
Ieri hanno ammazzato Peppino Marotto, pochi giorni or sono Benazir Bhutto
e qualche decina di anonimi pakistani. Come vedi mi tengo informato e annoto
con meticolosa cura fatti ed eventi e trascrivo nel freddo le musiche bianche
distorte dall’aria. Ho pure acceso il fuoco e preparato qualcosa per pranzo.
Come vedi sopravvivo anche se il sonno mi tortura e le ore battute dal campanile
segmentano l’esistenza. Ho incelofanato i crisantemi per gli operai morti a Torino,
li ho mandati tramite corriere, eppure sento un vago senso di colpa negli arti
e aleggia nell’aria un nauseabondo odore di carne bruciata. Carne umana!
Non voglio che tu pensi al ricatto delle parole – potessi tacerei per sempre – bensì
al gioco che troppo avanti si è spinto: nutrirsi di se stessi non è pasto
consono alla nostra caratura morale, né consumarsi come suole di gomma
in inganni diventati quotidiani, né il sillabario consunto consente sguardi
mattinali. Ogni distanza – ed è infinita la nostra – può essere colmata
dal solo singulto del tempo e dalla profondità del vuoto, ma questo non è,
almeno al momento, argomento di conto alcuno, è bassa statistica ad uso
del malessere interno. Cantava di Pratobello Marotto e da anni l’avevo
scordato: la morte me lo ha reso di nuovo vivo e a Pratobello deve essere finito
qualcosa di me, qualcosa era già finito a Portella della Ginestra anni prima
ed altri lacerti in qualche macina o pressa o fonderia. Era bello ascoltare
quel canto slavo che parlava di amore, morte e libertà! Era un ballo,
credo, di qualche musico anonimo e le donne ruotavano sudate nell’estate
coi seni forti e il viso madido e c’era forse un fuoco e un vecchio senza denti
che beveva slivovica battendo a tempo la mano sulla gamba destra…
Hai visto come scannano i cuccioli di foca? Il loro dolore ti scalda le spalle
con echi di lamenti e cacciatori insanguinati che ti frugano il corpo sono con te
quando con maliziosa nonchalance lasci respirare il seno bianco appare
quel collier di coproliti e quel sudore negro di diamanti che frangono
la luce in un capriccio caleidoscopico. Devi esserne fiera se da lontano
catturi il furore erotico dei maschi della tua specie e nella danza ridi
in risoluzioni mentali che danno lustro al pensiero occidentale. Ma vedi,
non so perché, sarà forse per la giornata che volge al termine o per il freddo
che stringe le tempie o per il miagolio fumoso del fuoco o per le stonate
baldorie di festa, sento più dolore per i proiettili nel corpo di Peppino
Marotto, per i corpi piagati del mondo che per l’assenza della tua danza.
Inedito
Enrico Cerquiglini
Ho letto questo libro commovente e c'è una "lettera" di De luca.
dal libro: Lettere fraterne, Erri De Luca - Izet Sarajlic', Libreria Dante & Descartes, 2007
Onore ai poeti che aiutano a vivere
Quando c'è poco tempo e bussano alla porta, battono la città con artiglieria, quando brucia, quando sei solo in un letto d'ospedale, quando arrivi troppo tardi, quando ti mancano le parole e il fiato è certo, allora la poesia, una, prende il tuo posto, prende la tua mano che non ci arriva: e arriva.
Negl assedi, nelle prigioni, nelle cantine su pezzi di carta di fortuna si scrivono poesie. Il partigiano jugoslavo Ante Zemljar ne scriveva durante la guerra in montagna contro i nazifascisti. Le scriveva su quaderno. In sua assenza i compagni lo trovarono e con la carta fecero sigarette. Non c'era molto per fumare e Ante sa che anche così le sue poesie hanno avuto respiro. Il partigiano Zemljar dopo la guerra vinta ha fatto cinque anni di prigionia nella colonia penale di Tito, Goli Otok, Isola Nuda. Anche lì scriveva poesie con un pezzetto di carbone nell'unghia su pezzi di cartone, di nascosto. Nel ghetto di Lodz nel 1943 Isaia Spiegel scriveva nel suo yiddish braccato: "il mio corpo è un pane / calato in un calice di sangue".
Scusate amici, non sto parlando di Leopardi e Virgilio, entrambi napoletani terminali, non sto facendo onore alla poesia. Parlo di dove essa è all'improvviso indispensabile. Parlo di dove è urgente anche se in quel momento il poeta è muto e non riesce a scrivere nenanche il suo nome sulla porta di casa. Il mio amico Izet Sarajlic' scriveva in Sarajevo versi da tutti ripetuti a mente perchè laggiù le poesie stanno sul davanzale delle labbra.
Ecco, Izet durante gli anni dell'assedio scrive poco,non fa più il poeta. Cosa fa? Sta lì, vive con la città scassata, condivide la fame, le code per l'acqua, per il pane. Non profitta di inviti a emigrare. Sta lì, quella è la sua poesia tra i suoi concittadini, e scalda uguale.
Un poeta è responsabile del dolore come della gioia.


Leofranc Holford-Strevens
Storia del tempo
Codice, 2007, pp. 163, € 11
Sulle pareti di ogni casa due oggetti comunissimi scandiscono il ritmo della nostra vita. Un calendario e un orologio. Vi siete mai fermati a pensare a cosa c'è dietro la loro invenzione? Quali calcoli, ragionamenti e approssimazioni stanno alle spalle dell'esigenza tutta umana di "imbrigliare" il tempo?
Ora sei nel tuo regno, nel luogo dove puoi dare il via alle più delicate fantasie. Pie illusioni.