Il sangue blu che gli scorreva nelle vene era la prima cosa che gli altri dovevano sapere di lui. Scostava i capelli dalla fronte, tagliatelle condite di un ben oliato sugo, fino a scoprire due occhietti grigio topo accodati da tre ampi solchi, proprio due stelle comete, e, mostrando il mento ispido, con fare altezzoso: “Barone prego” sbiascicava, il tutto annaffiato dalle inevitabili gocce di saliva che svettavano da quel vuoto lasciato dai due incisivi persi,
ahimè, chissà in quale saporito morso. A quel punto il macellaio, cameriere o pizzicagnolo di turno si prodigava affinché il blasonato signore potesse raggiungere, nel più breve tempo possibile, l’uscita non senza avergli offerto prima l’assaggio di un paio di colpetti di suola. Usanza antica questa, parte del rituale mattutino che precedeva la colazione e il giornale nei cassonetti del quartiere che ogni giorno lasciavano una traccia nuova al suo già inconfondibile odore.
Al Barone non mancava niente. Un tempo era stato Re. Il Re della discarica abusiva, riverito e rispettato da tutti i cani e i barboni della zona. Quella mondezza se l’era conquistata con l’onore, come un paladino o Cesare in persona. A quel tempo era giovane, era intelligente e inventava le cose. In quella discarica frugando tra pane duro, pezzi di lavatrice e materassi di lana gli venne in mente la brillante idea. Iniziò una ricerca interrotta solo dal buio, dopo qualche luna la sua invenzione era pronta. Al manubrio di una bici color ruggine, nastro isolante e macchie di catrame aveva assicurato quattro ombrelli, o quel che ne restava, due per lato, un altro, il più bello a fiori bianchi e gialli abbellito qua e là da graziosi strappi, legato dietro.
Quando montò la macchina volante si fermò un po’ ad assaporare il momento, sotto il dirupo ad aspettarlo una piccola folla: i bambini del quartiere, i cani di Checco, Turi e più in là, un po’ in disparte Gino il cane dall’occhio di vetro. Il momento era solenne, tutti aspettavano senza fiatare, solo santa continuava ad annaspare nervosamente a cosce larghe nella spazzatura in cerca di chissacchè e ci vollero un bel po’ di sassate per allontanarla e richiamarla all’ordine.
A un certo punto, tra gli schiamazzi di Santa, il Barone indietreggiò di qualche metro col suo bolide, poi una rincorsa in avanti, tra gli acuti stridolii dei cicloni privi di copertoni, e via nel vuoto. C’è chi dice che prima di sprofondare nella mondezza sia volato in orizzontale per un paio di metri almeno; di questo non si ha la certezza ma fu sufficiente: il Barone era un genio, quel mondezzaio se lo era conquistato, doveva essere suo. Certo ai momenti di gloria ne seguirono di difficili, dopo qualche anno, causa le proteste di un’associazione umanitaria, le ruspe in pochi giorni gli portarono via tutto il regno, lui stava lì, li guardava, mentre lo spogliavano pezzo per pezzo.
Da re spodestato tornò a riconquistarsi una panchina alla piazzetta della stazione.
Concetta era bella, caviglie grosse e fianchi larghi, una donna sana e robusta. Una donna salda come tutte le donne grasse. Una donna saggia come tutte le madri.
Non si sa da dove venisse, ma al solo pensiero di lei la mente del Barone vagava in terre lontane, terre che sanno di arance e grano, terre che sanno di mare dove si parlano chissà quali strane lingue. La immaginava con abiti dai colori sgargianti, rossi o turchesi, sventolare ventagli di pizzo coi capelli raccolti ed eleganti pendenti mentre sorride strizzando gli occhi tra il nero dei suoi denti.
L’aveva vista un giorno frugare tra i rifiuti davanti al supermercato, la sentiva di notte lamentarsi per i suoi figli persi per sempre. Concetta sapeva anche ridere, lo faceva spesso quando qualcuno gli passava una bottiglia o anche così…..senza motivo.
Era bella, dio se era bella. Era apparsa un giorno e aveva turbato la sua vita. Un magone gli cresceva nello stomaco, ora di rabbia, quando la vedeva insieme ad altri barboni, ore di felicità, quando si sorprendeva a raccogliere primule pensando a lei.
“In omaggio alla bellezza, no no, non va bene per lei, per la donna più bella…no, incantato, o mia principessa”, nonostante il lignaggio il Barone trovava difficoltà in quell’attività di ricerca di una frase adatta che accompagnasse un suo pomposo inchino nell’atto dell’offerta floreale all’amata, e quando la vedeva qualcosa gli strozzava la gola, come quando lo portarono al pronto soccorso e dovettero mettergli la maschera ad ossigeno. Così quei fiori se li teneva stretti in mano per tutto il giorno, finchè gli coloravano il palmo di verde. La sera ormai secchi e molli li buttava.
Il barone non trovò mai il coraggio di avvicinarsi a lei, finchè un giorno Concetta sparì. Il Barone non dimenticò quell’angelo, anche quando furono passati anni da allora, a volte, nei pomeriggi d’autunno, quando il sole sta per inzupparsi da qualche parte dietro le case e l’aria diventa rossa, lasciava ogni cosa stesse facendo, si accasciava ai bordi di una strada e a bocca chiusa cominciava ad emettere un suono acuto e monotono, i cani della zona si avvicinavano a lui e incominciavano ad ululare, finchè non veniva la notte a nascondere il dolore.
La morte non lo ha mai spaventato, neanche da vecchio, ma forse lui non sapeva di esserlo, non c’era il tempo nella sua vita.
Però sapeva di essere stanco. Non lo spaventava la morte, “io nel paradiso non ci voglio andare” diceva sempre “puzza di monache, si prega sempre e non si mangia mai. All’inferno sì che voglio andare” e la sua faccia si apriva in un sorriso dolce “lì si mangiano bistecche arrostite sul carbone tutti i giorni e poi ci sono le femmine belle”.
Lo ripeteva ai suoi compagni di strada, specie nelle notti d’inverno quando il gelo gli bruciava la pelle e le ossa gli facevano male.
Lo aveva raccontato anche a Gino, il cane dall’occhio di vetro, quando orami era troppo stanco e vecchio, poco prima che smettesse di respirare. Lo diceva sempre a Don Pietro, il prete della mensa dei poveri, con grande disappunto di quest’ultimo.
“Don Pietro non è per male” continuava a ripetergli il Barone ”ma io in chiesa da voi non ci vengo, niente di personale, voi siete una brava persona, però vedete in chiesa da voi ci sono solo vecchiette rinsecchite, non vorrei ritrovarmi a condividere l’eternità con loro. Io devo andare all’inferno là conosco un sacco di gente”.
Don Pietro non gli rispondeva neanche, ci aveva rinunciato.
Non aveva paura della morte, sapeva che sarebbe arrivata prima o poi e lui era pronto, l’aspettava.
Arrivò l’inverno, il tempo dei sacchetti di plastica profumati di dolce, puoi leccarli all’interno e dopo puoi coprirti, la plastica tiene caldo, ma quell’inverno era freddo e quell’anno era venuto con la carrozza e quattro cavalli, era di notte quando arrivò, aprì la portiera e scese la morte.
Alex