Libri&dintorni

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venerdì, 31 agosto 2007

Premio Campiello Giovani 2007. Hanno partecipato oltre 300 ragazzi da tutta Italia e dall'estero. Tra i finalisti Fabrizia Conti di Campobasso


Si chiamano Angela Bubba, di Catanzaro (col racconto "Quarto di luna"), Fabrizia Conti, di Campobasso ("Irata"), Rosa Fasan, di Monfalcone ("Sonata per mandolino solo"), Marco Medugno, di Padova ("Quel che resta di me") e Ilaria Rossetti, di Lodi ("La leggerezza del rumore"): sono i cinque finalisti del Premio Campiello Giovani, organizzato dalla Confindustria del Veneto, selezionati fra gli oltre 300 concorrenti di età compresa fra i 15 e i 22 anni che hanno partecipato all'iniziativa.

I loro lavori sono stati analizzati prima da una Giuria di selezione, che ha scelto i primi 25 lavori, e poi dal Comitato tecnico, che ha designato la cinquina dei finalisti.

Il Comitato ha anche segnalato lo svizzero Francesco Sergi, mentre due menzioni speciali sono andate a Daniele Michienzi e a Francesca Valente. Dalla cinquina dei finalisti la Giuria dei letterati del premio il primo settembre selezionerà il vincitore assoluto.

postato da: frontespizio alle ore 10:20 | link | commenti (11)
categorie: concorsi letterari

soliloquio

Alcuni giorni sono litanie distanti
Confuse nel barlume degli attimi
Di mattine assonnate nei capelli
E i martiri del cielo tutti in fila
Sospirando candele accese al nulla
E verranno a dirmi di me
Di quel guscio scoperto, scheggiato
Che mi faceva carne zitta
Nel silenzio che si faceva unghia
intorno
postato da: etichette alle ore 00:55 | link | commenti (3)
categorie: #etichette poesie
giovedì, 30 agosto 2007

Una fiaba per Gramos

Gramos ha 12 anni.

Gramos vive in Kosovo.

Gramos è affetto da una malattia rara, la tirosinemia.

Gramos può sopravvivere soltanto con una dieta speciale e un farmaco che costa 1400 euro ogni 60 giorni.

Gramos RISCHIA DI MORIRE, se nessuno lo aiuta. Finora le “porte istituzionali” a cui ha bussato gli hanno offerto solo vaghe promesse.

Gramos ha bisogno di noi.

Non chiediamoci “Perché NOI?”

Quanto tempo spendiamo ogni giorno a immaginare un presente diverso, a parlarne?

Questa è la nostra occasione per FARE un presente diverso. Un’occasione d’oro. Quella di salvare la vita di un bambino.

SCRIVENDO una fiaba, per cominciare.

ACQUISTANDO un libro, poi.

Un libro che raccoglierà le migliori fiabe che ci invierete. Il contributo di scrittori e blogger che vorrano regalare una storia a un bambino che ha ferocemente BISOGNO di credere alle favole. Il contributo di chi vorrà costruire per lui un AQUILONE da fare volare sempre più in alto.

 

Vi aspettiamo numerosi, questo concorso atipico è aperto a tutti. Una fiaba per dare una mano a un bambino. Uno dei tanti è vero. Già in occasione dell'iniziativa 'raccontami una storia' a favore della lotta contro i neuroblastomi ne avevo accennato. Si uno. E allora? Uno è sempre meglio di niente. Un passo. Magari in futuro un altro. E ancora. Ancora.

Iniziamo insieme?

>> Info sul regolamento e maggiori chiarimenti

 

Vorrei lanciare un personale abbraccio a Sabrina Campolongo che si è battuta per quest'iniziativa (insieme ad altri blogger pieni di energia) e ha fortemente voluto questo concorso dedicando tempo e risorse.  Sei forte Sabri!

Barbara
postato da: BarbaraGozzi alle ore 16:49 | link | commenti (11)
categorie: concorsi letterari, #barbara gozzi racconti

Cartoon

geometrie di cuore in chimica:

parallelepipedi senza volto
svuotano gli umori in totemici orinali.
 
aggiungo due cilindri a braccio
un sfera in massa cranica
con linee che si incontrano
verso mille punti di fuga.
 
le mani artigliano il lenzuolo
il respiro è vapore metallico
ceneri d'altari dentro perle cave
formano collane funerarie
come il sapore delle cose ripetute.
 
postato da: Butterfly56 alle ore 08:23 | link | commenti (5)
categorie: #butterfly poesie
mercoledì, 29 agosto 2007

incendiaRia

 

Ebbene, ho paura!

non pretendo certo

che quest’aria consumata

riprenda a respirare

adesso che finalmente so dirlo

forte e chiaro: ho paura!

 

Un trascurabile

innocuo quanto inutile dettaglio

che nessuno tra i presenti avrebbe detto.

Lo sapevo solo io

un segreto fragile da indovinare

così come lo sono le cose scontate

o distorte

perché in fondo è il sole

che sbaglia inclinazione d’iride

e brucia le anime, rifrangendo.

 

E si finisce cenere

a chiedersi

quando è stato questo buio?

con la paura che scava gli occhi

e un bel sorriso da esibire

ad ogni volo.

 

Mentendo.

 

Dislessia del silenzio in lancio breve di sasso

Andiamo
a lastricare melma
nelle colline-seno

Andiamo
dove la luce stronca
viscere di vento-in-onda

ti chiamo abisso: oggi.

Adesso saprei parlare agli agrifogli
nel tempo del gelo caldo e della neve asciutta
miracolo di germoglio abbozzato

nei luoghi lasciati andare
grattano gli usci i gemiti
di un sole mai infinito-finito

ti vedo verde in nero seme: ancora

Annodiamo lingue di fuoco
con lacrime di mare in maree stracciate
strappando a parole l’ultima pagina

Non è trasfigurazione di isole
il giallo improvviso del sole
quando la luce cerca la fessura per scappare

Ladro di equinozio il cielo
stride la bonaccia del tempo-riverbero
squarcio di vela in burrasca: il fiato

teme la grafia morente
il fiore rubato
donando ugualmente un rosso di colore

quando scolora i tempi condensati: attimi

la canzone è suono di ciglia
e sopraciglia a incorniciare il volto
di una venere scura prigioniera d’ambra

E’ mia questa menzogna
che cammina
tra i glicini a primavera

Anche l’avaro può accumulare
una catasta di buchi-fori fumosi
e comprare in blocco il grigio delle nuvole

( tanto non costa nulla)



Dislessico il silenzio
scambia per vino il sangue all’orizzonte
nuvola di viola fiorita
colma il piatto migliore
e il sugo cola su quel corpo lontano
affastellando il fuoco spento

Labbra di vate allatta sentenze numeriche

attonito il silenzio si dispiega
tracimando il sasso scagliato presto
in questo tardi di muschio fresco

hanno lanciato le loro pietre
in faccia alla notte morente
dormendo sulla fame ingorda dell’unico delitto

sapremo solo un nome: attesa

Attesa di achillea implacabile
tintinnio di millefoglie in sfoglia
a chiuder le emorroidi sanguinanti


Intervalli esorbitanti di bardane
ai margini di scarpate individuali
a sud dell’esperienza strumentalizzata

chilometri di pelle e pustole sfregianti
emergono parole purulenti
acne diffusa sulla schiena senza speranza

con straccio intriso asciughi con impacchi: fustigati

Sei cicatrice asciutta su ferita umida
occhio per occhio col coltello
Sei lo sconforto dell’aurora

una lapalissiana quanto banale conta

retina senza strumento di conforto
non-terra interrata da crepe di suolo
non-peggiore di me affamata di polvere

a cucire imperfezioni idealizzate
e perle illuse di marzo- capitolato
in sintassi estreme allontanate.
postato da: RaffaelaR alle ore 07:46 | link | commenti (5)
categorie: genere / poesia, #raffaela ruju poesie
martedì, 28 agosto 2007

Luna sublunare in arte
animata dalla luce di una sola foglia
parti in assenza nuova di pietra e di corallo
e ruoti nel cardiaco silenzio.

Un cavaliere muove l’elemento e mi rimuove
il risuonar del nuovo soffio di Avalon
E si fa di senso l’anima antica del consenso
di madri e di figlie che radicano in terra straniera

Alla meditazione del buio si accoppia la penombra
di un’isola sepolta nel passato e mai risorta
con il maschile sacro dissacrato da una godness moderna


Mostrami il volto nascosto del pianeta
che ruota come cerchio di fortuna
sulla spiga del grano dissepolto
con ascia di sangue e pioggia di rame

Mostrami dove e come si eclissa l’eclisse della carne
nella mente affilata dell’uomo moderno
che senza calli balla sui covoni di un raccolto inventato
e prega il nuovo respirando oppure solo sperando

Ammirami il torrente rivelato della perduta pozza
coi nuovi mendicanti fermi al bordo della strada
coi chiodi piantati nelle orecchie e i joint sempre accesi
come falò rupestri su labbra bagnate di acqua rossa

E in questa notte ultima che ancora resta

indenne al sacrificio della luce intagliata sulle querce
sfilano gli ultimi elfi accompagnati da fate e gnomi
che cercano la madre dentro un pozzo

io suono un filo verde di gramigna e sono sola

P1010074

postato da: RaffaelaR alle ore 08:42 | link | commenti (3)
categorie: genere / poesia, #raffaela ruju poesie
lunedì, 27 agosto 2007

Nel tuo sonno

Dedicata a Paolo, mio ex compagno di vita per lunghi 20 anni.


Nenia di primavera

Ti ho amato nel torrido calesse,
briglie sciolte alla forza
d'esser donna di rigagnolo
al secondo passaggio
che indovina le parole alzando il mento
sforzando il petto in fuori.

Poi, quel male a pungermi il grembo
nelle veglie al letto d'astinenza,
nuovo plastico deforme al corpo mio.

Amore a sandali slacciati:
 
ogni passo conduceva alla sua fine.

[...]

febbraio 2007
 
 

==

Nel tuo sonno

Si frantuma il mondo
la terra è cenere bruciata,
il mare, qualche goccia d'acqua
che esce da canali dilatati
dal freddo del tuo ultimo respiro:

mi mescolo al tuo sonno
nel caos di mille fecondi prìncipi

cado disfatta sulla parola
che gratta la piaga viva
con il tuo sangue nelle unghie.


Saprò mai dire dell'eterno silenzio
o parlare dei rintocchi dei bronzi
che sommano mestizia e trionfo
per la Morte e per il Battesimo?

21 agosto 2007

postato da: Butterfly56 alle ore 23:25 | link | commenti (10)
categorie: #butterfly poesie

Simbolo

Valli prosciugate di catrame,

divieti e vanità;

oboli ingoiati dalla cassaforte da morto,

si asside inane, il simbolo

(segno corrispondente a contenuti o valori particolari o universali),*

senza referenze,

vuoto, vuoto status

symbol.

Si sperpera nel vuoto

(anche il vuoto).

E non ritrova più

il giallo dei limoni

o rose polisemiche nei canti,

ma giace agonizzando nei rimpianti.

 

* Definizione tratta dal dizionario della lingua italiana Devoto-Oli.

postato da: alessandroghia alle ore 18:54 | link | commenti (4)
categorie: #alessandro ghia poesie

funambolaRia

Le geometrie spigolose del mio viso

mi rassomigliano poco.

Me ne stupisco ogni volta

che mi guardo

e non ci sono.

 

Qualcosa di assente in un contenitore

pressoché vuoto. non Sono.

 

Ho gli zigomi che convergono diritti

verso un mento di vertigini.

Un triangolo per impazzire

quando ho fame.

 

Così ho provato l’acqua

ennesima speranza lacrima

a smussare scogli

di me che isola sconfino oceani

scavando i solchi che cammino sulle dita

 

postato da: FscaPellegrino alle ore 09:23 | link | commenti (4)
categorie: #francesca pellegrino poesie

Il potere perquisisce l’infanzia

Piange un orsetto per l’infanzia violata
la cartella sull’erba mette in guarda
sul giorno che cresce tra gli sterpi

Mi sono fermata nella quiete a guardare
le lacrime serrate dietro un muro 
dove l’intonaco cede polvere all’occhio nascosto

E’ il dolore dei giorni andati e dei giorni che verranno.

Le ombre sulle ombre di due mani salde
e nuvole dimenticate dal pennello
nel grigiore instradato dal mattino delle dita ferme

L’immagine accompagna sensazioni
che oscurano l’incanto di quel primo giorno
e torno prima di partire chiusa in una pena
P1010193

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Glastonbury Murales

postato da: RaffaelaR alle ore 08:24 | link | commenti (6)
categorie: viaggi, genere / poesia, #raffaela ruju poesie

donne_di_zanzibar

claudia amadesi > donne di zanzibar > 2006 > 120x80
www.modern-art.it

Lamento

Non ci è concesso d'essere. Sol fiume
siamo ed in ogni forma c'inseriamo,
per entro la caverna, il duomo, il lume,
la notte, e sempre, all'essere aspiriamo.

Hermann Hesse >  Il giuoco delle perle di vetro

postato da: filippo12 alle ore 00:24 | link | commenti (8)
categorie: riflessioni, arte
sabato, 25 agosto 2007

Tra l’ora e il forsemai
 
 
Immutabile l’acqua
lungo il greto del tempo.
Arreso alle radici sulla sponda
stormisce vecchio pioppo.
 
Da sempre affida foglie alla corrente,
fragili imbarcazioni,
verso quel mare ignoto di sirene
che mai raggiungeranno.
 
Ma più non lo rattrista la certezza
d’improbabile meta.
Ora conosce il senso delle cose
e ne gusta il sapore.
 
Tra poco passeranno, migratorie,
rondini verso sud
ed i suoi rami ancora ospiteranno
il fugace riposo.
 
Così le aspettta e al sole di settembre
ed alla brezza lieve del mattino
sente vibrare ancora le sue foglie
che trascorrono al giallo
 
mentre sussurra l’acqua sotto il ponte
 
tra l’ora e il forsemai.
postato da: marziaserra alle ore 23:36 | link | commenti (7)
categorie: genere / poesia, #marzia serra poesie
venerdì, 24 agosto 2007

il cielo finisce qui

È buona norma

che le cose abbiano un nome.

Se dico acqua

è la sete che parla alle labbra.

 

A volte

ho una solitudine dentro

e la chiamerei assenza.

Un vuoto che doppia le impronte di sabbia

di qualche vita fa

di me e la solita stella di sempre

una scoria di luce negli occhi

lasciata imbrunire

 

una calma piatta addosso indossata per forza

come il vestito smesso di una sorella più grande

che arriva troppo corto alle ginocchia.

 

E questo  cielo

che ha fermato le lancette del cuore

dimenticando di dimenticare.

postato da: FscaPellegrino alle ore 17:17 | link | commenti (15)
categorie: #francesca pellegrino poesie

Domenica prima di agosto
senza data
non segnano i minuti le meridiane del cuore

Si viaggia verso Camelot
nel canto del silenzio
col sole che trapassa il segno dei destini

Tre mucche maculate
e un cavallo solo
brucano il rumore dell'alba superando le ore del mattino


 

Abbazia Glastonbury

postato da: RaffaelaR alle ore 12:47 | link | commenti (8)
categorie: viaggi, genere / poesia, #raffaela ruju poesie
giovedì, 23 agosto 2007

L'ansito mio del mare

gli voltavo la schiena con la civetteria
degli anni lontani, sudore lieve e gelido,

pazza adattavo le mie ragioni
con l'ago che rammenda l'enigma
della bambola morta.

il suo respiro sassoso
s'incontrava con l'ansito mio del mare
negli assurdi della realtà mutilata:

sulla mancanza una chioccia
i suoi capelli bianchi al neoplastico
concedersi orizzonte dopo la malerba.

crepe nel cuore
a risalire gli affluenti di memoria.

la luce del sole entra senza croci dalle sbarre.

Da "Il peso del cielo" Autoedizioni Lulu.com

postato da: Butterfly56 alle ore 22:04 | link | commenti (7)
categorie: #butterfly poesie

giovedì 23 agosto, ore 21.00

Libri & Dintorni > via Cannavina, 19 > Campobasso

Letizia Bognanni

presenta il suo volume


Capitolo V

Edizioni Il Filo (
www.ilfiloonline.it )


Il mondo di tre ragazze, tre coinquiline, tre studentesse, tre amiche sullo sfondo della città di Pescara. Sara, Beatrice, Lisa  e l'umanità che gravita loro intorno. Sara e la musica, Beatrice e i sogni, Lisa e la perfezione. Per tutte e tre, l'amore o ciò che si presume tale. Le loro storie, unite dal sacro e indissolubile vincolo dell'amicizia, i loro sogni, non sempre troppo realizzabili, le loro avventure sentimentali e sessuali e i loro pensieri nascosti. Tutto questo intenso vivere e onesto ricercare raccontano con situazioni più o meno grottesche, più o meno reali ma che nel giro di pochi giorni costringeranno le ragazze a cambi di direzione, a volte anche improvvisi, e a decisioni che odorano di maturità. Il tutto raccontato con una scrittura ironica, fresca e brillante capace di incollarti a parole sapientemente e intelligentemente usate e che riesce, in ogni circostanza, a strappare sorrisi e a suscitare approvazione e simpatia.

postato da: frontespizio alle ore 09:54 | link | commenti (10)
categorie: esordi letterali
mercoledì, 22 agosto 2007

La cura del supplente




“E nelle notti, greve, cade la terra, da tutti gli astri, nelle solitudini. Noi tutti cadiamo. Questa mano cade. E guarda anche gli altri, in tutti avviene”.



             Francesca Mazzuccato L’Anarchiste










“Che musica ti piace”, gli chiedo, e lui “Quella che cura”. Allora gli metto in mano un libro di Simona Vinci che ho acquistato nell’ultima retata insieme agli altri, non ricordavo nemmeno di averlo letto e l’ho sventrato da subito, prima di riconoscerne l’eco. Così lui crede che abbia pensato di scriverci una dedica, “Ma come, bianco, senza neanche una firma?”. Non sapevo a chi era destinato, questo romanzo doppio e sbagliato, la prima volta perché non conoscevo l’autrice, la seconda perché l’ho conosciuta.



In tutti i sensi come l'amore
, prima del titolo, segni come gesti, si fermano a tratti sotto il pennarello asciutto, "Bello, nero, quasi finito", dico. E tremo fastidio. Ne ho uno di velluto, proprio con me.



Tu non lo sai supplente, pensi - sono giovane, questa donna di quarant’anni mi sta corteggiando - e invece le mie parole sono solo affondate qui, prima di arrivare a destinazione.



Rileggo, “Questo libro è una scultura, perché il titolo lo recita, ma dentro l’amore non c’è…come a scuola”. Le guardo, così, salvate, sembrano poco articolate ma giuste (mi sorprendo sempre più spesso a salvataggi automatici), poi tu le svuoti con la voce. Allora capisco che ci sono, sono ancora mie.



Ho allungato un braccio e ti ho dato un dono, come un orizzonte condiviso. Era solo un dono, i miei ragazzi mi parlano di te (ma t’interessa?).






Conversazione inutile, un insegnante indeterminato e l’altro precario, ne arriva anche un terzo, a tempo determinato di sostegno e dissimulata volontà d’insegnare la materia, vuole fumare in velocità una sigaretta celata agli studenti e ha già pronta in mano una di quelle caramelle minuscole e velenose che cancellano l’alito e la voglia di assaporare qualsiasi cosa. “Volete?”, il supplente fa cenno di no, “Me ne farò dare una morbida e profumata dalle studentesse, dopo…”.



Poi piano pianissimo e vicino vicinissimo m’inchiodi, “Io sono uno che ha deciso di rimanere, di non farla finita”.



Resto. Precipitata fino al suono della campanella. La collega continua a fumare sullo sfondo di una mattina che non sa scegliersi i colori,  convergenza di questa inquadratura, infinito immediato. Fuori campo, penso - magari se stringo non passano, non so neanche a chi stavi parlando, - ma  la mente è un imbuto.



Sopportato nella mattinata: dictat di Barbara uno, la smerigliata, consigli non troppo limati di Barbara due, secchi forzati “si, ho capito”, dovuti, ogni giorno; la stessa distanza.



Cerco a memoria quella possibile; a quale possiamo tenerci da un’altra persona, senza ferirla, senza abbandonarla?. Esiste, ideale?



Vado a prendere i ragazzi in cortile, ti guardo di spalle negarti agli studenti, e continuo a vederti di spalle anche quando mi passi davanti senza faccia, al sicuro da ogni sollievo. Non sono solo la paura e il dolore degli altri che ci sembrano belli. Il mio è di ossidiana, lucido, un vecchio rancore.



Ma il tuo non sembra abbastanza malato da guarire. Lo indossi un paio di minuti fuori dalla porta di sicurezza di una scuola media e spicchi un volo, perfetto.



Io resto, come tutti coloro che non sanno difendersi dalle parole degli altri; la mia la razza, di chi rimane a terra.



Un artista ha segreti flessibili, uno per uno, per ognuno. E ali.



Aula insegnanti, al solito, aspetto il vuoto seduta, un inizio nella fine, con gli occhi appoggiati al tavolo ascolto, prima gli ordini, poi le battute, le parole che ti disfano ai lati, per questo mi siedo.



Esco. Non mi piacciono i genitori cotti dall’attesa fuori dal cancello, non mi piacciono i genitori e io non piaccio a loro. Ma la mia auto è sempre parcheggiata in direzione contraria e non hanno il tempo, mi raggiungono solo con lo sguardo. Un muro di sguardi, di  rinunce.



Neanche a me rimane molto dopotutto, - penso, - solo uno schermo portatile luminoso-variabile che riempio con ritmo meccanico, bolscevico, quasi mistico. Le parole tradiscono, trovano sempre qualcuno. E si allungano su destini possibili, come crimini che non ho commesso, preghiere senza un bisogno. Ma poi c’è il bisogno e il destino e le azioni.



Cos’è un segreto, niente, perché l’unica persona che non vorrebbe saperlo sei tu, e invece lo sai.


E chi può darti torto.
postato da: japa alle ore 19:46 | link | commenti (10)
categorie: genere / racconti

Miracoli

   Passarono nove mesi e  in un piovoso giorno d’aprile venne al mondo mia figlia.

   Avevo la fronte madida di sudore, il viso paonazzo, i capelli arruffati e fradici. Bruno mi teneva le mani, respirava con me, seguendo il ritmo forsennato della mia iperventilazione. Pareva provare le mie stesse sofferenze, e mi incoraggiava, scrutava sotto il telo che a malapena copriva la mia nudità, bramoso di vedere spuntare una testolina tra le mie gambe. All’improvviso successe e ci sentimmo inadeguati a comprendere. Non eravamo più in una sala parto. Ci stringemmo e cominciammo a fluttuare nell’aria, a fare capriole per l’incontenibile gioia, a volare incontro ad un minuscolo essere, a piangere e a ridere insieme.

   “È una bella bambina!” annunciò l’ostetrica prendendo in braccio nostra figlia. Le diede un leggero schiaffo per farla respirare, poi le tagliò il cordone ombelicale, la avvolse in un telo verde e la mise sul mio ventre.

   Negli occhi della mia piccola scorsi uno sguardo antico, che sapeva tutto di me, del suo papà, di ciò che avevo nel cuore. L’appoggiai sul seno e piansi, piansi lacrime di felicità e di sollievo, ma anche di tristezza. Una tristezza che celavo ormai da diversi anni. La mia bambina invece sorrideva, placida. Quando mi prese un dito in una delle sue piccolissime mani, improvvisamente arrestai il mio pianto. Il contatto con la sua pelle morbida suscitò nel mio animo un amore assoluto, incondizionato, mai provato prima di allora. Percepii l’infinito che avevo custodito nel mio ventre per nove lunghi mesi, e mi sentii parte dell’Universo intero. Mi sentivo come un cieco che aveva intuito miracolosamente la luce. Era nata mia figlia, e con lei un’esistenza nuova per me.

   Bruno si muoveva, agitava le braccia, rideva, parlava forte, continuava a toccarmi le spalle, il viso, e a dire: “È bellissima, guardala! Sta bene è fantastica!”. Dopo un po’ l’hanno portata via per lavarla, pesarla, misurarla e lui mi ha baciata.

   Niente era più come prima, il mondo che conoscevamo aveva lasciato il posto alla terra dei prodigi, ad un miracolo. Tutto era cambiato, dentro e fuori di noi. In un attimo, in un lampo. Il tempo di una cruenta lotta e di un dolcissimo sogno.

postato da: ValentinaD alle ore 17:08 | link | commenti (4)
categorie: genere / racconti, #valentina demelas

Sulla cultura occidentale

Disagio o paura.
Paura del disagio o disagio della paura?
Quando ha che fare con un NOI
in modo stabile,poniamo al lavoro,
e’determinante nel minore tempo possibile
creare le condizioni, affinche’ si determini nel NOI in cui si
e’ inseriti una condizione di stabile disagio
verso l’IO.
Perche’ questo si attui e’ sufficiente che l’IO
si esprima per quello che’e’…..
e’ sufficiente essere PROFONDAMENTE se stessi…
il profondamente indica la consapevolezza
della potenza dell’IO libero dai condizionamenti
e dalle paure, da tutte quelle paure che all’apparenza sembrano normali ,
ma che in realta’ sono proprie solo del NOI.
Quindi l’indicatore si identifica con il senso di disagio che si coglie quando il NOI
tenta di accostarsi all’IO e non ce la fa’ ed allora e’ costretto a tenersi alla larga..
Infatti l’IO parla o ascolta solo altri IO.
Si tratta quindi di imparare a sentire questo il disagio.
Piu’ il NOI si sente a disagio piu’ l’IO e’ forte.
Non e’ opportuno nella vita di tutti i giorni
Che L’IO si esprima in tutta la sua potenza.
Questo terrorizzerebbe il NOI
che immediatamente si sentirebbe,a ragione, minacciato
Infatti ogni IO disgrega ogni NOI con cui viene contatto.
Sentendo la minaccia di essere distrutto
Il NOI metterebbe in moto una fortissima reazione
tale sarebbe visto che sarebbe in gioco la propria sopravvivenza
Il NOI non avrebbe altra scelta se non quella di eliminare l’IO.
Il NOI si crea automaticamente, ogni volta che non siamo soli.
Già due persone insieme sono un piccolo NOI
Al lavoro siamo dentro un NOI
In un culto siamo in un NOI
Con amici siamo in un NOI
Con il fidanzato/a siamo in un NOI
ogni singolo NOI e’ sostanzialmente sempre lo stesso
Il NOI cerca sempre l’assenso di un  NOI
più grande……….
Il NOI ha paura del NOI più grande a cui e’subordinato
lo scopo essenziale di ogni NOI e’ lo status quo.
Mentre
L’IO ha il suo proprio linguaggio
L’IO ha come scopo la ricerca della verità
Il NOI non comprende il linguaggio dell’IO.
L’IO e il NOI sono entità incompatibili.
Il pianeta e’ abitato da NOI
Il pianeta e’ abitato da IO
Le dinamiche dei NOI e degli IO
si intersecano continuamente
e danno luogo a veri conflitti
di natura completamente diversa
i conflitti che si generano tra i diversi NOI
sono vere e proprie scontri per il predominio
vere e proprie guerre locali o globali,commerciali o guerreggiate
mentre i conflitti tra l’IO ed il NOI possono esistere
solo fino a che l’IO non si accorge di essere proprio un IO.
In quel momento il conflitto finisce
In quanto non vi e’ paragone tra la potenza dell’IO e quella del NOI.
A quel punto solo l’IO puo’ fare uno sbaglio.
Il più grande errore che L’IO puo’ fare e’ quello di fermare la sua crescita
per provare a spiegare qualcosa ad un NOI
usando il suo linguaggio, il linguaggio dell’IO.
Questo sarebbe sentito dal NOI come ricerca di conferma al NOI stesso.
E’ inutile e senza senso parlare ad un sordo
che non solo non vuole ascoltare, ma che sente ogni parola dell’IO.
come una terribile minaccia..…
la cosa piu’ risibile e’ che il NOI
a soli scopi ludici adora l’IO,
quando si emoziona davanti ad uno schermo
proiettando se stesso nel suo supereroe preferito.
Solo che non se ne accorge.
Il rapporto tra un NOI ed l’IO, in questo caso,
e’ possibile solo se strettamente codificato.
E si attua attraverso il consumo di un IO.
Riducendo l’IO ad una condizione di eccezionalità.
Solo all’interno di riti socialmente e strettamente codificati
Si assiste percio’ alla visione dell’innalzamento di un IO e nello stesso momento ad un noi
che dal basso lo adora….
 questo appunto solo all’interno di riti
socialmente permessi e sempre strettamente sorvegliati.


Riflessione fatta dopo la lettura del Vangelo di Giovanni.
 In Igor Sibaldi
(Il codice segreto del vangelo)
il libro del giovane Giovanni 
sperling Paperback 2005
postato da: glencoe alle ore 16:47 | link | commenti (6)
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