DOLCE FAR NIENTE
Non c’è nulla di più piacevole del restare a letto fino a tardi, nelle mattine festive, a godersi il tepore delle lenzuola, il silenzio della casa deserta, e la libertà di poter dimenticare programmi, orari e preoccupazioni.
Talvolta però, mentre mi attardo in questa profonda beatitudine, mi accade di restare vittima di allucinazioni ricorrenti, da cui temo che non mi libererò mai, in grado di irrompere in modo brutale a turbare quel dolce far niente a cui consacro ogni domenica mattina: improvvisamente avverto ancora nelle orecchie, forte e perentoria come un tempo, la voce tonante di mio padre, che spalancando la porta della camera dove io e mio fratello dormivamo da ragazzi, ci strappava bruscamente al mondo dei sogni, incurante del fatto che il calendario segnasse una ricorrenza festiva.
“Sveglia! Chi dorme non piglia pesci!”
“Che si fa qui, si dorme? Ma se il mattino ha l’oro in bocca!”
“Pigroni, il caldo delle lenzuola non fa bollir la pentola!”
Dio solo sa quanto ho odiato quei maledetti proverbi, e che nessuno si azzardi mai più a sostenere in mia presenza che esprimono la saggezza dei popoli, come sosteneva il mio sussidiario alla scuola elementare.
Mio padre sembrava conoscerne di adatti ad ogni situazione, ed era orgoglioso di sfoderarne sempre uno al momento giusto, cosa che mia madre accoglieva con un sorrisetto rassegnato, avendo ormai rinunciato da tempo a cercare debellare quella mania del coniuge, mentre noi figli non potevamo che brontolare alle sue spalle.
Quelli declamati al mattino presto, però, erano particolarmente insopportabili, anche perché dopo certe irruzioni ogni tentativo di ritrovare la pace perduta e riaddormentarsi risultava davvero impossibile.
Quanto entusiasmo sprecato, pover’uomo, nel tentativo di comunicarmi almeno in parte la sua energia e la sua incontenibile vitalità: io, raggiunta l’età dell’emancipazione e la possibilità di sottrarmi finalmente alle sue gioviali imposizioni, ho stabilito di rinunciare per sempre a qualsiasi progetto di catturare pesci o di ritrovarmi oro in bocca, cosa del resto piuttosto improbabile, visto che dalle mie parti non mi risulta esistano giacimenti del prezioso metallo, per assecondare senza rimorsi i miei pigri ritmi esistenziali, secondo il mio personalissimo motto “massima comodità con il minimo sforzo”.
Terminati gli studi, trovato un buon lavoro e trasferitomi a vivere da solo in un piccolo appartamento vicinissimo all’ufficio, sono stato finalmente libero di organizzarmi un’esistenza tranquilla lontano dalle interferenze paterne, e per diversi anni mi sono adagiato magnificamente nelle mie comodità, fino a pensare che, un giorno o l’altro, sarei arrivato persino a dimenticarmi di tutti quegli incitamenti ad essere sempre attivo e scattante che mi avevano angustiato per anni: a che scopo affannarsi tanto, dal momento che la mia vita trascorreva serena anche ad un ritmo più lento di quello proposto dagli stereotipi pubblicitari?
Sono assolutamente convinto che al mondo non importi poi granché, se io passo la domenica mattina a letto, se non mi scalmano per ore in palestra come certi miei colleghi, e se prendo l’ascensore invece di farmi le scale a piedi.
Il segreto sta solo nell’astenersi dal frequentare troppo a lungo quelle persone nevrotiche e iper-attive che sembrano avere come unico scopo della vita quello di strapparti alle tue comodità per coinvolgerti in estenuanti programmi d’attività sportive ad oltranza, e non parliamo poi di innamorarsi di una di quelle donne virago, fanatiche del culto del corpo e devote frequentatrici dei santuari della fitness!
Per anni sono transitato indenne fra avvenenti fanciulle con le quali non mi sarebbe dispiaciuto intrattenere relazioni più approfondite, ma dalle quali mi sono allontanato non appena le ho viste circolare in tuta e scarpette dal mattino alla sera, mai sprovviste dei tipici borsoni da palestra.
Claudia mi aveva illuso, in principio, perché appariva veramente diversa.
Lei era una di quelle eleganti, ricercate, che non si portano appresso la borsa sportiva ovunque, e che normalmente se ne vanno in giro in tailleur e tacchi alti, che bevono aperitivi mangiucchiando salatini senza sproloquiare a proposito di manie salutiste e diete dimagranti, e che aspettano l’ascensore senza voler salire a tutti i costi tre piani di scale a piedi, anche se ammettono di frequentare la palestra.
Bella, simpatica e intelligente…forse la donna perfetta.
Ma è bastato il primo fine settimana trascorso insieme a spezzare l’incantesimo, quel sabato in cui aveva accettato di fermarsi a dormire da me, quando la domenica mattina alle sette la sua voce trillante mi ha fatto sobbalzare nel letto:
“Buongiorno, non sarai mica un dormiglione? Non lo sai che il mattino ha l’oro in bocca?”.
Di nuovo quell’incubo? Proprio quando iniziavo a sperare di potermene liberare per sempre? Dio mio, che angoscia!
E Claudia non ha mai più messo piede nel mio regno della pigrizia.
