
Cara...dopo di te il rosso non è più rosso, l'azzurro del cielo non è più azzurro, gli alberi non sono più verdi, dopo di te devo cercare i colori dentro la nostalgia che ho di noi.
Dopo di te rimpiango persino il dolore che ci faceva timidi e clandestini.
Rimpiango le attese, le rinicie, i messaggi cifrati e i nostri sguardi rubati in mezzo ad un mondo di ciechi che non volevano vedere, perchè se avessero visto saremmo stati la loro vergogna, il loro odio, la loro crudeltà.
Rimpiango ancora il coraggio di non averti chiesto perdono, perdono del mio amore, per questo non posso più guardare dentro la tua finestra.
Era lì che ti vedevo sempre, quando ancora non sapevo il tuo nome e tu sognavi un mondo migliore in cui non si può proibire ad un albero di essere albero e all'azzurro di diventare cielo.
Non so se questo è un mondo migliore, ora che nessuno mi chiama amore e tutti invece mi chiamano Alessandro.
Come posso dire che questo è un mondo migliore, come posso dirlo senza di te!
Alex
ps: www.leballatedellarealta.splinder.com
Auguri Michele!!!!!!!!!!

Dodici storie diverse per raccontare come, in un mondo che ci appare sempre più spesso sovraffollato, sia fin troppo facile ritrovarsi completamente soli, senza alcuna distinzione fra giovani e anziani, fra poveri e ricchi.
Solitudini materiali, ma anche morali, di persone all’apparenza ben collocate nella società che le circonda.
Solitudini a volte cercate, a volte anche subite e non sempre sconfitte, come malattie sottili, alle quali è assai difficile trovare una terapia, il cui esito del resto rimane spesso incerto.
Prospettiva Editrice - Civitavecchia, Marzo 2008 pp. 90
Collana I Ridotti Interrete
ISBN 978-88-7418-474-3
€ 10,00


LUCIANNA ARGENTINO e ROBERTO MATARAZZO: SINERGIA
Da una doppia lettura di Poesia dell’Amica romana Lucianna Argentino, una mia trasposizione timbrica circa i possibili sensi che la musicalità dei Suoi versi hanno esercitato sul mio spirito ideativo: letta una prima volta in lingua Ispanica, poi riletta in lingua Italiana, direi che il poetare di Lucianna ha spalancato universi da esplosione di colori circa il mio “fare”; con gratitudine verso
Lei sapeva del silenzio che sarebbe venuto poi
per questo gli chiedeva "abbassa la voce"
pensava che se le parole si fossero fatte
simili al silenzio la loro assenza sarebbe stata
più lieve, come un bisbigliare oltre una porta chiusa
o come qualcuno che senti muoversi nella stanza accanto.
"Cambia tono" diceva a lei lui che non capiva
e confuso rallentava il passo, cercava un riparo
da quell'estate improvvisa, dall'assalto dell'inatteso.
Ma fu in quella luce stinta che cominciò a sentire
che le cose a volte implodono senza implorare altro
e tornano in se stesse e stanno affini al silenzio.
Così cedette e abbassò la voce tanto che tacque.
Ella sabía del silencio que llegaría después
por esto le pedía que “bajara la voz”
pensaba que si las palabras se volvieran
parecidas al silencio su ausencia hubiera sido
más leve, como un bisbiseo detrás de una puerta cerrada
o el moverse de alguien oído en la habitación de al lado.
“Cambia de tono” le decía él que no entendía,
y confundido iba más despacio, buscaba un amparo
de ese verano repentino, del asalto de lo inesperado.
Pero fue en esa luz desteñida donde empezó a sentir
que las cosas a veces implotan, sin implorar nada más,
y vuelven en sí mismas estando afines al silencio.
Así cedió y bajó la voz tanto que se calló.
Il link per conoscere meglio Lucianna Argentino:
http://viadellebelledonne.wordpress.com/collaboratori/lucianna-argentino/
Ad un anno dalla morte del mio adorato fratello Sergio.

Dove si confondono i vivi con i morti
i pensieri aprono la palpebra del cieco
diventando mìmesi agli occhi spenti:
tu, vivo, nella luce obliqua di fine settembre
davanti all'ultima grinza della tovaglia
a inventare geometrie di un solstizio;
aggrappata alla voglia del tuo esistere
in questo tempo pregno di ossessioni,
Sergio, c'è un'ora in cui l'aria si ferma
ed io attraverso l'inverno
all'esalare della tua ombra
musica scomposta di alito che torna.
Sembra così facile, se ti suggeriscono di metterti a scrivere qualcosa di te, di quello che sei o di quello che vorresti essere: niente di più semplice che sedersi davanti alla tastiera del computer senza dover faticare per trovare un soggetto interessante, su cui costruire una storia che piaccia e avvinca un potenziale lettore.
E invece no, sono davvero sciocchezze, perché persino negli anni ormai lontani della scuola il tema più temuto e detestato era quello che poteva avere per titolo “descrivi te stessa”, perché non c’era cosa peggiore di quel doversi raccontare, sapendo che il prodotto dello sforzo sarebbe stato conosciuto e commentato da compagni e insegnanti: un incubo ricorrente per tutta la carriera scolastica, dalla scuola elementare fino agli esami di maturità.
Se avessi provato a scrivere una pagina così a vent’anni avrei espresso soltanto folli desideri, senza preoccuparmi neanche molto della loro fattibilità perché la vita da vivere mi appariva sterminata, ci sarebbe stato tempo per tutto.
A trent’anni i progetti sarebbero stati già più concreti, senza dimenticare qualche piccola trasgressione ma con una buona dose di realismo, e l’insopprimibile voglia di realizzare qualcosa di preciso.
A quaranta….alt, fermiamoci qui, perché è troppo noioso, e tutto sommato ormai privo d’interesse elencare le decadi già archiviate.
La vita trascorre troppo in fretta, e accade che, in un modo appena percettibile ma costante, progetti, speranze e desideri debbano adattarsi a convivere con i rimpianti, mentre l’archivio delle occasioni mancate o perdute per sempre occupa uno spazio sempre maggiore nella memoria.
Ha poco senso, ormai, voltarsi indietro a ricordare ciò che si sarebbe voluto diventare tanto tempo fa, se le circostanze della vita hanno cambiato progetti, modificato percorsi, imposto brusche svolte o inversioni di marcia rispetto a un cammino iniziale che si era immaginato del tutto differente.
Del resto i sogni non vengono affatto a mancare invecchiando, ma semplicemente si trasformano, come la pelle che cede il suo antico splendore per ospitare le prime rughe.
Allo stesso modo, perdono spesso importanza le incomprensioni, i rancori, e persino anche gli amori, perché in fondo si ha sempre meno bisogno di farsi accettare dagli altri, di piacere a qualsiasi costo agli uomini, ed è liberatorio sentirsi ugualmente in pace con se stesse anche se una mattina si esce di casa facendo a meno di usare il fondotinta o il mascara, lasciando nell’armadio i tacchi alti e i gioielli pretenziosi.
Ci si può dimenticare di dover apparire, di seguire le mode, di piacere ad ogni costo, per pensare di più a se stesse e un po’ meno agli altri, investendo in progetti che non avranno la luminosità azzardata e un po’ folle dei vent’anni ma potranno essere comunque positivi e rassicuranti.
Ci sapranno tenere compagnia, forse meglio degli uomini a cui tanto spesso abbiamo rimproverato di non averci amate o comprese abbastanza in gioventù….
(da AA.VV."Via Agra - Incontri, sogni e altre fatiche di donne" Giulio Perrone Editore, Roma, 2007)
L'uomo che aveva paura del tempo sapeva bene che non sarebbe riuscito a cancellarlo.
Tanto meno a dominarlo. A rallentarne la corsa.
Pensò, allora, che fosse assolutamente necessario stare sempre in guardia e organizzare una strenua difesa.
Perchè - era sicuro - il tempo congiurava contro di lui.
Lo percepiva ogni volta che lo specchio brizzolato gli restituiva il volto di una ruga.
Oppure quando, lo sguardo distolto da sé, scorgeva un nido dischiuso, che non gli apparteneva.
Allora, prima di tutto, si armò di quanto potesse tornargli utile nel caso di uno scontro corpo a corpo.
Poi, si mise a osservare attentamente i segni che il tempo lasciava qua e là.
Li contò. Li confrontò con le linee incise sul palmo delle proprie mani.
Quindi, li distribuì in bell’ordine lungo i due fili di un pallottoliere.
Con i suoi anni a fare da spartiacque.
Infine, con disappunto, prese nota del poco che sarebbe scomparso prima di lui.
Del troppo che sarebbe sopravvissuto.
In quell'istante gli fu chiaro il da farsi.
Rinchiudersi nella pausa che avrebbe frantumato il tempo, sostituendo la fretta con l'attesa.
Trasformare in un sogno, che non fosse desiderio né presagio, le parole e le emozioni, le aurore e i tramonti, il cielo e la notte, le onde e i boschi, il silenzio e i rumori, i numeri e le geometrie.
Il trasloco nel limbo rarefatto fu agevole e lieve. Impercettibile a occhio nudo.
Gli bastò schiacciare un interruttore, per spegnere ogni tensione.
Anche il vuoto si svuotò.
Così, come su una scacchiera, iniziarono a muoversi, in lento monologo, cose e persone: ombre dotate di un destino estraneo alla propria volontà.
A tutti vennero assegnati percorsi e canovacci a termine, materie e pensieri senza possibilità di scacco matto.
L'uomo che aveva paura del tempo non si è mai accorto che, intanto, come luci di un prisma, le sue pedine conducevano una duplice esistenza.
Quella che (non) è servita ai suoi scopi.
E l'anello di una catena resistente a ogni invenzione.
Copio e incollo un breve racconto, pubblicato su Sacripante e successivamente sul mio blog, qualche tempo fa.
Lo s-posto qui: mi piace sapere che abita anche gli scaffali di Michele.

Vi ricordate di Helyks? Quel ragazzo poco avvezzo ai mondi informatici che pubblicava qui i suoi racconti? È un po’ di tempo che si è cimentato nella scrittura di canzoni, forse solo piccole cose di un istante, come dice lui ma che potrete ascoltare, se lo vorrete, attraverso il suo space :

Ricciolo a ricciolo, volute di svolazzi
fra le barbe e i capelli quasi merletti,
una teoria di pieghe plissettate, minuetti
dove occhieggiano palpebre bistrate:
la lunga fila assira che risplende
di pietra bianca opaca
non fosse sul proscenio laterale
quel riflesso, le labbra nel sorriso
barracuda,
polvere e sangue sotto
dal’inizio e in ogni luogo.
La nostra società non verà giudicata solo da ciò che ha creato,
ma anche da ciò che ha rifiutato venisse distrutto.
Premio David Maria Turoldo
6° edizione - anno 2008
Regolamento per la partecipazione
qui
http://www.poiein.it/premi_letterari/Turoldo2008/aaabando.htm

la parola sparisce in punta alla corona
nascondeno il nome sulla pietra:
mai più nuovi sogni per le rotaie dei viali
per una bimba muta senza grazia
che corre a piedi scalzi al capitello
dove uno spazio tremola celeste
alla luce disperata di un lumimo
ad incendiare la veste dell'incoronata
come il fuoco s'accende sulla brina.

Viva la scuola. Maestro unico e grembiulino
A cura di Giorgio MORALE
sul blog "La Poesia e lo spirito"
Un confronto, una testimonianza di Franco Arminio,


r. matarazzo: Omaggio a Ersili Cacace
Da una lirica, che riporto sotto,in cui si avverte ill femminile_sentire di Ersilia Cacace, Donnamico e Poeta in bari, un mio foglio a lei dedicato:
VIOLATA
(poesia dedicata alle donne vittime di stupro in guerra)
Fragile sottana di anima e membra di carne
rapita, violata, ferita e annientata
di queste miserie sono il trofeo
e dove fosti
come radice di quercia
soliloquio sordo tra le mie gambe
ora lì giace il tuo seme
come la vita nel sudario.
