
Scusate la mestizia... il 27 settembre ho perso mio fratello.
Nessuna pretesa letteraria, solo anima, solo aria...
odore di torba e incenso nel tuo giardino.
.fratello mio.
c'è un brivido di vita nell'abete
che frangia di natale la finestra,
squarcio di luce che suda tenebra
al lento narrare di aghi e pigne.
è serpe che s'avvinghia alla gola
il ricordo del tuo corpo martoriato,
il tuo mormorare di Dio
nella bestemmia d'anelito e paura.
vorrei giungere alla fonte della tua nuova verità,
berti sul filo delle labbra, placare la mia sete,
sfiancare il dolore che stacca le costole,
corde d'arpa mute d'assenza.
dovrò impedirmi di scrivere impastando terra e bava,
marmo fra le *messi* al camposanto delle utopie.
Mi sono ricoperta di rosso
nere solo le scarpe e il fazzoletto al collo
Erano sorrisi al sapore di cannella.
Erano bende sugli occhi
ad avvolgere la vista
di una tasca vuota
Una tasca piena di sfaccettature di conoscenze,
e una signora che cammina alle otto del mattino.
Ha un abito da sera tutto nero
e tacchi a spillo argento
Sulla testa spicca un fermacapelli rosso
e passeggia con l’indifferenza sul seno
C’è forse da ringraziare il cielo
se oggi la tempesta ha ripulito tutto?
Una tenda rossa si agita in strada
e nel caffè le luci sono ancora spente
Sembra un luogo morto e immoto
non fosse per quel telo in agitazione
Che nome ha questo colore
che oggi dovrebbe vestire le masse noncuranti?
Questo colore che alita
sventolando dentro i monasteri
che abita il corpo di Aung San Suu Kyi
che giace nelle tenebre di Rangoon
Vado a leggere parole
che rincorrono le righe di un giornale
e per un momento si rompe anche il silenzio
di queste donne grigie sedute ai tavolini
alcune mangiano in piedi alzando il mignolo
e cadono briciole gialle verso il fondo
di questo pavimento color legno
che, in fondo, nulla chiede alla vita.
La tenda ora si agita, si contorce
e si confonde con la mia maglietta.
Mi lascio trascinare dal silenzio
senza sapere nulla di nulla.
Conosco però il nome di questo colore
che porto addosso come lingua infernale
E' Sangue di Myanmar

S’affanna, è importante
telefona, scrive
solleciti fili di ragnatela
il saggio, il racconto, la presentazione
polemiche a freddo contando i contatti,
corteggia editori, spia critici e amici
schernisce new entry e le top dei successi,
tra scambi e contratti giurie e recensioni
blandisce, recide, esibisce pulsioni,
la sera è stanchezza
però soddisfatta
in fondo qualcuno lo chiama scrittore.
viola amarelli

Riposo durante la fuga in Egitto
1593-1594 > olio su tela > 135,5 x 166,5 cm > Roma > Galleria Dora Pamphilij
« Quando non c'è energia non c'è colore, non c'è forma, non c'è vita »
Caravaggio
Grazie al lavoro di Franca Trinchieri Camiz, le musiche “dipinte” da Caravaggio oggi possiedono un nome, un’identità e soprattutto un suono...
il mottetto “Quam pulchra es” del compositore fiammingo Noel Bauldwijn (1519).
Il testo poetico è tratto dal cantico dei cantici.
Quam pulchra es et quam decora,
charissima, in deliciis!
Statura tua assimilata est palmae,
et ubera tua botris.
Caput tuum est Carmelus,
collum tuum sicut turris eburnea.
Quanto sei bella e quanto sei graziosa,
o amore figlia di delizie!
La tua statura rassomiglia a una palma
e i tuoi seni ai grappoli.
Il tuo capo si erge come il Carmelo,
il tuo collo come la torre d'avorio.
Ero uscito dal supermercato e nel parcheggio stavo cercando di ricordare dove avevo messo la macchina quando mi si avvicinò un tipo equivoco.
“ Amico, che hai un deca da darmi?”.
A parte il fatto che io di amici non ne ho mai avuti in vita mia, sentirmi apostrofare così, in un parcheggio male illuminato e piuttosto solitario, mi fece arrabbiare come mai mi era capitato.
“Non sono amico tuo” dissi scortesemente.
Il tipo equivoco era magro come un chiodo, indossava una sporca maglietta puzzolente, che forse e dico forse, in origine era stata bianca, un paio di pantaloni di tela grezza sformati e sfilacciati all’orlo, un’ espressione spiritata e una testa pettinata alla rasta che non dubitati affatto, neanche per un secondo, che fosse abitata da pulci, pidocchi, etc…
“Avanti amico non fare il tirchio. Sono proprio all’osso” disse con una strana espressione smarrita.
Non era armato di siringhe e questo avrebbe già dovuto mettermi di buon umore, ma sarà stato per il nervoso accumulato nella giornata sta di fatto che avevo voglia di scaricare i nervi su qualcuno. So che non è un’ degna azione ma è esattamente quello che feci.
“Senti, non mi fai pena ne mi ispiri simpatia e in più tu e i tuoi amichetti potete anche darvi fuoco per quanto mi riguarda”. Forse ero stato un po’ esagerato ma volevo che mi lasciasse in pace.
“Amico ho bisogno di quei soldi. Facciamo cinque euro e non se ne parla più” disse nervosamente strofinandosi le gambe come se la circolazione non gli funzionasse.
Tesi l’indice e glielo puntai addosso come una arma.
“Sparisci. Ho da fare” dissi ostilmente tra i denti.
Il ragazzo indietreggiò spaventato e fu allora che qualcosa oscurò il cielo.
Dopo una nebbia grigiastra e argentata si trasformò nella sagoma gigantesca di un enorme, allucinante, disgustoso Mastro Lindo. Si avete capito bene. L’ometto forzuto della pubblicità.
Restai a bocca aperta e il gigante smise di tenere le braccia conserte e con voce roboante si limitò a dire.
“Vuoi darglieli o no quei dieci euro?”.
Il ragazzo iniziando a ridere come un pazzo additò il cielo.
“Fooorte” disse entusiasta.
Io pescai a caso nel mio portafoglio e gli diedi la prima banconota che trovai. 100 fiammanti Euro. Poi corsi alla mia macchina, misi in moto e schiacciai l’acceleratore, senza voltarmi indietro per parecchi chilometri.
La poesia è morta, viva la poesia
Io riconosco un vero poeta dal fatto che frequentandolo, vivendo a lungo nell’intimità della sua opera, qualcosa si modifica in me: non tanto le mie inclinazioni o i miei gusti, quanto il mio stesso sangue, come se un male sottile vi si fosse insinuato per alterarne il flusso, lo spessore e la qualità… perché il poeta è un fattore di distruzione, un virus, una malattia ed è il pericolo più grave, seppure meravigliosamente indefinito, per i nostri globuli rossi. Vivere accanto a lui significa sentire il sangue impoverirsi, significa sognare un paradiso dell’anemia e udire, nelle vene, scorrere le lacrime…
(E. M. Cioran, Sommario di decomposizione, 1949)
Già il Corano affermava che ai poeti piace errare tra monti e valli, forse alla ricerca di premi letterari e riconoscimenti “politici”, e che i poeti “dicono molte cose e non le fanno”. Ma quali cose dicono oggi i poeti?
Prima ancora del Corano, gli antichi arabi davano della poesia una definizione molto precisa: “Una cosa che si agita nel nostro petto e che le nostre labbra proferiscono”. Infatti, a differenza della poiesis greca - che si richiama ad un concetto di “lavoro, elaborazione” e quindi “forma” - l’arabo shi’r significa “conoscere,sentire, percepire affettivamente” e dunque evoca un contenuto emotivo dominante. Proprio quella emozione, quel respiro che nasce dal petto e che spinge alla parola era alla base delle mu’allaqāt, le composizioni dei poeti preislamici. Ed è proprio quello stesso respiro profondo a generare ancora oggi la poesia.
Come può allora un poeta che si reputi tale restare insensibile, emotivamente inane, di fronte all’abisso di barbarie nel quale il mondo sta scomparendo? Come può non dirlo? La poesia e la letteratura non sono uno strumento di fuga dal mondo, sono il bisturi che affonda nella coscienza del mondo. La poesia non è il minculpop dei premi letterari e delle “colazioni con l’autore”; non è il circo mediatico dei laboratori di scrittura delle fiction televisive e del divismo condominiale; la poesia è invece l’inevitabile condizione di chi la vive e vive questo mondo.
Ecco perché l’unica missione possibile della letteratura, oggi più che mai, è una missione di verità, contro le armi dei sanguinari eserciti monoteisti e le ragnatele tossiche dei padroni della notizia. Troveremo mai il coraggio e il modo di dire cosa sta succedendo al mondo?
Come ha avuto modo di affermare Roberto Carifi, uno scrittore oggi non dovrebbe “pavoneggiarsi e baloccarsi con i premi letterari”, bensì, “vestirsi a lutto”, così come richiede la coscienza dilaniata del mondo contemporaneo. Uno scrittore o un poeta dovrebbe essere l’esatto opposto di chi è oggi. Dovrebbe rifuggire il costume odierno che vede gli autori accumulare curriculum e apparizioni televisive a titolo di affermazione personale in campo editoriale. In altri termini, dovrebbe pensare più il mondo che se stesso. Dovrebbe evitare di vendere insieme alla propria opera anche se stesso e la propria dignità. La letteratura e il ruolo di un autore oggi dovrebbero essere ben altra cosa, dal momento che il mondo contemporaneo ha bisogno di ben altra letteratura e di ben altri autori. Una sola, infatti, è la poesia possibile, quella che “segna l’anima come la ferita segna il corpo”(Imru’ al-Qays).
Oggi la poesia è morta.
Anche se gli scaffali delle librerie continuano a riempirsi di volumi.
Allora c’è da chiedersi se tale orientamento rispecchi davvero i gusti del pubblico e quale sia il pubblico della poesia oggi.
E’ l’autore a formare il pubblico oppure semplicemente sono le tendenze di mercato e di pubblico a formare gli autori?
Perchè tutti dicono che la poesia non ha pubblico e non ha lettori quando le case editrici continuano a sfornare quotidianamente sillogi poetiche che rincorrono i gusti di questo fantomatico lettore?
L’assenza totale di filtri editoriali da una parte e di una classe di critici militanti (non prezzolati dalle case editrici) dall’altra, ha eletto la grafomania a sistema editoriale. Qualsiasi silloge pubblicata negli ultimi tempi reca la puntuale firma del critico di turno che nella prefazione o postfazione presenta il suo protetto come una delle voci poetiche più alte e originali della poesia contemporanea.
La poesia oggi è morta.
Del resto, quale poesia può partorire la generazione televisiva per definizione incapace di pensare (e di leggere)? Una poesia–merce a buon mercato, naturalmente, autoreferenziale, esausta e disoccupata. Una litania fraudolenta, da circo mediatico, da ascoltare possibilmente nello scantinato della confraternita. Un verso che fa il verso a se stesso, una grottesca parodia da “poeti a duello”.
Regredita alla fase anale della letterina al caro scomparso, la post-poesia di oggi non rinuncia a scatarrare giudizi critici sommari sulla poesia novecentesca. E i suoi tristi pruriti di protagonismo generazionale sono sdoganati dalla “letteralità” di riviste e rivistine e convertiti in brand editoriali (di non largo consumo) dalla connivenza un po’ mascalzona del clero “antologizzatore”. Alla fine il prodotto editoriale resta pur sempre una poesia zombie, da cassetto dei ricordi. Una poesia filo-governativa e vaticano-centrica che ha dimenticato il valore della vita e il senso della morte. Una poesia bulimica, sazia di tutto, che abita il Nord del mondo e non ha alcun interesse per la ricerca della bellezza. Una poesia anoressica, che vomita di tutto, dileggiando proprio quei pochi che hanno consumato le loro esistenze in una tensione dolorosa verso
Una poesia che oggi in Italia abita il nord sazio e autoreferenziale capace di imporre chi e cosa si debba leggere, chi sia degno di partecipare alla cuccagna. Così accade che restino ai piedi dell’albero autori di straordinaria valenza come Maria Marchesi e, specie al Sud, poeti semi sconosciuti proprio perché penalizzati dalla ipocondria atavica di lettori improvvisati che preferiscono ripiegare sulle rime vernacolari del poeta locale.
La poesia oggi è sepolta.
Nonostante le marce ausiliari, che sanno tanto di post colonialismo culturale, dei colleghi del nord (http://www.lietocolle.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=62659), i poeti del sud s’arrabat-tano per darsi un’identità loro negata. Tra assistenzialismo editoriale, garantito dal politico di turno, e compiacenza paesana del sempre presente maestro in pensione, i poeti del sud - almeno quelli che ne hanno titolo e vantano un trafiletto sul quotidiano locale - continuano a versificare all’ombra di valigie di cartone e
(Vittorio Bodini)
AltroVerso
Preparazione delle riprese.
Il soggetto su cui costruiremo le riprese e una ragazza di dodici anni. Si chiama Olga.
Preparazione dell’ambiente.
Ciak! Si gira.
Dominique seguì la strada della ghiaia sul fiume oramai asciutto.
Da quel punto preciso in cui si era fermata iniziava il sentiero che l’avrebbe portata dritta all’accampamento degli uomini ancora bambini.
Con le zattere ai piedi sperava d’incontrare l’acqua.
“Chissà come sarebbe stata la mia vita se mi tenevo quel nome maledetto”
Giocherellava coi sassi e pensava.
Occhi strani negli occhi lucidi, occhi pieni di paura, occhi senza gioia, occhi in dissolvenza.
“Non mi stanno mai a sentire, piuttosto morta, piuttosto!”
Il suo vero nome era Olga. Lo ricordava bene quel nome. Ricordava tutto Dominique.
Una volta leggeva i fumetti e correva sull’asfalto.
Una volta non sapeva cos’era un fiume.
Pensava che il lago fosse mare e il mare fosse cielo.
Ora aveva il cielo sui capelli e quattro bambini da cui scappare.
Il calcio che assestò alla pietra le fece volare via lo zatterone e zoppicando andò a riprenderlo.
I sassi pungevano le dita e la caviglia doleva da due giorni.
Una volta la ragazza aveva un padre e lei una volta era andata da lui.
Il padre viveva in una grande casa e il bosco non era lontano dall’orto che lui non sapeva coltivare. Le ortiche avevano trovato casa fuori del cancello e infestavano il prato incolto e selvaggio.
“ho sentito dire che il genitore maschio ha bisogno di condividere( il letto) con il genitore femmina per crescere un figlio”
Pensava e pensava e la testa non era mai ferma. Sapeva sempre dove approdare, non era prigioniera del vento che tirava dal mare e infuriava matto da legare.
“Questa cosa è successa un mese fa circa e un mese fa io, ero ancora Olga. Un mese fa avevo venticinque anni in meno. Oggi sono una trentasettenne in fuga da quattro bambini con i pantaloni corti,con i moccoli che scendono dal naso e il sangue virginale sulla bocca”.
A Dominique non avevano lasciato nessuna scelta se non quella dei ricordi da dimenticare.
Voce fuori campo
Sono bravi bambini senza riviste pornografiche sotto il letto (avrebbero detto le madri) quella portava troppo spesso la minigonna e i pantaloni a vita bassa.
"Portare l’obbiettivo sull’ombelico: lo voglio in primo piano!"
Esterni.
Dominique scambiò uno sguardo di sfuggita con un coniglio nascosto dietro il cespuglio.
Non era mai stata diffidente e portava sempre vestiti ben stirati.
Spesso non aveva nessun argomento interessante per chiacchierare con le pareti della sua stanza; però aveva una madre che lavorava otto ore al giorno, cinque giorni su sette, che aveva un fidanzato nuovo con cui parlare e fare altro.
Il coniglio aveva negli occhi la sua stessa diffidenza e i minuti in cui si parlarono svanirono nel salto spaventato tra i ciuffi d’erba ancora verdi.
“Non voglio pensare ad Olga. Ha paura di tutto lei”.
Inquadratura sul passato.
Punto di vista fermo. Dopo adatteremo la pellicola la faremo aderire
Non voglio errori sulla continuità. Interni
Olga avrebbe voluto un cane oppure un gatto; si sarebbe accontentata perfino di una tartaruga pur di avere qualcuno in casa a farle compagnia. Sempre sola Olga. Anche a scuola già dalla seconda elementare ci andava sola. Non c’era nessuno che accompagnasse Olga e quel pezzo di strada lungo quanto un filone di pane le sembrava interminabile e aveva paura. Si sentiva braccare dall’asfalto e correva. Olga correva sempre. Olga saltava i marciapiedi ad occhi bassi, Dominique invece poteva fissare il sole fino a farsi bruciare gli occhi.
I pensieri fluttuavano nella testa e le cose venivano a galla lentamente.
“La mia vera madre, non mi è mai stata di grande aiuto. Di lei ricordo soltanto che leggeva in silenzio sulla poltrona girevole e scriveva un diario che non ho mai letto. Io giocavo su un tappeto di cotone giallo (da cui saltavano fuori animali, case e prati cuciti sulla stoffa), a spogliare le bambole. Ero molto piccola, quando vidi la lapide con la foto di mia madre ed ero piccola, quando vidi mio padre piangere, mentre guidava. Non capivo perché stesse piangendo a dirotto. Capii solo che dovevo stare in silenzio. Neppure mia madre aveva mai pianto eppure sapevo che aveva molto dolore”.
Il volto di Dominique si riempì di tutte quelle lacrime che non aveva versato il giorno che le dissero che sua madre era andata via, che era diventata una stella.
E non pianse neppure, quando suo padre portò a casa l’altra madre.
“La mia seconda madre arrivò una sera in cui il mare era calmo e solo due nuvole correvano dalla parte del mare. Erano nuvole rotonde coi bordi sfumati e lentamente sparivano nel posto dove il mare si confondeva con il cielo e cambiando forma, svanivano per dar posto ad altre nuvole più scure che arrivavano dal monte alto. Lei mi prese in braccio sollevandomi da terra e mi baciò tante di quelle volte che persi il conto. Mio padre mi fece lavare i denti dopo cena ed io sentivo ancora la sua saliva sulle guance.
Quella notte un terribile temporale diede inizio alla fine dei silenzi in casa.
Da quella notte lei si stabilì nella nostra casa. Anche ora che mio padre è andato via facendo scricchiolare la ghiaia del vialetto con le ruote della macchina e ha un nuovo fidanzato, continua a vivere nella casa giù in costiera. Abitava con me fino al giorno in cui i bambini mi portarono via dalla città.”
Dissolvenza in nero.
Assolvenza. Si ricomincia.
Cambio di scena.
L’obiettivo sul fiume e la lunga passeggiata sui sassi mi riportarono indietro nel tempo.
Pensai a cose ormai sopite, dure come rocce e secche come quel fiume. Assente.
“Questa lunga camminata, con cui frugo lo sforzo che fa il cielo a mantenersi limpido e sereno e tutto questo sudore che mi sta colando addosso.
Vorrei solo ritrovare la strada devastata quella che dallo stradone mi riporta a casa”
Fu solo il guizzo di un ricordo.
Sequenza. Successione. Colonna sonora.
Su un lungo pomeriggio nei cessi della scuola quando ancora Dominique non esisteva ed Olga, saltellava attraversando la grande luce verde del semaforo.
Il sole stava diventando pallido e il giorno si stava involgendo nell’attesa di porre fine a quell’orrore.
Quando Olga uscì in strada era buio e le insegne erano tutte illuminate.
Nell’oscurità dozzine di auto sfrecciavano veloci sul lungo viale che la bimba, ora donna, percorreva a testa bassa con le spalle chine e lo sguardo inebetito.
Vedeva i cartelli stradali sfuocati in primo piano.
Gli occhi del semaforo sputavano velocemente i colori, troppo velocemente per distinguerli con sicurezza.
Verde-rosso-arancio-rosso-verde-arancio-rosso-
col verde passo, col rosso mi fermo, con l’arancio corro; col rosso attraverso corro e torno a casa. Di corsa tra le macchine che sbraitavano a sessanta all’ora schivandola. Sentiva tutte le imprecazioni addosso e nessuno conosceva la grande bestemmia di marzo.
La città le scivolava in primo piano tra le dita e inevitabilmente doveva aspettare che la notte copiasse in carta carbone il suo dolore.
Una lunga carrellata in sequenza di inquadrature a tutto campo sulla fuga di Olga che lascia in dissolvenza incrociata la città.
La macchina da presa si sposta verso il portone della scuola e ci porta indietro di due ore. Un cambio improvviso d’immagine nello spazio-tempo e un cambio repentino di luogo in fusione totale col nero dell’animo di Olga.
Un viaggio di rientro all’indietro. Un buon montaggio avrebbe reso bene il passaggio dal presente al passato.
Interni.
Quel pomeriggio Olga uscì dalla classe per andare in bagno e non sapeva che c’erano cento passi tra la terza B e i gabinetti.
Cento passi tra la porta e il patibolo e un solo passo dalla forca.
Abile alterazione tra realtà e illusione.
Il patibolo aveva piastrelle bianche, una dozzina di vespasiani in fila indiana e luci impiccate al soffitto come cadaveri. Il vento le faceva oscillare piano e le luci dondolavano nell’aria come pendagli di uomini appesi sui rami nudi dell’inverno pieno.
“Luigi, mi aveva bendato gli occhi con la mano attenuando perfino l’odore acre della varechina con cui avevano disinfettato e ripulito i cessi”.
Il corpo di Dominique ha spalle diritte. Ascolta.
Olga è piegata sulle ginocchia, le mani sulla faccia. Racconta.
“Non mi legarono la corda al collo. Non erano in quattro gli uomini che mi tenevano ferma ed immobile sul bianco e liscio ghiaccio della parete”.
L’odore era sempre più pungente e la paura gelava le gambe.
Ghiaccio sulla neve.
Piastrelle su spalle seminude.
“Andrea, mi stava legando i polsi e il tempo non spazzava il mio terrore imbavagliato ”.
Olga leggeva le scritte sui muri. Indifferenza.
In fondo al corridoio il rumore delle telecamere dava vita all’amaro copione della sua vita.
Voleva negarsi alla pellicola per quello spettacolo dal vivo del suo supplizio; voleva che abbassassero le luci su quella messinscena di un delitto realizzato in bianco e nero.
Ultimo ciack.
In un attimo si confusero mattino, pomeriggio e sera.
Si allargava l’ematoma diffondendosi dappertutto.
"Carlo, mi sfilò la gonna, mentre gli altri mi tenevano ferma; poi la piegò e la posò dolcemente sul lavandino."
La gonna di Olga sembrava stirata di fresco quando gli inquirenti la ritrovarono.
“Marco, mi strappò le mutande ridendo e mi faceva volare nell’aria divertendosi un mondo. Non so ancora perché si divertisse tanto”.
Gli slip di Olga furono ritrovati dall’inserviente che svuotava i cestini della carta della terza A.
“Avevo tanta paura, quando mi allargarono le gambe e a turno entrarono in me. Erano vergini come me. Non mi picchiarono. In tre mi tennero ferma e non mi picchiarono mai.”.
Quei proiettori li voglio puntati sulla facciata della scuola.
All’appello mancarono quattro bambini e una bambina, nessuno seppe mai dov’erano spariti.
Alcuni mesi dopo un investigatore trovò il corpo di Olga che pendeva da una quercia. Nessuna traccia di Marco, Luca, Carlo e Luigi.
Un fiume d’inchiostro scorreva attraversando i pali elettrici che avrebbero illuminato la città e i titoli di coda.
Nessun passaggio di montaggio. Ultima inquadratura.
Sul manifesto Dominique assaporava la sua vendetta.
No!
Non è bello, questo.
Svanito e fiacco
l’occhio non distingue
e vacilla, e vacilli
cercando l’immersione nel silenzio
come se potesse curare
(o piuttosto purgare?).
Vivi di negazioni,
rifugi e pareti affrescate,
i mobili ben tagliati e adorni
per i vassoi di Limoges
e i bicchieri di cristallo
e le posate d’argento,
e per la nebbia che offusca
e stordisce e rapisce.
Non è il bello, questo:
no.
( un piccolo racconto, per michele e per me)
30-40 anni fa si poteva sentire spesso questa frase in giro per pomigliano d'arco. l'alenia,l'alitalia,la fiat,l'alfa sud avevano aperto da una ventina d'anni grandi capannoni e c'era molta richiesta di lavoro.
i giovani pomiglianesi, finito l'avviamento,( qualche anno dopo l'itis), venivano chiamati direttamente dalle aziende.
prima un operaio era una sicurezza, mussolini costruì interi quartieri qui a pomigliano( forse una delle poche cose buone che fece, ma chi sono io per dirlo?), per tutta questa massa di lavoratori. erano casermoni, ma gli affitti erano irrisori e la gente si accontentava. un lavoro sicuro, una casa per la vita, e alla "fatica" ci potevi andare in bicicletta.
così molte giovani pomiglianesi si sposavano con molti giovani operai, dando origine a quella che sarebbe divenuta poi questa fottuta città.
non credete a coloro che dicono
"questa era una zona agricola"
le fabbriche erano grandi e le più tecnologiche del meridione.
furono anche bombardate, perchè si mormorava che ci costruissero carriarmati. prima c'era anche un piccolo aereoporto distrutto durante la seocnda guerra mondiale.
questo era pomigliano e questi i suoi operai.
oggi la situazione è cambiata. i posti di lavoro sono diminuiti, si cerca sempre di più personale specializzato e la figura dell'operaio è caduta.
ora fa paura dire operaio, come fosse una bestemmia. le madri non dicono più alle proprie figlie di sposarli.
indubbiamente vivendo qui ho molti amici che sono operai.
" nico, qui si gudagna quello che si guadagnava 30 anni fa, lo stipendio è lo stesso rapportato al passare degli anni"
e quindi non si ha più quella tranquillità economica di un tempo. le case di mussolini ci sono ancora, ma hanno raggiunto prezzi improponibili.
vedete conosco questi operai che si sono stancati di andare in giro col pugno alzato( "tanto non cambia ninete. scioperi, cassa integrazione e ne assumono altri e così dicendo"). operai che ora non parlano più pomiglianese, ma giapponese, torinese. anche dario fo viene spesso qui a pomigliano, con la moglie. danno sollievo, danno voce a chi la voce non c'è l'ha. poi però se ne vanno, e devono subire tutto i senzavoce.
operai sognatori, scrittori e musicisti( ricordo gli zezi).
e mi rende triste sapete?
ogni votla che prendo la vesuviana e osservo questi immensi parcheggi,ricordo quello che mi diceva mia nonna.
" ai miei tempi le madri dicevano alle proprie figlie..."
a forza di colpi si spezza l'asse
del vivere ai crocevia
credendomi donna con occhi di mosca
che storna annega negli avanzi del sidro.
mesi d'aria inghiottiti
a gonfiare il collo con calligrafia bianca
evocando il modello di ciò che s(')offro.
farò d'ogni radice un pungolo di lingua
magra alle consuete forme:
è nell'orto di novembre
che spicca il colore dell'ultima zigna.
26 settembre 2007
Deserti di luci
in case lontane.
Volteggiano
gli echi del vento:
osceni.
Un misero reietto
dal paltò svolazzante
indugia
la follia della bora:
ubriaca.
Giornali spiegazzati.
Barattoli schiacciati.
Escrementi di randagi.
Interpretati.
Bevuti.
Defecati.
Coprono l'ultima panchina
ancora illuminata.
Impudicamente
scruta Selene seduta sul legno.
Solitaria
nello sfumar di luna
ancora opalescente;
si aggira annebbiandolo.
Si trattiene
in compagnia dell'ultimo refolo
dell'ultima finestra ancora sveglia
sbandierando il telo che spegne il lume.
Morire
nel rumore dell'ultima osteria ancora aperta.
Ancora vento.
Ancora strada.
Ancora vetri in frammenti.
Ancora bottiglie in piedi.
Sui quadretti rossi e verdi
la tovaglia regge la sembianza.
Nel profondo
l'attaccapanni accoglie lo straccio di un pastrano.
Resta solo la nenia
di un violino gitano.
poesia estratta dalla silloge: Se si mutasse il verso 24-10-2004
Divani / panchine
È fuggito quel vecchio tempo di quando eri bambino. Sognavi di fare il poliziotto, allora. Nessuno ti avrebbe tolto dalla mente la convinzione che avresti salvato il mondo. Il giorno dopo volevi fare il giudice. Sbattevi i pugni sul tavolo e dicevi: “silenzio o faccio sgombrare l’aula!”, ridendo soddisfatto del potere che avresti avuto, del fatto che tutti sarebbero balzati in piedi quando qualcuno avrebbe detto: “Silenzio, entra la corte!”. I grandi ti guardavano inteneriti e tu cercavi e trovavi nei loro sguardi la forza che serviva al tuo sogno per sopravvivere. Il giorno dopo ancora, quegli occhi pazienti erano lì a dare forza ad altri tuoi sogni. Sei stato anche architetto, un periodo, quando le costruzioni dei “lego” ti assorbivano ogni energia ed eri certo di costruirli tu, quei palazzi più belli di quelli che già allora non sopportavi, nella tua piccola città. Altre volte ti improvvisavi cantante lirico, “gorgheggiando” parole col tempo sempre meno intonate. La matematica è quasi sempre stata un tuo terrore, che tuo padre cercava di sciupare in te con “Il mago dei numeri”. Il libro fu bello ma il terrore resto lì senza sciuparsi nemmeno un po’. I modellini di macchine ti circondavano, ancora oggi li rincorri e non smetti di comprarli, prima per gioco, ora per collezione. La collezione è più ricca ora, “consapevole”: il tempo è passato. Fino a pochi giorni fa eri ancora indeciso se fare il giudice o il professore, lo so che stai per dire, che almeno hai scartato l’architetto e il cantante lirico. In effetti, non ti ci vedo né intravedo, troppo impreciso per il primo, troppo stonato per l’altro. Il salone della vecchia casa di tua nonna era gigante, ora è grande ma un po’ più piccolo, come un po’ più piccolo eri tu quando lei morì. Solo ora ti rendi conto delle cose che avresti potuto chiederle allora. Forse non avresti potuto, potresti adesso se lei fosse qui. Non credo tu sia poi troppo diverso da come sei sempre stato. Eri pigro anche da piccolo, alla vista di una panchina annunciavi a tutti entusiasmato che c’era un divano su cui sedersi. Oggi la tua resistenza ai divani/panchine è ancora minima. Non sei mai stato uno sportivo e non credo lo sarai. Forse ti sto solo dicendo un mucchio di ovvietà, ora che ti sembra si sia alzato un muro tra come eri e come sei. Senti come se non fosse rimasto nulla del mondo, della vita di prima, più bella di come è adesso e la cui immagine è avvolta da un’immensa nostalgia. È rimasto qualcosa, forse tutto. Indossa solo vestiti diversi, questo tutto che ha inciampato più spesso di quando eri bambino, che pian piano ti svela cose che non ti aspettavi o ti aspettavi migliori. Alcune cose, alcuni incontri con degli esseri umani non te li immaginavi nemmeno. Non è tragica come sembra o come sembra a te. È solo questo tempo, il famoso futuro che ti divertivi a aspettare e che poi ti ha deluso un po’, proiettandoti in un altro futuro. Non ho fatto altro che parlare di me, per l’ennesima volta. Questa formula del “tu generico” può essere una vera fregatura a volte. Illudi l’interlocutore di identificarti con lui ma lo usi solo come uno specchio in cu guardarti. Spero di ascoltarti, di lasciar specchiare te, la prossima volta. Lo farei anche stasera se non avessi sonno e le chiamate dal telefono fisso al cellulare non costassero così tanto. 'Notte.
Il vecchio aspettava silenzioso e immobile vicino ad un camioncino sgangherato con i parafanghi arrugginiti e non riusciva a fare a meno di tenere gli occhi cisposi incollati al liquido orizzonte.
Il sole era alto nel cielo, era mezzogiorno, ma il vecchio non faceva caso nè al tempo nè al calore di quel giorno. Stava aspettando suo figlio e questa attesa occupava tutti i suoi pensieri.
Il capostazione, chiuso nel suo gabbiotto, lo osservava e tamburellava con le dita sul tavolo. Non era la prima volta che il vecchio si fermava ai bordi della stazione e aspettava immobile per ore.
Quasi ogni giorno da circa quindici anni. Dall’anno della grande siccità , l’anno preciso in cui suo figlio era partito per il nord per diventare medico.
Il vecchio ostinato si rigirava tra le dita l’orlo del cappello di paglia bucherellato e logoro e continuava ad aspettare il treno che ogni giorno arrivava senza suo figlio. Non voleva morire senza rivederlo. Non era giusto.
Continuando a fissare l’orizzonte, che il calore rendeva simile ad una gigantesca massa gelatinosa e iridescente, ad un tratto gli parve di scorgere qualcosa.
Un punto nero.
Forse colui che ascolta le preghiere nel più alto dei cieli e osserva i fatti di questo piccolo mondo si era ricordato di lui.
Il puntino nero divenne sempre più grande e dopo udì un rumore. Il sibilo di una locomotiva.
Il vecchio cercando di non piangere si rimise il cappello in testa e assunse un’aria severa. Sebbene fosse molto fiero di suo figlio, la lontananza aveva creato un senso di estraneità che traspariva anche dalle lettere che ogni tanto si inviavano, ogni volta più generiche ed anonime. Lettere di circostanza.
Il vecchio comunque aveva deciso di fare come se quei quindici anni non fossero passati, non era facile ma la sua cocciutaggine era più forte del buon senso.
Il treno ormai era completamente visibile, con la sua carcassa nera e il fumo del fumaiolo e il rumore della locomotiva si disperdeva nel silenzio di quella campagna assolata. In lontananza un venditore di fragole aspettava accanto al suo furgone sulla strada.
Il treno si fermò e il vecchio si sforzò di stare in equilibrio con gli occhi incollati sugli sportelli che si aprivano come le ali dei mosconi.
Scese della gente: contadini con sporte, casse, gabbie di galline, una donna con un canestro di oche.
Poi lo vide. Alto, serio con un aspetto imponente e dignitoso. Un uomo arrivato di città. Uno sconosciuto. Con la camicia inamidata. Un perfetto medico.
Il vecchio inghiottì la saliva e attese.
Il figlio cercò di sorridere e gli si avvicinò per abbracciarlo. Prima posò a terra la valigia costosa ed elegante e poi si asciugò la fronte con un fazzoletto.
Il vecchio prese la valigia e gli indicò il camioncino.
“Guida tu “disse con ruvida naturalezza. Era davvero come se il tempo non fosse mai passato. Quindici anni sparirono come un battito di ciglia e il medico annuì mettendosi al volante.
Il treno alle loro spalle, mentre si avvicinavano alla strada sterrata, si rimise in moto e sparì rifacendo il percorso dell’arrivo.

Perchè questa donna cena da sola?
Si è incipriata il naso tre volte
scivolando in foreste lontane
che soffiano l'urlo
dello sciacallo al chiaro di luna.
Sulle spalle un drappo che brucia
il lampo di una lama che cade
prima di raggiungere il mare:
schegge d'ossa, un petalo azzurro, una quercia
che il ghiaccio trascina.
Mi ero persino dimenticato di aver mandato il mio libro a quelli di LeggendoScrivendo per recensirlo... ma dopo qualche mese ecco che loro, che al contrario non si erano dimenticati, mi segnalano questa recensione. Forse la più attenta ed "esatta" che mi sia stata fatta finora.
TOPO ORESTE E LA GRANDE CITTA'
Pesce Nicola Editore, pagg. 68, Euro 12
http://www.toporeste.4000.it/
Rispettabile incursione di un autore esordiente nel difficile mondo della narrativa per ragazzi. Incursione in gran parte riuscita, è bene dirlo subito, perchè il libro presenta alcune caratteristiche basilari del genere. Innanzitutto, il protagonista è perfetto: Topo Oreste è piccolo, fragile, saggio, leale, disinteressato, ma vincente. In secondo luogo, il romanzo ha la giusta lunghezza e la giusta prevedibilità: sì, ho detto proprio prevedibilità che qui è un pregio perchè i piccoli lettori vogliono avere esattamente quello che si aspettano, fremono dall'impazienza di scoprire quello che già immaginano o addirittura già sanno.
Il giovane autore (classe 1975) tutto questo lo ha compreso, e ha lasciato ammirevolmente da parte tutti i miti degli esordienti, dedicandosi al suo obiettivo: narrare una fiaba a dei bambini.
E ci riesce: scrive una favola ben calibrata in cui entrano però i temi del nostro reale: la voglia di giustizia, l'emarginazione, la paura della diversità e il suo superamento. Sono convinta che chi la leggerà ai figli, lo farà volentieri. Magari in alcuni punti il linguaggio è un po' troppo complesso, ma è un difetto che - forte dell'esperienza accumulata negli oltre dieci anni in cui ho letto libri ai miei figli - definirei marginale.
Lilli Luini

Bando della Edizione 2008
Scadenza : 6 gennaio 2008
Regole di partecipazione
Il concorso è riservato a giovani fino ai 30 anni di età.
La partecipazione è gratuita.
Si partecipa inviando una sola poesia inedita (Maximum 50 versi).
Il concorso è tematico. Il Tema dell' Edizione 2008 è:
"Voci e Silenzio"
Le poesie possono essere inviate nella lingua originale dei concorrenti purché accompagnate da una traduzione in lingua inglese e/o italiana. Per le poesie scritte in lingua italiana è gradita, ma non obbligatoria, la traduzione in inglese.
Una giuria internazionale composta da poeti e critici esperti in molte lingue, valuterà le poesie per quanto possibile nelle lingue originali.
Le poesie devono pervenire entro il 6 gennaio 2008.
Possono essere inviate:
a) per posta elettronica all’indirizzo valera@units.it .
Il messaggio di posta elettronica deve contenere il modulo di partecipazione e le dichiarazioni debitamente compilati:
Modulo di partecipazione
Nome
Cognome
Data di nascita
Via
Numero civico
CAP
Città Provincia
Telefono
Posta elettronica
Nazionalità
Titolo della poesia
Dichiarazioni:
Dichiaro che la poesia …(titolo della poesia)……. con cui partecipo al concorso internazionale “Castello di Duino” - seconda edizione è mia opera originale, inedita e non è mai stata premiata.
Acconsento alla sua eventuale pubblicazione o presentazione in pubblico.
Dichiaro di non essere/di essere (scegliere l'opzione corretta) iscritto alla SIAE o altra società analoga per la tutela dei diritti d’autore.
Si prega di inviare la poesia come allegato in formato word o rtf .L'invio in un diverso formato può essere causa di esclusione dal concorso
b) oppure per posta normale : inviando a Gabriella Valera Gruber, Via Matteotti 21 I- 34138 Trieste. I dati anagrafici dell’autore vanno dichiarati nel modulo di partecipazione (vedi sopra) debitamente compilato e firmato.
Fa fede il timbro postale di invio, ma nessun testo potrà più essere accettato dal momento in cui la giuria avrà cominciato il lavoro di selezione.
Le poesie vengono consegnate alla giuria senza i dati anagrafici degli autori in modo da garantire una valutazione imparziale.
Premi:
Primo, secondo, e terzo premio di € 500 ciascuno.
Il Concorso fa parte delle attività promosse dall'Associazione "Poesia e Solidarietà" ed è legato a progetti umanitari.I vincitori devono sono obbligati ad assegnare una parte del premio (€200) ad uno scopo umanitario di loro scelta preferibilmente nell’ambito del loro paese di origine.
Le poesie premiate e segnalate dalla giuria vengono pubblicate in edizione bilingue (italiano ed inglese) da “Ibiskos Editrice Risolo” (Empoli, Italy) (Sponsor del concorso). Sono inoltre registrate nelle loro lingue originali su CD. Il ricavatodelle vendite del libro viene devoluto alla Fondazione Luchetta-Ota-D’Angelo Hrovatin per i bambini vittime della guerra www.fondazioneluchetta.org .
Segnalazioni speciali e premi minori sono attribuiti alle migliori poesie fra i giovani con età inferiore ai 16 anni che non siano entrati nella rosa dei vincitori e dei segnalati per la pubblicazione.
Scuole
Gli insegnanti possono partecipare inviando gli elaborati della classe o il frutto della collaborazione fra più classi. Questi elaborati vengono presi in esame come un prodotto collettivo. Alle tre scuole migliori viene conferita una particolare segnalazione.
A tutti gli insegnanti e a tutte le classi viene inviato un attestato di partecipazione
Le scuole devono inviare gli elaborati per posta in triplice copia a: Gabriella Valera, Via Matteotti 21, 34138 Trieste indicando i seguenti dati:
Scuola Classe Indirizzo completo della Scuola (Via, Numero civico, Città, Provincia, Cap) Telefono della scuola Fax della scuola Posta elettronica della scuola Docente responsabile (Nome e Cognome) Recapito telefonico e posta elettronica del docente.
Gradito è l'invio degli stessi materiali anche per posta elettronica a valera@units.it.
Le graduatoria dei vincitori e dei finalisti verrà pubblicata nel sito del concorso www.castellodiduinopoesia.it.
Ai vincitori e finalisti verrà data notizia per posta elettronica, per telefono o per posta normale.
La cerimonia di premiazione si svolgerà il 9 marzo 2008 nel Castello di Duino.
A premiazione avvenuta le poesie di tutti i partecipanti che lo desiderano potranno essere pubblicate gratuitamente nella pagina “Archivio” del sito del concorso, nella loro lingua originale, o nella traduzione inviata dall’autore stesso.
La partecipazione al concorso implica l’accettazione delle regole indicate in questo bando e la compilazione del modulo di partecipazione.
I partecipanti acconsentono alla utilizzazione dei loro dati personali per le esigenze di svolgimento del concorso e per la pubblicazione in conformità con quanto prescritto dalla legge n. 675/96 e possono richiedere in ogni momento di cancellare i loro dati dal nostro database elettronico.
Informazioni: G. Valera Gruber, Via Matteotti 21, 34138 Trieste (Italy); Valera@units.it Tel. 040 638787
http://www.castellodiduinopoesia.it/