Libri&dintorni

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Nome: MICHELE PAPARELLA

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sabato, 28 novembre 2009

Ecco il mio REGALO di NATALE! per tutti voi...

Ecco il mio REGALO di NATALE! per tutti voi...
Un racconto a tinte gialle per entrare nell'ambiente natalizio con un pizzico di verve:

 Testo integrale!

ma.ma.


postato da: mmazzi alle ore 10:15 | link | commenti (3)
categorie: e-book, genere / giallo noir
mercoledì, 18 novembre 2009

LIBRI & DINTORNI

 conobbi michele grazie ad un social network( oggi fa tanto fico chiamarlo così). lesse alcune mie poesie e mi disse:

 " hai qualcosa da dire, da urlare, perchè non organizziamo una lettura nella mia libreria?".

quattro anni fa ero pieno d' entusiasmo e voglia di viaggiare e così gli risposi che per me era un piacere. staccare la mia squallida vita per qualche giorno era l'ideale.

 

sul pullman diretto a Campobasso bevevo birra calda da una lattina e osservavo il panorama. montagne e casali e piccoli paesi arroccati sul fianco di una montagna. era il 23 febbraio ed il freddo faceva davvero male.

 

allo stanzionamento degli autobus mi feci spiegare la strada per arrivare in centro ed iniziai ad incamminarmi. avevo uno zaino militare( quanti cazzo di viaggi avevamo condiviso?) pieno di libricini autoprodotti da rivendere, un boxer di ricambio, una bottiglia di vino rosso e 4 lattine di birra da 66cl. ricordo che le strade erano semideserte, che c'era una piazzetta con degli alberi, che c'era una strada principale con una grande pasticceria illuminata.

La libreria era molto conosciuta in città, avvicinandomi all'edificio notavo locandine con il mio nome

“ Domenico Cosentino, stasera alle 21, nella libreria Libri & Dintorni presenta Alone Like a Dog”.

Non capivo cosa stesse succedendo, la gente si fermava e leggeva il mio nome ed io potevo ascoltare i loro commenti fingendomi un'altra persona. Le gambe mi tremavano ed ero emozionato.

 

Non mi aspettava così presto, ma quando mi vide mi riconobbe subito. Aveva una sciarpa rossa intorno al collo e mordeva un mezzo toscano. Vide entrate un ragazzo con uno zaino, un evidente fallito e/o barbone e la prima cosa che fece fu abbracciarmi.

Sorrise e lo ricordo ancora quel cazzo di sorriso.

“ andiamo a bere un caffè”

indossò un borsalino e mi accompagnò in un bar vicino. Chiuse la porta della libreria ed esposti in vetrina c'erano i miei libricini. Erano illuminati da un faretto arancione.

 

Il nostro primo e unico incontro fu questo. Parlammo di tutto, di noi delle nostre vite. Parlammo di libri e di letture. Vivere quella notte in quella libreria fu un'esperienza unica. Non lo dico per sentimentalismo, ma quello fu l'inizio. Ammetto che senza i continui sproni e complimenti di michele ora non sarei qui.

 

La saletta per gli eventi era piena, Michele mi presentò ed iniziai a leggere.

Era la prima volta e fu come perdere la verginità, una cosa veloce, una cosa bellissima, un orgasmo intenso.

La libreria, la voce di michele, il vino che avevamo bevuto, resero quei momenti speciali.

 

Mi pento di molte cose. Mi pento di non aver insistito per poter rivivere un'altra magnifica serata. Mi pento di non aver sostenuto le sue idee. Tutto questo è inutile, la libreria presto chiuderà, e nessuno potrà più rivivere queste emozioni.

Non ci saranno nuovi lettori che indottrinati da michele potranno riscoprire i vecchi romanzi di Simenon, nessuno potrà più annusare l'olezzo di toscano che impregnava le mura e i libri della libreria.

Vorrei solo ringraziarlo perchè quei giorni furono speciali, perchè l'anno dopo pubblicai il mio primo libro, perchè quando avevo qualche domanda, qualche perplessità potevo comporre il numero della libreria ed immaginarmi un uomo con una sciarpa rossa  e un sigaro in bocca intento scartare pacchi di nuovi libri, riscaldato dall'amore per la vera letteratura e dall'entusiasmo dei suoi clienti speciali.

 

La sua libreria non esisterà più. Fallita come i veri sogni muoiono quando si scontrano con la dura realtà. Possiamo aiutarlo, ognuno a suo modo. Possiamo dirgli “GRAZIE signor Paparella per averci fatto vivere almeno in parte il tuo sogno di rendere affascinante e libera la Cultura.”


http://libriedintorni.splinder.com/

postato da: cosentinonico alle ore 12:30 | link | commenti (18)
categorie:
martedì, 17 novembre 2009

talk-crossing

talk-crossing (4)
 
Da mesi non compro più il giornale,da anni non leggo libri se non con sforzo e solo
quelli che ritengo molto importanti.
Mi e’ già accaduto in passato una cosa simile.
Di fronte a una mia propria situazione certe cose sono semplicemente lasciate.
Se sono in un altro pianeta le cose del pianeta che ho lasciato sono rimaste là.
Sono molto pigro e la sere stanco le passo davanti alla televisione, dove non posso non vedere
cosa sta succedendo.
E allora spesso mi addormento sul divano.
Qualcosa riesco ancora a vedere, suppongo perchè è in prima serata.
Per essere un serial -criminal minds e cold case- non sono malissimo.
Per il resto assisto il meno possibile;
passando qua e la vedo per attimi, le infinite risse verbali e gestuali tra deficienti,
che vengono proposte continuativamente ventiquattro ore su ventiquattro.
Questi esseri mutanti che sono moltissimi , veicolano loro malgrado una comunicazione.
E’ su questa comunicazione che invito e mi invito a riflettere.
Comunicazione tra di loro e comunicazione verso io che li guardo e li ascolto.
Nei precedenti tag di talk-crossing, ho tentato di fare provare a chi mi legge cosa significa
falsificare la comunicazione.
Dopo avere visto il bellissimo film: -Uomini che odiano le donne- tratto dall’omonimo best-seller  ho recuperato un fotogramma significativo e ho isolato la scritta che e’ in svedese.
 
jag är ett sadistiskt svin
och en
valdtäktsman ä
 
 
nel passaggio successivo l’ho falsata
dando questa traduzione.


io sono un masochista
miserabile mi piace
farmi male


mentre in realta’ la scritta significa
 
io sono un sadico porco
un verme e uno
stupratore


Che è ben altra cosa.

L’idea era di associare una scritta incomprensibile, tatuata su un corpo e per cui un immagine che desse il più fastidio possibile, ad una successiva (falsa) traduzione .
E percui la mia proposta di TALK-CROSSING  e’
 
 
FALSIFICARE LA COMUNICAZIONE
 
 
Gli inviti alla partecipazione saranno spediti in settimana la scadenza per la raccolta dei contributi è per dopo le vacanze di Natale il giorno 11 Gennaio 2010;
questo per dare modo di avere il tempo di sentire la cosa e poi di scrivere o comporre immagini o entrambe.
Qualcosa che si forma piano piano, pezzo a pezzo, un giorno e poi un altro qualsiasi.
La data non e’ vincolante, quando non ci sara’ piu’ nessun apporto da aspettare si fermerà la cosa e si mettera’ tutto assieme anche prima dell’11 Gennaio 2010.
Se non si aspetta piu’ nessuno perche’ aspettare?
dopo la palla spetterà al secondo della lista.
Questa iniziativa resta sempre e comunque aperta a qualsiasi apporto, la mia mail e’ sul blog.
Inviterei comunque a prendere la cosa con molta lentezza per portarla dentro e poi portarla fuori, io faro’ cosi’.

Elenco
 
glencoe
AliceDaZero
Monia74
samuelasalvotti
Klarissa1
Astipalea
Wolfghost
arabapernice
L'elenco inviti e' anche l'ordine in cui verrà proposto via via l'argomento di conversazione;
l'elenco non è vincolante, se per qualsiasi motivo vi siano impossibilita' o particolari urgenze sara' modificato, la modifica sara' trasmessa da me a tutti.
Gia' qualcuno degli invitati mi ha comunicato che ha esteso la cosa ad altri, appena possibile me lo comunichi se avra' a sua volta conferma;
i rispettivi invitati saranno inseriti successivamente a chi li propone
.
 
postato da: glencoe alle ore 16:57 | link | commenti (1)
categorie: talk-crossing

giacomo cerrai roberto matarazzo

Presentare un lavoro sinergico svolto con l’amico Giacomo Cerrai non mi è semplice.
La plaquette, Camera di condizionamento operante, Edizioni L’Arca Felice di Salerno, introduzione, coltissima, di Mario Fresa, e con mio pensiero visivo oltre che con ulteriore figura in bianconero, ha eleganza e leggerezza, poesia alta e ideatività sorprendente.
Quando G. Cerrai mi propose di contribuire al suo lavoro rimasi piacevolmente colpito dallo stesso invito: da non critico amo, da sempre, fantasticare nei dintorni del sentire e del successivo rendere in metamorfosi idee e contenuti di Autori in cui credo.
Ho coniato un termine che non trova riscontro in alcun buon dizionario corrente atto a definire, per quanto le definizioni mi stiano strette, l’artista che si cimenta con questo genere di lavoro, ovvero il biblioiconico.
Specifico che sia rendere i testi della mia biblioteca sorta di unicum mediante applicazione di specifici fogli colorati, ex libris, appositamente realizzati per i singoli volumi, sia lavorare su possibili copertine di libri e/o figure interne agli stessi testi, per me ha il medesimo sapore ancestrale dell’avvertire in profondità il senso delle metamorfosi.
Il biblioiconico, in altri termini, è figura di artista in eterna disponibilità a carpire possibili segreti legati all’Autore e rendere questi misteri in forme grafiche e/o timbriche elaborate con passione e rispetto, certo non riducendo l’insieme a mera illustrazione di opera d’arte, mi annoierebbe e non mi intrigherebbe, ma, bensì, a lettura sinestetica, iconica/aniconica, dell’opera e resa della stessa sotto linguaggio altro.
Leggere in anteprima i versi non facili di Giacomo Cerrai, catturarli nel mio immaginario, darne una doppia suite di resa, una in bianco nero, l’altra in colori, è stata sfida che mi ha molto stimolato sul piano delle idee e del fare, del resto le sfide semplici non conducono che al nulla più assoluto! Ricordo sempre quando lavorai alla resa iconica dell’Ulisse di James Joyce, metamorfosi novecentesca dell’Odissea di Omero, a sua volta metamorfosi (in)certa di poemi perduti tra il Mediterraneo e i deserti del Medio_Oriente, e alla relativa difficoltà del voler rendere in colori la estrema qualità letteraria del volume (mitica edizione Mondatori collana Medusa) e alla gioia infinita di averne data reinterpretazione originale e non retorica, segni evidenti di aver assimilato la vera lezione Joyciana che mai ha copiato Omero per averlo realmente compreso negli stimoli ideativi.
Dunque l’essere Biblioiconico o, meglio, porsi da, e nei riguardi dell’Amico ha voluto dire per il me artista prima sentire in profondità il senso poetico dei versi amicali, poi la sottile introspezione che trasforma i versi stessi in segni e figure, poi la resa su fogli di questa ultima metamorfosi, per poi percepire l’insieme e leggere nei colori i versi, vedere nei versi i colori.
Grazie, Giacomo, per avermi coinvolto in questo lavoro emozionante, immaginifico.
Il blog di giacomo cerrai:
http://ellisse.altervista.org

Roberto Matarazzo
 
 
postato da: erremme alle ore 11:58 | link | commenti (2)
categorie:
mercoledì, 04 novembre 2009

Blues



La pelle scura, resa lucida dal sudore e dal sole di mezzogiorno, Tom Jefferson, con lo sguardo perso sull'orizzonte, pronunciò la temuta parola: "Uragano".
Girò la testa per guardarmi annuire. "Già. L'armatore mi ha telegrafato che non vuole che ci fermiamo. Quando gli arriveranno le notizie di quello che abbiamo evitato, ci darà ragione. In caso contrario ..."
"... to hell!"
I nostri occhi si incontrarono in un sorriso complice. Tom era un ottimo marinaio, e navigava con me ormai da anni. La sua conoscenza del Golfo del Messico era tale che sapevo di poter contare sulle sue impressioni, e per questo lo avevo scelto come pilota. A maggior ragione quando queste impressioni collimavano con le mie.
Avevamo le stive piene di merluzzi decapitati Feendoos, che nel Golfo si pescano già decapitati, e dovevamo trasportarli in Europa. Decisi che avremmo aspettato che l'uragano passasse, attraccando nella baia di Galveston. Per ammazzare il tempo, ci addentrammo, guidati da Tom, nel ghetto di Houston. Si fermò a salutare degli amici, poi, noi due soli ci dirigemmo verso un honky tonk, una di quelle bettole dove si suonava il blues, si giocava a domino o ad altri giochi più o meno legali, e si trovava compagnia a buon mercato. Il frastuono si udiva decine di metri prima di arrivare alla porta. Una volta apertala, però, ed entrati Tom e io, tutti i suoni cessarono e tutti i presenti si voltarono a guardarmi. Riuscirono quasi a farmi sentire in imbarazzo. Presi a guardarmi i vestiti, alla ricerca di qualcosa di strano, quando Tom mi prese per un braccio e mi sussurrò: "I vestiti vanno benissimo, Capitano, il problema è la faccia: è bianca". Mi resi conto che ogni avventore del locale era afro-americano, e il silenzio mi apparve chiaro in tutta la sua ostilità. Tom urlò un "è tutto ok: sta con me!", e mi trascinò verso il bancone, dove ordinò due bicchieri dal colore di whisky ma dal sapore indefinito. Vari tavoli erano occupati da giocatori di domino, di dadi e di carte. Un chitarrista blues cantava in un angolo. Era massiccio, indossava assurdamente un paio di occhiali scuri e cantava usando una tecnica vocale e chitarristica piuttosto raffinata, considerando il periodo. Dissi a Tom di andare a prendere due barili di rum sulla nave, che poi decisi essere uno solo, visto che avevo intenzione di offrirlo e il fucile del barista bene in vista dietro il bancone, mi sconsigliò di esagerare nel fargli perdere vendite. Tom mi disse che sarebbe stato subito di ritorno, e mi lasciò da solo in quella stanza calda, fumosa e palpitante di vita e di pericolo. Alcuni giocatori tenevano bene in vista un coltello vicino alle carte, sul tavolo. Ero seduto al bancone sorseggiando il terzo o il quarto whisky, quando si spensero le luci. O meglio, si fece buio, come mi accorsi alzando la testa: un uomo che mi surclassava in altezza di almeno mezzo metro mi era arrivato alle spalle, e ora, messosi di fronte a me, mi guardava con odio. Gli altri avventori lo incitavano a ridurmi in pezzi più o meno piccoli. Ci fu anche una scazzottata fra due ragazzi: non riuscivano ad accordarsi sulla misura dei pezzi in cui avrei dovuto essere ridotto dal gigante.  Mi afferrò per il collo e mi sollevò da terra. Lasciai partire due pugni che avrebbero steso un mulo, entrambi a bersagio sul suo naso. Sembrò non accorgersene. La sua mano sulla mia gola era una morsa. Sapevo di aver ormai poco più di un minuto. Un colpo assordante gelò la sala. Blind "Lemon" Jefferson, il chitarrista, si era alzato e aveva dato una manata sulla parete. Tutti gli sguardi erano puntati su di lui. In quel momento rientrò Tom con il barile di rum fra le braccia. Il bluesman, che seppi poi essere cieco fin dalla nascita, sicuro di avere l'attenzione di tutti, dsse con voce calma: "Lo vedo benissimo anch'io che è un fottuto bianco. Vogliamo smettere di divertirci per questo? Sedete e riprendiamo a fare del cazzo di blues". Guadagnò il suo posto a tentoni, fra le risate rilassate di tutti, prese la chitarra e attaccò See that my grave is kept clean. Il gigante mi mollò, lasciandomi cadere a terra sull'osso sacro e se ne tornò al suo posto. Tom e io ci dedicammo con metodo al barile di rum, offrendone a tutti i suoi conoscenti, molti dei quali marinai, e mi presentò loro. C'era Big Joe Hanson, un minatore; Slim Grant e Sissy Levell, due raccoglitori di cotone. Quando mi diede la mano, capii il perché del nomignolo Sissy, "femminuccia". Alcune ore più tardi, quando il barile di rum non era che un ricordo sommerso da litri di pessimo whisky, mi ritrovai un'armonica fra le mani e mi misi a suonare, come mi aveva insegnato Pietr Van Von in una bettola di Amsterdam, spalla a spalla con Blind "Lemon" Jefferson. Tom suonava la washboard table, la tavola lavapanni. Le ragazze si strinsero a noi, accompagnandoci con cori che stringevano il cuore anche a vecchie pellacce come la mia e quella di Tom. Fummo interrotti in un paio di occasioni quando, in seguito a liti fra giocatori, un accoltellato e una vittima di un fucile furono fatti sparire dal locale. All'alba stavamo ancora suonando e cantando, almeno a quanto mi raccontarono.
Quando mi svegliai - doveva essere pomeriggio - ero su un letto insieme ad altre tre persone. C'erano due donne di cui avevo un vago ricordo per la notte precedente. E c'era Sissy Levell. Avevo un mal di testa terribile e un bruciore al didietro, parlando con rispetto. Mi guardai con sospetto intorno, ma poi pensai, mormorandolo a bassa voce: "Dev'essere colpa del pessimo whisky".
"Sì, è stato sicuramente il whisky", aggiunse precipitosamente Sissy.
Soltanto oggi, ripensandoci, mi viene da chiedermi: "come faceva a sapere di cosa stessi parlando?"

postato da: Capitanfeendoos alle ore 19:53 | link | commenti (3)
categorie: racconti