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martedì, 10 marzo 2009

La vera storia di John Storto - Terza e ultima parte

La vera storia di John Storto - Terza e ultima parte




Per alcuni anni non si seppe più nulla si John Storto. Alcuni sostengono che continuasse a girare per gli States, altri che proseguisse verso il Sud America, impadronendosi delle tecniche del tango, fra le altre cose. C'è chi giura di averlo visto in Giappone, a braccetto con la mamma di Ryuichi Sakamoto, ma dubito molto che se ne possa attribuire la paternità a John. Di sicuro c'è che, qualche anno dopo, s'incontrò con un quartetto di suonatori in quel di Amburgo. Nel 1960, infatti, incontrò tre musicisti di belle speranze che, vestiti da teddy boys, suonavano in locali a luci rosse nella Hanseatic-Stadt Hamburg. Essendosi trovato a condividere con loro il palco, dove s'incrociavano, dandosi il cambio, strinse amicizia con i quattro, anzi, con i tre, John, Ringo e George. Paul, invece, gli stette sullo stomaco fin dalla prima volta che lo incontrò.
Infatti, fu Storto a consigliare ai tre di liberarsi di quel peso morto, se avessero voluto fare davvero del rock'n'roll. La storia c'insegna che andò diversamente: di rock non fecero nulla, ma divennero il gruppo pop più famoso e ricco di tutti i tempi, anche se, musicalmente, rimasero nel genere canzonette.
Però, tracce del rimpianto dei tre si possono leggere fra le righe della famosa leggenda della morte di Paul, artatamente inventata, come un messaggio lanciato a John dopo aver raggiunto il successo. Li lasciò al loro destino, e partì alla volta di Londra.
Le sue tracce di perdono nella vita notturna della swinging London. Alcuni giurano che Twiggy debba il suo successo a John, altri che fu in seguito a una lite con Pete Townsend, con conseguente pugno sul naso, che diede il via alla straordinaria carriera degli Who, per le ben note frustrazioni del chitarrista per via del suo aspetto fisico, ma tracce documentate non ve ne sono.
postato da: Capitanfeendoos alle ore 19:49 | link | commenti (3)
categorie: racconti, #capitano racconti
lunedì, 16 giugno 2008

Capitano

"È raro se scorgete un banian torreggiare al disopra di quelle gigantesche canne, ancor più raro se v'accade di scorgere un gruppo di manghieri, di giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all'olfatto il soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del..." 

"Porca miseria" disse Emilio, arricciandosi i baffi, "come accidenti si chiamava..." Si alzò dal tavolo attrezzato a scrivania, coperto di libri, di fogli sparsi pieni di appunti, posò la penna, prese la candela e andò alla biblioteca dove estrasse un consumatissimo volume, recante sul dorso il titolo "Malesia, raccolta di osservazioni botaniche intorno alle piante dell'arcipelago indo-malese e papuano" scritto qualche anno prima da Odoardo Beccari, e dita esperte sfogliarono le pagine fino a individuare la pagina giusta: "Mussenda! Ecco com'era!", posò il libro sulla già sovraccarica scrivania e proseguì nella scrittura: "...dello sciambaga o del mussenda, che spuntano timidamente fra quel caos di vegetali."

Dalla camera da letto, un stanzino buio attiguo a quella in cui si trovava il nostro scrittore arrivò un urlo a squarciare il silenzio: "Aiutoooo, i topi, è pieno di topi dappertutto! Emilio, corri!"

Paziente, Emilio lasciò la penna, si alzò e andò a soccorrere la donna urlante. "Stai tranquilla, cara, adesso ci penso io. Tu copriti gli occhi, stai sotto le coperte mentre io mi occupo dei topi", le disse carezzandole la testa nel tentativo di calmarla. La donna era scossa da tremiti, Emilio faceva un'enorme fatica a tenerla ferma per impedire che si facesse del male. Ci sarebbe voluta della morfina, ma doveva risparmiarla per crisi più gravi, non poteva sciuparla adesso. "Calma, Ida", proseguì, tenendole ferme le braccia e stringendola a sé.

Quando, dopo alcuni interminabili minuti, la donna si calmò lasciandosi prendere dal sonno, che Emilio si augurò privo di incubi, fece scorrere il corpo inerme dalle sue braccia e lasciò la stanza.

Rilesse distrattamente le ultime parole che aveva scritto, si ricordò del volume di Beccari, lo ripose fra gli altri sullo scaffale, prese la penna, si sedette e guardò verso la finestra buio che rivelava le luci di Verona.

"Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai più audaci, regna sovrano: di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di sibili e di fischi, che gela il sangue..."

Emilio tornò fra i misteri della giungla nera, e riprese a saltellare, con la penna in mano, fra la scrivania e i libri e gli appunti sparsi e ...

 

A un Capitano a cui  il destino non consentì mai  di diventare capitano.

A un marinaio che solo per poco solcò i mari, ma che con i suoi libri ha fatto navigare  con la fantasia milioni di bambini e di adulti che, per  fortuna, vogliono rimanere bambini.

A Emilio Salgari.

postato da: Capitanfeendoos alle ore 18:36 | link | commenti (5)
categorie: #capitano racconti