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martedì, 13 gennaio 2009

Il Barone Mondezza.

Il sangue blu che gli scorreva nelle vene era la prima cosa che gli altri dovevano sapere di lui. Scostava i capelli dalla fronte, tagliatelle condite di un ben oliato sugo, fino a scoprire due occhietti grigio topo accodati da tre ampi solchi, proprio due stelle comete, e, mostrando il mento ispido, con fare altezzoso: “Barone prego” sbiascicava, il tutto annaffiato dalle inevitabili gocce di saliva che svettavano da quel vuoto lasciato dai due incisivi persi, mendicantiahimè, chissà in quale saporito morso. A quel punto il macellaio, cameriere o pizzicagnolo di turno si prodigava affinché il blasonato signore potesse raggiungere, nel più breve tempo possibile, l’uscita non senza avergli offerto prima l’assaggio di un paio di colpetti di suola. Usanza antica questa, parte del rituale mattutino che precedeva la colazione e il giornale nei cassonetti del quartiere che ogni giorno lasciavano una traccia nuova al suo già inconfondibile odore.
Al Barone non mancava niente. Un tempo era stato Re. Il Re della discarica abusiva, riverito e rispettato da tutti i cani e i barboni della zona. Quella mondezza se l’era conquistata con l’onore, come un paladino o Cesare in persona. A quel tempo era giovane, era intelligente e inventava le cose. In quella discarica frugando tra pane duro, pezzi di lavatrice e materassi di lana gli venne in mente la brillante idea. Iniziò una ricerca interrotta solo dal buio, dopo qualche luna la sua invenzione era pronta. Al manubrio di una bici color ruggine, nastro isolante e macchie di catrame aveva assicurato quattro ombrelli, o quel che ne restava, due per lato, un altro, il più bello a fiori bianchi e gialli abbellito qua e là da graziosi strappi, legato dietro.
Quando montò la macchina volante si fermò un po’ ad assaporare il momento, sotto il dirupo ad aspettarlo una piccola folla: i bambini del quartiere, i cani di Checco, Turi e più in là, un po’ in disparte Gino il cane dall’occhio di vetro. Il momento era solenne, tutti aspettavano senza fiatare, solo santa continuava ad annaspare nervosamente a cosce larghe nella spazzatura in cerca di chissacchè e ci vollero un bel po’ di sassate per allontanarla e richiamarla all’ordine.
A un certo punto, tra gli schiamazzi di Santa, il Barone indietreggiò di qualche metro col suo bolide, poi una rincorsa in avanti, tra gli acuti stridolii dei cicloni privi di copertoni, e via nel vuoto. C’è chi dice che prima di sprofondare nella mondezza sia volato in orizzontale per un paio di metri almeno; di questo non si ha la certezza ma fu sufficiente: il Barone era un genio, quel mondezzaio se lo era conquistato, doveva essere suo. Certo ai momenti di gloria ne seguirono di difficili, dopo qualche anno, causa le proteste di un’associazione umanitaria, le ruspe in pochi giorni gli portarono via tutto il regno, lui stava lì, li guardava, mentre lo spogliavano pezzo per pezzo.
Da re spodestato tornò a riconquistarsi una panchina alla piazzetta della stazione.
Concetta era bella, caviglie grosse e fianchi larghi, una donna sana e robusta. Una donna salda come tutte le donne grasse. Una donna saggia come tutte le madri.
Non si sa da dove venisse, ma al solo pensiero di lei la mente del Barone vagava in terre lontane, terre che sanno di arance e grano, terre che sanno di mare dove si parlano chissà quali strane lingue. La immaginava con abiti dai colori sgargianti, rossi o turchesi, sventolare ventagli di pizzo coi capelli raccolti ed eleganti pendenti mentre sorride strizzando gli occhi tra il nero dei suoi denti.
L’aveva vista un giorno frugare tra i rifiuti davanti al supermercato, la sentiva di notte lamentarsi per i suoi figli persi per sempre. Concetta sapeva anche ridere, lo faceva spesso quando qualcuno gli passava una bottiglia o anche così…..senza motivo.    
Era bella, dio se era bella. Era apparsa un giorno e aveva turbato la sua vita. Un magone gli cresceva nello stomaco, ora di rabbia, quando la vedeva insieme ad altri barboni, ore di felicità, quando si sorprendeva a raccogliere primule pensando a lei.
“In omaggio alla bellezza, no no, non va bene per lei, per la donna più bella…no, incantato, o mia principessa”, nonostante il lignaggio il Barone trovava difficoltà in quell’attività di ricerca di una frase adatta che accompagnasse un suo pomposo inchino nell’atto dell’offerta floreale all’amata, e quando la vedeva qualcosa gli strozzava la gola, come quando lo portarono al pronto soccorso e dovettero mettergli la maschera ad ossigeno. Così quei fiori se li teneva stretti in mano per tutto il giorno, finchè gli coloravano il palmo di verde. La sera ormai secchi e molli li buttava.
Il barone non trovò mai il coraggio di avvicinarsi a lei, finchè un giorno Concetta sparì. Il Barone non dimenticò quell’angelo, anche quando furono passati anni da allora, a volte, nei pomeriggi d’autunno, quando il sole sta per inzupparsi da qualche parte dietro le case e l’aria diventa rossa, lasciava ogni cosa stesse facendo, si accasciava ai bordi di una strada e a bocca chiusa cominciava ad emettere un suono acuto e monotono, i cani della zona si avvicinavano a lui e incominciavano ad ululare, finchè non veniva la notte a nascondere il dolore.
La morte non lo ha mai spaventato, neanche da vecchio, ma forse lui non sapeva di esserlo, non c’era il tempo nella sua vita.
Però sapeva di essere stanco. Non lo spaventava la morte, “io nel paradiso non ci voglio andare” diceva sempre “puzza di monache, si prega sempre e non si mangia mai. All’inferno sì che voglio andare” e la sua faccia si apriva in un sorriso dolce “lì si mangiano bistecche arrostite sul carbone tutti i giorni e poi ci sono le femmine belle”.
Lo ripeteva ai suoi compagni di strada, specie nelle notti d’inverno quando il gelo gli bruciava la pelle e le ossa gli facevano male.
Lo aveva raccontato anche a Gino, il cane dall’occhio di vetro, quando orami era troppo stanco e vecchio, poco prima che smettesse di respirare. Lo diceva sempre a Don Pietro, il prete della mensa dei poveri, con grande disappunto di quest’ultimo.
“Don Pietro non è per male” continuava a ripetergli il Barone ”ma io in chiesa da voi non ci vengo, niente di personale, voi siete una brava persona, però vedete in chiesa da voi ci sono solo vecchiette rinsecchite, non vorrei ritrovarmi a condividere l’eternità con loro. Io devo andare all’inferno là conosco un sacco di gente”.
Don Pietro non gli rispondeva neanche, ci aveva rinunciato.
Non aveva paura della morte, sapeva che sarebbe arrivata prima o poi e lui era pronto, l’aspettava.
Arrivò l’inverno, il tempo dei sacchetti di plastica profumati di dolce, puoi leccarli all’interno e dopo puoi coprirti, la plastica tiene caldo, ma quell’inverno era freddo e quell’anno era venuto con la carrozza e quattro cavalli, era di notte quando arrivò, aprì la portiera e scese la morte.  
Alex
 
 
postato da: lanternerosse alle ore 17:13 | link | commenti (4)
categorie: #ale20025
domenica, 21 dicembre 2008

Il Posto del Vino

Gustavo la strana agonia, affondato come artigli nel bel mezzo dei pascoli del mondo. Un trio
bottiglie di vinodi ometti mi squadrava, come fossi stato la morte incappucciata che si accompagna alla
falce. Dito puntato. Sentenza sguinzagliata. "Per voi è giunto il momento" leggevano nel
mio sguardo beffardo. Certo, non ero di sicuro un fotomodello, ma se loro fossero mai stati
bravi a guardarsi non semplicemente con gli occhi, sarebbe stato diverso. Presero a
complottare tra loro, incomprensibile litania, forse ricordi dei vecchi tempi andati del
liceo, quando erano quei secchioni che erano. E tuttora lo sono e lo saranno ancora nelle loro
tombe. Gorgogliavano immagini ancora lucenti del loro passato, in quelle smorte carcasse che
erano oggi. Mi venne da ridere, ma cercai di sopprimere il più possibile.
Scolai il bicchiere di vino in un sorso, dondolando al padrone del ristorante la bottiglia vuota.
Non avevo fame, di certo, ero semplicemente infuriato. Volevo starmene solo, tra me e me a
detestare la cosa che tra tutte le cose che detestavo, detestavo di più di tutte. Me. Ero
semplicemente l'antitesi di me stesso, una bieca e perversa caricatura del mio ego. Facevo
esattamente, per filo e per segno, tutto quello che predicavo di detestare. Era un qualcosa di
incomprensibilmente inumano. Ero un marziano disincarnato, che vestiva mollicci abiti umani.
Aspettavo il vino con ansia. Che sublime soddisfazione sarebbe stato assaporarlo dopo quella
lunga attesa, pensai, ma non mi sarei mai immaginato che i miei stanchi occhi avrebbero
potuto meritare quello a cui assistettero.
Ero certo di aver scavalcato, come una montagna, tutti gli sguardi degli altri avventori del
locale, e Dio, con quale prepotenza e con quale permesso palpai quella visione. Lei vagava tra
la gente, non apparteneva a quella calca che scalpitava come buoi al macello. Fluttuava
semplicemente tra loro, come due cose ben distinte, una stupenda goccia d'olio che danza in
una pozza d'acqua lercia.
"Ecco a lei" e posò il vino. Averla a così poca distanza da me, sentire la sua flebile e calda
voce mi faceva sussultare. Avvertii un fremito lungo la spina dorsale, come un mantello
elettrico che si fondeva tra le mie scapole. Mi chiesi con quale azzardo l'Onnipotente aveva
creato quella creature così amabile, ma nel contempo di pari passo così lasciva. Eravamo
stati creati tutti a sua immagine e somiglianza? Errore, lei di certo non assomigliava a
nessuna donna che avessi mai veduto o immaginato fino a quel momento.

Alex

Colgo l'occasione per Augurare a tutti / e i miei più Sinceri Auguri.

Buon Natale e Felice 2009


postato da: lanternerosse alle ore 14:53 | link | commenti (4)
categorie: pensieri sparsi, #ale20025
martedì, 25 novembre 2008

Alla città nemica.

composizione astratta
Le Selve, 21 agosto 2008. alle dieci di mattina, che sarebbero le nove per il sole e la terra, ci sono ventisei gradi all’ombra. Qui, su questo cocuzzolo esposto a tutti i venti, ma i venti non ci sono, a più di cinquecento metri d’altezza sulle colline della toscana.
Tutt’intorno i cipressi, sempre più secchi. Ogni sera cerco di annaffiarne qualcuno, mentre do l’acqua al giardino: gli arbusti, ai vasi coi fiori ma anche alle erbe spontanee, persino ai piccoli rovi superstiti. Questo, non l’avevo mai fatto prima. Ma prima non c’era mai stato un tale caldo.
Mio figlio, mentre passa e mi vede bagnare i cipressi ogni giorno più secchi, mi grida: “Non sprecare l’acqua!”
Forse ha ragione, ma a me non sembra uno spreco: ogni goccia d’acqua che faccio cadere sulla terra so che nutre e disseta. Piante, erbe, insetti, batteri e tutti coloro che sono in vita. In quest’estate micidiale, ogni piccola erba e pianta che riesce a sopravvivere mi sembra un aiuto alla nostra salvezza. Anche quelle che un tempo strappavo e tagliavo. Ogni centimetro quadro di verde vivente mi sembra una speranza. Bagno la vetriola vicino ai muri, quei quattro rovi stenti che crescono tra i cipressi, le sgraziate erbe che si rizzano qua e là come radi ciuffi intisichiti. Le chiocciole, qualche uccello, gli insetti se ne cibano. I sopravvissuti.
Intanto che annaffio, che consento a tutte queste piante di sopravvivere un altro giorno, che mantengo quest’oasi di verde e relativa frescura in mezzo alle colline polverose e aride, passa ogni tanto nel cielo sopra di me qualche elicottero privato. Passa qualche aereo da guerra. Passano gli aerei di linea con la gente che in aereo va in vacanza o la preferisce al treno per recarsi al lavoro.
Passano i nemici.
I nemici dicono: ci adatteremo, l’uomo si adatta a tutto, la scienza provvederà. Lo dicono mentre vedono morire di cancro conoscenti e amici in ancor giovane età. Mentre li vedono ammalarsi di sclerosi multipla. Mentre i loro bambini soffrono allergie sempre più strambe, come quelle al glutine, cioè al pane o al latte. Allergici al pane e al latte.
Certo si può vivere senza pane e senza latte. Finché non si diventa allergici all’aria, si può vivere e, magari anche dopo: sotto una tenda a ossigeno?
Alex
 
postato da: lanternerosse alle ore 17:40 | link | commenti (4)
categorie: pensieri sparsi, #ale20025
mercoledì, 05 novembre 2008

Incontro -Dibattito

locandina pontemolise

Alex

postato da: lanternerosse alle ore 16:10 | link | commenti (1)
categorie: @eventi, #ale20025
mercoledì, 15 ottobre 2008

Seduto sugli scalini

Il tipico vociare della folla ha il sapore di un cibo mangiato e rimangiato, eppure in questo chiasso l’attrattiva è possente.
E’ un loud che non riesce tuttavia a scalfire la musica incessante nelle mie orecchie. Un mondo troppo contemporaneo persino a me stesso mi avvolge il sentire. E’ come se tutte queste vite fossero inghiottite da storie che solo nel passato possono essere state scritte e allora non c’è più nulla da raccontare.
Assenza!!
L’assenza di rumore è forse la sola cosa che vale la pena di assaporare con il sentire? Mi guardo intorno e non riconosco nessuno. Nessuno mi riconosce e questo mi fa sentire bene perché io appartengo a questo luogo.
E’ forse un male? Me lo chiedo a volte. Mi chiedo perché me ne sto qui seduto su questi scalini a scrivere su di loro, oppure da qualche altra parte, nessuno si fermi a chiedermi “perché? che cosa stai scrivendo? Fammi partecipe del tuo sentire. Unisci il tuo silenzio al mio rumore e creiamo qualcosa di nuovo.”
Continua
Alex
postato da: lanternerosse alle ore 16:50 | link | commenti (2)
categorie: pensieri sparsi, #ale20025
lunedì, 29 settembre 2008

Rimpiango.....

farfalla su libro

Cara...dopo di te il rosso non è più rosso, l'azzurro del cielo non è più azzurro, gli alberi non sono più verdi, dopo di te devo cercare i colori dentro la nostalgia che ho di noi.

Dopo di te rimpiango persino il dolore che ci faceva timidi e clandestini.

Rimpiango le attese, le rinicie, i messaggi cifrati e i nostri sguardi rubati in mezzo ad un mondo di ciechi che non volevano vedere, perchè se avessero visto saremmo stati la loro vergogna, il loro odio, la loro crudeltà.

Rimpiango ancora il coraggio di non averti chiesto perdono, perdono del mio amore, per questo non posso più guardare dentro la tua finestra.

Era lì che ti vedevo sempre, quando ancora non sapevo il tuo nome e tu sognavi un mondo migliore in cui non si può proibire ad un albero di essere albero e all'azzurro di diventare cielo.

Non so se questo è un mondo migliore, ora che nessuno mi chiama amore e tutti invece mi chiamano Alessandro.

Come posso dire che questo è un mondo migliore, come posso dirlo senza di te! 

Alex

ps: www.leballatedellarealta.splinder.com

Auguri Michele!!!!!!!!!!

postato da: lanternerosse alle ore 16:58 | link | commenti (14)
categorie: pensieri sparsi, #ale20025
lunedì, 15 settembre 2008

Brevi Discorsetti Inutili

Discorsetto n. 4
 
ho il mondo sotto il culo
Supponiamo che un giorno all’improvviso ci si accorgesse che i frigoriferi, i normali frigoriferi domestici, fossero la causa di molte morti improvvise fra la popolazione.
E’ solo esercizio di immaginazione, non importa cercare una causa tecnica reale e plausibile.
Un giorno questo succede e basta.
In questo nostro esercizio d’immaginazione si arriva al punto che i frigoriferi cominciano a causare, solo in Italia, più di 30 morti alla settimana fra uomini, donne, bambini e migliaia di feriti.
Voi pensate che l’opinione pubblica farebbe finta di niente?
Che le autorità resterebbero lì guardare la lista dei morti crescere giorno dopo giorno, senza fare niente?
Che il governo non prenderebbe immediati per impedire l’uso e la diffusione dei frigoriferi?
E, soprattutto, che le persone continuerebbero a tenersi in casa e usare come se niente fosse il loro frigorifero, arma potenziale che potrebbe eliminare un figlio, il coniuge o persino tutta la famiglia?
Certo che no: i frigoriferi verrebbero tutti quanti ritirati dalle case e distrutti; verrebbero emanate leggi speciali per proibire l’uso dei frigoriferi alla popolazione, anche se questo comporterebbe, naturalmente, rinunciare al servizio che il frigorifero svolgeva nella nostra vita.
Anzi, le persone sarebbero liete di riprendere le care e vecchie abitudini di una volta: il latte fresco conservato sul davanzale della finestra, i formaggi a stagionare nelle stie in cantina, il pane nella madìa, ecc…..
Tornerebbero i venditori di ghiaccio per le strade e nel frattempo si svilupperebbero nuove tecnologie meno rischiose delle precedenti.
Bene, se applicato ai frigoriferi questo era solo un gioco d’immaginazione, non lo è affatto se lo applichiamo invece ad un’altra appendice della famiglia moderna: l’automobile.
Quasi in ogni famiglia c’è un amico o parente deceduto i incidente stradale e quasi ogni adulto è stato coinvolto in forme più o meno gravi in incidenti simili.
La lista dei morti è paurosa: si calcola che statisticamente è lo stesso numero dei caduti che si avevano quotidianamente durante la Seconda Guerra Mondiale.
Eppure nessuno fa niente, anzi, il governo cerca di incentivare le vendite delle automobili e in famiglia si incoraggiano i figli a prendere la patente poco più che adolescenti, gli si mettono in mano le chiavi di automobili che verranno usate nel 90% dei casi per scopi assolutamente superficiali, e si tengono santini nel cruscotto per scongiurare la malasorte.
Ma intanto, giorno dopo giorno, la lista si allunga……Ah! E’ scattato il verde, potete ripartire.
Alex
Vi ricordo il mio blog: www.leballatedellarealta.splinder.com
A presto
postato da: ale20025 alle ore 19:49 | link | commenti (5)
categorie: pensieri sparsi, #ale20025
venerdì, 22 agosto 2008

Nella Casa Vuota

T'ho amato prima che nascessi.

girasoleLe carezze che ti ho fatto sono andate modellandomi.

Ogni tuo sguardo m'ha partorito in un'altra forma.

E' il tuo corpo che mi trasforma in aureola.

Ho imparato a parlare mormorando in ciò che ascoltavi.

Poichè m'hai posto nell'impronta dei tuoi sogni,

posso passeggiare per il mondo come un vivo.

Ma nella casa vuota non c'è un solo mobile.

Sopra il cumolo dei miei annientamenti

tu emergi come una fata eterna.

Alex

ps: visitate e partecipate al mio blog www.leballatedellarealta.splinder.com Grazie.

postato da: ale20025 alle ore 18:53 | link | commenti (7)
categorie: pensieri sparsi, #ale20025
venerdì, 01 agosto 2008

La Banalità

3529312526[1]
Vorrei raccontare un episodio alquanto banale. E’ alquanto inusuale dissertare su ciò che crediamo non abbia valore, ma sono proprio i particolari insignificanti che ci aiutano a comprendere qualcosa di più elevato.
Solitamente, i particolari – anche quelli che possono avere un più elevato valore – vengono trascurati e messi in un cantuccio. Si catalizza l’attenzione sul contesto globale credendo – a torto – che possa essere l’unico a determinare un significato.
Per esempio, non si parla mai di “amore a cinque stelle “(un neologismo appena coniato per un film recente) per indicare un grande amore (accessibile a pochi fortunati). Al contrario, ci si limita a parlare di amore tout court senza nessun altro tipo di appellativi o di sfumature eleganti. Non c’è la cortesia esplicativa di rendere più chiaro il contesto globale: semplicemente si rimane su vago, dando la chiara impressione di una immagine complessiva molto sfocata.
Se ci fosse una danza, dovremmo specificarne – per amore di cronaca – il tipo esatto: brasiliana, cubana, dance, spirituale, indiana, araba ecc…ecc..
Anzi, in questo caso è fondamentale rendere chiaramente l’idea di un corpo che si muove, che ancheggia, che si rende sensuale oppure di un movimento delle mani o delle gambe. Limitarsi a dire soltanto che “c’è una danza” è semplicemente povertà d’espressione. I particolari sono il nutrimento della nostra esistenza e sono i colori di una nostra visuale che, diversamente, sarebbe tristemente in bianco e nero.
 
Dimenticavo…..
 
….l’episodio banale di cui vi volevo parlare. Mi è capitato qualche anno fa e credo di averlo annotato fedelmente su di un mio taccuino.
Era un giorno di sabato. Ero al mercato. Non era una giornata di sole e non faceva molto freddo, ma eravamo in inverno. Dovevo fare qualche compera: mele, limoni, peperoni e qualche pomodoro.
Ero molto sereno e penso che quella sensazione di lucidità non mi sia più capitata.
Il mio respiro era molto calmo e controllato. Osservavo attentamente tutte le mie sensazioni.
Il profumo della frutta.
Il vocio delle persone indaffarate e speranzose di sbrigarsi in fretta.
Il tapis roulant fermo.
Lo sguardo della fruttivendola intenta a leggere l’elenco della spesa compilato con la grafia della mia nonna novantenne.
Un vecchietto si aggirava fra le bancarelle del mercato nel tentativo di beccare qualcosa a buon mercato: quando i soldi della pensione non bastano mai….
A me piaceva moltissimo la frutta secca ordinatamente esposta in un angolo da alcuni venditori. Anche il reparto pescheria non era male: era molto divertente respirare la forte puzza (mi stavono scappando nella battitura ben tre zeta!) perché vagamente – con uno sforzo della fantasia – ricordava l’aria del mare.
Il culmine di quella giornata per me fu la visione di un pomodoro schiacciato e marcio che giaceva dimenticato per terra. Io ebbi fortissima la sensazione che quel vegetale dimenticato era l’espressione più alta della quotidianità.
Il banale che non si tramuta e rimane se stesso. Il pomodoro è ciò che penso di me stesso alla fine della mia vita. Penso a ciò che succederà al mio corpo dopo la mia morte.
Un pomodoro marcio da dimenticare.
Appunto…..
 
 
 
Alex
postato da: ale20025 alle ore 15:18 | link | commenti (6)
categorie: pensieri sparsi, #ale20025
sabato, 26 luglio 2008

Brevi Discorsetti Inutili

Discorsetto n. 3
santuari
 
Mostrandomi una enorme cattedrale un prete mi disse:
<<Questa è la casa di Dio!>>.
Pensai quattro cose da dire:
       Le superville dei Vip mi hanno sempre lasciato indifferente;
       Se io fossi Dio considererei casa mia gli ospedali, le carceri e i manicomi, mica le chiese;
       Giuseppe e Maria erano poveri, Gesù era poverissimo. Dove hanno trovato i soldi per fare questa casa enorme tutta in marmo e piena di oro?;
       Quando vado a casa dei miei amici vengo trattato come la persona più importante del mondo. Qui per entrare bisogna genuflettersi, pentirsi, chiedere perdono e non ridere mai. Grazie resto fuori!!!
 
…..Ma dissi soltanto:
<< Però, bella eh?>>, perché si sa che le pecore purtroppo non vedono un palmo più in là dei loro pastori!!
Alex
 
postato da: ale20025 alle ore 15:42 | link | commenti (7)
categorie: pensieri sparsi, #ale20025
sabato, 19 luglio 2008

Brevi Discorsetti Inutili

Discorsetto n. 2
ho il mondo sotto il culo
 
I giornalisti descrivono un mondo infernale che non c’è.
La colpa quando poi le cose peggiorano è anche loro, che hanno spinto le persone a credere che le cose peggiori siano la norma, mentre invece sono quasi sempre l’eccezione.
Arrivano come sciacalli quando il corpo della vittima è ancora caldo: sono i giornalisti.
Una volta pensavo che i giornali fossero pieni di scemenze perché quello era il livello dei lettori; ora penso che i giornali sono pieni di scemenze perché quello è il livello di chi li fa!
Con la scusa che i lettori sono stupidi, legittimano la loro stessa stupidità.
Su tre notizie una è inventata, l’altra inesatta e la terza inutile; per questo il giornalismo è l’unica professione in cui anche i mediocri hanno serie possibilità di far carriera.
Quando c’è un attentato, i giornalisti gongolano.
Quando crolla un palazzo, i giornalisti gongolano.
Quando c’è un cataclisma, i giornalisti gongolano.
Quando c’è una tragedia, i giornalisti gongolano.
Non fatevi ingannare dalle facce corrucciate che mostrano nelle loro edizione straordinarie e dalle dirette “dal luogo della sciagura”, non date retta alle belle parole con cui riempiono le colonne dei loro giornali che, grazie alla tragedia, andranno esauriti: se le telecamere e i microfoni potessero mostrare il loro reale stato d’animo li vedremo correre eccitati ed euforici come bambini battendo le mani come per dire: “Che bello! Che bello! E’ arrivato lo Tsunami, ci sono stati trecentomila morti e noi abbiamo le immagini in esclusiva!!”
I momenti che i giornalisti in pensione ricordano e rimpiangono con piacere coincidono sempre con i momenti in cui a qualche povero diavolo è successo qualcosa di terribile.
In quei momenti i giornalisti si sentono gli umani più importanti della razza umana, più del Papa, più del capo di stato, più di chiunque altro.
Sospetto che pensino persino di essere utili alla società…………….
Alex
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sabato, 12 luglio 2008

BREVI DISCORSETTI INUTILI

Premessa.

Cari Amici con oggi iniziano i miei Brevi Discorsetti Inutili. Riflessioni, pensieri a volte sarcastiche altre anche blasfeme altre intelligenti ma pur sempre Inutili. Ogni sabato un appuntamento per sei settimane. Buona lettura e godetevi l'estate.

Alex

 

Discorsetto n. 1
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Il mondo era già un casino anche quando era popolato soltanto da quattro persone: le prime due , Adamo ed Eva, avevano già tentato di fregare il Capo mentre fra le altre due, Caino e Abele, c’era un tale livore che alla fine c’è scappato il morto.
Quattro persone tre reati: truffa, tradimento, omicidio.
A questo punto non era troppo difficile capire che se questo era il buongiorno, il seguito sarebbe stato anche peggio…..chiunque al posto di Dio avrebbe eliminato una specie così poco promettente o, quanto meno, l’avrebbe ri-creata correggendone i “bugs”, i difetti.
Lui invece no: ha voluto preservare (il che, pare, sia pure diabolico!) e difatti il seguito è stato anche peggio, come tremendi sono stati i Suoi tentativi di metterci una pezza: diluvi universali, figli prediletti mandati al macello, intere città spazzate via da attacchi di rabbia assassina, ecc. ecc….
O il mondo è una burla e in questo caso noi saremmo gli idioti di Dio, o il creatore del mondo è un incapace.
Decidete con calma al prossimo Concilio, poi fatemi sapere.
 
 
Alex
 
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mercoledì, 09 luglio 2008

*L' Eletto








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Conosco Fabrizio da una vita. Fu il destino a farci incontrare ed una donna e la sua mera gelosia da idiota a farci separare.

Conobbi Fabrizio ai tempi della scuola e la sua passione, la sua voglia il suo unico scopo sin d’allora era quello della carriera politica e  di conseguenza la elezione presso il suo comune di residenza.

Fortunatamente per lui ci riuscirà dopo un paio di tentativi e venne eletto anche con un considerevole numero di preferenze personali, il suo slogano era: “Un Mare di Novità!”

Attualmente amministra nel suo comune con varie deleghe tra cui quella all’ambiente.

Estate, una sera d’estate sulla spiaggia. La sua spiaggia.

Per gran parte del giorno era venuto giù tanta acqua quasi da confondersi con quella del mare ma…dalle 16.00 in poi era tornato a splendere il sole, a picchiare sui corpi dei vacanzieri i quali intrepidi ed incuranti della sabbia inumidita dalla pioggia erano lì con i loro asciugamani e ombrelloni colorati.

Io e Fabrizio eravamo un po’ più in qua ad osservare  l’orizzonte:


-         Fabrì perché non fai spianare questa inutile sterpaglia?


-         Cosa? Dico sei pazzo?


-         Perché dovrei essere pazzo, spiegami l’utilità di questa sterpaglia?


-         Questa non è sterpaglia sono Dune!


-         Quindi?


-         Come quindi! Queste Dune sono gli ultimi esempi di macchia mediterranea della nostra regione: bisogna salvaguardarle!! Capito?


-         Non sono d’accordo, Fabrì!! Fanculo te e ledune, per me rimangono solo delle inutili sterpaglie!!
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lunedì, 07 luglio 2008

Una Birra

spina di birra
Stanco, solo e stanco.
Stanca la mia anima,
stanco il mio corpo,
stanco è solo son Io.
 
Stanco,
stanco di svegliami tutte le mattine alle 05.45 per andare a lavorare,
stanco di aspettare, di essere messo in attesa,
stanco di pregare, stanco di desiderare.
 
Stanco di lottare, di credere, di sognare,
stanco di tutto, di tutti,
stanco di Me.
 
E’ son solo,
solo con me stesso,
solo con i miei pensieri,
solo con i miei barboni,
solo alla stazione,
solo con le mie scarpe,
solo con le mie paure,
solo con i miei sogni.
 
Solo, son tremendamente solo,
solo al bar….solo un’altra birra,
voglio solo un’altra birra…
 
Stanco, solo e stanco,
stanca la mia anima,
stanco il mio corpo,
stanco è solo son Io.
 
Stanco di dire: son felice per te!
Stanco di sentirmi dire: vedrai andrà tutto bene!
Stanco di dover vedere sempre le fortune altrui,
stanco di vedere sempre la mia penuria,
stanco di dovere dire: passo…..Voglio vedere!!
 
Solo, son solo,
mi sento solo….e
 
Voglio solo un’altra birra,
voglio solo fare un altro giro,
voglio solo ridere,
voglio solo sognare,
voglio solo vivere.
 
Voglio solo un’altra Birra.
Alex
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giovedì, 03 luglio 2008

Vergognosamente fingo.

 

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Lontano dalle tue labbra
cuore dell’aria
la tua voce.
 
La tua voce
cometa che gira
nella mia mente e
perdonami per sentire
quello che non dici
in quello che dici.
 
me ne vado
Ti lascio il mio fantasma,
vergognosamente fingo
la mia ombra ti accarezza.
 
Alex
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lunedì, 30 giugno 2008

In precedenti vite ero stato cane ed anche gatto.

gattino
Questa sera ho ancora gli occhi stanchi e non ho voglia di leggere.
La televisione è uno schifo.
Non ho sonno e nemmeno desiderio di bere.
Allora mi metto a visualizzare “Lei”.
Penso, molto intensamente, alla sua snella vita e scorro, adagio con le labbra, il sinuoso gioco dei fianchi.
Poi arriva il gatto, mio cliente abituale, al quale ho dato da mangiare.
Si piazza tra un pezzo di persiana chiuso e il vetro, lì sul piccolo spazio dove c’è un ripiano di marmo.
Perché sotto – dentro – c’è il condizionatore che rinfresca e lui se ne sta lì sotto al fresco. Mi guarda con i suoi occhi, espressivamente felici, intuisce i miei pensieri sensuali, sbadiglia poi mi dice (mentalmente) “Vecchio Porco!”.
Dovrò spiegarli che non è così, che questa mia ammirazione e adorazione “vitale” (e cioè della vita di “Lei”) è anche estetica, affascinante.
Troppo complicato. Lui guarda ancora, e ripete, ostinato: “Vecchio porco!”. Allora gli dico che, evidentemente non ha mai incontrato una gatta così subdolamente attrattiva come “Lei” ma, che se l’avesse per caso incontrata….Mi guarda ancora e dice: “già già, capisco. Però sei proprio un essere sensuale”.
Alzo le spalle e non so cosa rispondere. Magari ha ragione lui.
 
………
 
Martedì mattina. Caldo. Passeggiata di buon passo, lento, ma temperatura bestiale. Compro cose da mangiare e sbaglio due volte a pagare perché sto pensando alle cosce di “Lei”.
La lotta “razziale” per il predominio territoriale, ha visto: i gatti biondi trionfare sui soriani.
Anche il mio protetto non viene più. Al suo posto sono apparsi (sempre puntualissimi “ore pasti”) due biondi. Ho dato loro quello che potevo: salamino e formaggio “Bel Paese”(Mik questa è pubblicità occulta!).
Gradito.
La gatta bionda è molto domestica ed ama farsi carezzare.
L’ho fatta entrare in casa e lei si è placidamente seduta sul divano, mentre leggevo il giornale.
Ma, con una zampa, solleticava carezze. Allora l’ho accarezzata a lungo e ne era estasiata.
Ho cominciato a “ronronnare” e non la finiva più. E’ bella: pare una piccola tigre.
Ma il “mio” soriano selvatico 8che non si lasciava avvicinare) aveva occhi più espressivi e comunicanti.
Questa invece – che deve essere una femmina – sollecita tenerezze e carezze.
In precedenti vite devo essere stato cane ed anche gatto, perché entrambi questi animali mi amano istintivamente.
 
…….
 
Mi dispongo a partire. Ah, infine! Rivedrò “Lei”, riascolterò la sua voce, forse…..eh, sì….
Il gatto in omaggio alla mia partenza che ignora, ha avuto per pranzo (graditissimo) un intero salamino. Che almeno lasci un buon ricordo!
Infatti è stato come Argo, il cane di Ulisse.
Come sono arrivato, si è ricordato di me ed è venuto subito, dal primo giorno, a salutarmi e a questuare.
E i “biondi”?
Questa sera non si sono visti.
Che li abbia cacciati lui?
Penso intensamente a “Lei” e ai suoi baci.
 
 
 Alex
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venerdì, 27 giugno 2008

JOAN ARMATRADING

JOAN ARMATRADING
Love And Affection

(Armatrading)

joan armatrading

I am not in love
But I'm open to persuasion
East or West
Where's the best
For romancing?
With a friend,
I can smile
But with a lover,
I could hold my head back
I could really laugh
Really laugh
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giovedì, 26 giugno 2008

La mia ricerca

20041212-portobello
Sto cercando da anni un angolo
Dove poter scrivere quello
Che so del mondo.
Pensieri sottili, enigmi, voli.
Il luogo:
davanti al fuoco? Guardando l’acqua del fiume che corre?
Un topo mi guarda!
La luna, la luce, il sicomoro.
Una giovane donna si guarda allo specchio
Sono distratto e rapito, il cielo è assente
Tutto è sussurri e gridolini,
annaspi e celidonie, incendi e morsetti.
Una cosa è certa:
se un giorno deciderò di scrivere
le mie memorie le affiderò
ad un baco da seta.
Alex
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martedì, 24 giugno 2008

Domande senza Risposta

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Ma allora cos’è che ha smesso davvero di funzionare?
La famiglia? La scuola? La politica? La chiesa? La coppia? Il lavoro? Il senso del dovere? L’identità sociale? Oppure tutte queste cose messe insieme?
Quando si ruppe il primo pilastro portante della società, come mai non ce ne siamo accorti?
E perché non abbiamo reagito, non abbiamo cambiato rotta, quando le prime nubi inequivocabilmente minacciose si sono intraviste all’orizzonte?
Se non è chiaro capire da dove sono cominciati i guai, dove è partita la prima crepa, è invece chiarissimo individuare cosa sta funzionando a meraviglia: la strapotere economico, l’individualismo, l’indifferenza, l’odio e l’ira che alimentano la violenza dei singoli e quella dei popoli, l’infelicità che induce alla troppa distrazione, alla troppa distruzione.
Naturalmente queste forze nichiliste dell’animo non sono un prodotto della modernità, esistono da sempre e sempre hanno influito nella storia, ma oggi la sensazione è che siano decisamente preponderanti, in via di affermazione assoluta, che non hanno più barriere né anticorpi.
Praticamente i valori peggiori dell’uomo stanno diventando gli unici valori riconosciuti, praticati e promossi tanto da chi domanda quanto dai semplici individui.
Pertanto non si può più parlare di imposizione di idee (come se ci fosse una dittatura), bensì di cultura di popolo: adottiamo e promuoviamo gli stessi modelli sociali di cui poi ci lamentiamo.
Eppure dovrebbe essere chiaro che chi si adatta acriticamente ai valori dominanti ne diventa alleato, ma se opporsi significa andare incontro a sanzioni psicologiche non da poco, come isolamento, depressione, melanconia, solitudine, non stupisce che infine ceda anche chi è consapevole dell’importanza di resistere all’omologazione.
E allora che fare?
Ah, io non lo so proprio.
Chi ha idee in proposito si faccia avanti e le condivida con, me, tutti noi.  
Alex
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domenica, 22 giugno 2008

Andrea Pazienza

Senza Pazienza
 
 
"Cercai di incontrare il suo sguardo ma egli appariva assorto in un qualche pensiero doloroso e, per rispetto, portai il bicchiere alle labbra e mi unii alla banalità dei discorsi". "Se ne andò così, per un insulto cardiaco, all'età di ventottoanni. Osservando la sua foto nella tomba, mi chiesi se il cuore fosse davvero un muscolo involontario. E se quella morte non fosse il segno di una resa invincibile". [Andrea Pazienza, "Il segno di una rete invincibile", 1983]
 
 
 
Nella notte tra il 15 e il 16 Giugno di vent’anni fa, a Montepulciano, Andrea pazienza muore a 32 anni. Finiva così la breve ma intensa esistenza del fumettista italiano più famoso, uno che ha assorbito come una zanardi pazienzaspugna lo spirito del suo tempo: il “segno di una resa invincibile” nel 1977, e poi l’inizio degli anni ottanta, la violenza egocentrica di Zanardi e la disperazione suicida di Pompeo, l’insicurezza di Petrilli e l’ossessione per il corpo di Colasanti, i suoi personaggi.
Gli anni dell’abbandono della città e la scelta di ritirarsi in campagna.
“Vivi veloce muori giovane” è stato il motto dei belli e dannati del rock’n’ roll, e Andrea Pazienza era uno che si autodefiniva, per bocca dei suoi personaggi, “praticamente una rockstar”.
Una pietra miliare del nuovo fumetto italiano, soprattutto. Il figlio del “migliore acquerellista che abbia mai conosciuto” [sono sempre parole sue] riversa tutta la sua arte nel fumetto, stabilendo una volta per tutte [insieme ad altri, ma per molti è Pazienza il segno di questo passaggio] che il fumetto è “roba seria” persino quando parla di “Pippo che sembra uno sballato perché è uno sballato”.
Lo sguardo tipicamente meridionale di Paz, uomo del sud sempre in bilico tra dissacrazione e testardaggine, è percepito con famigliarità dai nuovi fumettisti. Ma contemporaneamente Pazienza è un “mostro sacro”.
Qualunque fumettista si irrigidisce quando gli chiedi della sua relazione con il Maestro di San Severo, come se gli stessi facendo una domanda intima, indiscreta, come se gli chiedessi di paragonarsi al riferimento assoluto.
Eppure nel nuovo fumetto italiano, quello indipendente, non seriale e d’autore, c’è un’attitudine che inequivocabilmente il segno di APaz e della sua generazione [cito il gruppo di Cannibale: Stefano Tamburini, Tanino Liberatore, Filippo Scòzzari, Massimo Mattioli]: mescolare stili e linguaggi, sfera pubblica e sentimenti privati, per raccontare la società.
 
La Vita  
 
Andrea Pazienza nasce a San Benedetto del Tronto nel maggio del ’56 e muore per overdose di eroina nella notte del 16 giugno del 1988. Suo padre, Enrico, è un professore di educazione artistica e pittore. Dopo l’infanzia a San Severo di Puglia, si trasferisce a Pescara, dove studia, conosce Tanino Liberatore, autore di fumetti, e comincia a realizzare le sue prime strisce insieme ad una serie di dipinti.
andrea pazienzaNel ’74 si iscrive al Dams di Bologna.
Sono gli anni della contestazione giovanile, che fanno da sfondo a “Le straordinarie avventure di Pentotal”, il suo primo fumetto pubblicato su “Alter Alter”.
E’ tra i fondatori della rivista “Cannibale” e poi “Frigidaire”, collabora con il celebre “Il Male” e con “Tango”, il supplemento satirico dell’Unità diretto da Staino.
Artista geniale ed eclettico, purtroppo tragicamente segnato dalla droga, si misura con ogni tipo di linguaggio.
Oltre ai fumetti, dipinge quadri, firma manifesti cinematografici (per esempio “La città delle donne” di Fellini), gira videoclip, realizza campagne pubblicitarie.
Nel 1984 si trasferisce a Montepulciano, conosce la fumettista Marina Comandino, e la sposa nell’86.
Tra i suoi personaggi più famosi: Pentotal, Zanardi, Pompeo.
Nel 2002 il regista Renato Di Maria gira “Paz!”, film ispirato ai suoi personaggi a fumetti.   
Alex
postato da: ale20025 alle ore 17:49 | link | commenti (3)
categorie: cultura, @eventi, #ale20025