Battute finali per le antologie di Perrone Lab a proposito dei "vizi capitali". Nel corso dell'estate sono stati selezionati i testi riguardanti l'avarizia e l'invidia, e una manifestazione conclusiva si terrà a Roma il 28 settembre per festeggiare con un reading degli autori presenti la pubblicazione di tutte le sette antologie (i dettagli della serata a breve in un prossimo post).
I PARENTI POVERI
Lo zio Gustavo e la zia Franca erano sempre stati ritenuti i parenti poveri, anche se nessuno avrebbe saputo spiegare esattamente perché, in una famiglia dove tutti vivevano in condizioni di relativa agiatezza, solo a loro fosse toccata in sorte una posizione economica modesta.
Gustavo era in realtà un mio prozio, fratellastro del nonno paterno nato a notevole distanza dai fratelli dopo il secondo matrimonio del bisnonno, risposatosi alla morte prematura della prima moglie, ed era proprio a questa sua parziale diversità che i parenti più malevoli attribuivano una presunta incapacità ad ottenere maggiori successi dalla sua carriera di impiegato bancario.
“Avrà preso dalla madre…” si mormorava invariabilmente nel gruppetto delle spettegolanti zie e cugine di mio padre, che non perdevano nessuna delle occasioni di riunione offerte dalle ricorrenze familiari per malignare con inesauribile perfidia alle spalle di qualcuno.
Zio Gustavo e zia Franca costituivano due dei loro soggetti preferiti, poiché parlavano poco, vivevano molto appartati e aprivano malvolentieri ai parenti la loro abitazione, che peraltro appariva arredata in modo assai modesto, per non dire trasandato, e non era considerata per nulla accogliente riguardo a ciò che veniva offerto ai rari ospiti: niente di più e di diverso che caffè scadente e biscotti stantii.
Per quanto mi ricordi, credo di poter affermare con certezza che nessun membro della famiglia, e molto probabilmente nemmeno altre persone, fosse mai stato invitato dagli zii a pranzo o a cena, e non penso neanche che sarebbe stato il caso di augurarselo, considerando l’indescrivibile sapore di quei biscotti e delle imbevibili tazze di caffè.
Se le altre donne presenti, come era facile che accadesse durante le periodiche riunioni familiari, iniziavano a parlare di ciò che cucinavano, descrivendo con orgoglio le loro preparazioni preferite e scambiandosi volentieri suggerimenti e ricette, zia Franca evitava accuratamente di lasciarsi coinvolgere nella conversazione, limitandosi tutt’al più a qualche scarno commento di approvazione o disapprovazione, ma senza mai lasciar trapelare qualcosa di personale.
Quanto a zio Gustavo, se coinvolto suo malgrado nelle tradizionali discussioni maschili a base di politica, calcio o motori, non aveva mai manifestato pubblicamente nessun genere di passione.
Di certo non era mai entrato in uno stadio in vita sua, ma non seguiva nemmeno qualche altro sport con particolare interesse, non possedeva un’auto propria e ignorava tutto del settore, spostandosi solo grazie ai mezzi pubblici e denotando una totale incapacità a prendere parte a tutte quelle dispute su modelli, marche e prestazioni in cui si impegnavano con calore zii, nonni e cugini.
Esisteva però un momento in cui queste due scialbe figure si animavano, abbandonando del tutto il loro abituale riserbo, ed era quello in cui, ovunque ci si fosse riuniti, a casa del parente di turno o a volte in qualche ristorante dove si era stati convocati da chi aveva deciso di offrire un lauto pranzo per un festeggiamento particolare, si iniziava a mangiare, perché nella rapidità con cui vuotavano ogni piatto che potessero trovarsi davanti, da qualsiasi tipo di antipasto a ogni genere di dolce senza operare distinzioni né rifiutare mai nulla, zio Gustavo e zia Franca erano davvero imbattibili, e sembravano non essere mai sazi, tanto che nel solito gruppetto delle parenti spettegolanti correva voce che approfittassero di quelle occasioni per risparmiarsi almeno un paio di pasti, tra il giorno precedente e quello successivo…
Col tempo, gli zii diventarono sempre più ingrigiti, vivendo se possibile in modo ancora più appartato dopo il ritiro di lui dal lavoro e comparendo in pubblico raramente, nei loro abiti fuori moda, mai mutati da una riunione familiare all’altra nonostante il trascorrere degli anni: per lui la giacca grigia d’inverno e quella azzurrina d’estate, per lei l’abito di lanetta bordeaux o quello di seta verde a fiorellini sbiaditi.
Soltanto dopo la loro scomparsa, avvenuta a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra, quando toccò a noi nipoti occuparci dei loro effetti personali, si seppe che zio Gustavo, lavorando in banca, era arrivato ai massimi livelli dirigenziali, guadagnando di conseguenza forti somme per molti anni e ottenendo una lauta pensione fino alla morte, ma questo non gli aveva impedito di condurre un’esistenza ai minimi termini, ossessionato dall’avarizia che condivideva con la moglie. Nella squallida abitazione, totalmente priva di comodità e di oggetti di pregio, la cosa più curiosa che scoprimmo furono le differenti redazioni del testamento dello zio, furiosamente riscritte, cancellate e lasciate semi stracciate in un cassetto: da buon avaro, era morto senza essere riuscito a separarsi dal suo denaro, vanamente accumulato su un conto corrente senza mai ottenere una destinazione precisa.
LA PREFERITA
Non mi ricordo esattamente quando ho iniziato a invidiarti, ma sono sicura che dovrei tornare molto indietro nel tempo, fino agli anni lontani dell'infanzia in cui tu eri la deliziosa bambina che sembrava uscita da un libro illustrato, così perfetta nei suoi vestitini dai tenui colori pastello, con i capelli di un biondo tizianesco legati in due morbidi codini e gli occhioni blu porcellana sempre spalancati con aria innocente sul mondo, ed io quel maschiaccio sfrenato che veniva distinto a fatica dai miei due fratelli, con i quali del resto mia madre, donna dai modi assai sbrigativi, mi faceva condividere gran parte del guardaroba: per me, gli abitini da Barbie che indossavi tu sono sempre rimasti un sogno, e del resto immagino che mi ci sarei sentita tremendamente a disagio, o li avrei resi del tutto impresentabili nel giro di mezz’ora.
Mai viste due sorelle più differenti fra loro delle nostre madri, cara ed eternamente odiata cugina: la mia ci ha allevati senza concedere il minimo spazio ai fronzoli, mentre la tua ti ha considerato fin dalla nascita una piccola principessa, e non ha mai cessato per un istante di trattarti come tale, riuscendo inoltre a trasmettere quel sentimento al resto della famiglia, perché anche per i nonni, tutto sommato, io e i miei fratelli eravamo “quei tre diavoli scatenati”, per quanto simpatici e affettuosi, ma tu sei sempre stata “quell’angioletto di Monica”, ovvero una personcina speciale e diversa da noi.
Siamo cresciute giocando molto insieme e frequentando le stesse scuole fino alla terza media, sia pure in classi diverse, condividendo quindi anche parecchi amici, ma non ci siamo mai amate: è forse possibile amare la perfezione, soprattutto quando ti viene sbandierata davanti tanto spesso come esempio da seguire? E tu eri troppo bella, troppo brava a scuola, troppo al di sopra di ogni critica per poter essere amata da me che non mi vedevo mai abbastanza carina e mi barcamenavo nella mia dignitosa media del sette, ma mi sentivo del tutto inadeguata a qualsiasi confronto.
Stavo bene con i miei fratelli, questo sì, ed ero cresciuta molto legata a loro che mi coinvolgevano in tutte le imprese tipicamente mascoline che architettavano a ogni pié sospinto, ma a partire da una certa età il loro affettuoso cameratismo, così come quello di tutta la banda di amiche e amici che frequentavamo, iniziava a non bastarmi più, perché altri pensieri e desideri arrivavano a turbarmi.
Iniziando il tempo degli amori, era scontato che tu, Monica, fossi ancora una volta al centro dell'attenzione, oggetto del desiderio di tutti i ragazzi che incontravi, poiché era impossibile pensare che qualcuno restasse insensibile alla tua bellezza, al tuo fascino e alla tua eleganza, mentre tua madre già iniziava a vagheggiare un futuro matrimonio, che naturalmente non avrebbe potuto essere che principesco, con il miglior partito disponibile...Avrebbe dovuto aspettare, tuttavia, poiché per qualche anno ti saresti dedicata con impegno a sperimentare e a scartare implacabilmente svariati pretendenti.
Non ti avevo mai amata, d'accordo, ma la mia invidia per te sarebbe rimasta a livelli controllabili se solo tu, che dalla vita avevi sempre ottenuto tutto, un giorno non ti fossi ostinata a volerti impadronire anche dell'unica cosa in quel momento preziosissima per me, il mio fidanzato, con cui mi ero presentata alla grandiosa festa per i tuoi venticinque anni: gli avevi messo gli occhi addosso dal primo istante, nonostante anche tu fossi ufficialmente impegnata, e neanche a farlo apposta lo avevi subito irretito.
E allora erano tornati utili i miei anni da maschiaccio, quelli durante i quali avevo imparato tutto, ma proprio tutto, dai miei fratelli, anche come si fa a diventare un esperto meccanico, per esempio, e non solo per truccare banalmente un motorino, ma per conoscere così bene un'auto da saperne manomettere i freni, trovandola a portata di mano parcheggiata nel box accanto a quella degli zii, con le chiavi bene in vista in un posto conosciuto della loro casa che mi era tanto familiare.
Accadde la sera dopo, mentre tornavi da una cena con alcune amiche. La telefonata arrivò a casa nostra il mattino successivo, dall'ospedale, e rispose mio padre, ne sentii da un'altra stanza la voce concitata e mi preparai ad accogliere la notizia con un viso di circostanza.
“Dio mio, Carla, ragazzi, che tragedia! Monica...”
“Cos'è accaduto?”
“Un incidente con l'auto ieri sera mentre rientrava, si è schiantata contro un muro.”
“Ed è...morta?”
“No, è in ospedale, molto grave ma sopravvivrà. Però resterà paralizzata, povero angelo, dovrà passare il resto della vita su una sedia a rotelle....Dovremo esserle tutti molto vicini!”
E così, ancora una volta e per sempre, avresti avuto tutte le attenzioni per te…che invidia.






