
continuo a respirare sopra di me
in molti tempi e luoghi
dove i germi sono guaina ai malesseri di petto
ai pensieri come radici d'amante senz'amore.
amo la mia colpa fino alla piega dei calzoni:
disperate notti di spietata gioia.
Davanti al letto delle mie malattie,
rinuncio a conoscerne i segreti.
Un grande dono dalla Poetessa Marina Minet
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Ad un anno dalla morte del mio adorato fratello Sergio.

Dove si confondono i vivi con i morti
i pensieri aprono la palpebra del cieco
diventando mìmesi agli occhi spenti:
tu, vivo, nella luce obliqua di fine settembre
davanti all'ultima grinza della tovaglia
a inventare geometrie di un solstizio;
aggrappata alla voglia del tuo esistere
in questo tempo pregno di ossessioni,
Sergio, c'è un'ora in cui l'aria si ferma
ed io attraverso l'inverno
all'esalare della tua ombra
musica scomposta di alito che torna.

quel che resta
della morte qualunque
è silenzio tra due onde
libere di essere
all'ordine del vento:-
questa notte non si balla,
manca l'aldultera.-

Luca, mio figlio, e i suoi figli: Riccardo e il piccolo Simone.
in questa pausa in cui la vita tace
pettino i miei capelli neri
ricca di questi anni nuovi
amando i vecchi in ogni filo bianco:
riverbera il sorriso di un bambino
oggi profilo di un mento risoluto,
sono stata madre di un pane combattuto.
---
Accarezzo una guancia al tempo,
d'ogni cosa mi parlano i tuoi bambini
fanno trecce con le mani
amando in te i miei capelli lontani.

"madre" dal sito di Ivo Batocco
in questa pausa in cui la vita tace
pettino i miei capelli neri
ricca di questi anni nuovi
amando i vecchi in ogni filo bianco:
riverbera il sorriso di un bambino
ora profilo di un mento risoluto,
sono stata madre di un pane combattuto.
==
Accarezzo una guancia al tempo,
d'ogni cosa mi parlano i tuoi bambini
con le mani fanno trecce
con i miei capelli lontani.

Marc Chagal
Penetrano il vero nel falso
le mille punture distanti
una malattia dall'altra
- cipressi alla cinta di lauro -
con la stanchezza
che non chiede sonno
ma oblio d'acquavita
e segreti fedeli all'inferno.
Mani, tante mani al tronco
che chiudono lo steccato all' ovile
prima del macello dell'agnello
già sacrificio al dio dell'innocenza.
com'esigenza di volere un suo rimpianto.
Mi hanno avvelenato il cane di pezza
non era un lupo ma la sua unghia
scriveva per me d'eclissi di luna,
significava stormi di lettere
quando m'indovinava con le spalle al muro.
ora ozio di malinconia
a consolare le ore con gli occhi chiusi
verso la folgore che solca il cielo.
Mi renderò ancora degna alla vita
gettando ogni tanto un soldo in aria:
la tua testa è la mia croce
nella palude delle somiglianze.

http://www.fakemaster.it/De_Lempicka_La_colomba.jpg
E' di ghiaccio quest'aria
di pietre corte e uomini rimasti:
braccia muoiono nelle braccia,
gli occhi sono pieni di tempo
e di fiori divorati dall'erba
Amo la luce della mia ombra,
il pozzo del mio corpo popolato l'amo,
finchè al prossimo sole albeggierà
una colomba bianca d'ovatta
e di ingoiate bende.

Il tuo perdono mi guarda lupa insaguinata
nella selva del marmo che mi abbaglia,
nel silenzio nudo della mia rosa ladra
che nega di tornare al misero orto
già affamato dal primo latte rancido,
dal fragore di seni già disposti alla morte.
Un'altra vita mi occorre per ritornare dal pianto
con la mensa deserta e l'infelice letto.


ex libris pe il testo di donatella maino: DI RAMI E FOGLIE
Per il testo poetico DI RAMI FOGLIE scritto dall'Amica Donatella Maino, scritto con rara suggestione intelligente, pubblico l'ex libris che Le ho dedicato e che porterò alla mostra ex libris; un grazie di cuore a Donatella per aver aderito con entusiasmo e creatività.
roberto matarazzo

Chiedo scusa per "il volgare"... riconoscendo al "volgo" libera interpretazione. Grazie.
ventre ecclesiastico e puro spirito
sull'inclinazione di un palpito
che naufraga in versi,
fili desunti dall'arnia barocca.
nuovi tessitori, campanari
gracchiamo rintocchi
attutiti dalla carta assorbente:
il culo è opera del signore.
lingua che batte e ribatte
contro i pioli della scala di legno:
vesciche d'anima vinsanto e rosari.

S'infrange la veletta del sento e non vedo
lacrime nere e bianche che si rincorrono
all'ansa di quel niente a tutt'angolo
sopra il labbro deforme alla paura:
è una nota alta, un'attesa d'arco,
disaccordo per una viola sottovento.*
Non obbedisco più al sole, alla pioggia,
sotto il lento passo della paura ruotano i mondi
che intuisco alla velocità della veduta.
*viola strumento


sono sul nodo più grosso dell'olmo
quei fiori sghembi caduti a forcina
crisantemi con ciglia posticce
all'occhiello dell' astrakan
marchiato Dachau:
è il trucco del medesimo artista,
taglia misure,
beve il veleno delle vergini
trapassate a novembre.
Lo sguardo fisso sul quel quadro,
nulla di più dissimile dal nero
averti incontrato nel buio dell'inferno
contenta d'armonie oscure
e canti d'alba di un giorno mai nato.
Di grana confusa la tua carnagione,
con sfumature color della pulce
feconda al biasimare triviale
di fumo e bevanda:
vera culla alla mezzasera.
Lo spirito del tempo soffia con poca conseguenza
in tanto volgere degli anni, rammenda i margini
all'intero intendere dita erranti in fremito di senso.

Ora sei cenere
murata alla mia mano:
tempio per contenerti vivo.
mai il vento passi muto
sul tuo volto compiuto nella morte
sui capelli bagnati
nelle mani costrette al graffio
su gli occhi d'ebano
chiusi alla tua africa.
Avorio con mille segni d'unghia
la legna per l'inverno,
anni salvati dal passo della tigre
per giungerti sorella e madre
prima, appena prima
del cantare in requiem
l'oro rimasto sulle dita.


Scusate la mestizia... il 27 settembre ho perso mio fratello.
Nessuna pretesa letteraria, solo anima, solo aria...
odore di torba e incenso nel tuo giardino.
.fratello mio.
c'è un brivido di vita nell'abete
che frangia di natale la finestra,
squarcio di luce che suda tenebra
al lento narrare di aghi e pigne.
è serpe che s'avvinghia alla gola
il ricordo del tuo corpo martoriato,
il tuo mormorare di Dio
nella bestemmia d'anelito e paura.
vorrei giungere alla fonte della tua nuova verità,
berti sul filo delle labbra, placare la mia sete,
sfiancare il dolore che stacca le costole,
corde d'arpa mute d'assenza.
dovrò impedirmi di scrivere impastando terra e bava,
marmo fra le *messi* al camposanto delle utopie.