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giovedì, 10 settembre 2009

I vizi capitali 6 e 7

Battute finali per le antologie di Perrone Lab a proposito dei "vizi capitali". Nel corso dell'estate sono stati selezionati i testi riguardanti l'avarizia e l'invidia, e una manifestazione conclusiva si terrà a Roma il 28 settembre per festeggiare con un reading degli autori presenti la pubblicazione di tutte le sette antologie (i dettagli della serata a breve in un prossimo post).L

I PARENTI POVERI

Lo zio Gustavo e la zia Franca erano sempre stati ritenuti i parenti poveri, anche se nessuno avrebbe saputo spiegare esattamente perché, in una famiglia dove tutti vivevano in condizioni di relativa agiatezza, solo a loro fosse toccata in sorte una posizione economica modesta.
Gustavo era in realtà un mio prozio, fratellastro del nonno paterno nato a notevole distanza dai fratelli dopo il secondo matrimonio del bisnonno, risposatosi alla morte prematura della prima moglie, ed era proprio a questa sua parziale diversità che i parenti più malevoli attribuivano una presunta incapacità ad ottenere maggiori successi dalla sua carriera di impiegato bancario.
“Avrà preso dalla madre…” si mormorava invariabilmente nel gruppetto delle spettegolanti zie e cugine di mio padre, che non perdevano nessuna delle occasioni di riunione offerte dalle ricorrenze familiari per malignare con inesauribile perfidia alle spalle di qualcuno.
Zio Gustavo e zia Franca costituivano due dei loro soggetti preferiti, poiché parlavano poco, vivevano molto appartati e aprivano malvolentieri ai parenti la loro abitazione, che peraltro appariva arredata in modo assai modesto, per non dire trasandato, e non era considerata per nulla accogliente riguardo a ciò che veniva offerto ai rari ospiti: niente di più e di diverso che caffè scadente e biscotti stantii.
Per quanto mi ricordi, credo di poter affermare con certezza che nessun membro della famiglia, e molto probabilmente nemmeno altre persone, fosse mai stato invitato dagli zii a pranzo o a cena, e non penso neanche che sarebbe stato il caso di augurarselo, considerando l’indescrivibile sapore di quei biscotti e delle imbevibili tazze di caffè.
Se le altre donne presenti, come era facile che accadesse durante le periodiche riunioni familiari, iniziavano a parlare di ciò che cucinavano, descrivendo con orgoglio le loro preparazioni preferite e scambiandosi volentieri suggerimenti e ricette, zia Franca evitava accuratamente di lasciarsi coinvolgere nella conversazione, limitandosi tutt’al più a qualche scarno commento di approvazione o disapprovazione, ma senza mai lasciar trapelare qualcosa di personale.
Quanto a zio Gustavo, se coinvolto suo malgrado nelle tradizionali discussioni maschili a base di politica, calcio o motori, non aveva mai manifestato pubblicamente nessun genere di passione.
Di certo non era mai entrato in uno stadio in vita sua, ma non seguiva nemmeno qualche altro sport con particolare interesse, non possedeva un’auto propria e ignorava tutto del settore, spostandosi solo grazie ai mezzi pubblici e denotando una totale incapacità a prendere parte a tutte quelle dispute su modelli, marche e prestazioni in cui si impegnavano con calore zii, nonni e cugini.
Esisteva però un momento in cui queste due scialbe figure si animavano, abbandonando del tutto il loro abituale riserbo, ed era quello in cui, ovunque ci si fosse riuniti, a casa del parente di turno o a volte in qualche ristorante dove si era stati convocati da chi aveva deciso di offrire un lauto pranzo per un festeggiamento particolare, si iniziava a mangiare, perché nella rapidità con cui vuotavano ogni piatto che potessero trovarsi davanti, da qualsiasi tipo di antipasto a ogni genere di dolce senza operare distinzioni né rifiutare mai nulla, zio Gustavo e zia Franca erano davvero imbattibili, e sembravano non essere mai sazi, tanto che nel solito gruppetto delle parenti spettegolanti correva voce che approfittassero di quelle occasioni per risparmiarsi almeno un paio di pasti, tra il giorno precedente e quello successivo…
Col tempo, gli zii diventarono sempre più ingrigiti, vivendo se possibile in modo ancora più appartato dopo il ritiro di lui dal lavoro e comparendo in pubblico raramente, nei loro abiti fuori moda, mai mutati da una riunione familiare all’altra nonostante il trascorrere degli anni: per lui la giacca grigia d’inverno e quella azzurrina d’estate, per lei l’abito di lanetta bordeaux o quello di seta verde a fiorellini sbiaditi.
Soltanto dopo la loro scomparsa, avvenuta a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra, quando toccò a noi nipoti occuparci dei loro effetti personali, si seppe che zio Gustavo, lavorando in banca, era arrivato ai massimi livelli dirigenziali, guadagnando di conseguenza forti somme per molti anni e ottenendo una lauta pensione fino alla morte, ma questo non gli aveva impedito di condurre un’esistenza ai minimi termini, ossessionato dall’avarizia che condivideva con la moglie. Nella squallida abitazione, totalmente priva di comodità e di oggetti di pregio, la cosa più curiosa che scoprimmo furono le differenti redazioni del testamento dello zio, furiosamente riscritte, cancellate e lasciate semi stracciate in un cassetto: da buon avaro, era morto senza essere riuscito a separarsi dal suo denaro, vanamente accumulato su un conto corrente senza mai ottenere una destinazione precisa.



LLA PREFERITA

Non mi ricordo esattamente quando ho iniziato a invidiarti, ma sono sicura che dovrei tornare molto indietro nel tempo, fino agli anni lontani dell'infanzia in cui tu eri la deliziosa bambina che sembrava uscita da un libro illustrato, così perfetta nei suoi vestitini dai tenui colori pastello, con i capelli di un biondo tizianesco legati in due morbidi codini e gli occhioni blu porcellana sempre spalancati con aria innocente sul mondo, ed io quel maschiaccio sfrenato che veniva distinto a fatica dai miei due fratelli, con i quali del resto mia madre, donna dai modi assai sbrigativi, mi faceva condividere gran parte del guardaroba: per me, gli abitini da Barbie che indossavi tu sono sempre rimasti un sogno, e del resto immagino che mi ci sarei sentita tremendamente a disagio, o li avrei resi del tutto impresentabili nel giro di mezz’ora.
Mai viste due sorelle più differenti fra loro delle nostre madri, cara ed eternamente odiata cugina: la mia ci ha allevati senza concedere il minimo spazio ai fronzoli, mentre la tua ti ha considerato fin dalla nascita una piccola principessa, e non ha mai cessato per un istante di trattarti come tale, riuscendo inoltre a trasmettere quel sentimento al resto della famiglia, perché anche per i nonni, tutto sommato, io e i miei fratelli eravamo “quei tre diavoli scatenati”, per quanto simpatici e affettuosi, ma tu sei sempre stata “quell’angioletto di Monica”, ovvero una personcina speciale e diversa da noi.
Siamo cresciute giocando molto insieme e frequentando le stesse scuole fino alla terza media, sia pure in classi diverse, condividendo quindi anche parecchi amici, ma non ci siamo mai amate: è forse possibile amare la perfezione, soprattutto quando ti viene sbandierata davanti tanto spesso come esempio da seguire? E tu eri troppo bella, troppo brava a scuola, troppo al di sopra di ogni critica per poter essere amata da me che non mi vedevo mai abbastanza carina e mi barcamenavo nella mia dignitosa media del sette, ma mi sentivo del tutto inadeguata a qualsiasi confronto.
Stavo bene con i miei fratelli, questo sì, ed ero cresciuta molto legata a loro che mi coinvolgevano in tutte le imprese tipicamente mascoline che architettavano a ogni pié sospinto, ma a partire da una certa età il loro affettuoso cameratismo, così come quello di tutta la banda di amiche e amici che frequentavamo, iniziava a non bastarmi più, perché altri pensieri e desideri arrivavano a turbarmi.
Iniziando il tempo degli amori, era scontato che tu, Monica, fossi ancora una volta al centro dell'attenzione, oggetto del desiderio di tutti i ragazzi che incontravi, poiché era impossibile pensare che qualcuno restasse insensibile alla tua bellezza, al tuo fascino e alla tua eleganza, mentre tua madre già iniziava a vagheggiare un futuro matrimonio, che naturalmente non avrebbe potuto essere che principesco, con il miglior partito disponibile...Avrebbe dovuto aspettare, tuttavia, poiché per qualche anno ti saresti dedicata con impegno a sperimentare e a scartare implacabilmente svariati pretendenti.
Non ti avevo mai amata, d'accordo, ma la mia invidia per te sarebbe rimasta a livelli controllabili se solo tu, che dalla vita avevi sempre ottenuto tutto, un giorno non ti fossi ostinata a volerti impadronire anche dell'unica cosa in quel momento preziosissima per me, il mio fidanzato, con cui mi ero presentata alla grandiosa festa per i tuoi venticinque anni: gli avevi messo gli occhi addosso dal primo istante, nonostante anche tu fossi ufficialmente impegnata, e neanche a farlo apposta lo avevi subito irretito.
E allora erano tornati utili i miei anni da maschiaccio, quelli durante i quali avevo imparato tutto, ma proprio tutto, dai miei fratelli, anche come si fa a diventare un esperto meccanico, per esempio, e non solo per truccare banalmente un motorino, ma per conoscere così bene un'auto da saperne manomettere i freni, trovandola a portata di mano parcheggiata nel box accanto a quella degli zii, con le chiavi bene in vista in un posto conosciuto della loro casa che mi era tanto familiare.
Accadde la sera dopo, mentre tornavi da una cena con alcune amiche. La telefonata arrivò a casa nostra il mattino successivo, dall'ospedale, e rispose mio padre, ne sentii da un'altra stanza la voce concitata e mi preparai ad accogliere la notizia con un viso di circostanza.
“Dio mio, Carla, ragazzi, che tragedia! Monica...”
“Cos'è accaduto?”
“Un incidente con l'auto ieri sera mentre rientrava, si è schiantata contro un muro.”
“Ed è...morta?”
“No, è in ospedale, molto grave ma sopravvivrà. Però resterà paralizzata, povero angelo, dovrà passare il resto della vita su una sedia a rotelle....Dovremo esserle tutti molto vicini!”
E così, ancora una volta e per sempre, avresti avuto tutte le attenzioni per te…che invidia.



postato da: Anna58 alle ore 22:32 | link | commenti (2)
categorie: concorsi letterari, #anna58 racconti
martedì, 28 luglio 2009

I vizi capitali 5

Quinta antologia dedicata ai "Vizi capitali" da Giulio Perrone Editore, e stavolta è toccato alla superbia.

La superbia 

UNA VITA DA SUPERUOMO

“Superbo” era l’aggettivo che aveva sentito utilizzare più spesso fin da bambino per definire molti dei suoi attributi fondamentali, e non, come si potrebbe pensare d’istinto, in tono negativo, ma con una buona dose d’orgoglio da parte di entrambi i genitori.
Erano considerati tali, per cominciare, il suo viso dai lineamenti aristocratici, dominati da un naso leggermente aquilino ereditato dal nonno materno militare di carriera, il portamento sempre eretto e composto fin da ragazzino, persino negli anni in cui i suoi coetanei si abbandonavano agli atteggiamenti più sbracati, e poi naturalmente buona parte dei suoi eccellenti risultati scolastici e atletici, dal momento che aveva ottenuto in dono da madre natura un corpo adeguato a praticare svariate discipline sportive.
Attorno ai venticinque anni, Giorgio si contemplava allo specchio con soddisfazione prima di uscire in compagnia degli amici, pochi e scelti con cura, perché la maggior parte degli esseri umani veniva da lui giudicata noiosa, ignorante o difficile da tollerare, oppure in attesa di incontrarsi con qualche ragazza, riguardo alle quali era se possibile ancora più critico e selettivo, sapendo che la sua Donna Ideale sarebbe dovuta essere praticamente perfetta per potergli essere compagna di vita adeguata, così che nessuna fanciulla riusciva mai a superare il secondo o terzo appuntamento.
Ma in fondo che problema c’era? Avrebbe avuto tutto il tempo di trovare una donna degna di vivere al suo fianco, ed era sicuro che il giorno in cui l’avesse finalmente incontrata sarebbe stato sufficiente poco più d’uno sguardo per riconoscerla…i numerosi tentativi andati finora a vuoto si potevano classificare come innocui passatempi, tanto che nel frattempo preferiva dedicare la maggior parte delle sue energie al lavoro, dove naturalmente non poteva che dimostrarsi il migliore.
Da ragazzino forse avrebbe desiderato fare tutt’altro che l’avvocato, carriera intrapresa al solo scopo di rilevare l’importante studio professionale appartenente alla famiglia già da due generazioni, ma sarebbe morto piuttosto che confessarlo, perciò aveva seguito l’iter giuridico col massimo profitto e si era specializzato in diritto internazionale progettando di aggiungere all’elenco di committenti abituali le grandi società aperte ai mercati esteri, poiché non nutriva dubbi sulle proprie capacità di guadagnarsi ogni tipo di potenziale cliente.
Non aveva alcuna stima dei due cugini con i quali avrebbe diviso la conduzione dello studio, ma non potendo sottrarsi alle regole familiari preferiva godersi il timore reverenziale da cui si sentiva circondato da parte dei dipendenti, il gruppetto di segretarie e un paio di praticanti appena più giovani di lui, ma dai quali lo separava quella corazza inviolabile costituita dall’essere il figlio del socio più autorevole, cosa che se possibile aumentava ulteriormente la sua supponenza.
Alla grandiosa festa organizzata per il suo trentesimo compleanno, Giorgio poteva dominare con l’immancabile sguardo altezzoso il folto gruppo d’invitati, scelto con estrema cura fra ex compagni di studi, colleghi ed amici di famiglia influenti, ed ingentilito da numerose ragazze, nessuna delle quali tuttavia riusciva a catturare per più di cinque minuti la sua attenzione.
La cosa peggiore era però un pensiero molesto nato osservando che quasi tutti gli amici presenti erano accompagnati da una fidanzata o addirittura da una moglie, e che alcune coppie erano già genitrici orgogliose di piccoli eredi momentaneamente lasciati alle cure di nonni o babysitter in occasione della festa, mentre lui, il superbo padrone di casa, conduceva un’esistenza solitaria, costellata di avventure inconsistenti.
Mario, il suo migliore amico, il compagno di scuola di cinque anni di liceo e in definitiva l’unica persona con cui Giorgio riuscisse talvolta a comportarsi con naturalezza dimenticando di indossare ogni tipo di corazza, gli si avvicinò poco prima del taglio rituale della torta.
“Come ti senti adesso? Dicono che trent’anni siano l’inizio della maturità: tu sai che li ho compiuti da quattro mesi e confesso di non aver notato la differenza, però io e Clara abbiamo deciso di compiere il grande passo, e due settimane fa abbiamo avuto la conferma che il nostro bimbo è in arrivo. Tu sei il primo a saperlo, naturalmente dopo i futuri nonni!”
Giorgio sorrise a fatica. Molto a fatica, per la verità.
“Congratulazioni…”
“Grazie! Beh, spero di incoraggiarti così a prendere una decisione seria, mi piacerebbe molto vederti finalmente accoppiato in modo stabile, e non dovresti avere problemi a trovare una compagna” osservò Mario indicando con un largo gesto della mano, e un sorriso complice stampato sul volto, le numerose ragazze che si aggiravano nel salone della festa.
Il ragionamento non faceva una grinza, ma nemmeno Mario era in grado di capire quanto fosse complicato vivere ogni giorno ai massimi livelli, e chissà se poi esisteva davvero a questo mondo qualche candidata idonea al ruolo di compagna per un uomo praticamente perfetto?

postato da: Anna58 alle ore 16:28 | link | commenti (5)
categorie: concorsi letterari, #anna58 racconti
mercoledì, 01 luglio 2009

I vizi capitali 4

Come preannunciato, ecco il quarto volume dedicato ai "vizi capitali", riguardante questa volta "L'accidia" ovvero la pigrizia, e la mia interpretazione del tema.L

 DOLCE FAR NIENTE

Non c’è nulla di più piacevole del restare a letto fino a tardi, nelle mattine festive, a godersi il tepore delle lenzuola, il silenzio della casa deserta, e la libertà di poter dimenticare programmi, orari e preoccupazioni.

Talvolta però, mentre mi attardo in questa profonda beatitudine, mi accade di restare vittima di allucinazioni ricorrenti, da cui temo che non mi libererò mai, in grado di irrompere in modo brutale a turbare quel dolce far niente a cui consacro ogni domenica mattina: improvvisamente avverto ancora nelle orecchie, forte e perentoria come un tempo, la voce tonante di mio padre, che spalancando la porta della camera dove io e mio fratello dormivamo da ragazzi, ci strappava bruscamente al mondo dei sogni, incurante del fatto che il calendario segnasse una ricorrenza festiva.

“Sveglia! Chi dorme non piglia pesci!”

“Che si fa qui, si dorme? Ma se il mattino ha l’oro in bocca!”

“Pigroni, il caldo delle lenzuola non fa bollir la pentola!”

Dio solo sa quanto ho odiato quei maledetti proverbi, e che nessuno si azzardi mai più a sostenere in mia presenza che esprimono la saggezza dei popoli, come sosteneva il mio sussidiario alla scuola elementare.

Mio padre sembrava conoscerne di adatti ad ogni situazione, ed era orgoglioso di sfoderarne sempre uno al momento giusto, cosa che mia madre accoglieva con un sorrisetto rassegnato, avendo ormai rinunciato da tempo a cercare debellare quella mania del coniuge, mentre noi figli non potevamo che brontolare alle sue spalle.

Quelli declamati al mattino presto, però, erano particolarmente insopportabili, anche perché dopo certe irruzioni ogni tentativo di ritrovare la pace perduta e riaddormentarsi risultava davvero impossibile.

Quanto entusiasmo sprecato, pover’uomo, nel tentativo di comunicarmi almeno in parte la sua energia e la sua incontenibile vitalità: io, raggiunta l’età dell’emancipazione e la possibilità di sottrarmi finalmente alle sue gioviali imposizioni, ho stabilito di rinunciare per sempre a qualsiasi progetto di catturare pesci o di ritrovarmi oro in bocca, cosa del resto piuttosto improbabile, visto che dalle mie parti non mi risulta esistano giacimenti del prezioso metallo, per assecondare senza rimorsi i miei pigri ritmi esistenziali, secondo il mio personalissimo motto “massima comodità con il minimo sforzo”.

Terminati gli studi, trovato un buon lavoro e trasferitomi a vivere da solo in un piccolo appartamento vicinissimo all’ufficio, sono stato finalmente libero di organizzarmi un’esistenza tranquilla lontano dalle interferenze paterne, e per diversi anni mi sono adagiato magnificamente nelle mie comodità, fino a pensare che, un giorno o l’altro, sarei arrivato persino a dimenticarmi di tutti quegli incitamenti ad essere sempre attivo e scattante che mi avevano angustiato per anni: a che scopo affannarsi tanto, dal momento che la mia vita trascorreva serena anche ad un ritmo più lento di quello proposto dagli stereotipi pubblicitari?

Sono assolutamente convinto che al mondo non importi poi granché, se io passo la domenica mattina a letto, se non mi scalmano per ore in palestra come certi miei colleghi, e se prendo l’ascensore invece di farmi le scale a piedi.

Il segreto sta solo nell’astenersi dal frequentare troppo a lungo quelle persone nevrotiche e iper-attive che sembrano avere come unico scopo della vita quello di strapparti alle tue comodità per coinvolgerti in estenuanti programmi d’attività sportive ad oltranza, e non parliamo poi di innamorarsi di una di quelle donne virago, fanatiche del culto del corpo e devote frequentatrici dei santuari della fitness!

Per anni sono transitato indenne fra avvenenti fanciulle con le quali non mi sarebbe dispiaciuto intrattenere relazioni più approfondite, ma dalle quali mi sono allontanato non appena le ho viste circolare in tuta e scarpette dal mattino alla sera, mai sprovviste dei tipici borsoni da palestra.

Claudia mi aveva illuso, in principio, perché appariva veramente diversa.

Lei era una di quelle eleganti, ricercate, che non si portano appresso la borsa sportiva ovunque, e che normalmente se ne vanno in giro in tailleur e tacchi alti, che bevono aperitivi mangiucchiando salatini senza sproloquiare a proposito di manie salutiste e diete dimagranti, e che aspettano l’ascensore senza voler salire a tutti i costi tre piani di scale a piedi, anche se ammettono di frequentare la palestra.

Bella, simpatica e intelligente…forse la donna perfetta.

Ma è bastato il primo fine settimana trascorso insieme a spezzare l’incantesimo, quel sabato in cui aveva accettato di fermarsi a dormire da me, quando la domenica mattina alle sette la sua voce trillante mi ha fatto sobbalzare nel letto:

“Buongiorno, non sarai mica un dormiglione? Non lo sai che il mattino ha l’oro in bocca?”.

Di nuovo quell’incubo? Proprio quando iniziavo a sperare di potermene liberare per sempre? Dio mio, che angoscia!

E Claudia non ha mai più messo piede nel mio regno della pigrizia.




postato da: Anna58 alle ore 22:01 | link | commenti (3)
categorie: concorsi letterari, #anna58 racconti
domenica, 24 maggio 2009

I vizi capitali 3

Terzo appuntamento con "i vizi capitali", e questa volta toccava all'ira, anche se è già in arrivo l'accidia, ovvero la pigrizia...Ma andiamo con ordine.

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IN PERFETTO ACCORDO

Erano fatti l’uno per l’altra: se l’erano sentiti ripetere fin da quando giocavano insieme da bambini ed erano così belli, biondi, e beneducati da quei bravi eredi di famiglie altoborghesi che erano, i cui padri erano stati compagni di scuola, e poi soci in affari, mentre le madri s’incontravano in occasione di fiere e concerti di beneficenza, tè pomeridiani conditi di pettegolezzi o lunghe sedute nel medesimo istituto di bellezza.
Alberto e Cristiana erano cresciuti seguendo scrupolosamente tutte le tappe regolamentari che si addicono ai rampolli di buona famiglia, studiando con diligenza nelle scuole migliori della città, laureandosi entrambi col massimo dei voti ed entrando quindi a lavorare nelle rispettive aziende paterne, anche se a quel punto si era manifestata una lieve differenza, dovuta a quel loro essere fatalmente un maschio e una femmina: perché se era scontato che per Alberto il mondo del lavoro sarebbe stato il luogo in cui muoversi e agire da conquistatore, per Cristiana si sarebbe dovuto soltanto trattare di un interludio passeggero, in attesa di una adeguata collocazione matrimoniale, o al massimo fino alla nascita del primo erede.
Né Alberto né Cristiana si erano però trovati nella condizione di opporsi per qualche motivo a ciò che la vita sembrava aver stabilito per loro fin dalla nascita, perché ogni tappa si era succeduta all’altra in modo così spontaneo, facile e privo di ostacoli che solo un pazzo o un incosciente si sarebbe ribellato cercando di modificare qualcosa rispetto al disegno prefissato: a che scopo?
Il campo sentimentale era quello che aveva sempre preoccupato in modo più o meno latente i genitori, perché era naturalmente da lì che sarebbero potute arrivare delle mosse inattese, in grado di sovvertire i loro ambiziosi progetti, tuttavia nessun guaio serio sembrava essersi mai presentato nemmeno durante il periodo in cui le pulsioni ormonali avevano esercitato la loro maggiore influenza, così che dopo aver vissuto qualche storiella passeggera, più che altro durante le vacanze, tornando dalle quali era ovvio che l’esperienza fosse rapidamente archiviata, Alberto e Cristiana si erano tranquillamente avviati verso un inevitabile fidanzamento, seguito da un immancabile e fastoso matrimonio: dopotutto, erano o non erano fatti uno per l’altra? Se lo sentivano o no ripetere fin dall’infanzia?
Furono necessari vent’anni perché Alberto infine capisse.
Vent’anni di vita coniugale pianificata senza scosse, scandita dalla nascita di due bambini, naturalmente biondi, belli e inappuntabili come già erano stati i loro genitori, e da ricorrenze, impegni sociali, vacanze o viaggi nel corso dei quali non dovevano mai sprecare troppe parole perché si capivano sempre al primo sguardo, non litigavano in quanto erano troppo educati e controllati per farlo e in definitiva non riuscivano nemmeno a trovare seri motivi per giungere a vere discussioni.
Una perfezione esistenziale di una noia assoluta e mortale, senza scosse e senza slanci fino al momento in cui Alberto, al termine di una giornata di lavoro particolarmente faticosa, che concludeva una settimana più che stressante, si ritrovò da solo nel suo ufficio gelido e lussuoso, a domandarsi perché mai, nonostante la stanchezza, non avesse alcuna voglia di rientrare in una casa altrettanto elegante ma senz’anima, dove avrebbe ritrovato una moglie perfetta e annoiata, con la quale scambiare poche parole scontate, forse solo per sentirsi annunciare gli impegni per il weekend…e in quell’istante, inspiegabilmente, il castello della sua vita crollò.
Tutti gli slanci trattenuti, le pulsioni represse, i desideri mai confessati neppure a se stesso perché non aveva permesso loro di arrivare ad assumere una forma precisa, prigioniero com’era stato di quella gabbia dorata in cui aveva vissuto da sempre, rifiutandosi di pensare a quanto sarebbe stato più affascinante avventurarsi anche altrove, esplosero con la violenza di un ordigno nucleare.
Il primo a farne le spese fu un prezioso posacenere di cristallo che troneggiava da sempre in un angolo della scrivania, scagliato per terra a disintegrarsi in decine di frammenti. I portaritratti d’argento, contenenti le foto di famiglia, finirono contro le antine di vetro di un mobile a scomparti e le frantumarono, creando un’altra pioggia di detriti taglienti, mentre la coppa vinta molti anni prima al torneo di tennis rotolò sul pavimento fino ad arrestarsi, irrimediabilmente deformata, ai piedi di una poltrona di cuoio pregiato, sulla quale calò subito dopo una mano, armata di un paio di forbici appuntite che crearono squarci profondi nel costoso rivestimento. Ed era solo l’inizio.
Uscendo mezz’ora dopo, quasi di corsa e sbattendo la porta, da quello che era stato il suo regno per anni, Alberto si lasciava alle spalle l’immagine della devastazione totale, ma si era fatto così tardi che l’azienda era ormai deserta e tutto ciò sarebbe stato scoperto solo l’indomani.
Nessuno lo rivide mai più, né a casa, né in ufficio.

postato da: Anna58 alle ore 09:42 | link | commenti (1)
categorie: concorsi letterari, #anna58 racconti
giovedì, 02 aprile 2009

I vizi capitali 2

Il secondo appuntamento con il concorso riguardante "I vizi capitali" aveva come tema "La lussuria", e i risultati sono nell'antologia che è stata presentata a Roma nella sede della Giulio Perrone Editore il 25 marzo. A seguire il mio racconto, che è stato pubblicato nel volume.

La Lussuria

LINGERIE

La prima volta si era vergognato da morire.
Nemmeno Andrea, il suo migliore amico, l’unico col quale avesse potuto confidarsi perché si conoscevano dai tempi della scuola materna, e di idiozie insieme ne avevano combinate a sufficienza per potersi confessare ogni genere di stramberia senza pudore, stavolta aveva compreso del tutto quella sua inibizione, e si era fatto una gran risata.
“Ma Gianni, pensi davvero che le commesse di un negozio di biancheria intima femminile si scandalizzino se entra da loro un uomo a fare acquisti? Ma non sai quanti ci vanno a scegliere un regalo per la loro donna? Ehi, amico, datti una mossa, perché siamo nel ventunesimo secolo!”

postato da: Anna58 alle ore 12:43 | link | commenti (3)
categorie: concorsi letterari, #anna58 racconti
giovedì, 26 febbraio 2009

I VIZI CAPITALI

Giulio Perrone Editore ha proposto come temi a cui ispirarsi nei prossimi mesi per le sue periodiche antologie istantanee ivizi capitali, e il primo è stato "La Gola". Il termine per inviare i racconti era il 31 gennaio, e il risultato della selezione sta in questo volume che verrà presentato nella sede della casa editrice a Roma mercoledì 4 marzo alle 18.Copertina LaGola

Ci sarà anche un mio racconto sul tema, che pubblico qui di seguito.

ALLA RICERCA DEI PIACERI SCONOSCIUTI

Quando si ha la sfortuna di essere allevati in base ad una monotona dieta composta regolarmente da pasta al pomodoro, bistecchine e insalata a pranzo, seguita da minestrina e formaggio la sera, con occasionali variazioni nei giorni festivi, ci sono solo due possibilità per il futuro: o si arriva ad odiare per sempre il cibo, diventando pressoché indifferenti ai piaceri della gola, oppure si coglie ogni opportunità possibile per apprendere tutto quanto una madre incapace, oltre che afflitta da un pessimo rapporto con gli alimenti, non è mai stata in grado di insegnarti.
In casa Girardi si erano manifestate molto presto entrambi i casi, senza tener conto del capofamiglia, che giunto al limite della propria tolleranza aveva aggiunto la monotonia culinaria alla lista dei motivi per cui si era deciso a chiedere la separazione e il conseguente divorzio dalla moglie dopo vent’anni di burrascosa convivenza.

postato da: Anna58 alle ore 16:38 | link | commenti (5)
categorie: concorsi letterari, #anna58 racconti
sabato, 20 dicembre 2008

Il libro dei Natali




Da bambina Natale non arrivava mai, e aprire le finestrelle dei giorni sul calendario dell’Avvento era solo una tortura che peggiorava l’attesa.
Oggi invece arriva sempre più in fretta, quando ti sembra che siano passate poche settimane dal giorno in cui hai riportato in cantina l’albero smontato e le statuine del presepe chiuse nelle vecchie scatole sciupate, ma se fai i conti erano undici mesi fa.
Nella memoria, ogni Natale è come una pagina fatta di volti, luoghi, immagini diverse raccolte in un libro da sfogliare, perché è uno dei pochi giorni dell’anno in cui ci s’incontra, ci si ritrova, e spesso si ricorda.
Soprattutto ci si ferma a pensare, cosa sempre più rara.
Vivo il mio presente e non mi piace troppo volgermi indietro verso gli anni già vissuti, ma se ripenso a questo mio libro dei Natali, il suo aspetto è curioso, perché le pagine si allargano e restringono come una fisarmonica fra le mani di un suonatore: certi anni offrono visioni ampie e festose, altri soltanto brevi scorci molto più sfocati, quasi nascosti in fondo alla memoria.
I miei primi Natali sapevano di pasta fatta in casa e cominciavano il giorno dell’antivigilia. Mia madre posava sul tavolo della stanza da pranzo un’asse di legno, su cui impastava vigorosamente uova e farina, poi stendeva con l’apposita macchinetta le sfoglie sottili e vi allineava sopra piccoli tocchi regolari del ripieno preparato in precedenza: un tocco deciso dello stampino sulle sfoglie ripiegate a metà, e sull’asse restavano i ravioli a mezzaluna, che venivano riposti in file ordinate in una gran cassa di legno che doveva proteggerli dall’umidità.
Accadeva talvolta che mia madre li preparasse anche in altre occasioni durante l’anno, ma era inconcepibile pensare ad un pranzo natalizio senza i suoi ravioli.
Nel pomeriggio arrivavano altri parenti che non era possibile accogliere a pranzo, zii e cugini con i quali si giocava a tombola tutti insieme, fra chiacchiere e risate.
Solo dopo molto tempo ha ritrovato la stessa atmosfera festosa di quegli anni, perché la famiglia si era inesorabilmente ridotta con la scomparsa degli anziani, i cugini dispersi ai quattro venti, e le riunioni allargate mai più riproposte, ma soprattutto per la mancanza di bambini, che sono i veri protagonisti del Natale: sono loro a vivere intensamente l’attesa di misteriose visite notturne, svegliandosi al mattino carico d’aspettative su quanto potranno trovare all’interno dei pacchi che qualcuno avrà preparato in gran segreto durante il loro sonno..
E allora nel mio libro ci sono stati due Natali molto speciali, trascorsi entrambi con una famiglia rinnovata e allargata, in allegra e compiaciuta osservazione del mio voluminoso pancione, da cui di lì a poche settimane sarebbero usciti i bambini dell’ultima generazione.
C’è stata una bambina sorpresa da un’enorme foca di pelouche, decisamente fuori misura per le sue braccia minute, oppure ipnotizzata dal pianto a ripetizione di un infernale bambolotto a batteria.
C’è stato persino un Babbo Natale tanto solerte da trasformare il mio tavolo da pranzo in un fantastico plastico ferroviario, per lasciare ai nostri ricordi lo sguardo stupefatto di un bambino, svegliato da strani rumori di vagoncini in manovra.
Ma col trascorrere del tempo tutti i bambini diventano adolescenti un po’ annoiati, ansiosi di abbandonare in fretta le riunioni familiari, giudicate ormai monotone, per appartarsi altrove a scambiare telefonate e messaggi al cellulare con amici e innamorati, mentre i nonni invecchiano, e talvolta si allontanano in un loro mondo di pensieri sconosciuti, a noi spesso precluso.
Le ultime pagine del libro dei Natali si stanno inesorabilmente restringendo, e perché torni la vera magia della festa occorrerà aspettare nuovi mutamenti: forse, l’arrivo in famiglia di un altro bambino ansioso di porre fine al mistero dell’attesa.






postato da: Anna58 alle ore 19:29 | link | commenti (1)
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lunedì, 10 novembre 2008

Grigio Milano



Fine novembre, inizi dicembre.
Quando le giornate si accorciano, il termometro fa uscire dagli armadi cappotti e sciarpe, nelle strade si accendono le prime luci natalizie e le vetrine dei negozi si rifanno il trucco in previsione delle festività di fine anno.
Via gli azzurri inconsueti e fuori tempo di strane estati prolungate e incapaci di morire, via le ventate bizzarre che hanno scatenato tempeste di foglie morte nei giardini, ed è di nuovo un piacere camminare un sabato mattina per le strade del centro a ritrovare quel caro, vecchio grigio cittadino che per troppo tempo avevamo dimenticato: colore non-colore della nebbiolina sottile che s’indovina appena lanciando lo sguardo verso il fondo delle strade, oltre i profili all’orizzonte, così perfettamente intonato alle solide pietre delle costruzioni.
Milano non è una città estiva: non ci si vive affatto bene quando il caldo scioglie l’asfalto sotto i passi, e l’afa sembra racchiuderci tutti quanti in una scatola che mozza il respiro fin dalle prime ore del mattino, ma ci si deve avventurare ugualmente per le strade, o magari scendere in quelle stazioni del metrò che fanno tornare in mente le descrizioni dell’inferno dantesco….
Ma il grigio invernale, il freddo che può diventare pungente e fa nascere improvvisa la voglia di acquistare un cartoccio di caldarroste da uno dei pochi venditori rimasti qua e là, sparuti eredi di una tradizione lontana, mentre le luci natalizie si accendono a contrastare l’avanzata del buio precoce, sono ancora belli in certe sere a Milano.
Ti fanno camminare volentieri, dimenticare perfino per un po’ il traffico e i rumori, se ti ricordi di alzare a volte gli occhi e contemplare l’armonia dei palazzi antichi sopra le vetrine. La nebbiolina sottile addolcisce ogni cosa, attenua perfino il brutto di certe costruzioni disordinate, di una città che non si è mai curata troppo di se stessa, come una donna troppo indaffarata per riuscire ad essere mai davvero perfetta.
E il grigio, si sa, anche per gli stilisti è un colore che funziona sempre….







postato da: Anna58 alle ore 19:35 | link | commenti (10)
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