Quando J. Se ne andò, io rimasi sola, mi sedetti sulla poltrona foderata in pelle nera – la mia favorita: graffiata, sgualcita dal tempo e dalle mie unghie lunghe sempre curate e laccate - e allungai le gambe, poggiando i piedi gonfi sullo spesso tappeto persiano, vecchio e impolverato. Mentre con una mano mi reggevo la testa che sentivo troppo pesante, sprofondai in una sorta di intenso e falso rilassamento. In preda ad una folle paura mascherata da calma e tristezza.
Per la prima volta mi sentii davvero sola.
Per la prima volta in vita mia mi sentii impotente.
Silenzio, intorno a me assoluto silenzio.
I doppi vetri sigillavano l’appartamento, proteggendolo dai rumori provenienti dall’esterno, difendendolo dal frastuono della strada trafficata - ad ogni ora del giorno e della notte – sulla quale esso si affacciava.
Due strati di sughero, tre di lana di vetro e uno di cartongesso attutivano i rumori generati all’interno della stanza.
Ho fatto insonorizzare la mia camera dal letto perché detesto l’idea che gli estranei possano ascoltarmi gemere.
Le pareti di questa palazzina sembrano fatte di carta velina.
Seduta da più di tre ore sulla logora poltrona, mi alzai a fatica.
Era lunedì e pioveva.
Erano le dieci di sera, la pioggia batteva sui vetri spessi e la luce dei lampioni aveva tinto ogni cosa di un arancione finto e ripugnante.
Eppure decisi di uscire.
Indossai gli abiti che J. mi aveva tolto, lasciandoli cadere distrattamente sulla sedia accanto al letto. Prima di fare l’amore.
Un paio di jeans, una camicia di seta nera. Al posto dei sandali infilai un paio di stivali di gomma. Appoggiai sulle spalle un k-way. Mi pettinai velocemente senza neppure guardarmi allo specchio, presi la mia borsa piena zeppa di cianfrusaglie e uscii.
Borse costose e griffate. Non ne ho mai comprate perché non penso che mi rendano migliore o interessante agli occhi degli altri. O comunque agli occhi di coloro che desidererei mi ritenessero migliore o interessante.
Ho sempre amato le borse di tela di cotone, quelle che si usano per fare la spesa.
Ne ho dieci.
Due bianche, due avorio, una rossa, una azzurra, una verde, una rosa, una arancio, da abbinare ai colori dei miei abiti.
La mia preferita è quella nera con la scritta ‘Saluti da Firenze’ in turchese, adesso azzurrino a causa dei troppi lavaggi.
Con il cappuccio dell’economico impermeabile tirato su fin quasi a coprirmi gli occhi, attraversai la strada e cominciai a camminare a passo spedito. Attenta a non farmi schizzare dalle auto in corsa, a schivare le pozzanghere, a non inzaccherare la suola dei miei stivali, a non apparire appetibile per i brutti ceffi.
Camminai fino al primo bar aperto.
Odorava di affumicato, di legno vecchio e di anice.
Mi sedetti al bancone, ordinai un caffè lungo bollente, estrassi dalla borsa il mio quaderno per gli appunti e cominciai a scrivere.
Una lettera per J., in cui gli confessai per la prima volta quanto l’amassi.
Me la rigiro ancora oggi tra le mani.
Quattro uomini seduti attorno ad un tavolino giocavano a carte, bestemmiavano, ridevano, bevevano vino rosso e litigavano.
Li invidiai.
Vorrei essere più semplice.
Di qualche morte un giorno dovrò morire.
E quando morirò, io vorrei morire d’amore.
Il mio cuore seccherà, si incrinerà, poi si disintegrerà, riducendosi in miliardi di minuscoli pezzi.
Cadrà su se stesso, ordinatamente, senza dare troppo disturbo. Imploderà. Crollando, come un alto palazzo disseminato di dinamite, lascerà poca polvere.
Spesso mi chiedo quando arriverà quel giorno.
A volte credo di essere sul punto di mancare - momenti in cui la sofferenza si fa davvero insostenibile, mi attanaglia, mi stringe lo stomaco e sento che tutto è perduto, sento di non avere possibilità di aggiustare le cose, di tornare indietro, mi sento confusa e mi viene il fiato grosso per il troppo rincorrere l’oggetto del mio amore, ma non mi escono lacrime dagli occhi - e attendo senza muovere un solo muscolo che il mio cuore ceda. Chiudo gli occhi. Fremo. Non contengo l’impazienza.
Ma nulla.
Riapro gli occhi e continuo a vivere. Un po’ più forte, col cuore più resistente. Forse speranzosa, ma non più coraggiosa.
Per saperne di più sull'autrice cliccate qui. Per leggere altri racconti precedentemente pubblicati cliccate qui.