
oltre il balzo del frangiflutti
le conchiglie spiaggiate in massa
qualche raro passante
spezza
fra tappeti scrocchianti e macerie
la fanciulla stupita
con un'unghia di porcellana
sfiora scaglie
tu puoi romperle o carezzarle, questo è niente:
l'assassino già le ha trafitte, succhiate dai fori a cono
conoscono sventramenti e tempeste
lo sfinimento d’inverno, sferza d’acqua crudele
così è più dolce la fine, ora
lungo le inquiete correnti del mare –
un prato mormora a destra
ondeggiano fiori di sole
conchiglie sfatte
in ventagli svaniscono, spirali ellissi
cangianti in collo di tortora
stelle diventano, informi macchie
gioielli o grani di sabbia
folgorato dall'onda non vedo
il bianco go-fun giapponese
ma creature marine rugose
sognanti una pace imperfetta


quanto avrei conservato di te, quanto avrei tenuto te
con la tua lingua balbettante, mugugni quasi, come fossi down
e non camminare , non da sola, per le mani una bambina
coi capelli bianchi pesante senza più parole nè pensieri
(forse confusi, intrecciati come quando si agita una boule
e dentro ci sono nomi lettere cifre misteriose)
che ha bisogno di una madre (ero io, piccola magra senza forze,
ero io la tua nuova madre, e tu mia figlia, in uno scambio magico
miracoloso inverosimile) che ti raccontasse fiabe prima di dormire
come l’ultima notte, l’ultima prima che in silenzio piano piano
senza far rumore per non svegliarmi, te ne andasti via, madre mia
santa, madre mia.
Blumy
sono le cinque di un'anonima mattina. Siamo in quindici e stiamo aspettando da circa trenta minuti l'arrivo del solito camioncino. Fa freddo, battiamo tutti i piedi per terra, per non congelarci, per far scorrere un po' di sangue caldo nei nostri inutili corpi. Sembriamo tanti ballerini di tiptap, ma non ci stiamo divertendo. Sin sono creati alcuni gruppetti,ci siamo divisi in base alle nostre nazionalità. Italiani non c'è ne sono ed io mi sono aggregato ad un gruppo di arabi, mi han accolto volentieri tra loro, forse per il mio aspetto fisico mediorientale. Intorno c'è il nulla, o meglio, ci sono distese di piantagioni di pomodori, erbe officinali, e serre di plastica. Dalle piante si sprigiona un vapore fitto e basso, sembra nebbia che ricopre questa triste realtà. Siamo nei dintorni di aversa, anche se potremmo essere nelle risaie padane, poco cambia, il territorio è anonimo e indefinibile. Dal sentiero di terra battuta, in lontananza, si alza del pulviscolo, segno che il nostro “caporale” sta arrivando a caricarci. Non tutti stamattina avranno il lavoro, solo quelli più abili e più in forze. Io non rischio di certo la disoccupazione.
Il vecchio camioncino fiat si ferma a pochi metri dalla fila, scende solo il capo, mentre l'autista rimane al suo posto col motore acceso pronto a ripartire, il tempo qui è davvero denaro. I pomodori devono essere raccolti in fretta e poi portati ai mercati ortofrutticoli per poi esser venduti ai vari negozianti. Nessuno diventa ricco con questo lavoro, nemmeno il capo. Si tira avanti e questo basta. In questa “cooperativa” veniamo pagati a peso, quindi bisogna lavorare duramente, rompersi il culo e non temporeggiare. Due euro per ogni cassetta piena.
La “pienezza” della cassetta viene sempre decisa dal caporale, qui ognuno pensa a se, fa il suo gioco. Veniamo caricati in undici, gli altri rimangono a terra. Non sembrano tristi, più tardi tenteranno di lavorare come scaricatori al mercato, c'è sempre una seconda occasione per gente come noi.Una volta sul camioncino il capo urla di partire.
Il mezzo si ferma bruscamente, scendono entrambi gli uomini e sempre urlando ci impongono di scendere alla svelta, davanti a noi si estendono ettari ed ettari di piante di pomodori. Le cassette vuote sono già lì che ci aspettano. l'autista ci consegna una cassa a testa e poi urla “ AL LAVORO”.
Lentamente, senza fretta ognuno prende la sua posizione, la sua fila di piante ed inizia. Io mi son portato un pezzo di corda, da legarmi intorno alla vita e con la cima libera avvolgo un manico della cassetta, così che questa mi seguirà passo passo, come un fedele cagnolino che diventerà minuto dopo minuto sempre più pesante. Questo trucco me lo insegnò un vecchio marocchino, lui sapeva tutto della vita.
Lavoro da trenta minuti e ho le gambe che mi tremano e la schiena che scricchiola, forse morirò qui, concimando questa piantagione, e nessuno se ne accorgerà mai. Mi guardo intorno e scorgo gli altri piegati in avanti, intenti a lavorare. Sembriamo quegli uomini di colore che lavoravano nelle piantagioni di cotone qualche secolo fa negli stati sudisti della liberale America.
Ma la schiavitù non era stata abolita?
La prima cassetta è piena, la lascio qui, corro al camion e ne prendo un'altra, l'autista mi vede e mette un segno sul quaderno con la sua penna nera. Solo lavorando senza interruzioni si può sperare di guadagnare qualcosa. Qualche mio compare di sventura ha già abbandonato la sua postazione, il caldo inizia a farsi sentire, ha lasciato la sua cassa semivuota lì, come una boa a segnalare il suo passaggio.
Spengo la cicca sulla terra nera,col mio tallone. Guardo avanti a me e non riesco a scorgere nulla di definibile, solo altre fottute piante di pomodori.

MILANIA per Marco Saya
Quando ho letto il testo dell’Amico Marco Saya, Situazione temporanea della Edizioni format puntoacapo, sono rimasto impressionato da aspetti che, da sempre, mi coinvolgono rispetto al Sentire_Sinestetico delle Arti: Marco resta un Poeta_Musicista che sa trasmettere, dal suo mondo espressivo, sensazioni emozionanti che io ho recepito nel mio immaginario trasformandole in fogli timbrici; e se gli ex libris che ho ideato rispettano, sempre nella autonomia propria dei linguaggi espressivi, il possibile senso del suo scrivere, la imago “Milania, Marco Saya”, che qui presento, nasce da un fortissimo impatto che ho ricevuto leggendo il pezzo Milania, contenuto nella sua opera, brano vergato in prosa ma dalla cadenza tra il musicale e il poetico successivamente metamorfosato in colori nebulotici tra il passionale e la maestosità che i celi lombardi possiedono.
Citando il fraseggio di Marco: …come veramente sia Milania sotto questo confuso tappeto di segni non ci è dato sapere. … s’alza il cielo dove le nuvole si inseguono. Nelle forme che il caso e il vento regalano ad esse, l’uomo gioca a distinguerne i contorni… inseguo le forme scolpite che
erremme


anch’io sono stata la neve
ho sfiorato gli alberi con piccole mani,
le dita dei pini, gli abeti che fanno inverno e fanno Natale
sentivo che c’era un mistero oltre la sdraio della terrazza
o dentro il silenzio dei monti;
era in me o era mia madre lontana, giovane ancora,
caduta alla prima stazione -
sulla sua schiena la valigia o una croce
io, in bianco e nero, sorridente leggera come la neve
Blumy
Auguro a Tutti una Pasqua serena.
Pioviggine dai tanti sbiechi su quel primo chiodo
che ti ho infisso anch'io nel cielo verde di fiele.
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La croce è legno parallelo.
Tu sei Uno, mai o sempre ripetuto
nella lunga galleria di specchi,
il tuo vino semina prepotenti preghiere:
nella cinghia di cuoio ci sono troppi coltelli
con lame che tagliano ancora
il tuo Volto che palpita e vive di me
sullo spavento del cuore.
Festival dell’ Arte
E’ un Festival in cui
Uno spazio “intimamente pubblico” al piano terra dell’Archivio di Stato, in cui pittori e scultori esordienti si affiancano a nomi affermati e in cui ci si rivolge consapevolmente ed esplicitamente al pubblico con l’intenzione di attivare una partecipazione piena e personale.
Al primo piano eventi poetici letterari, insieme a due mostre fotografiche in cui i soggetti e l’uso del colore mostrano una forte connotazione emotiva.

Pensieri come lame d'acciaio
e
19 Fotogrammi poetici
di Elio Scarciglia
Durante la manifestazione saranno premiati i vincitori del concorso di pittura “Una scintilla che accende l’ universo”.
Ogni opera verrà esposta accanto alla poesia che l’ha suggerita.
Sensazioni emotive tradotte in parole, spazi ed immagini reinterpretate, tracce musicali diverse che creano seminari particolari, dove oltre alle varie espressione d’Arte si ricrea il clima che ha permesso la nascita di queste opere.
dal 18 al 24 Aprile 2009
Archivio di Stato
Cittadella della Cultura
Via Pietro Oreste, 45 - Bari
Orari Mostra:
Il secondo appuntamento con il concorso riguardante "I vizi capitali" aveva come tema "La lussuria", e i risultati sono nell'antologia che è stata presentata a Roma nella sede della Giulio Perrone Editore il 25 marzo. A seguire il mio racconto, che è stato pubblicato nel volume.

LINGERIE
La prima volta si era vergognato da morire.
Nemmeno Andrea, il suo migliore amico, l’unico col quale avesse potuto confidarsi perché si conoscevano dai tempi della scuola materna, e di idiozie insieme ne avevano combinate a sufficienza per potersi confessare ogni genere di stramberia senza pudore, stavolta aveva compreso del tutto quella sua inibizione, e si era fatto una gran risata.
“Ma Gianni, pensi davvero che le commesse di un negozio di biancheria intima femminile si scandalizzino se entra da loro un uomo a fare acquisti? Ma non sai quanti ci vanno a scegliere un regalo per la loro donna? Ehi, amico, datti una mossa, perché siamo nel ventunesimo secolo!”
Posso prendere il tuo animo?
Cucirlo di parole indolenti di forma
legarle con fili d’edera e provare
a spiegarti che nei tuoi occhi
non so trovare più poesia?
Ti chiedo scusa, poeta
lo prendo in prestito, quel tuo cuore,
lo spezzerò e durerà solo un istante
quel tonfo ridondante di dolore.
Poi mi adagerò al suolo,
Medea di questo Amore,
e mi farò come di notte la pioggia:
leggera e malinconica.

Immagine: Medea by Rebecca Parker, Deviantart