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lunedì, 26 febbraio 2007

Chi muore si rivede (Andrea Fazioli)

Chi muore si rivede

di Andrea Fazioli

 

«Ma perché Meienberg? Perché Marco? Perché la moissanite? Contini aveva l’impressione di trovarsi davanti a un messaggio in codice. Da qualche parte c’era un inganno, come un effetto ottico moltiplicato dalle facce di un diamante».


Spesso, nelle mie brevi recensioni, scrivo che l’autore con maestria è riuscito a catapultarmi tra le sue pagine portandomi attraverso paesi da scoprire. Questa volta è il contrario. È il libro che in un abbraccio conosciuto mi ha avvolto in una storia di quelle che, quando richiudi la copertina, non sai se sta continuando attorno a te oppure se era solo finzione ora sospesa. Il libro di cui parlo, di fatto, è ambientato in Ticino. Non solo: in un paio di capitoli la storia si svolge persino lungo la stessa tratta di ferrovia che percorro abitualmente per recarmi al lavoro, negli stessi vagoni in cui sono solita a leggere libri come quello scritto da Andrea Fazioli, “Chi muori si rivede”. Un giallo che parte lentamente, per poi incalzare sempre di più, in un ritmo che ben si presta alla cronologia degli eventi raccontati. Misteri, intrighi, suspense, colpi di scena, scadenzati da momenti di ritiro meditativo, di pause forzate, di vuoti e attese sospesi, in cui il protagonista si ritrova a vivere quasi come fosse guidato dal caso. Un po’ distratto, quasi imbranato, o solo fatalista, Elia Contini, l’investigatore privato introverso quanto basta, fa quasi tenerezza tanto inesperto, o meglio, privo di guizzi talvolta si mostra al lettore: una sorta di tenente Colombo che più che farci, c’è! Tuttavia ci si affeziona a quell’aria un po’ così.

 

«Nulla ricorda a un uomo la sua mortalità quanto la lunghezza delle serate estive. Come a carnevale una donna fugge tra i colori dopo un ultimo bacio, il sole scivola tra i castagni lasciando sui prati gli ultimi strascichi della sua luce. Contini, nel bosco dietro casa, alzò lo sguardo verso le strisce rossastre di sole. Gli venne in mente il sangue di una ferita… oppure l’impronta di un rossetto».

 

È evidente che, l'amico e collega, Fazioli ha puntato più sulla scenografia e sulle descrizioni ben riuscite dei personaggi. Ciononostante la trama è parecchio intrigante, anche se disseminata di un’ingenua freschezza, sia – come detto – per l’operato del investigatore, sia per il filone sentimentale intessuto nella storia. Caratteristica quest’ultima che permette anche ai più piccoli di avvicinarsi al romanzo.

Unica nota un po’ stonata l’ho incontrata soprattutto all’inizio: a volte viene un po’ troppo sminuito il nostro Piccolo, Periferico, Tranquillo, Rassegnato, Quasi Inesistente cantone che si chiama Ticino… quasi a sottolineare una sorta di umiltà verso le grandi città oggetto di opere più “importanti”: uno spreco di energia che avrei preferito veder investita per far risaltare aspetti più positivi del paese... Ma anche in questo caso – respirando ancora una volta quella freschezza di modestia – si può perdonare l’autore.
Da un punto di vista più “tecnico” la seconda parte appare decisamente migliore della prima. A tal punto che sembra sia passato parecchio tempo (leggesi nel senso della maturazione personale dell’autore) dalle prime 100 pagine a quelle seguenti. In ogni caso ho apprezzo la ricerca… (almeno questa è l’idea che mi sono fatta) sui particolari del mondo dei gioiellieri… mi piacciono i dettagli perché mi fanno interessare e scoprire curiosità che ignoravo.

Mi è piaciuta anche la ricerca nel cambiamento della tecnica di scrittura, sempre per quanto riguarda la seconda parte. Peccato per i capitoli troppo lunghi e quei pochi refusi… Ma ne vale la pena.
Unico vero auspicio per il prossimo romanzo, che sono certa arriverà presto, è che dal punto di vista investigativo il protagonista si svezzi un pochino di più…

 

« - Capisci?

  - Sì.

  - Pensi di riuscirci?

  - Non sarà facile.

  - Hai qualche idea?

  - No. Non mi servono idee. Le idee servono per morire».

 

Titolo:         Chi muore si rivede (2006)

Autore:        Andrea Fazioli

Genere:        Giallo

Attenzione:   Purtroppo non è in vendita in Italia - si trova solo in Svizzera

postato da: mmazzi alle ore 09:50 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
domenica, 25 febbraio 2007

LA FOTO PARLA DA SOLA

postato da: cosentinonico alle ore 20:22 | link | commenti (2)
categorie: @segnalazioni

Morte di farfalla

La vita non gli concedeva molto tempo per poter pensare. Forse era un bene, pensava: in verità quelle volte che l’aveva fatto con coscienza e a fondo non ne era certo riuscito maturato o cambiato, solo forse un po’ meno miope.
Non che non si abbandonasse più al tempo, lasciando che i pensieri viaggiassero tranquilli e riposati verso futuri mai conosciuti o passati mai imboccati, ma oramai non dava più troppo peso a queste sensazioni. Spesso non gli sembrava che un grande scherzo assurdo poter sognare o esprimere qualsiasi sensazione. Il mondo gli sembrava a volte nient’altro che un vuoto schema ripetitivo che non lasciava trasparire nulla di nuovo; camminando in strada percepiva le altre persone quasi come fossero grandi pupazzi di cartapesta incollati male e dipinti ancora peggio, e i loro sorrisi sembravano la brutta copia delle risate disegnate sui grandi cartelloni pubblicitari, più grandi di qualunque statua della città ormai. Brandelli di canzoni che si affacciavano alle finestre gli davano la sensazioni di un artificio impossibile da sopportare con vera coscienza, e col tempo aveva imparato a lasciar scorrere ogni atmosfera lungo l’anima, come se non l’attraversasse per niente. Col tempo l’anima si era resa trasparente e stanca. Le malinconie di qualche tempo primo erano fioche rievocazioni di periodi, di giornate che si trasformavano adesso in un mezzo secondo di ricordo fatto di vaga percezione e nulla più.
Il mondo sembrava come precipitato sotto il peso di quella pienezza acerba di produzioni, sovrabbondanza di copie, fotocopie, “fotocopie delle copie” come diceva persino una triste pubblicità poco chiara d’una strana fotocopiatrice del futuro, che sarebbe stata sostituita qualche settimana dopo dal nuovo modello impazzito.
Se tutto era stato usato e riciclato si era arrivati alla fine? Come produrre ancora, senza sentirsi colpevoli di accelerare la lenta e noiosa fine del mondo tanto annunciata?
Oppure era un bene la fine del mondo?
Quando ormai anche i bambini sembravano stanchi e assonnati, e persino un amore gli sembrava come una tragica e fragile scultura di vetro di cattivo gusto.
C’erano pile di libri, fogli di carta, bicchieri vuoti che restavano lì a prendere polvere.
La luce fioca dava un cupo senso di immobilità.
La vita sembrava così piena di cose indefinite e irremovibili; le giornate morivano senza nascere e nella malinconia sottile per la dignità perduta dell’anima il giorno sembrava non voler finire mai.
Il mondo reale una fantasia superata, la mente una fantasia inappagata: oscillava tra questi mondi.
Si svegliò poi diverso durante l’ennesima alba del mondo: il cuore inciampò per un istante come un bambino incerto tra quelle lenzuola di freddo, ancora impastate tra sogni, unica nota di originalità e qualche strana memoria ricordata con sbadigli d’indifferente sconforto.
Che sensazione era? Come definirla?
Potevano davvero dare le parole il senso di quel rabbuiarsi nel risveglio immediato?
Quel senso di torpore intimo e di solitudine personale, di non appartenenza al mondo che svolgeva il suo spettacolo, quel senso di voler appartenere ad un altro mondo, un mondo nascosto ancora tra quelle lenzuola, ancora nel mistero d’un alba come tante, nel silenzio di quel noioso…
No, non c’erano parole, non c’erano…
Restò così, immobile, con una forte pressione in testa, di pensieri insoddisfatti: incominciò a cercare.
Trasformò col tempo quell’insoddisfazione nella ricerca sistematica della parola, che aveva bisogno di accarezzare coi pensieri, aveva bisogno di modulare nelle sue lievi differenze, nei misteri di sensazioni che una parola poteva trasmettere.
Cominciò ad annotare concetti su fogli di carta, parole sparse senza senso che riempivano quei fogli sparsi un po’ dappertutto, appesi persino sui muri.
Continuando a cercare la formula magari imperfetta, ma soddisfacente per la sua anima restava ore intere a camminare, ad osservare, oppure immobile tra il trascorrere di albe in cerca di quelle magie regalate, sensazioni d’infiniti mondi e universi dove il passato sembrava ancora più lontano e non così incombente e il futuro non più una paura, ma una semplice parola svuotata: futuro; che non portava in sé né il presente, né quel senso di risveglio.
Rese la sua scrittura fitta, quella scrittura che si diramava ormai tra le pagine di registri, grandi quaderni d’annotazioni, di esperimenti.
Ma forse in fondo le parole contengono quella misteriosa magia di sensazioni espresse solo per chi le raccoglie…
Elenchi di concetti, di storie e vite in poche frasi. Libri e giornali erano oggetto di ricerche infinite, territori per la raccolta di sensazioni. Elenchi strambi come bestiari medioevali, cataloghi folli in epoca di perdita del linguaggio, credeva avrebbero salvato qualcosa dal nulla che l’uomo si infliggeva col tempo.
Tentava anche di “applicare” le parole alle esperienze reali, per ricoprirle d’illusione, di continuità e senso, cercare nuovi verbi, aggettivi, per condensare quei lampi di coscienza che costruivano progressivamente la vita di un uomo.
Durante un crepuscolo di infinita dolcezza osservava e annotava.
Una farfalla gli si posò accanto, sbatté le ali dolcemente.
Teneramente il tempo s’immobilizzò, il suo movimento sempre più lento.
La farfalla si chiuse in sé stessa e morì.
Piangendo, non trovò mai, mai le parole per raccontare questo.
L’incredibile pura e violenta disperazione dell’uomo gli appariva in tutta la sua grandezza, e lui non trovò mai, mai le parole per raccontarla. Disperatamente piangeva, senza parole.
postato da: Helyks alle ore 13:10 | link | commenti (5)
categorie:
giovedì, 22 febbraio 2007

Lo studio dove si realizzano i sogni

Sul mio blog ne ho parlato molto. 'Scrivi con lo scrittore' è un iniziativa che permette a tutti di provare a scrivere un racconto partendo dall'incipit proposto da un autore che ha presentato il suo ultimo libro in una libreria bolognese. L'iniziativa è curata da Ettore Bianciardi. Al termine delle presentazione i racconti scelti dalla giuria e quelli votati via internet verranno riuniti in un'antologia cartacea.
Se volete votare i raccconti potete andare sul sito di Scrivi con lo Scrittore e cliccare su 'Vota' nella colonna a destra. Sempre dal sito potrete leggere tutti i racconti pervenuti.
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Ripropongo in questo spazio il racconto che ho scritto partendo dall'incipit lasciato da Paolo Nori il 26/01:
Raccontano che un giorno, nella primavera del 96, un signore di Reggio Emilia si è svegliato convinto di sapere il cinese. Sua moglie, che aveva 15 anni in meno di lui e che come lui aveva fatto solo la scuola dell'obbligo ...
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Lo studio dove si realizzano i sogni di Barbara Gozzi

Raccontano che un giorno, nella primavera del 96, un signore di Reggio Emilia si è svegliato convinto di sapere il cinese. Sua moglie, che aveva 15 anni in meno di lui e che come lui aveva fatto solo la scuola dell'obbligo lo aveva lasciato parlare. ‘Figuriamoci! Ci mancava solo questa!’, aveva pensato l’astuta signora, terminando la sua opera d’arte, la faccia impiastricata, con uno strato di rossetto il cui colore avrebbe fatto impallidire i papaveri più rossi.
Eppure continuava a dirlo, Vito, suo marito appunto. Al bar, dal macellaio e perfino in chiesa durante la funzione domenicale. La donna non poteva più tacere, certe fissazioni andavano estirpate alla radice, o li avrebbero etichettati a vita come i matti di Reggio. Per carità!
Alcuni ricordano che si è presentata in piazza Prampolini, in una giornata ventosa, e gli ha chiesto di tornare a casa. Doveva parlargli, era una cosa urgente. Vito aveva una routine tutta sua e gestiva i pomeriggi rispettando i programmi scelti anni addietro. Gli piaceva così. Ma quella volta aveva dovuto interrompere l’abituale partita a carte, e si vedeva che era contrariato.
‘Fammi vedere, allora!’, lo aveva sfidato lei, mostrandogli carta e penna posati storti sul tavolo della cucina (ancora puzzolente per il pesce bruciato la sera prima con la pentola regalata da quelli del detersivo in sconto).
Vito si era seduto in silenzio, tanto valeva accontentarla. Solo così l’avrebbe lasciato in pace. Dopo una pagina di geroglifici si è fermato e le ha sorriso. ‘Posso andare adesso o devo anche cantare in cinese?’, stava dicendo quel sorriso. ‘Ma come faccio a sapere che quello è cinese?’, aveva prontamente ribattuto lei, con la voce sempre più stridula. E, di nuovo, Vito ha dovuto chinare la testa e spiegare.
‘C’è uno Studio nuovo, nel centro storico di Correggio, in una di quelle viuzze laterali ciottolate dove l’odore della muffa ti arriva alle narici appena ci metti piede…’
‘E tu cosa ci sei andato a fare fin là?’, lo aveva interrotto subito la moglie.
‘Mi ci hanno portato!’, aveva replicato con uno scatto d’ira, ‘cosa vuoi che vada a fare fuori Reggio, vecchio come sono! Lo Studio professionale è nato per realizzare sogni e se la smetti di interrompermi ti spiegherò anche come.’
Nessuno sa cosa si sono detti i due dopo, non con esattezza almeno. Però la signora è uscita tutta trafelata, ha preso possesso dell’utilitaria usata, anno di immatricolazione 1980, e si è diretta a tutta velocità verso la località indicata dal marito.
L’indirizzo preciso dello studio in questione non risultava in nessun elenco, si vocifera che fosse aperto solo in orari strani come dopo le nove di sera o la mattina presto. Ma quel pomeriggio la moglie di Vito trovò la porta in legno marcio aperta in fessura, ed entrò. Per dovere di cronaca non è stata trovata nessuna porta così nel centro di Correggio, non per un’attività professionale almeno, ma chi ha visto la targa dello Studio ne descrive l’ingresso sempre nello stesso modo.
La titolare era una donna bassa e minuta. Purtroppo su alcune sue caratteristiche estetiche ci sono pareri contrastanti. Alcuni sostengono che avesse lunghi capelli neri raccolti all’insù in modo che alcuni ciuffi scendessero ribelli. Altri sono convinti che fosse bionda, ma proprio platino, con le ciocche lasciate libere sulle spalle. In ogni caso era bella e raffinata (altrimenti il fatto non sarebbe stato ricordato così a lungo).
All’astuta signora non interessava molto com’era, per questo non ha mai saputo descriverla con precisione e la fantasia dei narratori si è sbizzarrita libera. A lei premeva arrivare al sodo. E chiudere in fretta quella faccenda ridicola.
Le ha chiesto se ricordava Vito e perché gli avesse fatto credere di sapere il cinese. ‘Come no’, le aveva risposto annuendo, ‘è venuto poco tempo fa! Certo che conosce la lingua, era la sua richiesta!’
A quel punto la moglie, sempre più frastornata, non sapeva se ridere o piangere talmente era grottesca la situazione. ‘Ma no’, aveva continuato la strega (o fata a seconda di chi racconta la vicenda), ‘è tutto a posto. Suo marito voleva solo imparare a comunicare con il futuro.’
‘Come sarebbe? Cosa c’entra il futuro, diamine!’ Era rabbiosa, la moglie, continuava a non capirci niente e detestava perdere tempo. Oltre tutto per colpa di quello svitato di suo marito, capirai che soddisfazione!
‘Il futuro. Conosce più di un significato per la parola, signora?’ La strega era paziente ed educata.’ I cinesi sono il futuro del mondo. Sono arrivati, forse, a unmiliardo di abitanti solo nella stessa Cina, provi a immaginare considerando tutti quelli sparsi sulla terra!. Saranno i padroni di ogni cosa molto presto, fra una decina d’anni arriveranno al miliardo e mezzo, mi creda… ha mai fatto caso a quei nuovi ristoranti che aprono qui in Italia? Presto li troveremo a dirigere ogni tipo di negozio. Si fidi di me, senza sapere il cinese non si entra nel futuro. E suo marito desiderava esserci. Ecco svelato il mistero.’
Sembrava così semplice, messa in quel modo, che stava per uscire quando labbra rosso tulipano si è voltata all’improvviso e ha estratto il foglio con i geroglifici di Vito. L’ha allungato alla donna minuta chiedendole di tradurlo per lei. Se davvero aveva realizzato il sogno di suo marito, non poteva non sapere il cinese! La curiosità la solleticava peggio di un’orticaria.
Gli occhi della strega hanno osservato le linee e le forme rigirandosi il foglio tra le mani come fosse un puzzle a incastri mobili. Ha riso a bassa voce prima di iniziare a leggere in italiano, anche se, in sottofondo, si mescolavano altre lingue che simultaneamente uscivano dalla bocca misteriosa a forma di cuore (alcuni aggiungono le labbra carnose e sensuali ma non sono propriamente rilevanti per la narrazione).

Ode a te, visitatore stolto.
Ascolta senza fiatare
tu che pensi di sapere ogni cosa
quando ignori ciò che va oltre il tuo naso…

Non tutto è spiegabile
oggettivo e dimostrabile.
Fattene una ragione.
E impara dagli errori.

Non illuderti di vivere nella realtà
perché anche tu sei un’illusione
quando credi di essere qualcosa
che non esiste, se non nella tua testa.

Apri la mente
e lasciati andare.
Forse c’è speranza anche per te…

Non tutti concordano, però, sul testo del sonetto sopraccitato. Anche Vito è un nome di fantasia usato