Chi muore si rivede
di Andrea Fazioli
«Ma perché Meienberg? Perché Marco? Perché la moissanite? Contini aveva l’impressione di trovarsi davanti a un messaggio in codice. Da qualche parte c’era un inganno, come un effetto ottico moltiplicato dalle facce di un diamante».
Spesso, nelle mie brevi recensioni, scrivo che l’autore con maestria è riuscito a catapultarmi tra le sue pagine portandomi attraverso paesi da scoprire. Questa volta è il contrario. È il libro che in un abbraccio conosciuto mi ha avvolto in una storia di quelle che, quando richiudi la copertina, non sai se sta continuando attorno a te oppure se era solo finzione ora sospesa. Il libro di cui parlo, di fatto, è ambientato in Ticino. Non solo: in un paio di capitoli la storia si svolge persino lungo la stessa tratta di ferrovia che percorro abitualmente per recarmi al lavoro, negli stessi vagoni in cui sono solita a leggere libri come quello scritto da Andrea Fazioli, “Chi muori si rivede”. Un giallo che parte lentamente, per poi incalzare sempre di più, in un ritmo che ben si presta alla cronologia degli eventi raccontati. Misteri, intrighi, suspense, colpi di scena, scadenzati da momenti di ritiro meditativo, di pause forzate, di vuoti e attese sospesi, in cui il protagonista si ritrova a vivere quasi come fosse guidato dal caso. Un po’ distratto, quasi imbranato, o solo fatalista, Elia Contini, l’investigatore privato introverso quanto basta, fa quasi tenerezza tanto inesperto, o meglio, privo di guizzi talvolta si mostra al lettore: una sorta di tenente Colombo che più che farci, c’è! Tuttavia ci si affeziona a quell’aria un po’ così.
«Nulla ricorda a un uomo la sua mortalità quanto la lunghezza delle serate estive. Come a carnevale una donna fugge tra i colori dopo un ultimo bacio, il sole scivola tra i castagni lasciando sui prati gli ultimi strascichi della sua luce. Contini, nel bosco dietro casa, alzò lo sguardo verso le strisce rossastre di sole. Gli venne in mente il sangue di una ferita… oppure l’impronta di un rossetto».
È evidente che, l'amico e collega, Fazioli ha puntato più sulla scenografia e sulle descrizioni ben riuscite dei personaggi. Ciononostante la trama è parecchio intrigante, anche se disseminata di un’ingenua freschezza, sia – come detto – per l’operato del investigatore, sia per il filone sentimentale intessuto nella storia. Caratteristica quest’ultima che permette anche ai più piccoli di avvicinarsi al romanzo.
Unica nota un po’ stonata l’ho incontrata soprattutto all’inizio: a volte viene un po’ troppo sminuito il nostro Piccolo, Periferico, Tranquillo, Rassegnato, Quasi Inesistente cantone che si chiama Ticino… quasi a sottolineare una sorta di umiltà verso le grandi città oggetto di opere più “importanti”: uno spreco di energia che avrei preferito veder investita per far risaltare aspetti più positivi del paese... Ma anche in questo caso – respirando ancora una volta quella freschezza di modestia – si può perdonare l’autore.
Da un punto di vista più “tecnico” la seconda parte appare decisamente migliore della prima. A tal punto che sembra sia passato parecchio tempo (leggesi nel senso della maturazione personale dell’autore) dalle prime 100 pagine a quelle seguenti. In ogni caso ho apprezzo la ricerca… (almeno questa è l’idea che mi sono fatta) sui particolari del mondo dei gioiellieri… mi piacciono i dettagli perché mi fanno interessare e scoprire curiosità che ignoravo.
Mi è piaciuta anche la ricerca nel cambiamento della tecnica di scrittura, sempre per quanto riguarda la seconda parte. Peccato per i capitoli troppo lunghi e quei pochi refusi… Ma ne vale la pena.
Unico vero auspicio per il prossimo romanzo, che sono certa arriverà presto, è che dal punto di vista investigativo il protagonista si svezzi un pochino di più…
« - Capisci?
- Sì.
- Pensi di riuscirci?
- Non sarà facile.
- Hai qualche idea?
- No. Non mi servono idee. Le idee servono per morire».
Titolo: Chi muore si rivede (2006)
Autore: Andrea Fazioli
Genere: Giallo
Attenzione: Purtroppo non è in vendita in Italia - si trova solo in Svizzera
Lo studio dove si realizzano i sogni di Barbara Gozzi
Raccontano che un giorno, nella primavera del 96, un signore di Reggio Emilia si è svegliato convinto di sapere il cinese. Sua moglie, che aveva 15 anni in meno di lui e che come lui aveva fatto solo la scuola dell'obbligo lo aveva lasciato parlare. ‘Figuriamoci! Ci mancava solo questa!’, aveva pensato l’astuta signora, terminando la sua opera d’arte, la faccia impiastricata, con uno strato di rossetto il cui colore avrebbe fatto impallidire i papaveri più rossi.
Eppure continuava a dirlo, Vito, suo marito appunto. Al bar, dal macellaio e perfino in chiesa durante la funzione domenicale. La donna non poteva più tacere, certe fissazioni andavano estirpate alla radice, o li avrebbero etichettati a vita come i matti di Reggio. Per carità!
Alcuni ricordano che si è presentata in piazza Prampolini, in una giornata ventosa, e gli ha chiesto di tornare a casa. Doveva parlargli, era una cosa urgente. Vito aveva una routine tutta sua e gestiva i pomeriggi rispettando i programmi scelti anni addietro. Gli piaceva così. Ma quella volta aveva dovuto interrompere l’abituale partita a carte, e si vedeva che era contrariato.
‘Fammi vedere, allora!’, lo aveva sfidato lei, mostrandogli carta e penna posati storti sul tavolo della cucina (ancora puzzolente per il pesce bruciato la sera prima con la pentola regalata da quelli del detersivo in sconto).
Vito si era seduto in silenzio, tanto valeva accontentarla. Solo così l’avrebbe lasciato in pace. Dopo una pagina di geroglifici si è fermato e le ha sorriso. ‘Posso andare adesso o devo anche cantare in cinese?’, stava dicendo quel sorriso. ‘Ma come faccio a sapere che quello è cinese?’, aveva prontamente ribattuto lei, con la voce sempre più stridula. E, di nuovo, Vito ha dovuto chinare la testa e spiegare.
‘C’è uno Studio nuovo, nel centro storico di Correggio, in una di quelle viuzze laterali ciottolate dove l’odore della muffa ti arriva alle narici appena ci metti piede…’
‘E tu cosa ci sei andato a fare fin là?’, lo aveva interrotto subito la moglie.
‘Mi ci hanno portato!’, aveva replicato con uno scatto d’ira, ‘cosa vuoi che vada a fare fuori Reggio, vecchio come sono! Lo Studio professionale è nato per realizzare sogni e se la smetti di interrompermi ti spiegherò anche come.’
Nessuno sa cosa si sono detti i due dopo, non con esattezza almeno. Però la signora è uscita tutta trafelata, ha preso possesso dell’utilitaria usata, anno di immatricolazione 1980, e si è diretta a tutta velocità verso la località indicata dal marito.
L’indirizzo preciso dello studio in questione non risultava in nessun elenco, si vocifera che fosse aperto solo in orari strani come dopo le nove di sera o la mattina presto. Ma quel pomeriggio la moglie di Vito trovò la porta in legno marcio aperta in fessura, ed entrò. Per dovere di cronaca non è stata trovata nessuna porta così nel centro di Correggio, non per un’attività professionale almeno, ma chi ha visto la targa dello Studio ne descrive l’ingresso sempre nello stesso modo.
La titolare era una donna bassa e minuta. Purtroppo su alcune sue caratteristiche estetiche ci sono pareri contrastanti. Alcuni sostengono che avesse lunghi capelli neri raccolti all’insù in modo che alcuni ciuffi scendessero ribelli. Altri sono convinti che fosse bionda, ma proprio platino, con le ciocche lasciate libere sulle spalle. In ogni caso era bella e raffinata (altrimenti il fatto non sarebbe stato ricordato così a lungo).
All’astuta signora non interessava molto com’era, per questo non ha mai saputo descriverla con precisione e la fantasia dei narratori si è sbizzarrita libera. A lei premeva arrivare al sodo. E chiudere in fretta quella faccenda ridicola.
Le ha chiesto se ricordava Vito e perché gli avesse fatto credere di sapere il cinese. ‘Come no’, le aveva risposto annuendo, ‘è venuto poco tempo fa! Certo che conosce la lingua, era la sua richiesta!’
A quel punto la moglie, sempre più frastornata, non sapeva se ridere o piangere talmente era grottesca la situazione. ‘Ma no’, aveva continuato la strega (o fata a seconda di chi racconta la vicenda), ‘è tutto a posto. Suo marito voleva solo imparare a comunicare con il futuro.’
‘Come sarebbe? Cosa c’entra il futuro, diamine!’ Era rabbiosa, la moglie, continuava a non capirci niente e detestava perdere tempo. Oltre tutto per colpa di quello svitato di suo marito, capirai che soddisfazione!
‘Il futuro. Conosce più di un significato per la parola, signora?’ La strega era paziente ed educata.’ I cinesi sono il futuro del mondo. Sono arrivati, forse, a unmiliardo di abitanti solo nella stessa Cina, provi a immaginare considerando tutti quelli sparsi sulla terra!. Saranno i padroni di ogni cosa molto presto, fra una decina d’anni arriveranno al miliardo e mezzo, mi creda… ha mai fatto caso a quei nuovi ristoranti che aprono qui in Italia? Presto li troveremo a dirigere ogni tipo di negozio. Si fidi di me, senza sapere il cinese non si entra nel futuro. E suo marito desiderava esserci. Ecco svelato il mistero.’
Sembrava così semplice, messa in quel modo, che stava per uscire quando labbra rosso tulipano si è voltata all’improvviso e ha estratto il foglio con i geroglifici di Vito. L’ha allungato alla donna minuta chiedendole di tradurlo per lei. Se davvero aveva realizzato il sogno di suo marito, non poteva non sapere il cinese! La curiosità la solleticava peggio di un’orticaria.
Gli occhi della strega hanno osservato le linee e le forme rigirandosi il foglio tra le mani come fosse un puzzle a incastri mobili. Ha riso a bassa voce prima di iniziare a leggere in italiano, anche se, in sottofondo, si mescolavano altre lingue che simultaneamente uscivano dalla bocca misteriosa a forma di cuore (alcuni aggiungono le labbra carnose e sensuali ma non sono propriamente rilevanti per la narrazione).
Ode a te, visitatore stolto.
Ascolta senza fiatare
tu che pensi di sapere ogni cosa
quando ignori ciò che va oltre il tuo naso…
Non tutto è spiegabile
oggettivo e dimostrabile.
Fattene una ragione.
E impara dagli errori.
Non illuderti di vivere nella realtà
perché anche tu sei un’illusione
quando credi di essere qualcosa
che non esiste, se non nella tua testa.
Apri la mente
e lasciati andare.
Forse c’è speranza anche per te…
PAROLE ED IMMAGINI
PER UNA SERATA PIACEVOLE
IL 23 FEBBRAIO ALLE 21.30 PRESSO LIBRI & DINTORNI
VIA CANNAVINA 19, CAMPOBASSO
IL NUOVO READING DI NICO COSENTINO
PRESENTAZIONE DI
"COME UNICA AMICA UNA BOTTIGLIA SOTTO LE ASCELLE"
E LETTURA DI VARIE POESIE
INOLTRE
PICCOLA MOSTRA FOTOGRAFICA DI CHIARA PETRARCA

Aula magna Istituto " Capece" di Maglie
sabato 17 marzo ore 19,30
Serata dedicata al poeta Salvatore Toma
Introduce la Prof.ssa Maria Rosaria Delumè
Relaziona il Prof. Gino Pisanò (Università di Lecce)
Proiezione del documentario
"Il bosco delle parole"
di Elio Scarciglia
Un poeta, Salvatore Toma, un luogo, il bosco delle ciancole, la grande poesia. Sono questi gli elementi di questo documentario che si avvale delle testimonianze di persone che hanno conosciuto l'uomo e le sue vicende, testimonianze mai rilasciate prima, ma anche opinioni di accreditati critici letterari che ne hanno percorso il cammino poetico e indicato nuove chiavi di lettura.
Belle immagini illustrano i versi del poeta che sono recitati fuori campo. Non manca una colonna musicale che ben sottolinea le varie atmosfere
per ulteriori informazioni sul documentario www.elioscarciglia.it
Il battello batte le ali
Vorrei prenderti per mano o se preferisci per la manica della giacca e riportarti con me indietro nel tempo. Se ti va un giorno proviamo insieme a saltare su un tombino. Saltiamo, saltiamo e vediamo che succede. Magari “scendiamo giù” e ci ritroviamo in quelli che eravamo qualche anno fa. Tre salti e vai nel passato. Quattro nel futuro. Non fare quella faccia! Immagina un po’! Perché sei così prigioniero della realtà? Non ti piace nemmeno! Dov’è finito il bambino che è in te? Alza le spalle! Stai dritto e non guardare per terra. Guardati intorno : niente ti fa sorridere se non con amarezza. Una volta riuscivi a eliminare tutte queste brutture. Trovavi “il lato positivo di ogni cosa”. Abbiamo sempre odiato questa espressione , io e te. Non ci rispecchiava perché in realtà non trovavamo nulla, il nostro era un gioco di invenzione. Una volta lo chiamavi magia. Tu poi giocavi anche a fare le pubbliche relazioni della magia. Dimmi , che fine ha fatto? Perché non dipendi più da lei? Ti sei stancato già. Rimani a crogiolarti nel tuo mondo non vero. Persino le tue sofferenze non sono vere. Forse ti sembra più eroico, così. Molte persone dicono che è più difficile sorridere che abbandonarsi alle lacrime. Il tempo passa, il mondo invecchia, la sua fine è meno lontana, i tuoi ricordi d’infanzia sono sempre più sbiaditi e lontani. E tu perdi tempo. La tua vita non va né avanti né indietro. Niente di personale, sia chiaro. In effetti è un’ovvietà. E’ raro ultimamente trovare qualcosa di personale.
“Le persone pensano
la gente gesticola
la marmaglia marmorizza
il battello batte le ali.”
E’ la tua prima poesia. Ce l’ho ancora conservata qui, tra i fogli a quadretti del passato. Adesso i tuoi battelli affondano. Chiamami se vuoi una mano con le ali. Ti voglio bene.
Il sentiero- o per essere più esatti la strada sterrata che dalle ultime propaggini della frazione si snodava polverosa tra campi non tutti coltivati verso la vecchia strada non più ricostituita dopo la frana- era ondulato e a saliscendi, e sulla destra presentava panorami contornati d’ azzurrino, pendii declinanti e , in alcuni punti, quasi scoscesi.
Oltrepassato l’ angolo dove, proprio sul bordo della stradina e sempre dal lato destro venendo dal paese, s’ ergeva la quercia più vecchia, talmente vecchia da assurgere ad una qualità intrinseca di feticcio mitico ( naturalmente soprattutto davanti agli occhi sgranati dei più piccoli) si arrivava ad un esteso prato una volta coltivato che , sempre tra parti pianeggianti e molli declivi, finiva poi per incunearsi- restringendosi sempre più seguendo la linea irregolare e a sbalzi di un rivo d’ acqua stretto e come imbrigliato tra pareti difformi – e poi disperdersi in un boschetto di cui quasi non si sarebbe potuto sospettare la esistenza se non nell’ esatto momento in cui ci si fosse trovati come per caso ad addentrarsi tra rovi e arbusti spinosi con dei strani filamenti biancastri, per poi trovarsi totalmente immersi nelle ombre ancora folte dei carpini ramati.
Quello era uno dei punti dove i due cani – uno piccolo e compatto,estremamente compatto, con delle masse elastiche e sempre tese e vibranti, l’altro una femmina dalle belle tonalità di un caldo marrone, con dei riverberi quasi aranciati – venivano spesso portati a cercare tartufi.
Era un vero spettacolo quello dei due cani che avanzavano sul tappeto di foglie ,da vedere come si muovevano nevroticamente e nel contempo mossi da un impulso interno talmente aizzante da non parere un vizio artificiosamente indotto, ma un’ azione naturale del loro istinto più atavico, il portato della loro pelle di animali primitivamente selvatici sempre all’ erta e all’ eterna ricerca di prede con cui sfamarsi , con cui appagare una fame in realtà inappagabile , una specie di arsura perenne.
Subito dietro i due cani bastardini , figli della medesima madre ma di padre differente, sul tappeto di foglie talmente spesso che ogni tanto il piede sembrava perfino sprofondare, quasi che al di sotto il terreno fosse stato reso molle e penetrabile da erosioni e infiltrazioni di acque sotterranee- il rivo d’ acqua era proprio lì, a distanza estremamente ravvicinata e ogni tanto, in corrispondenza di alcuni scoscendimenti formava piccole cascatelle gorgoglianti- procedevano anche se non appaiati, anzi piuttosto discosti, un uomo ed una donna. Un uomo ed una donna che camminavano talmente lontani uno dall’ altra, oltretutto su due sentierini diversi, da parere come completi estranei, due totali estranei che per una serie di coincidenze si fossero trovati ad essere compagni occasionali del tragitto.in quel boschetto di carpini leggermente mossi da un vento di volate per la prima volta fredde.
I due cani bastardini ogni tanto si fermavano quasi sentissero in quel punto preciso un’ eco di voce che gli uomini non potevano sentire, il riverbero sonoro degli incitamenti e delle gratificazioni del loro vecchio padrone, l’ uomo che li aveva addestrati con pazienza e con gioia. Erano quelli dei punti che a loro ricordavano qualcosa, magari il giorno in cui il loro padrone in quella valletta ombrosa, o in quello scoscendimento abbastanza ripido, vicino ad una quercia od attorno ad un giovane carpino svettante, li aveva premiati per il tartufo portato alla luce, cavando da una logora sacchetta di tela appesa a tracolla delle crocchette energetiche., o dei biscotti appositamente per cani, le cui briciole sminuzzate ogni tanto si ritrovavano nelle tasche di ogni suo abito, anche di quelli più belli, quasi lui dovesse essere sempre pronto ad offrire loro qualcosa, come il vecchio parroco di un tempo che, dalle tasche oblunghe - come sfiancate dal suo mettervi mano e frugarne le profondità alla ricerca di qualcosa- dell’ abito talare liso e rammendato più volte riusciva a recuperare caramelle di diverso gusto per offrirle ad ogni bambino che incontrava, lui, un incantatore alla Hamelin.
La donna , estremamente attenta ad ogni movimento dei cani, quando si accorgeva che le loro improvvise fermate non erano dovute alla necessità di scavare nelle vicinanze, si fermava anch’ essa: e il suo sguardo diventava improvvisamente triste , mentre toglieva da una specie di piccolo e teso marsupio- che conteneva anche un piccolo attrezzo detto vangarola che serviva alla escavazione del terreno micorizzato- i dolci per loro.
Appena divorate le crocchette, su cui si avventavano con avidità e scuotendo con vigore le code tese in movimenti come circolari, a riempire spasmodicamente ogni possibile direzione, subito incitati dalla donna , che li chiamava per nome, si gettavano di nuovo alla ricerca, abbassando il muso fino a terra, impestandolo quasi nel tappeto di foglie color ruggine , muovendo e facendo vibrare le narici delicatissime, odorando ossessivamente ogni minimo elemento che incontravano sulla loro strada, nell’ umidore, e nell’ umore, marcescente tipico del sottobosco autunnale.
Anche l’uomo osservava, osservava i movimenti dei cani che si muovevano davanti a lui: tranne scarne parole neutre a riempire i silenzi più dilatati che sembravano imbarazzarlo ( a quel punto , sui suoi zigomi alti si formavano macchie rosse improvvise, lei era riuscita a scorgerle, in uno scarto non controllato del suo volto verso di lei, quando forse l’ uomo stava pensando che lei non avrebbe potuto in alcun modo accorgersi che lui la stava guardando), l’ uomo si limitava guardare ciò che i cani facevano, d’ altra parte era stato esattamente per quello – per imparare come ci si doveva comportare con i cani da tartufo- che lui le aveva chiesto, oltretutto attraverso una terza persona conosciuta da entrambi ( loro infatti si conoscevano, e per giunta vagamente, solo di vista) se poteva accompagnarla durante la sua passeggiata.
Solo limitati spicchi di cielo si indovinavano nel bosco che sembrava farsi sempre più fitto- sembrava un tunnel scavato tra gli alberi - l’ aria si era oscurata leggermente, come se il pallido sole velato da un’ umidità crescente stesse per intorbidarsi , mentre lieve volute nebbiose si sollevavano a strati dal terreno, facendo crepitare leggermente le foglie cincischiate dalle zampe degli animali concentrati nella loro ricerca.
“Eh, come sono nervosi, i cani, o almeno mi sembra. Guarda come stanno usmando impazienti. Forse forse , hanno trovato qualcosa…mi sembra proprio di sì…Ecco, sì, proprio lì, in quel punto preciso “
Le parole dell’ uomo la scossero lievemente, e la sua attenzione si rivoltò verso i cani, anzi verso il cane maschio, il cane dal nome Tiberio, il nome di un imperatore romano, nome che ben lo definiva, per lo sguardo sicuro, per una sorta di compattezza algida che rimaneva anche nei momenti in cui era costretto ad abbandonarsi ad una scompostezza atavica, come quando si inebriava – i suoi occhi puntuti di mica lanciavano bagliori sacrileghi, allora – si inebriava nel sentire scricchiolare le tenere cartilagini delle piccole prede stanate da cavità sotterranee, che lui inghiottiva intere con una sorta di stolidità frenetica senza lasciarne poi tracce.( sui baffetti che parevano elettrizzati da qualche magnete rimaneva un tremolio spasmodico, quasi un rictus, mentre si leccava la bocca, passando e ripassando la lingua, forse per risentire l’ odore della piccola preda sacrificata ,solitamente un piccolo roditore scovato rabbrividente mentre cercava di occultarsi da qualche parte, magari inoltrandosi nei tunnel delle talpe escavatrici, che erano maledette dai proprietari dei campi coltivati a motivo delle loro devastazioni)
Tiberio stava scavando freneticamente attorno ad un tronco , la sua coda era ritta, il suo corpo vibrava ,anzi man mano che, con il muso immerso nel buco che stava sterrando con movimenti scomposti delle zampe, sentiva l’odore fruttato della scura terra imbevuta di spore, e percorsa dai sottili rivoli dei liquidi colloidali di corpi vegetali ed ipogei in decomposizione , vibrava come ridotto ad una unica potente vibrissa odorifera – e questo lo si capiva dal tremolio traballante che sembrava percuotere le costole ricoperte da un pelo raso e aderente che permetteva il rilievo dei muscoli sottostanti – sembrava addirittura sussultare fino al parossismo, come fosse dominato totalmente da una potente forza ancestrale, quasi inebriato fino alla smemoratezza, invischiato in una sorta di trance.
Intanto che l’ animale scavava , lei , in piedi un po’ dietro, in posizione defilata rispetto all’uomo che era dunque più vicino al luogo del ritrovamento, osservava vagamente le due figure, le osservava come attraverso un velo perché proprio durante il mattino di quello stesso giorno, prima della passeggiata che sarebbe dovuta avvenire in compagnia di un perfetto estraneo. assai casualmente aveva dato una veloce scorsa, anche quella un po’ svagata del resto perché era impegnata su più fronti , al testo di una strana poesia mai letta prima, e a cui era pervenuta per vie traverse andando alla ricerca della parola “rogaia”, sua nipote le aveva infatti confidato che avrebbe passato un periodo di riposo in un agriturismo situato in Toscana , l’agriturismo denominato appunto “la rogaia”. La poesia parlava di “ uste tentacolari, di una rogaia cespugliosa tra morbide cosce, di un tartufarsi vertiginoso, anzi di un tartufarsi fino all’azzeramento” Lei, tra sé, l’aveva definita una poesia terragna, il parto di un uomo neatherlandiano che sapeva usare i suoi sensi senza sovrastrutture castranti, una poesia nata da una sorta di humus germinativo. Per tutta la passeggiata, osservando l’andirivieni dei due cani e l’ ombra dell’estraneo che la precedeva nel cammino, non aveva fatto che sentirsi martellare dentro quei versi sparsi e di sonorità desueta, quei versi dotati di una voluttuosità asprigna e puntuta, esattamente come l’ odore penetrante e ricco dei succhi della terra che i due cani volevano stanare, frugando nell’umidore del terreno nero e reso grasso dai tuberi ipogei abbarbicati in simbiosi alle radici degli alberi .
La donna , vedendo l’ agitarsi panico del suo cane dal nome di un imperatore, un vero cane da tartufi per doti innate, l’ imperatore dei tartufi ,capì che l’ animale aveva trovato qualcosa, diede una voce all’ uomo, pregandolo di avvicinarsi a Tiberio, per impedirgli di mangiare il tartufo , anche lei intanto si stava avvicinando al bordo della quercia, si avvicinava dopo aver tolto dal marsupio l’ arnese che serviva a scavare senza rovinare il terreno ricco di radici .
Il cane, dopo aver smosso la terra con le zampe e perfino con il muso, aspettava l ‘ arrivo della padrona, mentre l’ uomo lo teneva fermo per il collare., per riuscire meglio a tenerlo si era messo in ginocchio sulla terra umida e scricchiolante per via delle foglie. Indossava un paio di pantaloni di fustagno marrone, e le sue mani avevano palme larghe e squadrate, ne bastava una per tenere immobile il cane prima frenetico.
Mentre scendeva lungo il molle declivio, alla donna pareva di precipitare con una specie di abbrivio sdrucciolevole che sembrava costringerla a procedere- come fosse su uno scivolo gelatinoso cui non potesse opporre resistenza alcuna- e intorno tutto era ricoperto da una patina vischiosa di umori liquidi, mentre fumi nebbiosi come vampe di acque sulfuree trasudavano dal terreno impregnato di spore e di odori muschiati. E quando l’uomo l’ aiutò a risollevarsi dal punto in cui si era accucciata per ricoprire di terra la buca scavata dal suo cane, la mano di lui – larga e squadrata e dallo strato superficiale tagliuzzato dai mille lavori di campagna, la stessa mano con cui aveva tenuto immobile il cane per il collare - le sembrò rasposa e umida come la lingua con cui il cane l’ aveva leccata dopo aver preso avidamente dalle sue mani le crocchette in premio.
Subito dopo, iniziò a piovere, e lei ebbe solo il tempo di guardare per un attimo gli occhi dell’uomo, occhi dall’ identico sguardo di un segugio in caccia.
A Gianluca
Non ci siamo mai guardati negli occhi. Le nostre voci non hanno mai parlato, le nostre orecchie non le hanno mai ascoltate eppure i nostri cuori hanno palpitato insieme. Non potrò mai vedere il tuo viso, leggere le sue espressioni : non ce ne è stato il tempo e ora non si può più. Continuerò a disegnare tutto dentro di me.
Le tue parole le ricorderò sempre : hanno dato un senso vero a qualcosa che ho fatto, è grazie ad esse che sono riuscito ad appigliarmi a qualcosa. Grazie per avermi aiutato ad andare avanti, per esserti abbandonato con fiducia ai miei consigli. E’ stato un piacere incontrarti e condividere questo po’ di esistenza con te. Non fuggirai mai dalla mia memoria. Grazie, amico mio.
di Luciano Mastrocola
- Sei proprio sicuro che si chiamasse Giuda?
Era ciò che Carlo ripeteva in continuazione, dopo aver terminato il turno al Centrum Hotel. Ascoltavo senza fiatare e mi chiedevo se si accorgesse di avere l’atteggiamento di un matto. Alle sue parole era inconfutabile avvertire una sensazione strana scorrere nelle vene e lentamente sostituirsi al sangue.
- Giuda. Pensa che sfortuna nascere Giuda. Un simbolo da adottare come pretesto per addossare colpe su un simile. Se non trovi lavoro o hai appena fregato un povero cristo qualunque, puoi considerarti un Giuda. Uno come Giuda. Personificare il male. Giuda, non sapeva di essere Giuda. Credo che sia più umano provare pietà per uno come lui. Non sei d’accordo?
Il giorno dopo, il direttore ci convocò per un colloquio privato. Doveva buttarne fuori uno, non sapeva più come pagarci. Piangendo Carlo mi supplicò che la scelta del principale ricadesse su di me, in nome del figlio e della moglie che lo attendevano a casa. Poi iniziò a farne una questione di differenza d’età, sino a ricattarmi per aver rubato gli asciugamani dell’albergo. Quello lo facevamo tutti.
Chiesi al direttore che fossi io ad essere licenziato, ma prima di andare via, pretesi da Carlo il suo numero di casa. Cosa mai sarebbe successo, se la moglie fosse venuta a conoscenza di quella sua storia con Chiara?
Decisi di partire per l’Estonia. Sarebbe stato meglio.
Parole preparate davanti a un orsacchiotto
Vorrei parlarti di cosa sia la vita ma non posso. Non lo so nemmeno io.
Vorrei dirti cos’è il dolore per cercare di lenire le tue future sofferenze ma non posso perchè forse non lo conosco nemmeno io, il dolore.
Vorrei raccontarti di quando sento il vuoto dentro di me e cercare di capire i tuoi vuoti. Sento di non farcela nemmeno stavolta.
Vorrei dirti cosa è per me il timore ma non lo so nemmeno io. Un giorno magari ti dirò di cosa ho paura se ti interessa.
Vorrei raccontarti di quanto sia difficile non riuscire a comunicare. Tu non puoi rispondermi, i tuoi occhi neri si sperdono a fissare sempre uno stesso punto. Sei così serafico. Non prendertela, non so nemmeno con precisione che vuol dire “serafico” ma è una bella parola.
Le mie parole preferite sono : attanagliare, arrabattare, crogiolarsi e grigiore. “Parlano” da sole. Dimenticavo, ho una simpatia per “fuggevole” ma non dirlo a nessuno. Adesso sai abbastanza di me. Conosci le quattro parole e mezzo che ho per il mondo. E qua ti sbagli, amico mio. Non è così tragica come sembra. Odio e amo il mondo ma non mi va di dirti i perché perché sono i tuoi stessi perché. Io e te siamo abbastanza uguali e molto diversi.
Mi piacerebbe che tu stanotte dormissi con tranquillità, senza gridare o agitarti nel sonno. Non riesci a dormire bene e hai grosse occhiaie.
Sei triste per il tuo presente e preoccupato per il tuo futuro. Ti rifugi nella memoria di un passato lontano che non può tornare e ti dimentichi che anche allora ti rifugiavi nel passato. Ogni tanto ti viene in mente qualcosa di quei tempi lontani, magari con vaghezza. Spesso, proprio per averci pensato, ti sembra ti aver “salvato in extremis” quel ricordo che forse stavi per perdere irrimediabilmente. Non so se succede anche a te. Sto parlando solo perché mi annoio terribilmente, non voglio fare bella figura. Siccome ho capito che stasera non riuscirò a parlarti della vita, di quanto si possa gioire o star bene, ho deciso di raccontarti di quando ero bambino.
La prima volta che vidi il mare ci camminai dentro cercando le linee celesti delle cartine geografiche, le chiamavo così. Rimasi molto deluso, non riuscivo a vederle. Per consolarmi mi dicevano che però c’era scritto il nome del mare, proprio come nelle cartine, ma che non potevo vederlo perché era al largo. Mi sognavo Ulisse a leggere “MAR TIRRENO” da un grande veliero, scritto in grassetto tutto per me. Vedevo vividamente le lettere, scolpite nell’acqua, imperturbabili e incuranti delle onde. Tu da bambino ci hai mai pensato?
Scusa per il tempo che ti ho rubato, lo so che domani devi alzarti presto. Va a dormire. Chissà cosa faranno i tuoi occhi quando ti dirò queste cose, chissà quante espressioni cambieranno. Spero più dell’orsacchiotto che ho davanti.

SU GRANDE RICHIESTA, HO RIUNITO ALCUNE POESIE PRESENTI SU QUESTO BLOG, ALCUNE POESIE CHE LEGGO IN GIRO, TUTTE SCRITTE ANNI FA, IN UN PICCOLO LIBRICINO
ALONE LIKE A DOG
NON COMPRATELO, è UNA CAGATA PAZZESCA.
PS COSTA 3 EURO, + S.P. PER AVERNE UNA COPIA CONTATTATEMI IN PRIVATO, E NON ROMPETE I COGLIONI.
IL PROGETTO GRAFICO è A CURA DI CHIARA PETRARCA( LA STESSA GRAFICA DEL PRIMO LIBRICINO, LA BRAVA FOTOGRAFA CHE è COMPARSA QUALCHE GIORNO FA SU UN MIO POST QUI SOTTO), PER CONTATTI :
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MI RACCOMANDO, SE NON LO COMPRATE VENGO A CASA VOSTRA E COPULO CON I VOSTRI PARTNERS( SIA MASCHI CHE FEMMINE) IN VOSTRA ASSENZA

Speriamo di farvi cosa gradita con questa pubblicazione tratta dalla prefazione all'antologia letteraria “Fior da Fiore”, una miscellanea di prose e poesie scelte ed anche tradotte, in qualche caso, da Giovanni Pascoli per le scuole secondarie inferiori.
Ne riteniamo utile la lettura ad esempio per comprendere fino in fondo la poetica espressa precedentemente ne "Il Fanciullino".
E qui dunque ci rivolgiamo in special modo agli studenti universitari e a quelli delle scuole secondarie, magari a coloro che fra pochi mesi dovranno sostenere l’esame di maturità…
Pascoli ha curato questa antologia nel momento in cui era professore all’Università di Messina e precisamente nell’anno in cui aveva affittato la casa di Castelvecchio presso Barga, dove scriverà le opere più mature.
Ve la proponiamo (a puntate se riscontrerà un qualche gradimento) perché non è facile trovarla nelle antologie di oggi: l'edizione è infatti del 1902 e l'editore è Remo Sandron di Milano-Palermo.
Carlo e Giulia

Fior da Fiore
Aveva pernottato sur un gradino d’una ripida scala tagliata nel masso. L’aveva lì sorpreso la notte quasi all’improvviso, con togliergli d’avanti i piedi l’ombra sua che lo precedeva; ché camminava e saliva verso l’oriente. S’era dunque sdraiato sur un gradino e s’era addormentato. Era stanco. Aveva fatto molto e aspro e strano cammino. Era disceso in un baratro immenso; s’era poi arrampicato per un monte altissimo. Quel baratro, pieno d’urli e di maledizioni; questo monte, pieno di canti e preghiere; e l’uno e l’altro gremiti di pene e di martiri indicibili, sopportati là con feroce disperazione, qua con rassegnazione soave.
Era stanco. Dormiva. Vegliavano su di lui due Ombre, due Ombre di poeti morti mille e più anni prima. Dormiva e sognava. Ciò che sognava (era una donna che cantava e coglieva fiori), diceva al suo spirito che ci sono due vite per gli uomini buone e sante, sebbene l’una meno e l’altra più: quella che si spende nell’operare il bene e quella che si esercita nel contemplare il vero. Il sogno sparisce, il sonno si rompe. È il crepuscolo del giorno.
Di chi parlo? Voi avete già capito: di Dante. Non può essere che Dante, un così fatto viatore che compie con Ombre di morti la sua via.
Dante! Non c’è nome che in Italia sia più noto. Esso nome significa per noi e per altri, col solo risonare delle sue sillabe, il <<non più là>> dell’ingegno umano. Per questo, per essere una gloria insuperabile, più che per un altro fatto, vero anch’esso, d’essere stato il primo ed il sommo autore di nostra lingua, Dante è per noi segnacolo in vessillo. Noi siamo la nazione di Dante: possiamo dire e diciamo. E nessun’altra nazione potrebbe pronunziare così un nome di un suo poeta, e né di poeta né di guerriero né d’artefice né d’altrettali, né fare intendere tutto ciò ch’essa è e vuol essere. A noi, quando diciamo di essere i figli di Dante, si può rimproverare di dir troppo, non di dir poco. Ma noi diciamo quella parola soverchia non per vantazione, sì per augurio e conforto e voto e promessa e, magari strazio, sì, strazio a noi medesimi di non essere più quel che fummo e che potremmo tuttavia essere.
Quando poi prendiamo in mano il poema di Dante…. Allora diciamo parole strane. Alcuni dicono: - Questo poema è il più grande sforzo che abbia fatto nel passato e sia per far fare nell’avvenire l’ingegno umano. Contiene non solo tutta la vita, ma anche ciò che è di là della vita, non solo la terra ma il cosmo, e non solo il mondo ma l’oltremondo, tutto lo scibile e per giunta tutto il mistero. Ma chi può intendere questo poema? Esso ha nelle sue profondità di tempio o di catacombe tutto il sensibile e il soprasensibile; ma chi può penetrare in quel tempio e scendere in quelle catacombe? La porta è chiusa: il poeta portò la chiave con sé. –
E altri dicono: - La vita che Dante rappresenta è estinta. Il mondo che Dante figura non è quello che noi conosciamo e sappiamo. Il suo poema è sì un grande tempio, ma è crollato e non è più se non una rovina. Giova, sì, passeggiare tra le macerie. Pur piene di polvere e bronchi; giova; ché qua e là spuntano bellissimi fiori di poesia, e qua e là si leggono piccole scritte preziose per la conoscenza di quei tempi…-
E io dico, o fanciulli, che il tempio è ancora in piedi e che è bello dentro e fuori, e più bello nel suo complesso che ne’ suoi particolari che sono pur bellissimi, e che nel tempio e si gode molto, per la grande bellezza, e s’impara molto, per la ingegnosa verità: e che vi si può entrare, perchè la chiave s’è trovata. E se soggiungessi che l’ho trovata io, questo povero io, mi direste superbo? Quanti trovano, figliuoli miei, una chiave in questo mondo, e non sono detti superbi se dicono d’averla trovata e la riportano! E poi, sapete dove l’ho trovata? Nella serratura. Era nella toppa, la chiave del gran tempio! Era lì, e bastava appressarsi un poco per vederla e girarla ed entrare! Ma nessuno s’era, a quanto pare, appressato assai.
Perchè dico questo? Non certo per spiegarvi la Divina Commedia, a capo di questo vostro libretto; ma per darvi un saggio dell’esattezza del pensiero Dantesco, e della bellezza delle immagini con le quali è espresso.
Torniamo, dunque, a Dante che si sveglia sull’alba presso la cima del monte che sorge solitario sull’emisfero delle acque.
Il poeta vivo sale coi due poeti morti. Egli si sente leggero e gagliardo come non mai: è sulla cima della scala, come in un volo. Perché? Perché non ha più in sé alcun impedimento, alcun peso: le passioni umane che ci fuorviano e ci ritardano, non sono più in lui. Ciò che egli farà, sarà il bene; ciò che egli vedrà, sarà il vero. È puro, perciò è libero.
Voi dovete andare a scuola. Perdonatemi, o fanciulli, questi paragoni fanciulleschi, i quali del resto erano cari al nostro grande padre, Dante. Voi dovete andare. Codesto voi considerate una mancanza di libertà: non è vero? Voi dite: noi non siamo liberi d’andare e non d’andare: siamo in ciò schiavi della nostra dolce mamma, del nostro buon babbo. Sì? Davvero?
Considerate. Perché non siete in ciò liberi? Perché voi dite: se fossimo liberi, non andremmo. E perché non andreste? Perché vorreste piuttosto andare a caccia con la civetta e i panioni, andare a vendemmiare tra i contadini, andare in giro per le vie e per le piazze; o che so io. Se in voi cessasse del tutto quel desiderio d’uccellare, di vendemmiare o di girellare, se voi smetteste affatto di volere quelle tali cose contrarie all’andare a scuola, ecco che andreste a scuola volentieri, cioè liberamente; ci andreste d’un buon passo, ilari, senza sentire il peso de’ vostri libri, senza dondolarvi per via, senza fare, all’ingresso, un passo avanti e due indietro. Vorreste; cioè sareste liberi. E sareste liberi e vorreste, perché vi avrebbe lasciato quel contrario volere, quell’opposto desiderio, quella passione della caccia e della campagna e dell’ozio; perché, insomma, sareste puri.
Dunque Dante era puro, perciò libero. Non poteva volere che il bene. Sicché saliva la ripida scala leggiero leggiero come sull’ali del suo volere stesso. E quando fu sull’ultimo gradino, una di quelle Ombre, la più angusta, quella che l’aveva accompagnato e guidato nel gran viaggio per il baratro e per il monte, glielo disse. Ch’era libero, e che d’or innanzi poteva seguire i suoi gusti che non potevano essere che buoni. Il sole gli batte sulla fronte: avanti ed intorno agli occhi, gli si stende un paese felice. Egli potrebbe percorrerlo per lungo e per largo, se non fosse un fiumicello che gli traversa la strada. Quel fiumicello si chiama Lete o oblio. Chi lo passa, tuffandovisi, perde sin la memoria d’ogni trascorso e d’ogni passion sua. E chi lo passa si trova di là, sapete dove? Nell’Eden, nel luogo dell’innocenza, nel luogo dove si opera senza fatica e con somma dilettazione, e dove non si opera se non il bene.
Ogni uomo (non è vero, fanciulli?) deve desiderare di vivere in così fatto luogo; cioè, di operare solo il bene e di operarlo senza fatica e anzi con piacere. Essere felici è già una bella cosa, ma far felici gli altri, nell’atto e col fatto di essere felici noi, è la più bella cosa del mondo. Ebbene dimorare in quel luogo val quanto essere felici noi e far felici gli altri, perché vale fare il bene e farlo con sua gioia.
Dante guarda di là del fiumicello, che è mondo e bruno.
Ed ecco egli vede di là
Una donna soletta che si gia
cantando, ed iscegliendo fior da fiore…
Ce n’era tanti, di fiori: fiori per dove la donna andava: ed essa, dunque, li coglieva cantando. Qual operazione meno faticosa e più dilettevole che cogliere fiori? Tanto è vero che la donna canta. Ma pure è un operare, quello. Il poeta a quel modo ci ha voluto significare questa idea, dell’operar giocondo.
La donna come si chiama? Matelda. Ma il nome propriamente di ciò ch’ella significa, qual è? Quel nome, o fanciulli, è ARTE.
Voi volete o fanciulli, che io discenda dall’altezza di quel monte e mi faccia più presso a voi, che siete costaggiù, terra terra… Ebbene, no: voi siete sulla cima e io, se mai, sono alle radici. Voi, voi, siete vicini a Matelda, perché siete tuttavia innocenti, ed ella è nel luogo dell’innocenza; e siete per ora (oh! Siatelo a lungo!) felici, ed ella è nel luogo della felicità. Siete nella divina foresta, voi; e vedete Matelda che canta e sceglie i fiori.
Giovanni Pascoli
(continua)
SPERO CHE GLI AMICI DI LIBRI E DINTORNI NON ME NE VORRANNO
USO IL MIO SPAZIO PER UNA COSA BUONA. UNA VOLTA TANTO.
INIZIAMO DAL PRINCIPIO: HO CONOSICUTO GLI AMICI DELLA STAZIONE DI MILANO (BAR BOON BAND) E MI SONO SUBITO AFFEZIONATO, SENZA MAI AVERLI VISTI DAL VIVO. IN PRIVATO HO SCRITTO SPESSO CON MUTTY, CON LA QUALE HO FATTO UN PICCOLO PATTO.
OVVERO OGNI EURO DERIVATO DALLA VENDITA DEL MIO LIBRICINO ( COME UNICA AMICA UNA BOTTIGLIA SOTTO LE ASCELLE CHE COSTA 5 EURO S.P. COMPRESE) ANDAVA IN UN PICCOLO SALVADANAIO. TUTTE QUESTE MONETINE , GIORNO DOPO GIORNO, SONO STATE TRASFORMATE IN UN BENE, NON PRIMARIO, MA UTILE E TROPPO COSTOSO PER I RAGAZZI COME VICTOR. COSì ORA HO RAGGIUNTO LA SOMMA PER UNA STECCA DI SIGARETTE, SIGARETTE CHE SARANNO INVIATE A MUTTY E POI DISPENSATE A VICTOR E AGLI ALTRI.
NON L'HO SCRITTO PRIMA PER NON FARE PUBBLICITà GRATUITA AL MIO SCHIFOSO LIBRICINO. LO DICO ADESSO PER UN MOTIVO IMPORTANTE. MAGARI GRAZIE A QUESTO MIO PICCOLO PASSO, ALTRI FARANNO COME ME. ALTRI RACIMOLERANNO QUALCHE MONETA CHE VERRà TRASFORMATA IN PASTA, IN LATTE, IN COPERTE, IN SIGARETTE ECC.
CHE NE DITE?
RINGRAZIO TUTTI COLORO CHE INCONSAPEVOLMENTE, COMPRANDO IL LIBRICINO, HANNO CONTRIBUITO A QUESTA PICCOLA COSA.
PS NON SONO DIVENTATO UN ROMANTICONE , SONO SMERPE IL SOLITO PEZZO DI MERDA.
PS2, IL LINK DIRETTO AL BLOG DEGLI AMICI DELLA STAZIONE DI MILANO è
Storie di ordinaria umanità scritte male
Era una persona impegnata ma che non aveva niente da fare. Passava pomeriggi interi come in esilio volontario nella sua piccola stanza polverosa. Spesso restava al letto a suonare la chitarra, circondato da libri impilati in ogni dove. Improvvisava accordi, gridava parole di canzoni che gli sembrava parlassero di lui e della sua vita.
A volte, la sera , leggeva. Si faceva luce con una piccola lampada di metallo, molto fioca : solo con quella riusciva a non addormentarsi, lo diceva spesso. “Oblomov” era uno dei tanti libri “simbolici” che stavano sul suo comodino.
Quel tale, perso ora in qualche dove del mondo, era bravo a azzardare con parole e immagini nell’arte del racconto anche se non voleva crederci. Spesso parlava dell’incontro, che come ha detto qualcuno non è nient’altro che la vita stessa. Aveva fatto un incontro che la vita gliela aveva sconvolta. Non gli era rimasto niente e annegava nella solitudine. Soffriva in modo terribile. Non riusciva a smettere di pensare a quel suo amore così sofferto, a quella “natura maligna” che gli causava dolore e ne serbava per lui tanto altro ancora. La sua era una storia unica come tante.
Che ne sarà del suo dolore? Un giorno svanirà come già è svanito l’amore e poi ci saranno altri incontri… storie di ordinaria umanità.