote e svilivano ogni debolezza. Lampi illuminavano per pochi istanti l’immensa distesa, mostrando le nuvole nere e i vortici di ventate lontane. Solo, di fronte al mare, si sentì parte di un immenso universo. Quel mare infinito e struggente che si ribellava contro la terra. Percepì come un senso di vicinanza di popoli e civiltà lontane, si sentì come un punto definito e preciso del mondo.
Era gennaio e aveva fatto molto freddo in quei giorni, ma adesso la brezza della tempesta e l’aria vagamente salata rendevano l’atmosfera densa. Restò a danzare su quella brezza, sulla sabbia compatta dalla pioggia impercettibile e mentre le onde continuavano a sdraiarsi in avanti, sembrava che quasi volessero urlargli qualcosa. Un lampo, un sussulto.
Prese un bastone da terra e incominciò a scrivere parole sulla sabbia, sperando di lasciare qualche traccia di quella presenza incerta. Sembrava uno sciamano, agitando parole che bruciavano nella tempesta, in quell’ebbrezza di movimento. Esili ombre adesso i misteri d’angoscia della notte.
Un secchiello di bambini volava nel vento e sembrava si portasse con sé le urla di quei bambini che giocavano di giorno. Ricordò di quando da piccolo aveva fatto un castello di sabbia e di come l’alta marea se l’era portato via, lontano. Nulla esisteva più attorno. La brezza tiepida continuava a soffiare nel forte vento, e le onde ancora in tempesta si caricavano d’una dolcezza antichissima.
Si chiese allora per gioco chi fosse lui. Non trovò risposta Ripensò a sé stesso anni prima. Chi era? Chi era stato? Cominciò a sentire debolezza, quasi angoscia: il non trovare risposa era disarmante. Il fatto che la sua anima, il sui pensiero non trovassero automaticamente una semplice risposta, persino una risposta fatta di sentimenti, concetti o immagini che gli dessero la certezza d’esser stato… Un grande vuoto semplice. Per quelle domanda fatta per gioco non c’erano davvero parole che non avrebbero mentito.
Le onde che morivano sulla spiaggia continuavano a rigenerarsi dalle proprie ceneri fredde come fenici, trasformandosi in spuma bianca che sembrava fuggire per sempre: le scie del mare venivano spazzate via sulla sabbia dal vento.
Gli occhi carichi osservavano tutto, sempre osservavano.
Lacrime di vaga disperazione notturna portate via dal vento, in vortici inafferrabili.
I lampi continuavano a gridare quell’urlo muto d’un attimo.
Il cielo cominciava appena a rischiararsi.