Sentire un pianto
in lontananza
-mentre sei in silenzio-
a dirotto
è notte
e vorresti non essere
perché il dolore
esiste
e tu
e tu sei lì
statico
senza accorgerti
che esistono.
Ma che ci puoi fare, tu?
Non sai chi sia
sai che non è poi così lontano
e giri la testa sul cuscino
sordo
e lo invidi
vorresti non vivere,
sai che non puoi.
Qualcuno piangerebbe.
L’inutilità di aver fatto credere
di aver fatto credere di sapere
di sapere con la boria della peggio borghesia
il poeta è un borghese fallito
o un borghese molto arrivato:
dipende tutto dal suo mercimonio.
Tornare ad essere piccolo piccolo
- come ce ne sono tanti-
ed apprezzare
la piccola piccola stupita vanezza
illusa e un po’ bugiarda
di quelli che sanno…
ed io farò le cose brutte.
Non c’è più nulla per lottare, sai?
ci restano mucchi di scatoloni,
vuoti, vuoti come le nostre zucche.
Versi violenti per concederci
un po’ di fumo,
ma ci siamo appartati, noi
e ci rinchiudiamo, noi
soffocati e zittiti
con quattro neuroni disastrati
e neanche la voglia di piangere.
***
Batte il martello,
ti inchioda e ti smemora,
non ti muovi
(lo sguardo è fisso in un punto),
ti spacca e ti scolora,
non ascolti,
scarabocchi.
Le luci si sgretolano
per le vie, e le pareti
sibilano e scompaiono
le voci petulanti per le strade
e tu tenti di scavarti nel cuore,
ma senza trovarvi un verso d’amore:
basterebbe un sussurro.
Non ci si trascina così
(non si strisciano i piedi!),
ma oramai tutte le voci son confuse
nella notte col silenzio tra le case
e ci si sfiora
(mentre l’anima deflora).
Nullità
trascorse e tramortite: morte,
come se volessero porre un limite alla furia:
è caduto forse un titano?
No, è solo morto un fiore nel deserto.
E’ l’alba e si trema
non ci sono stati, gli sconti;
le valigie sfatte,
le stitiche paranoie divorano l’insonnia,
non c’è ritorno.
E tremo.
La sua prognosi è riservata
ed io, io non voglio finire
al buio.
Non parlare: non devi!
(ma perché mi balza in mente l'omero di Omero?)
No, non temete, da noi non esiste impunità,
ma, ma il vento soffia
e c'è ricchezza nei giardini di Pomona
(e pare ci fosse anche Vertumno vociferano, ma silenzio!)
senti il vento, ma non dirlo: guai!
senti il vento?
No.
Però la risacca ha portato dei cocci
e non ci sono più, sulla sabbia.
Cosa facevi, Proteo, lungo l'arenile?
pescavi?
No, non dirmelo, scusami, fatti tuoi.
La noia s’è stesa
sulle albe, i tramonti
sfocati per metterci smania
di vedere, di vedere,
ma la cortina non si disperde
mai.
Così divincolandoci aggrovigliati,
scapestrati ci contorciamo,
ma l’amo non si stacca
e mancherà l’aria.
No!
Non è bello, questo.
Svanito e fiacco
l’occhio non distingue
e vacilla, e vacilli
cercando l’immersione nel silenzio
come se potesse curare
(o piuttosto purgare?).
Vivi di negazioni,
rifugi e pareti affrescate,
i mobili ben tagliati e adorni
per i vassoi di Limoges
e i bicchieri di cristallo
e le posate d’argento,
e per la nebbia che offusca
e stordisce e rapisce.
Non è il bello, questo:
no.
Devo ancora arrivare
(r)accolto nelle ceneri del giorno,
dove può delirare
il tacito ricordo,
la tenera follia di un noto volto
che, finisce e frinisce
con la fremente nostalgia di un solco,
lasciato con il piede sulla terra.
Valli prosciugate di catrame,
divieti e vanità;
oboli ingoiati dalla cassaforte da morto,
si asside inane, il simbolo
(segno corrispondente a contenuti o valori particolari o universali),*
senza referenze,
vuoto, vuoto status
symbol.
Si sperpera nel vuoto
(anche il vuoto).
E non ritrova più
il giallo dei limoni
o rose polisemiche nei canti,
ma giace agonizzando nei rimpianti.
* Definizione tratta dal dizionario della lingua italiana Devoto-Oli.
Immersi nell’inerzia di un sasso
e scavando nei pensieri ritorti,
ti sfiorano presenze lungo il fiume
ed il flusso trascina,
pallido e stanco,
un mondo sconnesso
e ripararsi gli occhi con la mano
perché
un animale è un animale.
Ma che sia inanimato quest’abito d’uomo odierno?
Ore che passano,
lente,
ma non liete
per ridisegnarmi nel vuoto,
la notte.
Fragile,
appena uscito dal guscio
alzi la testa,
aspetti l’imbecco.
E non arriva.
Ombre sinistre,
per chi le vede,
non sappiamo, noi,
di luoghi diversi e il respiro
puro.
Un’accorta premura
per non bruciare i vincoli
che vorresti, a volte,
annientare;
a volte, che vorresti
saldare:
come se tutto fosse nulla.
Non voglio abbandonare,
restituitemi qualcosa,
privo di malizia;
una volta soltanto.
Distendersi su un prato, la notte,
tra gli insetti che fremono
e la parodia di una fiaba
dove l’orco fa solo ridere
e la vita pare gentile,
dimentico del giorno;
e la morte.
Le stanze sono tristi e buie,
disperano le rime
e l’equilibrio d’Armonia;
non c’è cura
e le persone care
se ne stanno calme
e fingono
chiuse in dissepolti
romantici ruderi.
Una radice s’è svelta.
Le pagine non scritte dei diari,
sentenze buttate lì,
sperdute tra isole e ciottoli
e i meandri della iena che ci smemora;
e scorre e scorre
senza aver ancora inteso, che
un uomo va piuttosto capito che conosciuto,
in un attimo carpito. Tra i silenzi
in cui s’aggiusta la maschera,
un viso.