Terzo appuntamento con "i vizi capitali", e questa volta toccava all'ira, anche se è già in arrivo l'accidia, ovvero la pigrizia...Ma andiamo con ordine.

IN PERFETTO ACCORDO
Erano fatti l’uno per l’altra: se l’erano sentiti ripetere fin da quando giocavano insieme da bambini ed erano così belli, biondi, e beneducati da quei bravi eredi di famiglie altoborghesi che erano, i cui padri erano stati compagni di scuola, e poi soci in affari, mentre le madri s’incontravano in occasione di fiere e concerti di beneficenza, tè pomeridiani conditi di pettegolezzi o lunghe sedute nel medesimo istituto di bellezza.
Alberto e Cristiana erano cresciuti seguendo scrupolosamente tutte le tappe regolamentari che si addicono ai rampolli di buona famiglia, studiando con diligenza nelle scuole migliori della città, laureandosi entrambi col massimo dei voti ed entrando quindi a lavorare nelle rispettive aziende paterne, anche se a quel punto si era manifestata una lieve differenza, dovuta a quel loro essere fatalmente un maschio e una femmina: perché se era scontato che per Alberto il mondo del lavoro sarebbe stato il luogo in cui muoversi e agire da conquistatore, per Cristiana si sarebbe dovuto soltanto trattare di un interludio passeggero, in attesa di una adeguata collocazione matrimoniale, o al massimo fino alla nascita del primo erede.
Né Alberto né Cristiana si erano però trovati nella condizione di opporsi per qualche motivo a ciò che la vita sembrava aver stabilito per loro fin dalla nascita, perché ogni tappa si era succeduta all’altra in modo così spontaneo, facile e privo di ostacoli che solo un pazzo o un incosciente si sarebbe ribellato cercando di modificare qualcosa rispetto al disegno prefissato: a che scopo?
Il campo sentimentale era quello che aveva sempre preoccupato in modo più o meno latente i genitori, perché era naturalmente da lì che sarebbero potute arrivare delle mosse inattese, in grado di sovvertire i loro ambiziosi progetti, tuttavia nessun guaio serio sembrava essersi mai presentato nemmeno durante il periodo in cui le pulsioni ormonali avevano esercitato la loro maggiore influenza, così che dopo aver vissuto qualche storiella passeggera, più che altro durante le vacanze, tornando dalle quali era ovvio che l’esperienza fosse rapidamente archiviata, Alberto e Cristiana si erano tranquillamente avviati verso un inevitabile fidanzamento, seguito da un immancabile e fastoso matrimonio: dopotutto, erano o non erano fatti uno per l’altra? Se lo sentivano o no ripetere fin dall’infanzia?
Furono necessari vent’anni perché Alberto infine capisse.
Vent’anni di vita coniugale pianificata senza scosse, scandita dalla nascita di due bambini, naturalmente biondi, belli e inappuntabili come già erano stati i loro genitori, e da ricorrenze, impegni sociali, vacanze o viaggi nel corso dei quali non dovevano mai sprecare troppe parole perché si capivano sempre al primo sguardo, non litigavano in quanto erano troppo educati e controllati per farlo e in definitiva non riuscivano nemmeno a trovare seri motivi per giungere a vere discussioni.
Una perfezione esistenziale di una noia assoluta e mortale, senza scosse e senza slanci fino al momento in cui Alberto, al termine di una giornata di lavoro particolarmente faticosa, che concludeva una settimana più che stressante, si ritrovò da solo nel suo ufficio gelido e lussuoso, a domandarsi perché mai, nonostante la stanchezza, non avesse alcuna voglia di rientrare in una casa altrettanto elegante ma senz’anima, dove avrebbe ritrovato una moglie perfetta e annoiata, con la quale scambiare poche parole scontate, forse solo per sentirsi annunciare gli impegni per il weekend…e in quell’istante, inspiegabilmente, il castello della sua vita crollò.
Tutti gli slanci trattenuti, le pulsioni represse, i desideri mai confessati neppure a se stesso perché non aveva permesso loro di arrivare ad assumere una forma precisa, prigioniero com’era stato di quella gabbia dorata in cui aveva vissuto da sempre, rifiutandosi di pensare a quanto sarebbe stato più affascinante avventurarsi anche altrove, esplosero con la violenza di un ordigno nucleare.
Il primo a farne le spese fu un prezioso posacenere di cristallo che troneggiava da sempre in un angolo della scrivania, scagliato per terra a disintegrarsi in decine di frammenti. I portaritratti d’argento, contenenti le foto di famiglia, finirono contro le antine di vetro di un mobile a scomparti e le frantumarono, creando un’altra pioggia di detriti taglienti, mentre la coppa vinta molti anni prima al torneo di tennis rotolò sul pavimento fino ad arrestarsi, irrimediabilmente deformata, ai piedi di una poltrona di cuoio pregiato, sulla quale calò subito dopo una mano, armata di un paio di forbici appuntite che crearono squarci profondi nel costoso rivestimento. Ed era solo l’inizio.
Uscendo mezz’ora dopo, quasi di corsa e sbattendo la porta, da quello che era stato il suo regno per anni, Alberto si lasciava alle spalle l’immagine della devastazione totale, ma si era fatto così tardi che l’azienda era ormai deserta e tutto ciò sarebbe stato scoperto solo l’indomani.
Nessuno lo rivide mai più, né a casa, né in ufficio.














