di caterina sottile

"Comunque prima c'era", di Pilò, pseudonimo di Antonio Picariello.
Edito da Archetip'Art, fa parte della collana Saint Expedit, diari di arte contemporanea.(E.10.00)
E' uno scrigno, aperto ai lettori come fosse il tesoro degli Aztechi. Ci porta a spasso nei tropici che all'arrivo ci festeggiano regalandoci pirotecnici scoppi di rosso e di verde, di ocra e di cobalto. La luce rovente del loro sole ci impone un'andatura più consona alla lentezza del ciclo della vita. Il Tempo incombe sull'abbaglio delle macchine, moscerini nel vento che proviene dall'origine del mondo. Un libro bellissimo, a cui siamo grati di averci ricordato cos'è l'incanto: si ascolta, si guarda, si sente a pelle. L'essenza dell'umanità moderna è raccontata attraverso la bellezza di ciò che c'è ma si coglie solo attraverso l'arte. Comincia come un film, una buona, vecchia sceneggiatura di quelle che richiedono una poltrona comoda. E garbatamente, l''irruenza di una regia strabiliante si concentra sulla presa diretta di un uomo solo nella foresta dell'eremita che dovrebbe intervistare. Nel monologo di un uomo che parla a se stesso ci avvolge l'odore di libri e di inchiostro. La letteratura sboccia come le orchidee tropicali e invade ogni parte di noi. Breve e profondo, come uno specchio d'acqua, ricongiunge due parti di un mosaico danneggiato: l'Oriente e l'Occidente. Due racconti, CREOLI e GRIZZANA MORANDI, che scavano il confine tra due mondi. Nella linea che segna quella separazione traumatica c'è il vuoto della coscienza e della scienza. Il buco nero dentro cui precipitano le risposte che non si possono dare. Il bisogno d'amore a Saint Pierre de la Rèunion (Creoli) è sogno e silenzio; esplosione di profumo di vaniglia e natura arrogante che ingoia l'uomo incompiuto e ne riscopre l'animale perfetto. Nell'isola di Rèunion la natura è arte e la bellezza è contemplazione, nella fragranza della sua pulsione eterna. E nella lentezza di una modernità estranea i riti antichi della terra e del mare non devono temere l'interruzione del frastuono del nuovo. Il bisogno di sentire il proprio cuore che batte, lì si appaga stringendo la mano del maestro, "il curatore": saggio, elegante, paziente indiano seduto sul mondo che cambia ma senza temerne la foga. La sua pelle bruna ha assorbito le radiazioni ancestrali dell'alba della terra e tutto attorno è solo frescura della sera. Perché le risposte non date non lasciano il dubbio, ma lo leniscono. Creoli è un magnifico dipinto di passione e sapere; un racconto che emerge, come Citerea dal mare, in una tempesta di altre letture e di altre parole, pensate, perse, amate: "In me c'è qualcuno che crea le parole che io pronuncio". Il viaggio che porta via dall'Africa continua ad avere profumo di pelle bruna e di incenso del Tempio. E l'inquietudine dello spirito dell'isola si incarna nella forza travolgente di un uragano che ha il "nome di una bella creola". Ma è solo il nome con cui chiamare la nostalgia del ventre della madre terra. Via via che l'Occidente appare all'orizzonte, tra le nuvole di una traiettoria tra cielo e terra, tra essere e avere, tra l'io e l'es, i tumulti dell'anima hanno bisogno di essere catalogati e archiviati da una conoscenza che non conosce tutto e che chiama il bisogno di amore: malattia. Il volo di ritorno a Occidente è il purgatorio in cui si rimane sospesi, tra il rimpianto cruento di una carnalità che è percezione del mondo visibile e di quello che non vediamo, ma che vede noi. I profumi di terra viva stordiscono ma ricompongono le schegge dei dolori nell'armonia della resa. A Bologna la Dotta, il bisogno d'amore ridiventa: male di vivere.(Grizzana Morandi) La scienza d'Occidente non sa più decodificare la paura dell'immanenza della vita e rimuove come una patologia la fragilità, nella lotta uomo-natura. Nel corridoio di una clinica italiana che conduce lontano dal proprio bisogno d'amore, ciò che non è noto, non è ovvio, è solitudine e assenza. Un solo bisogno, sempre lo stesso, e due modi di appagarlo: l'accettazione o la rimozione, la forza rassicurante di ciò che non deve essere compreso o il disagio disturbante di non potersi permettere spazi inesplorati. "Comunque prima c'era" è una canzone a due voci, tra l'ossigeno e l'acqua, la scienza e l'essenza. Ed è una canzone che diventa "Urlo" quando il bisogno d'amore edulcora l'ossigeno e l'acqua con l'alcool, demone abbordabile, in assenza di dei e di cielo. La spiritualità, nell'Oriente immobile, è memoria di percorsi complessi e anche i demoni maligni pretendono la battaglia dei sensi. A Occidente la mancanza di quella memoria genera dolore, senza le ferite del coraggio. Ma lungo la linea del vuoto irrompe l'arte e riaggrega lo spirito e la carne, molecole nell'acqua dell'esistenza. Un libro che si legge arrampicandosi lungo le salite, ora riottose ora morbide, di una scrittura plastica, addomesticata dallo spazio, come la facciata di una cattedrale barocca. Da Creoli a Grizzana Morandi c'è il viaggio di un aereo che vola sul confine delle conoscenze umane. Antonio Picariello non può fare a meno di se stesso: questo libro è un dipinto che contiene tutti i pittori del mondo. Creoli è un racconto luminoso e brulicante, sanguigno come un quadro di Picasso; Grizzana Morandi è un dolore oscuro con potenti indizi di luce. E' Caravaggio. E su tutto, l'immanente profumo della terra che partorisce i suoi figli, generati per amore soltanto.
19 Luglio 1957, 19 Luglio 1992
Un filo di spago, sottile e ruvido, da maneggiare con cura, perchè taglia le mani; teso sul meridione dei poveri e delle bombe. Sul Meridione della guerra che non è mai finita e di quell'altra, quella della mafia che uccide un uomo con una bomba, senza provare la vergogna del dolore. Un giudice per bene ed un giornalista scanzonatamente inespugnabile: uno scrittore che addomesticò il cinismo del cronista rendendo bella la verità. Due intellettuali, l'uno in partenza dal sud, l'altro in arrivo, in un viaggio nella disperazione che l'Italia credette essere la fine della guerra. Era solo l'inizio di un'altra, più silente, ma altrettanto cruenta.
Curzio Malaparte moriva di cancro il 19 Luglio, a Roma, 50 anni fa. Paolo Borsellino fu fatto esplodere, come una mina nella miniera dello Stato, in un giorno afoso del 1992. Via D'Amelio lo accolse per l'ultima volta, attraendolo nella trappola di un legame inevitabile, sua madre. Le sigarette sempre tra le dita e lo sguardo che vede oltre, oltre ogni sfumatura all'orizzonte. Palermo lo amò e lo tradì, come una puttana a cui l'amore non basta, non serve.
Palermo e Napoli, l'Etna placido e "di poche parole", come la Sicilia dei pomeriggi di Luglio e il Vesuvio, oro escandescente di Napoli, spalancato come una bocca oscenamente affamata. Malaparte, pittore barocco di un paesaggio privo della frescura delle ombre e dei dubbi, chiassoso come un mercato di esseri umani, lo descrisse con un sentimento decandente che forse, anche se pieno di cattivo odore e di rabbia, fu rispetto: "Simile a un osso antico, scarnito e levigato dalla pioggia e dal vento, stava il Vesuvio solitario e nudo nell'immenso cielo senza nubi, a poco a poco illuminandosi di un roseo lume segreto, come se l'intimo fuoco del suo grembo trasparisse fuor della sua dura crosta di lava, pallida e lucente come avorio: finché la luna ruppe l'orlo del cratere come guscio d'uovo, e si levò estatica, meravigliosamente remota, nell'azzurro abisso della sera. Salivano dall'estremo orizzonte, quasi portate dal vento, le prime ombre della notte. E fosse per la magica trasparenza lunare, o per la fredda crudeltà di quell'astratto, spettrale paesaggio, una delicata e labile tristezza era nell'ora, quasi il sospetto di una morte felice. "
Il Sud ha un'anima immortale, stordita di bombardamenti e di corruzione ma é anima grande, anima lunga, direbbero gli uomini temprati dal gioco di nervi che rende resistenti a tutto. Lo sapeva bene Curzio Malaparte, che rinunciò all'eco germanico del suo vero nome, Kurt Erich Suckert, per chiamarsi come un italiano, "l'arciitaliano", mostruosa metafora dei vizi e delle idiosincrasie di una nazione che non fu mai Nazione.
Malaparte fu lo scrittore che raccontò l'esodo che seguì alla fine della seconda guerra mondiale meglio di chiunque altro. "La pelle" è un documento orrido e malvagio di una guerra che lasciò Napoli come l'aveva trovata: stuprata e indifferente, abituata a chiedere la carità in cambio della propria atavica, inestirpabile anarchia. Una povertà morale e materiale che faceva vendere bambini in cambio di sigarette, da rivendere al mercato nero in cambio del pane. Per sfamare altri bambini, altri figli di nessuno, da prendersi a poco prezzo. Un domino che puzza di povertà e di indecenza. Malaparte lo vomita addosso al lettore non abituato allo scandalo infinito della verità, curandosi di lavare bene le mani e la faccia.
Cosa c'entra Napoli all'asta in cambio di sigarette e gomma da masticare dello sbarco americano, con la Sicilia contemporanea di Paolo Borsellino? Cosa c'entra l'angoscia di impotenza con cui Vitaliano Brancati fa sconfiggere il bisogno di "altro", di Ragione e di civiltà del suo bell'Antonio? Cosa c'entrano le "storie semplici" di Sciascia e la grottesca immobilità dolente dell'Antonio Masciano di Brancati?
Sono tutte lì, ingarbugliate in un filo di spago che si spezza ogni volta che muore un intellettuale. Si riannoda; ma diventa ogni volta meno resistente.
La Palermo dei giudici e della legalità ritrovata si è infranta contro lo splendore rovente delle cattedrali barocche, scottate dal sole che pretende silenzio, da sempre. E le loro lunghe ombre si spandono come mare sulla spiaggia, ingoiando ogni cosa, ogni corpo estraneo alla sabbia. Ma con calma, con studiata lentezza.Tanto che possono passare 15 anni senza che il dolore sia davvero diventato Storia da leggere, che non duole più. O 50, senza che l'orrore di un carrarmato che passa su un uomo possa essere davvero considerato sacrificio necessario.
"Dite che Malaparte non è morto", pare abbia sussurato nei suoi ultimi minuti di vita. E invece no, invece gli uomini vanno e vengono, come le nuvole di Pasolini, come le maree che rubano roccia solida alla Sicilia dei giudici per bene o della Napoli imbrattata di ferocia e di fame.
Ma il senso di quell'anima lunga, attraversata da uno spago, non è nella memoria, inutile esercizio di retorica. Il senso è nel cambiamento che le maree producono , nelle rivoluzioni che irrompono nelle teste degli spettatori e ne stravolgono l'esistenza. Il senso è nel sorriso che ci sfugge riguardando un uomo che fuma, raccontato più dalle sue dita affusolate che dalle parole impronunciabili. Se e quando ci sembrerà di sapere cosa stava pensando, avremo avuto il privilegio di condividere un sogno. E lo avremo reso possibile.
Spalanca le gambe
prepotente dolcezza affilata
insinuante
scivola dentro la pelle tesa
dondola
naviga
ammaina le vele fradice di mare in burrasca
Attracca e riscivola
spuma di mani e lingua
capelli e muscoli
scrosciare di baci
sugli scogli a cui si arena
E si incaglia
tra sorrisi e bisbigli
Freddo di onde e parole soffiate come aghi di pini marini
tra labbra che scottano
e succhiano cuore e collo
Vola
planando
sul mare
Occhi assolati
languidi guizzi di luce blu e bianca
sulle dune bollenti
del respiro
Forza
e morbido odore di pelle
e di dita
di ginocchia e di spalle
travolge
tenerissimamente
avvolge
di quel blu che irradia
come il sole mattutino
caterina sottile