Libri&dintorni

blog della libreria "Libri&dintorni" | via cannavina, 19-21 campobasso | telefono 0874.438430 | libriedi@libriedintorni.191.it | libero spazio per recensioni, riflessioni, pubblicazione di racconti brevi, segnalazione eventi

Utente: frontespizio
Nome: MICHELE PAPARELLA

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Categorie

#2tonidiblu alias mareblucobalto
#ale20025
#alessandro ghia poesie
#ali69 pensieri
#alivento poesie
#andrea dei sedizi racconti
#angela maddalena racconti
#anna58 racconti
#anna corallo poesie
#antonio cappella poesie
#barbara gozzi racconti
#bianca madeccia poesia e foto
#bianca madeccia poesie e foto
#blacklace
#butterfly poesie
#capitano racconti
#carlotta de melas
#carmen
#caterina sottile
#chicca
#clairedelune
#cominciare
#cosentino nico poesie
#cosentino nico racconti
#diciche riflessioni
#dipcadeave
#domaccia poesie
#domaccia racconti
#edizioni 9muse
#elio scarciglia - il salento
#enrico cerquiglini poesie
#etichette poesie
#fabrizia conti poesie
#fasterboy
#federico francioni racconti
#francesca pellegrino poesie
#gabrielli editori
#giovanni nuscis
#glencoe poesie
#glencoe racconti
#iole novelli poesie
#justine casertano arte
#luciano mastrocola racconti
#luisella pisottu poesie
#mariagiovanna luini riflessioni
#mariantonietta
#mariella tafuto
#marina raccanelli poesie
#mario serra arte
#mary17 poesie
#marzia serra poesie
#michele racconti
#minet poesie
#need
#nuccina
#paolo massari racconti
#parlardi
#raffaela ruju poesie
#raffaella ruju flussi
#raffaella ruju racconti
#rita iacobucci
#roberto matarazzo ex libris
#rossella meditazioni
#satyrica
#shanmei racconti
#shoruel pensieri
#shoruel racconti
#smarrimento
#solaria poesie
#stella recensioni
#the sleepers
#valentina demelas
#viola amarelli
#viola amarelli poesie
# venexiana poesie
@anniversari
@annunci amici della musica cb
@annunci teatro officina - mi
@annunci teatro savoia-cb
@annunci uli - campobasso
@anticipazioni di fahrenheit
@appelli
@appuntamenti libri&dintorni
@cinemattivo
@commemorazioni
@eventi
@segnalazioni
@universitàcattolica2007
aforismi
altroverso
ambiente
andrea tarabbia
architettura
arte
beat generation
bibliofilia
cartolina da
cinema
comunicazione argomento
concorsi letterari
concorso fotografico
cose così
critica letteraria
cultura
cultura del bere e del mangiare
curiosità
danza
del restauro e delle sue morti
e-book
elementi del linguaggio
elio scarciglia mostra video fot
elisa massari
eros by night
esordi letterali
ex libris
filologia classica
filosofia
filosofia e arte
fotografia
fumetti
gazzadipensieri
genere/teatro
genere / bibliografie
genere / classici
genere / giallo noir
genere / interviste
genere / poesia
genere / racconti
genere / romanzo
genere / saggistica
genere / satira
genere / surreale
giorgio fontana
giornata mondiale poesia 2007
il messaggero dellimperatore
il mestiere d scrivere
informazione
i grandi eventi di elio scarcigl
i libri presentati da elio scarc
letteratura
linguaggio
lo scaffale dei ragazzi
lo scaffale del molise
l vera vita delle persone
marco missiroli
mario favini
matematica
medioevo
mostra ex-libris r matarazzo
mostra fotografica
mostra video/fotografica di elio
mostra video fotografica di elio
mostre
musica
novità editoriali
occidente
oggetti del passato
oriente
paesaggi del quotidiano
pavese
pensieri sparsi
personaggi
poesia
poesia dorsale
poesia straniera
poesie
politica
premio letterario
presentazioni
pro/contro moccia
prove di uso della parola
pubblicità
racconti
randa ghazy
rassegna di poesia contemporanea
rassegna stampa libri&dintorni
recensioni
religione
riflessioni
robert kennedy
sarcasmo
scienze
scribellarsi
scrittura
scritture in territoio nemico
scrivere la musica
scuola di scrittura
segnalazioni
seguendo le parole
sociologia
storia
storie di animali
talk-crossing
teatro
tre allegri ragazzi morti
viaggi
videoart
vita e morte
volo magico
weather report
web

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
mercoledì, 31 gennaio 2007

SCHEGGE DI FERRO

la gente muore

e non si sa il perché.

la gente muore perchè ha i polmoni distrutti

divorati

da finissime fibre di ferro

provenienti dalla vecchia fabbrica,

lì a 100m da casa mia.

l'aria è gialla

te ne accorgi la sera,

quando vai a togliere le lenzuola bianche

stese ad asciugare il giorno prima.

sono unte,

puzzano.

mia nonna è morta

aveva il cancro ai polmoni,

ma non ha mai fumato  in vita sua.

la genta muore

e non si sa il perché.

postato da: cosentinonico alle ore 19:13 | link | commenti (9)
categorie: #cosentino nico poesie

‘L’Altrove’

Buon giorno a tutti. Mi chiamo Barbara e grazie all'invito di Antea2 oggi posso partecipare a questo blog.
Il racconto di questo post è stato scritto il giorno della morte di una persona cara. Le parole hanno un significato profondo per me, e ci tengo a condividerlo con il maggior numero di persone. Grazie.
--------------------

Dedicato a M.- Arrivederci.

L’altro giorno pensavo che mi piacerebbe rivedere gli uccelli. Quelli piccoli, dal manto morbido e arruffato. Bianchi e grigi, a volte con qualche venatura nera o rossa. Ti guardano con quegli occhi vispi e luminosi che puoi quasi sentirne i pensieri. Sono pupille parlanti.
Abbiamo molte cose in comune, io e gli uccellini. Peccato non riuscire a volare via, adesso. O forse posso?
Il tempo è un fenomeno strano. Ci sono certe giornate che ti viene voglia di urlare dalla gioia. Il cielo è così azzurro da sembrare artificiale, le nuvole sono fiocchi candidi che lo attraversano sorridendo, l’aria fischietta una melodia dolce e il sole banchetta distribuendo cibo e bevande. Certe volte si rasenta la perfezione.
Altre no. Quando tutto è incolore, il freddo pungente indurisce ogni cellula e non c’è calore, da nessuna parte. Allora gli alberi si piegano sotto le folate e le gocce insistenti che arrivano ovunque. E tu non puoi farci niente, vorresti convincerli a smettere, scacciare la malinconia e il grigio… ma non puoi. Deve andare così, almeno per un po’.
Se potessi essere un uccellino curioserei ovunque, infilerei la testa in ogni fessura. E mi guarderei le spalle. Anche durante il sonno. Ora che ci penso, in effetti, l’ho fatto lo stesso, pur essendo umano. Poco importa. Se fossi uccellino sarei autorizzato perfino a beccare i tipi sospetti. I loschi, quelli che già dalla mimica facciale capisci che cercano il sangue. Anzi, beccherei tutti, così sarei sicuro di non lasciare nulla al caso.
Difendersi è importante, molto più di quanto pensiamo. Ma è difficile. Capire quando e come, intendo. Una volta esistevano i buoni e i cattivi, e lì la questione si risolveva da sola. Ma adesso si sono mischiati, hanno generato figli mescolando le razze… si insidiano repentinamente su chiunque e in qualsiasi momento. Anche su di te. Non ci credi? Vedrai.
C’è un piccolo raggio di sole che arriva all’altezza del comodino. Carino. E’come una sagoma tridimensionale, un ologramma che parte dal legno e attraversa la finestra chiusa. Su, sempre più su, fino al cielo e oltre. L’Oltre mi aspetta, lo so. E’solo che non mi so decidere. Lo guardo, mi volto, lo cerco, scappo e alla fine lo sbircio. Ma resto qui. Sdraiato. A pensare. Che è l’unica cosa che nessuno mi può togliere. I pensieri sono solo miei, li tengo stretti al petto e li cullo, di notte canto a bassa voce per loro e li nutro continuamente. Forse vorrebbero uscire, lo so. Ma non è possibile. Non più.
C’ è una sagoma che sbircia dallo stipite della porta. Dai, ti ho visto… non avere paura. Sono qui. E’ un tronco appena abbozzato, senza contorni precisi ma ne sento il respiro. E l’odore della tristezza. La vedo muoversi, la sagoma, come quando si sposta il peso del corpo da una gamba all’altra perché non si riesce a rimanere fermi. Curioso come, in certe situazioni, il corpo ha un linguaggio istintivo più genuino della parole. Mi basta osservarli per capire cosa succede o cosa provano. Gli occhi, le labbra e le mani sono i miei interlocutori. Perché dovrei affidarmi alle parole che sanno mentire, quando ho altri amici sinceri.? D’accordo vai… non preoccuparti, qui và tutto bene. Però torna dopo, magari solo un attimo. Mi piacerebbe poterti salutare.
Ho voglia di chiudere gli occhi. Il buio non fa paura, è tranquillo. Rassicurante. Non c’è nessun altro, ma non mi sento solo. Perché dovrei? Non lo sono anche quando ho gli occhi aperti? La solitudine è uno stato mentale. Nient’altro. Abbiamo bisogno di credere che chi ci sta intorno ci sarà anche di aiuto. Dobbiamo convincerci che gli altri, pur respirando autonomamente, saranno al nostro fianco al bisogno. E sapranno sorreggerci, consolarci, suggerirci, sostituirci. Ma poi? Illusi romantici.
Nel buio io sono io. Non importa altro. Sento tutto ma non fa male, come potrebbe? L’oscurità mi coccola discreta, non mi mentirebbe proprio adesso. Forse potrei ribellarmi, scalciare come un cavallo terrorizzato e urlare così forte da far tremare i vetri. Ma poi? Adesso sto bene e mi basta. Prima era molto peggio.

Sei tu, Oltre? Devo venire? Non far decidere a me, per favore, non ne sarei capace.
Mi lascio fluire.
Mi sto muovendo.
Ora lo so.

postato da: BarbaraGozzi alle ore 11:55 | link | commenti (6)
categorie: genere / racconti, #barbara gozzi racconti
martedì, 30 gennaio 2007

tempesta













La rivolta dei verbi


Sono schiava di verbi ossessionanti,
le parole m’ingombrano la mente…
mentre dormo e non dormo
i miei neuroni s’aggrovigliano tesi –
non li disbroglio nel mattino
intasato di frasi alla deriva…

ho ripercorso ieri una laguna
di adolescenti aggettivi
ho spiccato dal busto fiorellini
stropicciati in anticipo

faccio di tutto, brigo scavo
le liscio con calma, queste parole –
ribelli, si arricciano strambe
non danno udienza al mio ostinato
toc toc sulla porta della logica

povera me, c’è stata una rivolta in sentina
non mi ubbidisce più, la ciurma verbale
consonanti in tempesta
hanno disalberato il mio vascello
ulula il vento, i pirati
selvaggiamente si lanciano all’arrembaggio:
capitano, mio capitano
dove sei andato?
postato da: aboutyou alle ore 17:34 | link | commenti (6)
categorie: #marina raccanelli poesie

L' ULTIMO GIORNO

Indossò la sottoveste dal colore violaceo con piccoli movimenti leggeri e armoniosi, con un che di snervato.
Si preannunciava una giornata ordinaria, di coordinate azioni casalinghe, di efficientismo produttivo.
Dopo aver terminato la vestizione,si spazzolò la bella chioma argentea dai metallici riflessi azzurrini.
Subito dopo iniziò a lavorare, c’era sempre qualcosa da fare, la polvere si infilava dappertutto, bisognava sprimacciare i cuscini,riordinare il tutto, lavare i pavimenti, solo dopo preparava la colazione per lei: non aveva orari,aveva imparato a non averne, a respirare un poco tra un impegno e l’altro.
Mise sul fornello un pentolino,un po’ ammaccato a dire il vero, con del latte,lo faceva bollire per poi intingervi delle fette di pane,secondo le consuetudini della sua infanzia nella campagna veneta.
Ormai si poteva dire che si nutriva unicamente di zuppette e di budini di latte e uova, per via della delicatezza di stomaco, diceva lei.Questa era una sua ottusa convinzione, non corroborata da alcuna verifica medica,non erano necessarie verifiche esterne, era lei stessa il suo proprio medico.
Subito dopo aver messo il latte a bollire,preparò la tazza ed il pane sbocconcellato e li mise da parte.
Tirò fuori ,poi, una pentola più capiente, per cuocere a fuoco lento delle pesche di seconda scelta, che le erano state regalate dal fruttivendolo il sabato precedente,il giorno in cui era uscita con quella sua bella gonna di seta a fiori screziati, di eleganza estrema.lei una donna di finezza quasi perversa che andava a fare compere per la cena della sera a base di diverse qualità di lesso, cena a cui era stato invitato il figlio maschio con la moglie.Era stata la sera in cui il figlio si era accorto del suo vecchio messale dalla copertina nera e dal segna -pagine dorato, e le aveva chiesto chi mai leggesse quelle massime e quelle affermazioni di carattere apocalittico o quantomeno fortemente punitivo, quasi si trattasse di un libro di chiesa risalente ad epoche ormai remote, di stampo posttridentino addirittura, un libro con una visione manichea e quasi tenebrosa della condizione umana. A quel punto, la madre non si era peritata di rispondere assertivamente, che era proprio lei a leggerne un paio di righe ogni sera , ricavando da quei termini tuonitronanti  da quell’enfasi retorica volta a mettere in primo piano immagini di morte ed espiazione, una sorta di misterico conforto, quasi come se il peso spirituale della crudezza di un mondo rappresentato a tinte fosche finisse , per osmosi, a stingere timori e dubbi, in modo perfino assurdo, ne convenne.A questo punto il figlio pensò ad una specie di processo di mitridizzazione, un po’ di veleno al giorno per restare stranamente in vita,un breve assaggio di infernale girone per attingere poi ad una visione salvifica.
Il figlio rimase comunque stranito,non era abitudine di lei un approccio devozionale, la madre era una donna dalle idee  moderne che anzi aveva mal sopportato il suo essere capitata in una famiglia(quella del marito)cosi banalmente asservita alle norme ataviche di un bigottismo che non si poneva domande, e che non lasciava neppure respirare se per questo.
Mentre sul fuoco cuocevano lentamente le pesche, lei si mise a consumare il suo umile pasto a base di latte, sospendendo ogni altro pensiero che non riguardasse i figli;pensò un poco ad ognuno di loro, anche a quello che avrebbe potuto essere il quinto,quello che aveva partorito da sola al sesto mese.,perfettamente formato e nato morto, l’aveva partorito in bagno  e gli schizzi di sangue erano dappertutto, come se avessero scuoiato un maiale.Non l’aveva dimenticato , mai avrebbe potuto, come poteva mai farlo.
Ritornò in sala da pranzo, adesso , forse per analogia, aveva iniziato a pensare alla nuova nascita che ci sarebbe stata da li ad un mese, la nascita di una nipotina , la figlia della sua prima figlia.
Dalla scatola che racchiudeva fili forbici aghi prese un ritaglio di stoffa con sopra disegnato un fiore,voleva cucirlo sopra un paio di pantaloncini da neonato:doveva farle un regalino, lei che era cosi brava a ricamare e aveva fatto a mano tutto i corredini per i suoi figli.
Accarezzò a lungo l’indumento con le sue belle mani,era un movimento lento,un po’ stanco, quasi decelerato.Ben presto si accorse che tutto stava decelerando,gli oggetti  familiari intorno a lei si erano fatti opachi e pesanti,l’aria stessa era diventata come immobile, quasi si trovasse all’improvviso in una bolla vitrea in un laboratorio asettico, in una stanza chiusa dove provassero procedimenti di frammentazione artificiosa , di esplosioni sotterranee infinitesimali.
Senza alleggerimenti liberatori,il mal di testa, un mal di testa di acuti coltelli puntuti, si fece pressante, un mal di testa preagonico.Fece appena in tempo a rientrare in cucina, e a spegnere il fuoco sotto la pentola, sul cui fondo le pesche si erano rapprese su una patina di bruciaticcio.
Cadde, poi, cadde rovinosamente, con un movimento sbilanciato e scomposto, come se venisse afferrata da una onda marina sinusoidale e risucchiante, fino ad impietrarsi con un tonfo sordo sul pavimento finto marmorizzato ,massa invertebrata e ormai sfusa …………..Cadde proprio come un piccolo uccello decollato, a picco.
Dalla gonna comune e da casa si intravedeva la bella sottoveste:era una sottoveste di seta, ed il suo color di violacciocca dalle sfumature screziate  e gli inserti di pizzo nero ai bordi le davano una consistenza più sofisticata, quasi si trattasse di un reperto di tempi migliori.
Di quella sottoveste, tagliata a pezzi asimmetrici dalle pesanti forbici degli incaricati della assistenza pubblica, che avvolsero il suo corpo nudo in una specie di camicione sterilizzato prima di legarlo su di una barella e portarlo giù a piedi per cinque piani, rimasero brandelli scoordinati per terra, nell’esatto punto del cucinino dove era caduta, facendo sobbalzare gli odiosi inquilini del piano di sotto che ,subito, ipotizzando, per riflesso mentale paranoico, un rumore voluto.alzarono all’unisono-loro, la coppia incestuosa di madre e figlio dal solito cappellino con la tesa rivoltata, capellino tenuto ostinatamente sul capo sia d’estate sia d’inverno-i bastoni delle scope, picchiando duro e ritmicamente sul soffitto, come avvertimento lugubre di fare silenzio.

postato da: DOMACCIA alle ore 11:39 | link | commenti (8)
categorie: genere / racconti, #domaccia racconti
domenica, 28 gennaio 2007

I simboli

  La luce la colpiva in modo particolare rispetto alle altre, armonizzava con la forma del viso, con la pelle morbida che avrebbe tanto desiderato accarezzare. Si limitava ad osservarla attentamente per qualche attimo e tornare poi a fissare il pavimento, rincorrendo l’immagine che gli rimaneva in mente. Ogni tanto avevano anche parlato, ma senza dirsi nulla e lui avrebbe voluto dirle tutto.
Questo è tutto quello che si può dire del loro primo periodo: lui, come un bambino proteso nell’illusione che inseguiva il fantasma dell’amore.
Passò quasi un anno prima che si parlassero sul serio, quando il caso volle che capitassero vicini nei banchi del quarto anno. Cominciarono a scoprirsi a vicenda, lui le parlava della poesia, della tenerezza, dell’umanità che si sforzava di trovare nel mondo, di creare dentro di sé, e lei che si sentiva così ingenua sentiva il bisogno di trovare la libertà dell’anima.
Adesso non gli restava che il ricordo di giornate scolorite e del suo sguardo pronto a ricevere un po’ di ridicola poesia improvvisata.
Ogni tanto anche lei si confidava con lui, raccontandogli storie, esperienze e paure. Qualche segreto. Più la osservava, più l’amava, meno la vedeva più se ne innamorava.
“Io credo in te” gli disse lei un giorno. “E io credo in te” rispose lui. Convennero che se credevano ognuno nell’altro potevano anche arrivare a credere in loro stessi.
Non si vedevano che sei ore al giorno, poi silenzio e attesa del giorno dopo. Lui sapeva che in quelle ore fiacche lei non era sola, ma continuava involontariamente a sognare la loro vita insieme, completandosi a vicenda come succedeva quando potevano vedersi.
Lui aveva il bisogno di comunicare con lei, di sentire che c’era un’anima compatibile con la sua curiosità del mondo, col suo bisogno di libertà: le ripeteva continuamente di amarla, ma senza parole e a lei piaceva sempre come la guardava, come le parlava, la faceva sentire bella, la faceva sentire importante. Col tempo le sue ore di sonno diminuivano, passando la notte col fastidio dei pensieri ossessivi, delle immagini fissate in mente con occhi aperti o chiusi. Spesso sognava una serenità vivida, una felicità creativa: lentamente stava costruendo il simbolo del suo amore, caricava le parole, i gesti di una forza struggente che sperava sarebbe resistita ad ogni corrosione d’abitudine o di memoria.
E invece adesso, tutta questa forza dov’era? Ora che non riusciva a ricordare ogni parola, ogni sorriso e gesto come aveva giurato di fare. E quante volte l’aveva giurato. Ogni attimo.
E quei sogni che lo tenevano sveglio intere notti, attento alle percezioni del buio che lo circondava, e la mattina poi aveva come l’impressione di svegliarsi col mondo nel fianco e la vita negli occhi.
Chissà se era veramente un bel tempo, di fughe dal reale…?
Ricordava momenti delle loro vite,poesie d'azioni e gesti improvvisate in pochi attimi, piccoli dettagli d'atmosfera che nascevano dal nulla;  e sicuramente indelebile era quel restare sdraiati sul letto, in un giorno d’autunno, senza dire nulla, respirando con imbarazzo, terrorizzati dagli eventi che si sarebbero disposti da quell’incontro. Lui era stato estremamente goffo, insicuro, lei imbarazzata. Quelle incertezze erano i battiti di cuore più felici che potessero sentire, o almeno così aveva creduto per tanto tempo. Non si erano neppure sfiorati, se non un timido abbraccio, erano rimasti semplicemente lì. Ma che giornata “gloriosa”, come si erano detti.
“E adesso?” lo guardava lei con paura. “Non lo so…in fondo non abbiamo fatto nulla”.
Che senso aveva avuto quella giornata? Era nato qualcosa da quell’esperienza? Qualcosa di concreto, di reale? No. Le loro vite non cambiarono. Ma nell’anima tutto cambiò colore.
Un ricordo che lo assediava era lei che intrecciava le dita con la sua mano. Quel giorno.
Da quel momento ogni nuova settimana lui le diceva sempre tutto, un nuovo tutto in continua trasformazione. Niente veniva lasciato al non-detto, era come se dovesse dirlo per forza, e a lei toccava sempre l’anima quel parlare così, al di là delle loro vite, dei loro corpi.
Tutto finì all’improvviso. Lei s’innamorò, restando prigioniera di due amori; e lui non era parte di questo. Era soltanto l’idea pura. “Mi hai fatto capire tante cose” gli diceva lei spesso.
Lui non faceva che osservare il suo allontanarsi, il suo silenzio e gli sembrava d’impazzire.
Si lasciarono a giugno, pronti a fuggire in estate. Tutto quello che lui disse fu un “Ti amo. non capirai mai quanto ti amo. vieni con me, stai con me. Mi batterò, lotterò…”
Lei non fece altro che sorridere intenerita. Restarono alla stazione, lei doveva salire sul treno e lui si ricordò della rosa che portava in tasca: oramai era rovinata e i petali spezzati cadevano a terra. La diede a lei accennando un sorriso amaro, poi s’abbracciarono. Lui sentì il suo odore, che entrò nell’anima e andò a nascondersi negli angoli più profondi: non l’avrebbe mai ricordato esattamente, ma solo così non l’avrebbe mai dimenticato, non l’avrebbe mai perso. Le prese la mano. Lei la tirò via con morbidezza e tenerezza, dicendo addio. Lui restò lì, evitando di far straripare il desiderio di vivere con lei.
Mentre lei lo salutava dal finestrino del treno, ancora fermo, gli sembrò di accompagnare il suo amore e si sentì fiero di questo. Nel fondo sapeva che non l’avrebbe più rivista così presto, ma nell’attimo non faceva altro che sentirsi il suo sostegno, il suo amore forte e resistente a tutto che l’avrebbe rivista qualche giorno dopo. L’immagine di lei irraggiungibile dietro al finestrino s’allontanò lentamente sotto la galleria e lui restò a vagare per la città che si preparava felice all’estate. Un senso di stanca dolcezza rivestiva le cose. Malinconia immediata si faceva strada, il caldo era dappertutto ma lui non faceva che stringere un petalo della rosa per non sentire il freddo. Un vuoto.
Quell’estate passò tra viaggi, malinconie, incontri e ricordo. Prese lentamente coscienza delle cose.
Chi lo incontrava adesso non lo riconosceva e impara a conoscerlo di nuovo. Nuovi luoghi e nuove storie si intrecciavano, ma nel profondo restava ancora l’idea di quel simbolo, immobile, perfetto e terribilmente inafferrabile. Ogni tanto, nei momenti di solitudine, di crisi aveva tentato di dargli un nome, di definirlo, sapendo che solo così l’avrebbe scalfito, l’avrebbe annullato. Fu inutile. Troppe immagini potenti, troppe parole spese. Troppe speranze disattese, inseguendo fantasmi.
Quando il cuore era veramente inginocchiato si chiedeva persino dove fosse lei; se stesse pensando a lui.
Si rividero a Settembre, senza dirsi una parola; lui non ne aveva più e lei fece finta di niente.
Ebbe l’amara consapevolezza della realtà pungente che lo trafiggeva. Spesso avvertiva un vuoto disarmante che gli toglieva persino i pensieri dalla mente. Non restavano che piccoli simboli, immagini, parole irrecuperabili.
Un giorno parlarono ma lui non sapeva cosa dire. Ormai avevano vissuto troppo a lungo sotto stelle diverse e sapeva che le più belle parole che avrebbe potuto dire in quel momento lei le avrebbe soltanto sentite. Non c’era nient’altro da dire. Lei piangeva, mortificata.
“E dire che volevo solo amarti” sfuggì a lui in un momento di disinteresse,“che stupido”.
Senza la certezza di un futuro non aveva fatto che credere nel futuro migliore, adesso invece non credeva che in un piatto sopravvivere, aspettando un altro inevitabile simbolo.
Qualche mese dopo cominciarono di nuovo a scambiarsi timide parole. Lui era felice, ma non aveva alcuna voglia di pensarci. Così, da un giorno all’altro quel simbolo tornò più potente di prima. E adesso sì che ci pensava di nuovo. E sprofondava ancora in vuote giornate di tempo, passate ad improvvisare qualche accordo di chitarra o qualche fuga di tramonto, inseguendo un’ideale semplice che avrebbe tanto voluto lei capisse. Ma lei non poteva, non avrebbe mai potuto nonostante tutto. Quel tenero disincanto non era che una normale conseguenza per lei. Lei capiva, sì, capiva… e non afferrava nulla. Era tutto un “io ti capisco”.
Che tristezza che era adesso; tutte quelle grandi parole vuote, quella barriera d’umanità.
Col tempo però lui si abbandonò di nuovo al sogno; come rinunciarvi?
E allora furono settimane intense di telefonate notturne, di ricordi, di sincerità imbarazzata.
Era il loro mondo che tornava a mettere i suoi veli sul mondo reale. Le cose si trasformavano così naturalmente tra le loro anime, nelle confidenze intime che nessuno avrebbe capito.
Lui le raccontava della sua estate, lei della sua voglia di cambiare, di “crescere” diceva.
Nuovi simboli sostituirono i vecchi in quel nuovo rinascere, credendo in una nuova possibile tenera serenità. La dolcezza del riscoprirsi diversi era quasi insopportabile.
“Abbracciami” disse lei una sera, in macchina.
Così fece. E poi la baciò anche, dopo una decina di minuti d’incertezza.
Ricordò di come l’aveva vista la prima volta, quando si era chiesto se quel volto fosse davvero tanto morbido come appariva. Sì, lo era. E la gioia quasi gli fermò il cuore, mentre si sforzava di mantenere la lucida consapevolezza di quell’attimo che già da allora non avrebbe voluto mai perdere.
Giocarono come due amanti, lui la fece ridere. Sorrisero, unirono le labbra, cacciarono ricordi dall’anima che condividevano in quel momento. Il piacere più profondo li circondava in quell’abbraccio, il senso di comprensione, di appartenenza.
Non erano più soli tra loro adesso, ma scambiavano la solitudine in un susseguirsi di sguardi profondi e sfuggevoli. Cosa restava da dire adesso? Cosa che non si potesse dire con la carezza di una mano? Il suo sorridere gli entrava nel cuore. “Ti prego, ti prego… non dimenticare mai questo momento, quest’attimo. Fissalo da qualche parte in fondo. Nascondilo lì… e spero che tra molti anni sentirai ancora queste parole”. Così sussurrò lui, e lei annuì, felice.
Dopo tanto dolore mai esploso tutto si fondeva nell’amore che bruciava le loro menti. O forse nella passione? Ripensandoci adesso era difficile dirlo. Era strano poter vedere nel passato, saltare da un giorno lontano ad un altro. Tessere il filo delle esperienze, della volontà e dei desideri.
Quante sofferenze solo per poter dare una risposta alla prima semplice intuizione che lo aveva ossessionato anni prima, quella del suo volto. Poi venne quella del sorriso, della voce, del corpo, della morbidezza del suo agire, e poi ancora quella delle sue speranze, dei sogni, della sua anima.
Restarono in quella macchina quasi tutta la notte. Nessuno voleva andarsene, anzi quasi sarebbero voluti fuggire insieme. Arrivò la nebbia e ripartirono, verso la separazione.
Mentre guidava lui prese la sua mano e la baciò, come a voler fissare tutto in quel gesto, in quel simbolo. Questo scese molto in profondità nel suo cuore, e non sapendo come reagire si limitò a sorridere, impaurita da quella debolezza improvvisa. Lui intuì.
In quel procedere surreale, nascosti al mondo dalla nebbia, andavano avanti con cautela e un po’ di paura. Sollievo.
La riportò a casa e lei se ne andò frettolosa. Rimase ad osservarla.

Quando riaccese il motore capì che era tutto finito. Non c’erano più simboli, più nulla per cui lottare. Non era felicità. Quando accese il motore capì che lei non l’amava.
Lacrime di sollievo s’ingrossarono negli occhi, senza scendere sul volto. Adesso aveva messo ordine a tanta incertezza, adesso aveva finalmente finito la poesia, la volontà. Era di nuovo solo, in compagnia delle esperienze ora definite. La notte sembrava fermarsi e non voler più continuare e non se la sentiva di tornare a casa. Piovve all’improvviso. La città sembrava un unico grande vicolo nella nebbia. Non rimaneva più nulla e avvertì un vuoto tremante. Era come se non avesse mai vissuto e non si sentiva stanco. Non prese sonno.
 
Era dicembre. I giorni che seguirono furono l’inferno sulla terra. Sapeva che era tutto finito, ma il simbolo morente dentro di sé lottava ancora per lei, per il suo amore. Lei invece non fece altro che fuggire da quella situazione, aiutando a distruggere tutto in poco tempo. Era sempre stato così. Era sempre stato difficile comunicare con lei, ed era sempre fuggita alla fine, sperando che le cose si aggiustassero da sole. Arrivò persino a dirgli d’aver esagerato tutto. “bisogna guardare avanti” gli disse: lei non sapeva cosa fosse l’amore. Questo lo rassicurò: aveva inseguito solo una splendida illusione, e non c’era nulla da rimpiangere. Le malinconie gli sfuggivano di mano sparpagliandosi nelle giornate, insanabili e indefinite.
 
Era dicembre. Un giorno decise che era finita. Parlarono un ultima volta e si dissero solo parole.
Tra le tante: addio.
 
L’ultimo dell’anno lo passò da solo, aprì una bottiglia di spumante e restò a vedere vecchi classici in bianco e nero che passavano in tv. “L’Appartamento”, “Casablanca” e "Manhattan" furono perfetti in quell’occasione. Il mondo festeggiava un nuovo calendario.
Restò a bere spumante, tornando a qualche vago ricordo.
 
A distanza di anni non restò molto, o forse restò troppo per non cambiare definitivamente qualcosa nell’anima. Lui non la rivide mai più, e qualche volta si chiede dove sia e cosa faccia.
Spera ancora che lei si ricordi il sussurro di quella notte, ma non ci scommetterebbe.
Ebbrezze dimenticate, imbarazzi superati. Tenere debolezze improvvise. Questo è quanto.
 
L’unica cosa concreta che rimase di quella storia fu il tappo della bottiglia di quel capodanno.
Decise di trasferire i suoi simboli interiori in un oggetto.
La porta sempre con sé e chiunque lo veda non riesce mai a capire.
“perché vai in giro con un tappo di bottiglia? è ridicolo…” “non è niente. Solo un ricordo.”
Nessuno ha mai voglia d’indagare e col tempo molte cose non raccontate si sono perse per sempre.
Resta l’amarezza di strade perdute e un simbolo opaco che ha perso la sua luce. Non resta nient’altro che il tappo di una bottiglia. Solo un vecchio simbolo.
postato da: Helyks alle ore 11:32 | link | commenti (4)
categorie: #federico francioni racconti
sabato, 27 gennaio 2007

Giornata della memoria

Se questo è un uomo - Primo Levi

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per un pezzo di pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
o vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Vi propongo alcuni libri selezionati - con eccellente cura - da Michele - il libraio di "Librie&Dintorni"

Vita offesa
Storia e memoria dei lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti

a cura di Anna Bravo e Daniele Jalla
prefazione di Primo Levi
Franco Angeli, 2004, pp. 448, € 20
 
Nota di quarta
"Raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non si era creduto. Allora ho evitato di raccontare. Sono stato prigioniero e non - dicevo".
Il cammino percorso dalla memoria dei lager è in gran parte indicato da questa oscillazione tra il bisogno di verità e la difficoltà ad affermarla tra lo sforzo di contrastare l'indifferenza del mondo e il silenzio come protesta, ma anche tra la spinta soggettiva a ricominciare e quella opposta a dimenticare.
Ostacoli esterni e interni non hanno interrotto questo cammino, facendo arrivare fino a noi un grande e inespresso patrimonio di esperienze. E' un accumulo enorme di notizie, episodi, giudizi, riflessioni ed emozioni, un coro che nasce dall'incontro di voci diverse.
Ma oggi in un panorama culturale e politico che inventa un volto umano al fascismo e tollera di convivere con prospettive di distruzione irreversibile, queste testimonianze hanno il valore di una denuncia e di un ammonimento.
 
Anna Bravo, insegna Storia Sociale all'Università di Torino;
Daniele Jalla, Studioso di Storia e cultura locale.

Il giardino dei Finzi Contini
Giorgio Bassani
Einaudi, 2005, pp.394, EUR 8

Nota di quarta
Gli orrori della persecuzione fascista e razzista, la crudeltà
della storia, l'incantesimo dell'infanzia e la felicità del
sogno: sono gli elementi intrecciati con grazia e eleganza;
di questo
romanzo triste e dolcissimo.
La prima edizione è del 1962.

Simone Grasso
Sopravvissuti

Ritratti - Storia - Memoria
Alinari, 2004, € 30,00

 
Il lavoro fotografico di Simone Grosso si inserisce in un ottimo lavoro riparatorio,, raccontato da pensatori, istituti storici e operatori culturali, per cercare di sanare le ferite della Shoah, ferite inferte ai singoli deportati, ma prima ancora all'umanità intera.
E' un libro fotografico di riabilitazione del dolore, nell'idea che la sofferenza e il dolore devono essere assunti consapevolmente da tutti noi.

 

postato da: davidel alle ore 18:26 | link | commenti (3)
categorie: storia, @commemorazioni
venerdì, 26 gennaio 2007

Un articolo su "Altromolise" parla di noi

di Caterina Sottile (del 26-01-07)

... Il racconto ovviamente, per chi ama la letteratura, è sempre un'interazione con il mondo delle parole e diventa inevitabilmente letterario. Decine di scritti che nulla hanno di improvvisato e provengono da scrittori veri, quasi sempre inediti. Tra le decine di brani, poesie e recensioni pubblicate sul blog  ci sono due autori molisani  giovanissimi, Federico Francioni e Paolo Massari, che ora hanno raccolto i loro scritti in una pubblicazione comune: "Macchie di pioggia sul muro di un'idea" di Federico Francioni e "Onde medie mediocri ottime" di Paolo Massari...

Per leggere l'articolo vai su: http://www.altromolise.it/cultura.php

Ringraziamo Caterina per aver scritto questo articolo e i due giovani talenti - Federico Francioni e Paolo Massari - perché ci onorano pubblicando i loro scritti.

postato da: davidel alle ore 19:20 | link | commenti (2)
categorie: rassegna stampa libri&dintorni
giovedì, 25 gennaio 2007

Stralci di discorsi

(dalla A alla Z)

 

“A” e “B” , dove A non è migliore di B, si incontrano dopo tanto tempo e vorrebbero scambiare due parole sul mondo.

 

A : “Che dire?”

B : “ Non c’è che dire.”

A :  “Su cosa?”

B :  “Su cosa cosa?”

A : “ Su cosa non c’è che dire?”

B : “Su niente.”

A : “Perché, ti sembra tutto perfetto?”

B : “Affatto. Perciò non c’è che dire su niente.”

A : “Ti esprimi male in italiano! Intendevi che non c’è niente da dire in genere?”

B : “Intendevo dire : non c’è che dire.”

 

 

“C” e  “D” , dove C non è migliore di D , si incontrano dopo tanto tempo e già hanno scambiato due parole sul mondo. Stanno per concludere il loro pensiero.

 

C : “Assolutamente.”

D : “Sì?”

C : “No, assolutamente.”

D : “No?”

C : “No, assolutamente.”

D : “Sì o no?”

C : “Assolutamente.”

 

 

“E” e “F” , dove E non è “Elena” e F non è “Flavio” ,  stanno parlando al telefono. F gestisce una ditta di pompe funebri sull’orlo del fallimento. E non vuole ammetterlo ma uno dei cinque sensi lo sta abbandonando.

 

E : “Novità alla ditta?”

F : “ No, ma ho un presentimento : questa è la volta buona!”

E : “La morta buona?”

F : “No, che hai capito! Dicevo..”

E : “Mi dispiace, ormai l’hai detto! Quanto si diventa cinici per soldi!”

F : “Ti assicuro che hai capito male, lasciami spiegare..”

E : “Non preoccuparti, non serve. Ci sentiamo in un altro momento. Perdi tempo : non sarò mai un morto buono!”   

 

 

“G” e “H” spesso sono incompatibili. G ama le frasi fatte. Al contrario, H non le sopporta.

 

G : “I giovani non sono più quelli di una volta!”

H : “ Che scoperta! Ci volevi tu?”

G : “Che vuoi dire?”

H : “I giovani di una volta ora non sono più giovani!”

G : “Continuo a non capire..”

H : “Se lo erano una volta, come fanno a esserlo anche ora?”

G : “Ha a che fare con la teoria dell’ “eterno ritorno dell’uguale” ?”

H : “No , ma una cosa è certa : quelli come te tornano sempre e non partono mai del tutto.” 

 

 

“J” e “K” hanno una grande differenza di età. “J” si ritiene più rispettabile di “K” ed è una persona molto autoritaria.

 

J : “Tu “K” hai parlato senza aspettare che io te lo dicessi.”

K : “Grazie ma non c’è bisogno che me lo dica lei. So quando farlo.”

J : “Perché non mi hai chiesto la parola?”

K : “Perché per farlo avrei dovuto comunque usare parola.”  

 

 

“L” e “M” sono sposati da tanti anni e sono sempre stati di sinistra. “M” si pone degli interrogativi. Non è che il marito è passato alla “concorrenza”?

 

L : “Ha ragione il buon vecchio Dante, “Ahi, serva Italia di dolore ostello…”

M : “Mai come in questo momento della nostra storia le sue parole mi sembrano attuali.”

L : “Già..”

M : “Ma io credo che ci sia ancora una speranza , come si dice, uno spiraglio di luce alla fine del tunnel : “forza Italia”! ”

L : “Forza Italia? Io divorzio sai?”

M : “Ma intendevo quest’espressione come un incoraggiamento al popolo!”

L : “Andiamo bene! Se questo è l’incoraggiamento…”

 

 

“N” e “O” sono amici di vecchia data. “O” è molto distratto, dimentica e confonde sempre tutto. La cosa peggiore è che questa idea lo ossessiona.

 

N : “Devi leggerlo questo libro. E’ molto interessante.”

O : “Certo, lo so che mi consigli sempre testi validi.”

N : “Il titolo è “Il libro nero del comunismo.”

O : “Nero?”

N : “Nero.”

O : “Ma non era il rosso il colore dei comunisti?”

N : “Comincia a correre o quello della tua faccia sarà il bordeaux.”

“P” e “Q” passeggiano insieme. “P” sembra molto triste. I due amici stanno parlando di una situazione difficile e di “P” che come tanti altri, ha deciso di mollare la presa. Nel frattempo, aspettano al semaforo di attraversare la strada, molto trafficata. 

 

P : “Basta, non ce la faccio più. Adesso passo io.”

Q : “Fermo!”

P  : “Non resisto più!”

Q : “Sei pazzo ! Finisci sotto una macchina!”

P : “Appunto, l’uomo non può ridursi a diventare una macchina, uno strumento del più forte.”

Q : “Come sei impaziente ! Sei sempre così lamentoso ! Ecco, è scattato il verde! E  c’è bisogno di scaldarsi tanto?”

P : “Cosa c’entra questo? Non sarà un semaforo a cambiare le cose. E poi ho deciso, passo e basta.”

Q : “Mi raccomando, subito! Adesso che puoi!”

 

 

“R” e “S” stanno andando a un appuntamento importante.  “R” è molto ansioso, “S” ha capito che è il momento di cambiare le cose.

 

R : “Che ora è?”

S : “E’ ora di reagire!”

R : “In effetti hai ragione. Ma volevo sapere che ora è del giorno solare.”

S : “ E’ ora di reagire!”

R : “ Va bene, ma che ora è?”

S : “E’ ora che tu la finisca.”

R : “Almeno una cosa dimmela! Siamo in ritardo?”

 

 

“T” non sopporta “U” e fa di tutto per evitarlo. Stavolta non ha scampo. Il treno è pieno e non può sedersi altrove. Deve passare tutto il viaggio vicino a “U”. Le prova tutte ma alla fine dovrà arrendersi e sorbirsi “U”.

 

T : “Ho un tremendo mal di testa oggi. L’unica cosa che vorrei adesso è il silenzio.”

U : “Ti capisco. Anche io spesso trovo rifugio nel silenzio.

T : “Specialmente con questo mal di testa non vorrei sentire nemmeno il minimo rumore.” 

U : “Ti dirò, in ogni caso, stavamo meglio quando stavamo peggio.”

T : “Se stavamo peggio come potevamo stare meglio?”

U : “Perché adesso è ancora peggio.”

T : “In effetti hai ragione.. avrei dovuto prendere un altro treno.”

 

 

“V” è uno di quei tipi che fa tante promesse a cui “W” crede sempre. Il problema è che il più delle volte “V” non le mantiene.

 

V : “Stai tranquilla, hai la mia parola.”

W: “Mi raccomando! Ci conto!”

V : “Non puoi ridurre tutta la vita a un conteggio!”

W: “Ma cosa stai dicendo?”

V : “Questa è la tua vita! Non riesci a dormire? Conti ! Pecore, capre, non so.

       Stai per parlare? Conti ! Almeno fino a dieci, come diceva tua mamma!”

W: “Non preoccuparti. Tanto non riesco a contare su di te! Sei inaffidabile!”

V :  “Lo faccio apposta! Se dovessi contare anche su di me non faresti altro da  mattina a sera!”                                                                       

 

 

“X”, “Y” sono rimasti chiusi fuori dal balcone per un colpo di vento. “Z” fa storie per farli rientrare in casa.

 

“X” e “Y” :  “Per favore Z, aprici! Siamo rimasti chiusi fuori!”

“Z” :  “Chiusi fuori? Ma se state all’aperto! Non esiste il chiuso

           all'aperto !"

“X” e “Y” :  “Ma siamo rimasti chiusi fuori di casa! Aprici! Fa freddo e tira vento! Ci ammaliamo!”

          “Z”:  “O dentro o fuori! Non esiste chiusi fuori!”

“X” e “Y” : “Allora puoi aprirci dentro?”

            “Z”:  “E che sono un chirurgo io? Entrate in casa, che il freddo vi da

                      alla testa!"

postato da: Paolomas alle ore 19:04 | link | commenti (6)
categorie: #paolo massari racconti

L'ultima copia del

Il futuro dei giornali di carta

Vittorio Sabadin
Donzelli, 2007, pp.168, EUR 15,00


Nota di quarta

Secondo i calcoli di Philip Meyer, uno dei più seri e competenti
studiosi dell'editoria americana, l'ultima sgualcita copia su
carta del "New York Times" sarà acquistata nel 2043. La
crisi di vendite che affligge i quotidiani da una ventina d'anni
lascia pensare che la previsione sia realistica, se non addirittura
ottimistica. Che cosa è successo? Per quale ragione imprese editoriali
che in tutto il mondo hanno generato per secoli utili di bilancio, e
contribuito in modo determinante a salvaguardare democrazia e valori
civili, vedono minacciata la loro stessa sopravvivenza? Editori e
giornalisti tendono ad attribuirsi reciprocamente la colpa. Ma il vero
nemico dei giornali, quelli che li sta inesorabilmente condannando a
morte, è la tecnologia. Il tempo a disposizione della gente è
diminuito, e ognuno di noi ha ormai la possibilità di essere informato
quando vuole, dove vuole e sui temi che preferisce senza dovere per
forza ricorrere alla lettura di un giornale. Le pagine web, le e-mail,
la telefonia mobile, le tv tematiche riempiono costantemente le nostre
giornate, senza lasciarci mai soli. Nel giro di qualche anno le nuove
tecnologie di comunicazione avranno un impatto ancora più forte sui
destini dei giornali di carta.
In questo libro, agile e ricco di informazioni, il giornalista che ha
guidato la redazione de "La Stampa" per circa vent'anni,
accompagnandone anche le trasformazioni tecnologiche e grafiche,
racconta come i quotidiani italiani, europei e americani hanno cercato
di reagire, spesso con successo, alla crisi e quali sono le
opportunità che le tecnologie stanno offrendo a molti di loro per
creare un legame più solido e duraturo con i propri lettori. Perché,
come ha detto Rupert Murdoch, il più importante editore del mondo, il
futuro propone due sole alternative: "cambiare o morire".

postato da: frontespizio alle ore 12:34 | link | commenti (13)
categorie: genere / saggistica
mercoledì, 24 gennaio 2007

Amici della Musica Walter De Angelis

XXXVIII Stagione Concertistica
 
Sabato 27 gennaio 2007 - ore 18.30 - Teatro Savoia
 
"Gran Prix Concorso Paganini, Mosca 2004"
"1° Premio Concorso Wieniawski 2001"
 
Alena Baeva, violino
Gyuzal Karieva, pianoforte
 
Franz SCHUBERT
Duo per violino e pianoforte in la maggiore op. 162, D. 574
 
Henrj WIENIAWSKJ
"Leggenda" in sol minore, op. 17
 
Henrj WIENAWSKJ
Scherzo-Tarantella in sol minore, op. 16
 
Camille SAINT-SAENS
Introduzione e Rondò capriccioso in la minore, op. 28
 
Francis POULENC
Sonata per violino e pianoforte, FP 119
 
Camille SAINT-SAENS
Habanera in mi maggiore, op. 83
 
Niccolò PAGANINI
"I Palpiti " (introduzione e variazioni su "Di tanti palpiti" dal " Tancredi" di Rossini, op. 13, MS 77.
postato da: frontespizio alle ore 19:39 | link | commenti (4)
categorie: @annunci amici della musica cb

Come unica amica una bottiglia sotto le ascelle

Domenico Casentino
€ 5,00 (comprese spese di spedizione)
per ordinazioni: http://cosentinonico.splinder.com  
 
Il pamphlet di Domenico Cosentino va “bevuto” tutto d'un fiato. I cinque racconti che compongono la raccolta: “I colossi di Rodi”, “Balena bianca”, “Un pomeriggio”, “Aberrazione” (interamente pubblicato su questo blog il 1 dicembre, per rintracciarlo "categorie" / "racconti di nico cosentino"), “Carne macinata” hanno il ritmo e la fulmineità di storie vissute senza pregiudizi e soprattutto senza luoghi comuni.
Cosentino è in rotta di collisione con il mondo e i suoi personaggi sono spavaldi, gelidi, fatalisti senza inibizioni. Cosentino ha stile e le sue pulsioni sono senz'altro coinvolgenti.
 
Ricordiamo:
Presentazione e lettura del libro
 
venerdì 26 gennaio ore 21.30
via san gennaro, 6 (ex caserma scacchi)
falciano (caserta)
 
venerdì 23 ore 21.00
libri&dintorni
via cannavina
campobasso
postato da: frontespizio alle ore 09:55 | link | commenti (2)
categorie: esordi letterali, #cosentino nico poesie
martedì, 23 gennaio 2007

I fiori blu

Raymond Queneau (1903-1976)
traduzione di Italo Calvino
Einaudi, 1995, pp. 279, € 9,50
 
Nota di quarta
"Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul fare del giorno, il Duca d'Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all'orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevano calvadòs...".
"Appena presi a leggere il romanzo pensai subito: è intraducibile!... ma il libro cercava di coinvolgermi... mi tirava per il lembo della giacca, mi chiedeva di non abbandonarlo alla sua sorte, e nello stesso tempo mi lanciava una sfida".   
Italo Calvino
postato da: frontespizio alle ore 16:24 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
lunedì, 22 gennaio 2007

monet.wl-green























Le ninfee


Un acquario di petali e racemi…
acini blu nell’ultima stanza –

lontanando
la salsedine arsa, le fronde, i brividi
nelle vene diffusi, la carne, i pioppi –

qui nella stanza avorio si diffonde
un colore di musica, sciabordio
rami lilla fioriti negli oblò –
l’ultima sfumatura è verde acqua
galleggiante di glicini e ninfee

qui si sfrangiano rose ultraterrene
s’avviluppa ed affonda un groviglio
di lunghissime foglie tropicali

s’è sfaldato l’ultimo vetro
fra cascate di acini blu –
una luce subacquea invade
la memoria dell’anima



Ho visto la mostra "Turner e gli impressionisti" a Brescia...
uno spettacolo per gli occhi e per l'anima, davvero!
postato da: aboutyou alle ore 15:56 | link | commenti (8)
categorie: #marina raccanelli poesie
domenica, 21 gennaio 2007

CATENA LETTERARIA

COME FUNZIONA?

IO SCRIVO DI SEGUITO UNA BREVE DESCRIZIONE DI UN LIBRO CHE MI E' PIACIUTO TANTO, DOPODICHE' SCRIVERO’ 3 NOMI DI AMICI/E DI SPLINDER, I QUALI A LORO VOLTA SUL PROPRIO BLOG DOVRANNO INSERIRE UNA DESCRIZIONE DI UN LIBRO CHE A LORO è PIACIUTO MOLTO E FARE I NOMI DI ALTRE 3 AMICI/E A CUI PASSARE LA CATENA. E COSI' VIA.

PS.  la catena mi è stata passata da nico ( http://cosentinonico.splinder.com)

CHE NE DITE? partecipaimo?:

Il libro che vi propongo è:

Ritratto dell'artista da cucciolo

e altri racconti

Dylan Thomas (1914-1953)

Einaudi, 1999, pp. 278, € 7,75

Nota di quarta

 "Per uno scrittore comico la società è sempre buffa, anche, o specialmente, nel suo letto di morte": così, nel 1948, Dylan Thomas spiegava la propria concezione della letteratura comica, genere in cui lui stesso era diventato maestro grazie a "Ritratto dell'artista da cucciolo".

Secondo Thomas, nulla doveva impedire a uno scrittore di inventarsi un burlesco mondo fantastico, o di scovare l'aspetto burlesco del mondo reale. E il Ritratto non è che una gioiosa burla; manipolando memoria (nella consapevolezza che i ricordi sono spesso edulcorati e falsi) e linguaggio (della consapevolezza che le sue potenzialità sono infinite), Thomas strizza l'occhio al celebre "Ritratto dell'artista da giovane" di Joyce, e scrive un'autobiografia allo stesso tempo realistica, mitica e comica nella quale l'infanzia diventa una condizione magica, un'età in cui l'immaginazione reinventa il mondo.

La stessa potenza comica e favolistica si ritrova negli altri lavori compresi in questo volume. Da "I nemici" a "I limoni", fino a "Gli inseguitori" e a "Una storia si susseguono storie" che illuminano, con grazia e umorismo, l'oscurità magica del mondo. Racconti che Dylan Thomas, poco prima di morire, aveva indicato come quelli che, insieme al Ritratto, avrebbe voluto tramandare". 

vengono nominati continuatori della catena:

DORAFIORINO ( http://dorafiorino.splinder.com/ )

MARIASTROFA ( http://mariastrofa.splinder.com/ )

ELIOSCA ( http://elioscarciglia.splinder.com/ )

postato da: frontespizio alle ore 17:08 | link | commenti (10)
categorie: letteratura
sabato, 20 gennaio 2007

Un'estate ancora

racconti
Camilla Salvago Raggi
Aragno, pp. 183, € 15
 
Nota di quarta
Jane Austin costituisce l'ascendente più lontano di Camilla Salvago Raggi per l'indagine di psicologie, ambienti sociali ed epoche storiche. Tra le narratrici italiane, le sono state spesso accostate Natalia Ginzburg, Lalla Romano ed Elena Croce; infatti, nelle loro pagine, come in quelle di Camilla Salvago Raggi, la vita individuale diventa territorio di esplorazioni sociali ed etiche. Autrice di racconti esemplari, l'autrice in questa raccolta di racconti, Un'estate ancora, compone sette storie con itinerari di vita familiare e di esplorazione della memoria, di viaggi e di vacanze, di conflitti parentali e di conflitti di coppia.
Indice:
Casa dolce casa
Solo un breve viaggio
I cataloghi
Quando ero paggio
Incontro a Bordighera
Meglio vivi
Un'estate ancora
postato da: frontespizio alle ore 09:39 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
venerdì, 19 gennaio 2007

 
IL TEATRO OFFICINA
organizza il seminario
 
DAL SILENZIO
AL SUONO
 STAGE SULLA PAROLA DELLA NARRAZIONE E DELLA POESIA
diretto da     EUGENIO ALLEGRI
Eugenio Allegri propone un programma di lavoro strutturato attraverso queste aree tematiche:
Il Teatro come presupposto per l’evocazione e l’ascolto
Lettura poetica: ritmo, andamenti, emissione vocale
Grammatica e sintassi: regole, convenzioni e invenzioni
Il rapporto fra parola e musica
Raccontare liberamente una storia
Come fare a narrare un testo
Lo stage si terrà nei giorni di 
VENERDI            2 FEBBRAIO               ORE 19-23
SABATO             3 FEBBRAIO                ORE 15- 22 (con 1 ora di pausa)
DOMENICA        4 FEBBRAIO                ORE 10-16 (con 1 ora di pausa)
 IL COSTO E’ DI EURO 180,00
(NUMERO CHIUSO: MAX 12-15 ISCRITTI) 
Per informazioni e iscrizioni: 02/2553200 - info@teatroofficina.it - http://www.teatroofficina.it
Teatro Officina Via S.Elembardo, 2 Milano (MM1 Gorla)
postato da: frontespizio alle ore 14:46 | link | commenti
categorie: @annunci teatro officina - mi
giovedì, 18 gennaio 2007

Tra scienza e fede

Jurgen Habermas
Laterza, 2006, pp. 295, EUR 18

 
Nota di quarta
 La polarizzazione ideologica tra scienza e fede compromette la coesione dei cittadini. Uno Stato di diritto può garantire la convivenza, nella tolleranza e a parità di diritti, di comunità religiose inconciliabili nelle loro visioni del mondo, e di queste con la comunità dei non credenti, solo se tutti i suoi membri sono disposti a considerarsi reciprocamente liberi ed eguali nella loro cittadinanza politica. Nei saggi raccolti in questo volume. Jurgen Habermas indica la via di una cultura che superi la polarizzazione inconciliabile tra laicità e religione per il tramite di un accertamento riflessivo dei confini, sia della fede sia della scienza.
Anche le grandi religioni fanno parte della riflessione universale dell'umanità. Il pensiero post-metafisico non potrebbe intendere se stesso se non includesse nella sua genealogia, accanto alla metafisica, anche le tradizioni religiose.

postato da: frontespizio alle ore 17:50 | link | commenti
categorie: filosofia

POMERIGGI

 

Quei pomeriggi a caserta non posso dimenticarli.

Insieme, a fare la spesa

mano nella mano. Eravamo felici.

Quattro piani di scale a piedi

di corsa

fremendo, per arrivare presto in casa

per poter essere liberi di fare l'amore.

La tua stanza,

il tuo letto e quelle foto affisse alle pareti.

Ed i tuoi occhi...

a volte basta davvero poco per essere felici.



postato da: cosentinonico alle ore 11:09 | link | commenti (19)
categorie: #cosentino nico poesie
mercoledì, 17 gennaio 2007

Il mare

 Verso le due di notte i pensieri gli avevano consumato ogni desiderio. Non facevano che battere ripetutamente sulle stesse immagini, su qualche nuova parola. Restava immobile fissando il soffitto oppure un qualsiasi vuoto modellato nella stanza, impedendo il lento sbiadirsi della giornata.

Costruiva parole tra sé, ricordando esperienze passate e modificandole nella mente rendendole più significative di quanto non fossero, ricordando parole dette, sostituendole con altre più taglienti, o più umili: il tempo immobile della notte permetteva questi esperimenti ossessivi a tempo perso di cui non sarebbe mai rimasta traccia in nessun luogo.

Quel senso di giornate inesplorate; di percezioni profonde che sfuggivano al bisogno di elaborare tutto, di creare un senso logico, una continuità negli eventi, nei comportamenti…Perdere tutte quelle parole scandite nella mente era terribile, nient’altro che la conferma della nostra solitudine. Come avrebbe voluto averle dette quando serviva, come avrebbe voluto poterle dire così come le costruiva nell’andare dei pensieri. Avrebbe voluto che qualcuno fosse lì, in silenzio, per ascoltare quei pensieri. E questo sapeva che era impossibile.

 

Passarono molti e lenti minuti così: suoi momenti inevitabili. Si alzò e rimase seduto sul materasso, cercando di capire cosa stesse succedendo, cercando di avere il controllo sulla propria anima: stranamente non riusciva a prendere sonno in nessun modo, c’era una sorta di malinconia lacerante ed era come se avesse messo una pietra sopra un’immensità instabile di ricordi, sensazioni e qualche speranza che non sarebbe stata mai più rimossa; quei passati non facevano che tremare nascosti di fronte all’angoscia del futuro, all’incertezza di certe strade scelte.

 

Improvvisò qualche vestito ed uscì di casa, voleva fare due passi per scaricare la tensione.

Qualche decina di minuti più tardi era in macchina. Aveva voglia di urlare la rabbia, dimenticando quella contrazione impossibile dei pensieri, perdendosi nelle luci notturne.

Vite gli passavano accanto abbagliandolo, tristi motel poco illuminati, qualche distributore di benzina dove la scritta “Self Service” non faceva che accrescere quel senso di abbandono e autosufficienza indotta a forza. La diga che specchiava una luna assente in cielo, lontana più di quanto sembrasse e annebbiata dal temporale notturno; le sponde percepite dal movimento dell’acqua buia. Vallate solo contornate intraviste dal vetro, velo rassicurante contro il mondo esterno. Esplorando la notte, la linea bianca infinita, respirando lentamente, inseguendo una pace provvisoria. Lontani panorami invisibili.

Lentamente il temporale esplose, scagliando pioggia e grandine nell’aria. Sagome di fogliame nero creavano illusioni come ombre cinesi sul cielo. Arrivò sulla spiaggia, deserta a quell’ora e scese dall’auto. La città dormiva, o si teneva al chiuso spaventata da quella bufera di vento.

 

Le onde in tempesta viste dalla spiaggia erano piene d’una potenza antica che si spandeva in tutto il golfo, nero e senza luce. Si ricordò di come anni prima avesse pensato alla sua mano come ad un onda, mentre accarezzava il volto di una lei. Ma quelle onde erano diverse: erano impetuose, remote e svilivano ogni debolezza. Lampi illuminavano per pochi istanti l’immensa distesa, mostrando le nuvole nere e i vortici di ventate lontane. Solo, di fronte al mare, si sentì parte di un immenso universo. Quel mare infinito e struggente che si ribellava contro la terra. Percepì come un senso di vicinanza di popoli e civiltà lontane, si sentì come un punto definito e preciso del mondo.

Era gennaio e aveva fatto molto freddo in quei giorni, ma adesso la brezza della tempesta e l’aria vagamente salata rendevano l’atmosfera densa. Restò a danzare su quella brezza, sulla sabbia compatta dalla pioggia impercettibile e mentre le onde continuavano a sdraiarsi in avanti, sembrava che quasi volessero urlargli qualcosa. Un lampo, un sussulto.

Prese un bastone da terra e incominciò a scrivere parole sulla sabbia, sperando di lasciare qualche traccia di quella presenza incerta. Sembrava uno sciamano, agitando parole che bruciavano nella tempesta, in quell’ebbrezza di movimento. Esili ombre adesso i misteri d’angoscia della notte.

Un secchiello di bambini volava nel vento e sembrava si portasse con sé le urla di quei bambini che giocavano di giorno. Ricordò di quando da piccolo aveva fatto un castello di sabbia e di come l’alta marea se l’era portato via, lontano. Nulla esisteva più attorno. La brezza tiepida continuava a soffiare nel forte vento, e le onde ancora in tempesta si caricavano d’una dolcezza antichissima.

 

Si chiese allora per gioco chi fosse lui. Non trovò risposta Ripensò a sé stesso anni prima. Chi era? Chi era stato? Cominciò a sentire debolezza, quasi angoscia: il non trovare risposa era disarmante. Il fatto che la sua anima, il sui pensiero non trovassero automaticamente una semplice risposta, persino una risposta fatta di sentimenti, concetti o immagini che gli dessero la certezza d’esser stato… Un grande vuoto semplice. Per quelle domanda fatta per gioco non c’erano davvero parole che non avrebbero mentito.


Le onde che morivano sulla spiaggia continuavano a rigenerarsi dalle proprie ceneri fredde come fenici, trasformandosi in spuma bianca che sembrava fuggire per sempre: le scie del mare venivano spazzate via sulla sabbia dal vento.

Gli occhi carichi osservavano tutto, sempre osservavano.

Lacrime di vaga disperazione notturna portate via dal vento, in vortici inafferrabili.

I lampi continuavano a gridare quell’urlo muto d’un attimo.

Il cielo cominciava appena a rischiararsi.

postato da: Helyks alle ore 18:36 | link | commenti (4)
categorie: #federico francioni racconti

Il mare non bagna Napoli

Anna Maria Ortese (1914-1998)
Adelphi, 1994, pp. 178, € 16,00
 
Nota di quarta
"Al suo primo apparire, nel 1953, Il mare non bagna Napoli sembrò a molti inserirsi in quel filone che allora e dopo venne chiamato "neorealismo". Era tutt'altra cosa. Nato dall'incontro della scrittrice con quella città - che era e non era la sua - uscita in pezzi dalla guerra (un incontro che fu insieme un addio; a Napoli la Ortese non tornerà, in seguito, praticamente mai), il libro è la cronaca di uno "spaesamento". La città ferita e lacera diventa infatti uno schermo sul quale l'autrice proietta ciò che lei stessa definisce la propria "nevrosi"; una nevrosi metafisica, una impossibilità di accettare il reale e la sua oscura sostanza, la cecità del vivere, un orrore del tempo che ogni cosa corrode e divora - e insieme il riconoscimento del "cupo incanto" della città, del mondo.
Tutto il libro, con la sua scrittura "febbrile e allucinata" e al tempo stesso rigorosissima, è un grido contro questo orrore, da cui lo sguardo - come quello della bambina Eugenia il giorno in cui mette gli occhiali, nel primo, indimenticabile racconto - vorrebbe potersi distogliere e non può".
 
dalle pagine del libro:
Nella città e altrove, in tutto il mondo, era l'ora che la gente rientra a casa. Anche qui, in questo paese della notte, rientrava qualcuno, avanzando a tentoni dal fondo del corridoio, straccioni, mendicanti, uomini e donne senza volto. In certe case si cucinava qualche cosa; un fumo che aveva la densità di un corpo azzurro, scappava da qualche porta, s'intravedevano nell'inerno fiamme gialle, volti neri di gente accoccolata tenendo sulle ginocchia una scodella. In altre stanze, invece, tutto era fermo, come se la vita si fosse pietrificata; uomini ancora in letto si rigiravano sotto grigie coperte, donne erano intente a pettinarsi, con l'incantata lentezza di chi non conosce quale sarà dopo, l'altra occupazione della sua giornata. Tutto il terraneo e il primo piano a cui risalimmo, erano in queste condizioni di inerzia sconsolata.
postato da: frontespizio alle ore 11:43 | link | commenti (4)
categorie: letteratura