Mio nonno diceva che un vero uomo deve bere vino, fumare del buon tabacco e avere buona mira col fucile. Mia nonna si arrabbiava sempre quando lo scopriva a farmi bere di nascosto e lui diceva che a 8 anni nemmeno fumavo ancora e che un goccio di vino mi avrebbe fatto bene.
Un pomeriggio, mentre giocavo davanti al fuoco, mi dice di andare a caccia con lui, che mi avrebbe fatto sparare il mio primo colpo.
Dopo 10 minuti di cammino ci fermammo sull’orlo di una scarpata, mi mise il fucile tra le braccia e mi disse di sparare ad una pietra poco più in basso.
«Mira a quella pietra come se fosse la testa di un uomo», disse.
Sparai e caddi all’indietro con un certo dolore alla spalla per il rinculo del fucile. Mio nonno se la rideva, piegato in due, e indicava la pietra. L’avevo sbeccata in alto a sinistra.
Mi fece sparare di nuovo. Non caddi a terra, ma non riuscii nemmeno a prendere la pietra. Guardai mio nonno sconsolato e lui mi disse che ero piccolo e che di tempo per imparare ne avevo.
Mi lasciò il fucile e se ne andò a pisciare, dieci passi più a valle.
«Spara ancora se vuoi. Le cartucce sono nel tascapane», disse mentre scendeva. Con le mie dita piccole infilai una cartuccia nella fessura sotto il fucile. Tirai su il fucile, lo strinsi bene contro la spalla e mirai la testa di mio nonno che pisciava. Tirai il grilletto.
Cadde a terra, tremò qualche istante e si fermò per sempre. Andai a rimettergli il cazzo dentro i pantaloni. Non mi andava che qualcuno lo vedesse così.
Tornai a casa, col fucile in spalla. Frugando nel tascapane avevo trovato le sigarette e la borraccia col vino. Respirai quell’odore di officina e mandai qualche sorso nello stomaco, come uno sciroppo, con le narici tappate.
Mia nonna mi vide arrivare col fucile in spalla, solo. Non mi guardò con gli occhi di chi sta guardando un bambino.
«Dov’è nonno?», mi chiese.
Le risposi: «Nonna, sono un uomo».