la gente muore
e non si sa il perché.
la gente muore perchè ha i polmoni distrutti
divorati
da finissime fibre di ferro
provenienti dalla vecchia fabbrica,
lì a 100m da casa mia.
l'aria è gialla
te ne accorgi la sera,
quando vai a togliere le lenzuola bianche
stese ad asciugare il giorno prima.
sono unte,
puzzano.
mia nonna è morta
aveva il cancro ai polmoni,
ma non ha mai fumato in vita sua.
la genta muore
e non si sa il perché.
Buon giorno a tutti. Mi chiamo Barbara e grazie all'invito di Antea2 oggi posso partecipare a questo blog.
Il racconto di questo post è stato scritto il giorno della morte di una persona cara. Le parole hanno un significato profondo per me, e ci tengo a condividerlo con il maggior numero di persone. Grazie.
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Dedicato a M.- Arrivederci.
L’altro giorno pensavo che mi piacerebbe rivedere gli uccelli. Quelli piccoli, dal manto morbido e arruffato. Bianchi e grigi, a volte con qualche venatura nera o rossa. Ti guardano con quegli occhi vispi e luminosi che puoi quasi sentirne i pensieri. Sono pupille parlanti.
Abbiamo molte cose in comune, io e gli uccellini. Peccato non riuscire a volare via, adesso. O forse posso?
Il tempo è un fenomeno strano. Ci sono certe giornate che ti viene voglia di urlare dalla gioia. Il cielo è così azzurro da sembrare artificiale, le nuvole sono fiocchi candidi che lo attraversano sorridendo, l’aria fischietta una melodia dolce e il sole banchetta distribuendo cibo e bevande. Certe volte si rasenta la perfezione.
Altre no. Quando tutto è incolore, il freddo pungente indurisce ogni cellula e non c’è calore, da nessuna parte. Allora gli alberi si piegano sotto le folate e le gocce insistenti che arrivano ovunque. E tu non puoi farci niente, vorresti convincerli a smettere, scacciare la malinconia e il grigio… ma non puoi. Deve andare così, almeno per un po’.
Se potessi essere un uccellino curioserei ovunque, infilerei la testa in ogni fessura. E mi guarderei le spalle. Anche durante il sonno. Ora che ci penso, in effetti, l’ho fatto lo stesso, pur essendo umano. Poco importa. Se fossi uccellino sarei autorizzato perfino a beccare i tipi sospetti. I loschi, quelli che già dalla mimica facciale capisci che cercano il sangue. Anzi, beccherei tutti, così sarei sicuro di non lasciare nulla al caso.
Difendersi è importante, molto più di quanto pensiamo. Ma è difficile. Capire quando e come, intendo. Una volta esistevano i buoni e i cattivi, e lì la questione si risolveva da sola. Ma adesso si sono mischiati, hanno generato figli mescolando le razze… si insidiano repentinamente su chiunque e in qualsiasi momento. Anche su di te. Non ci credi? Vedrai.
C’è un piccolo raggio di sole che arriva all’altezza del comodino. Carino. E’come una sagoma tridimensionale, un ologramma che parte dal legno e attraversa la finestra chiusa. Su, sempre più su, fino al cielo e oltre. L’Oltre mi aspetta, lo so. E’solo che non mi so decidere. Lo guardo, mi volto, lo cerco, scappo e alla fine lo sbircio. Ma resto qui. Sdraiato. A pensare. Che è l’unica cosa che nessuno mi può togliere. I pensieri sono solo miei, li tengo stretti al petto e li cullo, di notte canto a bassa voce per loro e li nutro continuamente. Forse vorrebbero uscire, lo so. Ma non è possibile. Non più.
C’ è una sagoma che sbircia dallo stipite della porta. Dai, ti ho visto… non avere paura. Sono qui. E’ un tronco appena abbozzato, senza contorni precisi ma ne sento il respiro. E l’odore della tristezza. La vedo muoversi, la sagoma, come quando si sposta il peso del corpo da una gamba all’altra perché non si riesce a rimanere fermi. Curioso come, in certe situazioni, il corpo ha un linguaggio istintivo più genuino della parole. Mi basta osservarli per capire cosa succede o cosa provano. Gli occhi, le labbra e le mani sono i miei interlocutori. Perché dovrei affidarmi alle parole che sanno mentire, quando ho altri amici sinceri.? D’accordo vai… non preoccuparti, qui và tutto bene. Però torna dopo, magari solo un attimo. Mi piacerebbe poterti salutare.
Ho voglia di chiudere gli occhi. Il buio non fa paura, è tranquillo. Rassicurante. Non c’è nessun altro, ma non mi sento solo. Perché dovrei? Non lo sono anche quando ho gli occhi aperti? La solitudine è uno stato mentale. Nient’altro. Abbiamo bisogno di credere che chi ci sta intorno ci sarà anche di aiuto. Dobbiamo convincerci che gli altri, pur respirando autonomamente, saranno al nostro fianco al bisogno. E sapranno sorreggerci, consolarci, suggerirci, sostituirci. Ma poi? Illusi romantici.
Nel buio io sono io. Non importa altro. Sento tutto ma non fa male, come potrebbe? L’oscurità mi coccola discreta, non mi mentirebbe proprio adesso. Forse potrei ribellarmi, scalciare come un cavallo terrorizzato e urlare così forte da far tremare i vetri. Ma poi? Adesso sto bene e mi basta. Prima era molto peggio.
Sei tu, Oltre? Devo venire? Non far decidere a me, per favore, non ne sarei capace.
Mi lascio fluire.
Mi sto muovendo.
Ora lo so.

Indossò la sottoveste dal colore violaceo con piccoli movimenti leggeri e armoniosi, con un che di snervato.
Si preannunciava una giornata ordinaria, di coordinate azioni casalinghe, di efficientismo produttivo.
Dopo aver terminato la vestizione,si spazzolò la bella chioma argentea dai metallici riflessi azzurrini.
Subito dopo iniziò a lavorare, c’era sempre qualcosa da fare, la polvere si infilava dappertutto, bisognava sprimacciare i cuscini,riordinare il tutto, lavare i pavimenti, solo dopo preparava la colazione per lei: non aveva orari,aveva imparato a non averne, a respirare un poco tra un impegno e l’altro.
Mise sul fornello un pentolino,un po’ ammaccato a dire il vero, con del latte,lo faceva bollire per poi intingervi delle fette di pane,secondo le consuetudini della sua infanzia nella campagna veneta.
Ormai si poteva dire che si nutriva unicamente di zuppette e di budini di latte e uova, per via della delicatezza di stomaco, diceva lei.Questa era una sua ottusa convinzione, non corroborata da alcuna verifica medica,non erano necessarie verifiche esterne, era lei stessa il suo proprio medico.
Subito dopo aver messo il latte a bollire,preparò la tazza ed il pane sbocconcellato e li mise da parte.
Tirò fuori ,poi, una pentola più capiente, per cuocere a fuoco lento delle pesche di seconda scelta, che le erano state regalate dal fruttivendolo il sabato precedente,il giorno in cui era uscita con quella sua bella gonna di seta a fiori screziati, di eleganza estrema.lei una donna di finezza quasi perversa che andava a fare compere per la cena della sera a base di diverse qualità di lesso, cena a cui era stato invitato il figlio maschio con la moglie.Era stata la sera in cui il figlio si era accorto del suo vecchio messale dalla copertina nera e dal segna -pagine dorato, e le aveva chiesto chi mai leggesse quelle massime e quelle affermazioni di carattere apocalittico o quantomeno fortemente punitivo, quasi si trattasse di un libro di chiesa risalente ad epoche ormai remote, di stampo posttridentino addirittura, un libro con una visione manichea e quasi tenebrosa della condizione umana. A quel punto, la madre non si era peritata di rispondere assertivamente, che era proprio lei a leggerne un paio di righe ogni sera , ricavando da quei termini tuonitronanti da quell’enfasi retorica volta a mettere in primo piano immagini di morte ed espiazione, una sorta di misterico conforto, quasi come se il peso spirituale della crudezza di un mondo rappresentato a tinte fosche finisse , per osmosi, a stingere timori e dubbi, in modo perfino assurdo, ne convenne.A questo punto il figlio pensò ad una specie di processo di mitridizzazione, un po’ di veleno al giorno per restare stranamente in vita,un breve assaggio di infernale girone per attingere poi ad una visione salvifica.
Il figlio rimase comunque stranito,non era abitudine di lei un approccio devozionale, la madre era una donna dalle idee moderne che anzi aveva mal sopportato il suo essere capitata in una famiglia(quella del marito)cosi banalmente asservita alle norme ataviche di un bigottismo che non si poneva domande, e che non lasciava neppure respirare se per questo.
Mentre sul fuoco cuocevano lentamente le pesche, lei si mise a consumare il suo umile pasto a base di latte, sospendendo ogni altro pensiero che non riguardasse i figli;pensò un poco ad ognuno di loro, anche a quello che avrebbe potuto essere il quinto,quello che aveva partorito da sola al sesto mese.,perfettamente formato e nato morto, l’aveva partorito in bagno e gli schizzi di sangue erano dappertutto, come se avessero scuoiato un maiale.Non l’aveva dimenticato , mai avrebbe potuto, come poteva mai farlo.
Ritornò in sala da pranzo, adesso , forse per analogia, aveva iniziato a pensare alla nuova nascita che ci sarebbe stata da li ad un mese, la nascita di una nipotina , la figlia della sua prima figlia.
Dalla scatola che racchiudeva fili forbici aghi prese un ritaglio di stoffa con sopra disegnato un fiore,voleva cucirlo sopra un paio di pantaloncini da neonato:doveva farle un regalino, lei che era cosi brava a ricamare e aveva fatto a mano tutto i corredini per i suoi figli.
Accarezzò a lungo l’indumento con le sue belle mani,era un movimento lento,un po’ stanco, quasi decelerato.Ben presto si accorse che tutto stava decelerando,gli oggetti familiari intorno a lei si erano fatti opachi e pesanti,l’aria stessa era diventata come immobile, quasi si trovasse all’improvviso in una bolla vitrea in un laboratorio asettico, in una stanza chiusa dove provassero procedimenti di frammentazione artificiosa , di esplosioni sotterranee infinitesimali.
Senza alleggerimenti liberatori,il mal di testa, un mal di testa di acuti coltelli puntuti, si fece pressante, un mal di testa preagonico.Fece appena in tempo a rientrare in cucina, e a spegnere il fuoco sotto la pentola, sul cui fondo le pesche si erano rapprese su una patina di bruciaticcio.
Cadde, poi, cadde rovinosamente, con un movimento sbilanciato e scomposto, come se venisse afferrata da una onda marina sinusoidale e risucchiante, fino ad impietrarsi con un tonfo sordo sul pavimento finto marmorizzato ,massa invertebrata e ormai sfusa …………..Cadde proprio come un piccolo uccello decollato, a picco.
Dalla gonna comune e da casa si intravedeva la bella sottoveste:era una sottoveste di seta, ed il suo color di violacciocca dalle sfumature screziate e gli inserti di pizzo nero ai bordi le davano una consistenza più sofisticata, quasi si trattasse di un reperto di tempi migliori.
Di quella sottoveste, tagliata a pezzi asimmetrici dalle pesanti forbici degli incaricati della assistenza pubblica, che avvolsero il suo corpo nudo in una specie di camicione sterilizzato prima di legarlo su di una barella e portarlo giù a piedi per cinque piani, rimasero brandelli scoordinati per terra, nell’esatto punto del cucinino dove era caduta, facendo sobbalzare gli odiosi inquilini del piano di sotto che ,subito, ipotizzando, per riflesso mentale paranoico, un rumore voluto.alzarono all’unisono-loro, la coppia incestuosa di madre e figlio dal solito cappellino con la tesa rivoltata, capellino tenuto ostinatamente sul capo sia d’estate sia d’inverno-i bastoni delle scope, picchiando duro e ritmicamente sul soffitto, come avvertimento lugubre di fare silenzio.