Quella mattina Domenico si svegliò alle quattro, come sempre.
Si sciacquò frettolosamente il viso, indossò i soliti abiti da lavoro sporchi, non ne aveva altri, e corse fuori per accudire gli animali.
L’alba era molto luminosa e più rosata del solito, Domenico neanche se ne accorse.
Mai nella sua vita si era accorto dell’alba. Albe, tramonti, sere, non erano altro che la sua giornata di lavoro. Per lui esisteva il giorno ed esisteva la notte. Lavorare, dormire e basta.
Quella mattina, come tutte le altre,i mpastò la crusca con il granoturco e la frutta marcia per i maiali, distribuì erba fresca ai conigli nelle gabbie, ripeté l’operazione nel recinto dove erano rinchiusi la capra, due pecore e due agnellini, gettò infine il granone spezzato alle galline che libere razzolavano nel cortile
Alle cinque, un’ora prima del solito, aveva finito ed era pronto ad accogliere i tre contadini, che da lì a pochissimo sarebbero venuti a muovere le zolle nel terreno intorno alla casa di don Peppino, il suo padrone.
Quanto Domenico aveva, lo doveva al padrone. Il cibo che mangiava, il materasso riempito con cartocci di granoturco sul quale poteva distendersi. Senza dimenticare che, cinquant’anni prima, quando di anni ne aveva sette, don Peppino lo aveva prelevato dall’orfanotrofio della ‘Nunziata’ e gli aveva concesso di diventare il suo garzone.
Domenico era riconoscente per tutto questo e, sotto-sotto, anche soddisfatto di essere l’uomo di fatica di un ricco possidente, proprietario, tra le altre cose, di un enorme caseggiato con gli archi di tufo verde levigato ed il grande terrazzo dal quale si poteva ammirare tutto il Golfo di Napoli. Sotto gli archi di ponente della casa s’intravedevano due cisterne per la raccolta di acqua piovana. Dalle loro dimensioni e dalla capacità si poteva intuire l’agiatezza di don Peppino. Costruite anch’esse in pietra verde levigata e con i bordi circolari, erano le più ampie e profonde della zona e, chissà perché, l’acqua che si attingeva era anche la più fresca che si potesse bere.
In estate, quasi tutti in paese esaurivano la riserva d’acqua, e, nei periodi di maggiore siccità, non era raro imbattersi in silenziose processioni di donne che, con piccoli tini in equilibrio sulla testa, si recavano alle cisterne di don Peppino. Arrivate sotto la terrazza del padrone, si profondevano in inchini e, impacciate e con gli occhi bassi, attingevano l’acqua a turno.
Tra le mansioni di Domenico c’era anche quella di avere cura delle cisterne, nelle quali affluiva acqua da cinque tetti fatti di lapilli e calce viva pressati. Ogni anno, in autunno, per impedire l’afflusso delle prime piogge, chiudeva le condotte, in modo che l’acqua lavasse tutte le superfici collettrici. Solo all’acqua invernale, fresca, limpida e pulita era consentito riversarsi nelle cisterne. Ogni tre o quattro anni, poi, le svuotava, lavava e disinfettava per bene con la calce, accertandosi che le due anguille, destinate ad ingoiare gli eventuali microrganismi che si fossero formati, fossero sempre vive.
Domenico, insomma, si occupava proprio di tutto.
Il lavoro che si apprestava a fare quella mattina non aveva nulla di straordinario se non che veniva effettuato sempre nel mese di luglio, quando i terreni, soprattutto quelli coltivati a vigneti, avevano bisogno di una rinfrescata. Solo i proprietari più accorti facevano rinfrescare i propri terreni e don Peppino era un uomo accorto.
Arrivati i tre braccianti, Domenico indicò il terreno da lavorare e, per dare il buon esempio, si schierò accanto a loro, perché ‘in quattro si procede più svelti’.
Nel silenzio delle prime ore del mattino si percepiva soltanto il tintinnio delle zappe, che sembravano manovrate da un mezzo meccanico. A muoverle invece sincronicamente erano le braccia di quattro uomini, curvi per la fatica in un polverone accecante e sotto un sole che già cominciava a bruciare volti e schiene.
Quando l’orologio della chiesa suonò le nove, Domenico corse a casa del padrone a prendere la colazione che donna Lucia, la moglie di don Peppino, aveva preparato: fave secche cotte con cipolla e concentrato di pomodoro, insalata di patate, cipolle e pomodori condita con poche preziose gocce d’olio, un pane vecchio di dieci giorni, che Domenico stesso aveva impastato ed infornato. Da bere la solita bevanda, che poi non era altro che acqua in cui venivano messe le vinacce durante la vendemmia. Niente vino. No, il vino poteva diventare pericoloso; una zappata vibrata male equivaleva ad una vite tagliata.
Il vino l’avrebbero bevuto al termine della giornata di lavoro.
Dopo aver fatto colazione gli operai ripresero a lavorare. La fatica e la polvere del terreno smosso inaridivano sempre più la gola e le narici dei quattro uomini, che procedevano senza più pause.
Quel poco di bevanda rimasta era ormai diventato un brodo caldo ed imbevibile. Domenico senza parlare prese il bottiglione e andò verso la cantina per riempirlo di nuovo.
Quei pochi minuti di strada che lo separavano dalla casa del padrone gli parvero interminabili e senza fine gli sembrò il suo procedere ansimante sotto il sole che si rispecchiava sul suo cranio e con l’unica ciocca di capelli, impastata di polvere e sudore, incollata sulla fronte. Disgustato percepì l’odore stesso del suo corpo, l’acre puzzo di sudore che fuoriusciva dalla maglia di lana, strappata in un lato.
Varcò, finalmente, l’arco di tufo verde che delimitava la casa del padrone, s’introdusse nel cortile, passò davanti alle cisterne e si fermò. Sul bordo di una di esse aveva visto il secchio, invecchiato e bronzeo come una campana, con i bordi imperlati di gocce d’acqua, la fune ancora bagnata. A quella visione provò un delizioso brivido lungo la schiena. Avanzò bramoso, aprì le braccia, dischiuse le labbra e le accostò al secchio. Vuoto! Con il dorso della mano asciugò il sudore che gli colava dalla fronte, si stropicciò gli occhi e riprese in mano il bottiglione per riempirlo in cantina.
‘Domenico!’ lo fermò la voce del padrone, che dal terrazzo aveva assistito alla scena.
‘Che c’è don Peppino?’ rispose Domenico.
‘Domè, attingimi questo secchio d’acqua.’
Domenico riprese il secchio, lo fece scendere con la fune nella parte più profonda della cisterna, dove l’acqua era sicuramente più fresca, poi, tiratolo su, si passò la lingua secca sulle labbra asciutte e disse: ‘Eccola padrò, fresca fresca e tutta vostra.’
‘Domè!’ disse ancora don Peppino.
‘Dite padrò,’ rispose Domenico tutto piegato su se stesso, aspettando altri ordini.
‘Domenico, ora bevi!’
Domenico bevve, andò in cantina, riempì il bottiglione di bevanda e tornò nel vigneto per far dissetare anche i suoi compagni.
Ormai i contadini avevano terminato il lavoro. Il pezzo di terra, lavorato di fresco, sembrava vellutato. I verdi pampini delle viti e le piante da frutto, incipriate di polvere e zolfo, proiettavano ombre sulla superficie rimossa.
Vitaliano suonò le dodici picchiettando la zappa con la roncola. Quel sordo tintinnio, simile a una campanella stonata fu il segnale che si potevano posare gli attrezzi.
Costeggiando le rare ombre lungo il terreno, i quattro si avviarono verso la cantina per consumare un pasto frugale. Qualche fetta di pane stantio, pochi pezzi di duro e salato formaggio, una bottiglia di vino.
Domenico aspettò che i suoi compagni finissero di mangiare, pagò a ciascuno di loro i due soldi per la giornata di lavoro e li vide svanire nel fumo puzzolente delle sigarette da loro stessi arrotolate, storditi dal vino e dall’estenuante frinire delle cicale. Solo allora si sedette su un basso gradino e si rifocillò con quel poco che era avanzato. Poi, da un’altra botte, spillò vino ‘speciale’ per il suo padrone e glielo portò per il pranzo.
Finalmente era finita la prima parte della sua giornata di lavoro. Si allontanò dalla casa di don Peppino e andò a distendersi su quel terreno zappato di fresco, all’ombra di una pianta. Non lo faceva abitualmente. Di solito si abbandonava sul suo giaciglio di tavole e cartocci di granoturco e inebetito, con gli occhi spalancati, faceva passare la sua ora di riposo.
Quel giorno però era diverso, sentiva che solo dormendo avrebbe recuperato la forza necessaria per affrontare il lungo pomeriggio di lavoro che lo aspettava.
In quella quiete, in quella terra più sua che del suo padrone, Domenico quasi s’inumò con gli occhi spalancati al cielo azzurro, la bocca semiaperta in un sorriso e le orecchie solleticate dai fili d’erba mossi dal venticello caldo.
Gli sarebbe bastato dormire un’ora, una sola ora, e avrebbe ricominciato a zappare e la sera avrebbe pensato agli animali e avrebbe servito la cena alla famiglia del padrone, poi avrebbe mangiato una minestra tiepida… poi la notte… la mattina dopo gli animali. Se fosse rimasto in casa non sarebbe riuscito a dormire. Il caldo afoso e gli scricchiolanti cartocci sotto la schiena lo avrebbero tenuto sveglio e, se anche fosse riuscito ad addormentarsi, sicuramente il padrone l’avrebbe svegliato per qualche capriccio da soddisfare.
‘Domenico!’ lo distrasse dai suoi pensieri una voce in lontananza.
Si sollevò faticosamente sui gomiti e tese le orecchie per capire da dove provenisse il richiamo.
‘Dite padrone!’ soffiò amaro ad un lombrico attorcigliato su una foglia, poi, senza forza, affondò pesantemente la nuca nel terreno.
‘Domenico! Domenico!’ ancora la stessa voce, questa volta più chiara. No, non era il padrone ad avere bisogno di lui.
‘Chi sei?’ farfugliò serenamente Domenico.
‘Domè! Ora dormi!’ ripetè la voce dolce e suadente come in una ninnananna.
‘Signore! ‘ rantolò Domenico chiudendo gli occhi.





