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sabato, 06 ottobre 2007

Comunque prima c'era, un libro di Antonio Picariello

di caterina sottile

 

"Comunque prima c'era", di Pilò, pseudonimo di Antonio Picariello.

Edito da Archetip'Art, fa parte della collana Saint Expedit, diari di arte contemporanea.(E.10.00)

E' uno scrigno, aperto ai lettori come fosse il tesoro degli Aztechi. Ci porta a spasso nei tropici che all'arrivo ci festeggiano regalandoci pirotecnici scoppi di rosso e di verde, di ocra e di cobalto. La luce rovente del loro sole ci impone un'andatura più consona alla lentezza del ciclo della vita. Il Tempo incombe sull'abbaglio delle macchine, moscerini nel vento che proviene dall'origine del mondo. Un libro bellissimo, a cui siamo grati di averci ricordato cos'è l'incanto: si ascolta, si guarda, si sente a pelle. L'essenza dell'umanità moderna è raccontata attraverso la bellezza di ciò che c'è ma si coglie solo attraverso l'arte. Comincia come un film, una buona, vecchia sceneggiatura di quelle che richiedono una poltrona comoda. E garbatamente, l''irruenza di una regia strabiliante si concentra sulla presa diretta di un uomo solo nella foresta dell'eremita che dovrebbe intervistare. Nel monologo di un uomo che parla a se stesso ci avvolge l'odore di libri e di inchiostro. La letteratura sboccia come le orchidee tropicali e invade ogni parte di noi. Breve e profondo, come uno specchio d'acqua, ricongiunge due parti di un mosaico danneggiato: l'Oriente e l'Occidente. Due racconti, CREOLI e GRIZZANA MORANDI,  che scavano il confine tra due mondi. Nella linea che segna quella separazione traumatica c'è il vuoto della coscienza e della scienza. Il buco nero dentro cui precipitano le risposte che non si possono dare. Il bisogno d'amore a Saint Pierre de la  Rèunion (Creoli) è sogno e silenzio; esplosione di profumo di vaniglia e natura arrogante che ingoia l'uomo incompiuto e ne riscopre l'animale perfetto. Nell'isola di Rèunion la natura è arte e la bellezza è contemplazione, nella fragranza della sua pulsione eterna. E nella lentezza di una modernità estranea i riti antichi della terra e del mare non devono temere l'interruzione del frastuono del nuovo. Il bisogno di sentire il proprio cuore che batte, lì si appaga stringendo la mano del maestro, "il curatore": saggio, elegante, paziente indiano seduto sul mondo che cambia ma senza temerne la foga. La sua pelle bruna ha assorbito le radiazioni ancestrali dell'alba della terra e tutto attorno è solo frescura della sera. Perché le risposte non date non lasciano il dubbio, ma lo leniscono. Creoli è un magnifico dipinto di passione e sapere; un racconto che emerge, come Citerea dal mare, in una tempesta di altre letture e di altre parole, pensate, perse, amate: "In me c'è qualcuno che crea le parole che io pronuncio". Il viaggio che porta via dall'Africa continua ad avere profumo di pelle bruna e di incenso del Tempio. E l'inquietudine dello spirito dell'isola si incarna nella forza travolgente di un uragano che ha il "nome di una bella creola". Ma è solo il nome con cui chiamare la nostalgia del ventre della madre terra. Via via che l'Occidente appare all'orizzonte, tra le nuvole di una traiettoria tra cielo e terra, tra essere e avere, tra l'io e l'es, i tumulti dell'anima hanno bisogno di essere catalogati e archiviati da una conoscenza che non conosce tutto e che chiama il bisogno di amore: malattia. Il volo di ritorno a Occidente è il purgatorio in cui si rimane sospesi, tra il rimpianto cruento di una carnalità che è percezione del mondo visibile e di quello che non vediamo, ma che vede noi. I profumi di terra viva  stordiscono ma ricompongono le schegge dei dolori nell'armonia della resa. A Bologna la Dotta, il bisogno d'amore ridiventa: male di vivere.(Grizzana Morandi) La scienza d'Occidente non sa più decodificare la paura dell'immanenza della vita e rimuove come una patologia la fragilità, nella lotta uomo-natura. Nel corridoio di una clinica italiana che conduce lontano dal proprio bisogno d'amore, ciò che non è noto, non è ovvio, è solitudine e assenza. Un solo bisogno, sempre lo stesso, e due modi di appagarlo: l'accettazione o la rimozione, la forza rassicurante di ciò che non deve essere compreso o il disagio disturbante di non potersi permettere spazi inesplorati. "Comunque prima c'era" è una canzone a due voci, tra l'ossigeno e l'acqua, la scienza e l'essenza. Ed è una canzone che diventa "Urlo" quando il bisogno d'amore edulcora l'ossigeno e l'acqua con l'alcool, demone abbordabile, in assenza di dei e di cielo. La spiritualità, nell'Oriente immobile, è memoria di percorsi complessi e anche i demoni maligni pretendono la battaglia dei sensi. A Occidente la mancanza di quella memoria genera dolore, senza le ferite del coraggio. Ma lungo la linea del vuoto irrompe l'arte e riaggrega lo spirito e la carne, molecole nell'acqua dell'esistenza. Un libro che si legge arrampicandosi lungo le salite, ora riottose ora morbide, di una scrittura plastica, addomesticata dallo spazio, come la facciata di una cattedrale barocca. Da Creoli a Grizzana Morandi c'è il viaggio di un aereo che vola sul confine delle conoscenze umane. Antonio Picariello non può fare a meno di se stesso: questo libro è un dipinto che contiene tutti i pittori del mondo. Creoli è un racconto luminoso e brulicante, sanguigno come un quadro di Picasso; Grizzana Morandi è un dolore oscuro con potenti indizi di luce. E' Caravaggio. E su tutto, l'immanente profumo della terra che partorisce i suoi figli, generati per amore soltanto.

postato da: IlCommendatore alle ore 22:00 | link | commenti (3)
categorie: #caterina sottile
giovedì, 19 luglio 2007

Curzio Malaparte: 50 anni non bastano a morire

L'anima lunga del Meridione

di caterina sottile

19 Luglio 1957, 19 Luglio 1992
Un filo di spago, sottile e ruvido, da maneggiare con cura, perchè taglia le mani; teso sul meridione dei poveri e delle bombe. Sul Meridione della guerra che non è mai finita e di quell'altra, quella della mafia che uccide un uomo con una bomba, senza provare la vergogna del dolore. Un giudice per bene ed un giornalista scanzonatamente inespugnabile: uno scrittore che addomesticò il cinismo del cronista rendendo bella la verità. Due intellettuali, l'uno in partenza dal sud, l'altro in arrivo, in un viaggio nella disperazione che l'Italia credette essere la fine della guerra. Era solo l'inizio di un'altra, più silente, ma altrettanto cruenta.

 Curzio Malaparte moriva di cancro il 19 Luglio, a Roma, 50 anni fa. Paolo Borsellino fu fatto esplodere, come una mina nella miniera dello Stato, in un giorno afoso del 1992. Via D'Amelio  lo accolse per l'ultima volta, attraendolo nella trappola di un legame inevitabile, sua madre. Le sigarette sempre tra le dita e lo sguardo che vede oltre, oltre ogni sfumatura all'orizzonte. Palermo lo amò e lo tradì, come una puttana a cui l'amore non basta, non serve.

 Palermo e Napoli, l'Etna placido e "di poche parole", come la Sicilia dei pomeriggi di Luglio e il Vesuvio, oro escandescente di Napoli, spalancato come una bocca oscenamente affamata. Malaparte, pittore barocco di un paesaggio privo della frescura delle ombre e dei dubbi, chiassoso come un mercato di esseri umani, lo descrisse con un  sentimento decandente che forse, anche se pieno di cattivo odore e di rabbia, fu rispetto: "Simile a un osso antico, scarnito e levigato dalla pioggia e dal vento, stava il Vesuvio solitario e nudo nell'immenso cielo senza nubi, a poco a poco illuminandosi di un roseo lume segreto, come se l'intimo fuoco del suo grembo trasparisse fuor della sua dura crosta di lava, pallida e lucente come avorio: finché la luna ruppe l'orlo del cratere come guscio d'uovo, e si levò estatica, meravigliosamente remota, nell'azzurro abisso della sera. Salivano dall'estremo orizzonte, quasi portate dal vento, le prime ombre della notte. E fosse per la magica trasparenza lunare, o per la fredda crudeltà di quell'astratto, spettrale paesaggio, una delicata e labile tristezza era nell'ora, quasi il sospetto di una morte felice. "

Il Sud ha un'anima immortale, stordita di bombardamenti e di corruzione ma é anima grande, anima lunga, direbbero gli uomini temprati dal gioco di nervi che rende resistenti a tutto. Lo sapeva bene Curzio Malaparte, che rinunciò all'eco germanico del suo vero nome, Kurt Erich Suckert, per chiamarsi come un italiano, "l'arciitaliano", mostruosa metafora dei vizi e delle idiosincrasie di una nazione che non fu mai Nazione.

 Malaparte fu lo scrittore che raccontò l'esodo che seguì alla fine della seconda guerra mondiale meglio di chiunque altro. "La pelle" è un documento orrido e malvagio di una guerra che lasciò Napoli come l'aveva trovata: stuprata e indifferente, abituata a chiedere la carità in cambio della propria atavica, inestirpabile anarchia. Una povertà morale e materiale che faceva vendere bambini in cambio di sigarette, da rivendere al mercato nero in cambio del pane. Per sfamare altri bambini, altri figli di nessuno, da prendersi a poco prezzo. Un domino che puzza di povertà e di indecenza. Malaparte lo vomita addosso al lettore non abituato allo scandalo infinito della verità, curandosi di lavare bene le mani e la faccia.

 Cosa c'entra Napoli all'asta in cambio di sigarette e gomma da masticare dello sbarco americano, con la Sicilia contemporanea di Paolo Borsellino? Cosa c'entra l'angoscia di impotenza con cui Vitaliano Brancati fa sconfiggere il bisogno di "altro", di Ragione e di civiltà del suo bell'Antonio? Cosa c'entrano le "storie semplici" di Sciascia e la grottesca immobilità dolente dell'Antonio Masciano di Brancati?

Sono tutte lì, ingarbugliate in un filo di spago che si spezza ogni volta che muore un intellettuale. Si riannoda; ma diventa ogni volta meno resistente.

 La Palermo dei giudici e della legalità ritrovata si è infranta contro lo splendore rovente delle cattedrali barocche, scottate dal sole che pretende silenzio, da sempre. E le loro lunghe ombre si spandono come mare sulla spiaggia, ingoiando ogni cosa, ogni corpo estraneo alla sabbia. Ma con calma, con studiata lentezza.Tanto che possono passare 15 anni senza che il dolore sia davvero diventato Storia da leggere, che non duole più. O 50, senza che l'orrore di un carrarmato che passa su un uomo possa essere davvero considerato sacrificio necessario.

 "Dite che Malaparte non è morto",  pare abbia sussurato nei suoi ultimi minuti di vita. E invece no, invece gli uomini vanno e vengono, come le nuvole di Pasolini, come le maree che rubano roccia solida alla Sicilia dei giudici per bene o della Napoli imbrattata di ferocia e di fame.

 Ma il senso di quell'anima lunga, attraversata da uno spago, non è nella memoria, inutile esercizio di retorica. Il senso è nel cambiamento che le maree producono , nelle rivoluzioni che irrompono nelle teste degli spettatori e ne stravolgono l'esistenza. Il senso è nel sorriso che ci sfugge riguardando un uomo che fuma, raccontato più dalle sue dita affusolate che dalle parole impronunciabili. Se e quando ci sembrerà di sapere cosa stava pensando, avremo avuto il privilegio di condividere un sogno. E lo avremo reso possibile.

postato da: IlCommendatore alle ore 10:37 | link | commenti (4)
categorie: personaggi, #caterina sottile, @commemorazioni
mercoledì, 29 novembre 2006

Luigi Incoronato, scrittore e rivoluzionario disarmato

Estratto di un "Saggio breve su Luigi Incoronato"  di caterina sottile 
Luigi Incoronato è figlio di quel Meridione trafitto dalla guerra e dalla povertà, palcoscenico di una trasformazione sociale lentissima e drammatica in cui la società rurale ha assorbito il progresso e lo sviluppo solo in superficie. Figlio di emigranti, nasce a Montreal nel 1920. Viene in Italia negli anni trenta e studia a Palermo. In seguito frequenta la Scuola Superiore Normale di Pisa dove avrà Luigi Russo come maestro.
Si laurea presso l’Università di Napoli con Giuseppe Toffanin con una tesi sulle Operette Morali di Leopardi. Diventa insegnante di lettere ma nel 1940 raggiunge il fronte francese come ufficiale di leva. Combatte nella guerra d’Albania sul fronte greco-albanese. La guerra sarà ispirazione del romanzo autobiografico Le pareti bianche.
Rientra in Italia con la Liberazione e la conoscenza dell’inglese gli consente di diventare interprete nel Molise presso il Comando Militare Alleato. Entra a far parte del Comitato di Liberazione; una esperienza forte che trascrive nel romanzo Il Governatore.
Dopo la guerra torna a Napoli e riprende l’attività di insegnante. Collabora a giornali e riviste importanti come «Paese Sera», «Il Contemporaneo», «Cronache Meridionali» e nel 1960, insieme ad altri scrittori tra cui Domenico Rea, Mario Pomilio, Michele Prisco, Luigi Compagnone, fonda la rivista «Le Ragioni Narrative».
Il suo romanzo d’esordio, Scala a San Potito[1], scritto nel 1950 ed edito da Mondatori,gli varrà il secondo posto al premio Hemingway. Nel 1952, sempre per la Mondatori, pubblica Morunni[2]. Nel 1960 Il Governatore verrà insignito del Premio Napoli. Nel 1963 scrive Compriamo bambini e nel 1968 Le pareti bianche.
Pubblica numerosi racconti (La festa, Il ritorno di un partigiano, Ale’ Ale’ Ururi, Il Minotauro, e l’ultimo, pubblicato postumo, A che serve uno scrittore) su «Paese Sera», «Rinascita», «Il Campione».
Il più significativo, per il modo in cui emerge l’identità politica e soprattutto morale di Incoronato, é Don Maso Vizzini, magnifico ritratto di un ragazzo al centro di un universo disomogeneo e conflittuale; un “figlio del padrone” che acquisisce coscienza civile e politica attraverso l’educazione e la scuola ma resta drammaticamente dilaniato dal distacco da sé che l’emancipazione culturale inevitabilmente determina in un giovane intellettuale che non può ingabbiare se stesso negli schemi e nei ruoli prestabiliti dalle convenzioni.
È un “Gattopardo” braccato dalla sua coscienza; un uomo al quale il “libero arbitrio” impedisce di accettare i privilegi sociali come naturali, salvo reagire da Gattopardo, quando la sua proprietà è minacciata. Una sorta di carattere genetico per la sopraffazione che inasprisce fatalmente il conflitto tra le classi; e forse la manifestazione di una diffidenza viscerale di Incoronato per i potenti.
È una traccia sociologica e letteraria che disegna un legame implicito fra tutte le opere di Incoronato, e lo rende così idealmente lontano dalle sue origini ma stilisticamente vincolato ad esse.
Il racconto Le terre del bosco è testimonianza storiografica importante su un fatto realmente accaduto ad Ururi: un gruppo di braccianti agricoli tenta di occupare le terre del Bosco (oggi bosco Pontone), e la rivolta è sventata dai carabinieri armati di mitra. Da questo episodio parte la condanna di Luigi Incoronato per le politiche latifondiste che hanno radicato tra i contadini meridionali quella sfiducia atavica per l’Istituzione, l’insofferenza anarcoide che ha portato a considerare lo Stato un nemico oppressivo. Probabilmente Incoronato vede proprio in questo il presupposto della “cultura dell’illegalità”, dell’omertà e del brigantaggio che ha paralizzato l’emancipazione del Mezzogiorno.
[1] Rist. da Tullio Pironti Editore, Napoli 1988, con una nota di Giambattista Faralli.
[2] Rist. da Marinelli editore, Isernia 1988, con una prefazione di Michele Prisco.
Vasco Pratolini aveva scritto a Incoronato poco dopo la sua morte, nell’aprile del 1967, rivolgendosi a lui come se potesse sentire:
 
Con questo tuo figlio che lasciai bambino, il nastro nero alla manica dell’impermeabile, abbiamo parlato di te ma a strappi. Come un fiero segreto. Tu hai «concluso», certo, ma credi che sia facile, e andare avanti, non dico per noi, per tuo figlio, meno doloroso? D’un tratto egli ha sorriso, domani si laurea, farà il magistrato; hai ragione, forse ragazzi come lui porteranno giustizia ed è stato utile vivere questi anni che sono cresciuti.
 
Così dunque, così muore uno scrittore: non morendo affatto! Lasciando dietro di sé il senso di sé. Stanco, forse, di quella lotta con la realtà che non capisce la sua immaginazione, ma vivo. Gli scrittori muoiono vivi. Anche se si illudono di non aver mai avuto tempo per vivere.
 
postato da: tintarella1 alle ore 21:52 | link | commenti (3)
categorie: #caterina sottile

Generosità

Passano come gocce di fango lungo la storia

i poveri della guerra.

Cercano una casa da chi li ha derubati del futuro.

Cercano mani estranee da cui prendersi il pane.

Il sangue è gratis,

lo regalano gli aerei dei ricchi.

postato da: tintarella1 alle ore 21:44 | link | commenti (3)
categorie: #caterina sottile
mercoledì, 22 novembre 2006

Atavico Blu

 Spalanca le gambe
prepotente dolcezza affilata
insinuante
scivola dentro la pelle tesa
dondola
naviga
ammaina le vele fradice di mare in burrasca
Attracca e riscivola
spuma di mani e lingua
capelli e muscoli
scrosciare di baci
sugli scogli a cui si arena
E si incaglia
tra sorrisi e bisbigli
Freddo di onde e parole soffiate come aghi di pini marini
tra labbra che scottano
e succhiano cuore e collo
Vola
planando
sul mare
Occhi assolati
languidi guizzi di luce blu e bianca
sulle dune bollenti
del respiro
Forza
e morbido odore di pelle
e di dita
di ginocchia e di spalle
travolge
tenerissimamente
avvolge
di quel blu che irradia
come il sole mattutino

postato da: tintarella1 alle ore 21:46 | link | commenti (16)
categorie: #caterina sottile, genere / poesia
martedì, 14 novembre 2006

In piedi sui miei Persol

Di quando ero piccola ricordo i pacchetti di cerini sparsi sul comodino e gli occhiali da sole. Bisognava alzare la testa per guardarlo bene dentro la spigolosa leggerezza del suo profilo; la linea duramente araba del naso sembrava intagliata nei tronchi d'ulivo ed aveva sempre una piccola traccia arrossata dal peso dei suoi Persol impenetrabili. Era magro come Eduardo de Filippo ed aveva la pelle scura. 
I solchi che negli uomini scava la barba nuova erano esami difficili, che non finivano mai. Imparare ad alzare la testa seguendo l'odore della brillantina Linetti mi è servito a riconoscere i percorsi in verticale, non in orizzontale. La visione dello spazio per me è alto e basso, cielo e terra, nuvole e asfalto. Ciò che mi circonda non è difficile. E non è importante. Non come guardare attraverso il vetro bruno di quegli occhiali. Anche imparare a non cercare di vedere oltre la montatura di tartaruga nera mi ha addestrato ad un controllo arrogante delle mie fragilità. Non c'erano sorprese da scoprire dietro il cielo di quei Persol neri. C'erano solo certezze di cui convincersi e la regola fondamentale che al di là dello sguardo non ci sono dubbi in cui perdersi. Nessuna imprevista incertezza.
 
Nemmeno quando il dolore bambino di un permesso sempre negato in mio fratello diventava diperante lontananza. Irrangiungibile fuga falsata dal contatto vuoto dell'abitudine. 
Soffocavo con l'inerzia assoluta il male che mi faceva la responsabilità di quei miei fratelli così impreparati alla sua forza disattenta.
 
Le camicie erano bianche e illuminavano le mani abbronzate. Le mani sono un'identità inquietante e lasciano sgorgare il proprio dna come una ferita profonda. Per quanto ci si voglia coprire, le mani lasciano uscire l'inesorabile biologia di quella origine. Lo vidi davvero guardare dentro le cose solo quando le sue mani toccarono appena una copia esatta, piccolissima e morbida, delle sue dita lunghissime. Lo sorprese un sorriso di scoperta, clamorosamente noto. Ci fu un attimo di calma vera sugli zigomi irrigiditi dalla disillusione. Ma non più di un attimo di calma.
 
Le sue unghie bianche erano larghe, distese sul deserto delle braccia magrissime. E io le guardavo mentre il cancro si mangiava piano la discrezione e la bellezza di tutti gli steccati che non avevo mai voluto oltrepassare. Le mangiava soffiandoci sopra, come una minestrina troppo calda, dolcemente. La prima dogana fu superata quando rinunciò ai suoi occhiali scuri. E io non guardai mai; continuai ad alzare la testa, ora che la mia  testa era più in alto della sua. Feci in modo che neppure senza i suoi Persol potesse temere che lo guardassi negli occhi. Non ci mise molto a tranquillizzarsi, dopo la diffidenza iniziale. Capì che non lo avrei violato mai. 
 
La forza è una solitudine gentile, un sorriso che non dà felicità nè protezione; rassicura distanze involontarie e le calcifica.
 
Lo guardavo continuamente, ma attraverso le mani, uguali alle mie, dolorosamente uguali. Tanto da confonderle, io stessa. Il cancro continuava silenzioso a prendersi le gambe lunghe e frettolose e a rallentare il gesto del fazzoletto rimesso in tasca. Rallentava il piegarsi delle dita per tenere la sigaretta, la presa del cucchiaino del caffè. Rallentava la sequenza del suo impero di sè.
Ma non modificava la forma della luce, la consistenza. C'era sempre quella luce che emanavano le sue camice bianche, abbottonate fino al collo.
 
Camminava con una mano in tasca, come nascondesse un regalo nelle tasche. Mi aspettavo sempre che l'avrebbe tirato fuori, senza sorridere, sgusciando via per appoggiare le chiavi e i cerini. Sono felice di aver potuto vedere i cerini. Fossi nata un po' più tardi non avrei questo ricordo.
 
Mi obbligava a stare dritta mentre la sua schiena si arrendeva senza schiamazzi inutili.  Ne temevo la forza, anche ora che era diventata innaturale complicità. Tutto il sole che aveva assorbito, con il suo camminare frettoloso, si disperdeva piano e scoloriva i progetti e le ansie ma diventava calore, ora che la debolezza dei muscoli rendeva più leggibile la riservatezza.
Non moriva, semplicemente si preparava mestamente ad abdigare, come i re.  
Il dolore sarebbe stato mio, scelta per guardarlo negli occhi, quando non avrebbe più potuto impormi alcuna distanza. Avrei voluto rimettergli i suoi occhiali  ma sentii il gelo della sua delusione. E rimasi in piedi, alzai la testa e mi abituai ad una insopportabile, imprevista certezza. Com'era sempre stato con lui. E mentre il dolore risaliva  fino ai miei Persol, che non mi ero accorta di avere, riuscii a vedere quello che lui vedeva attraverso il cristallo scuro e lo sguardo sempre verso l'alto. Mi misi una mano in tasca e provai a camminare come lui. Mi riuscì male, non essendo nata con la schiena dritta come la sua, con le sue gambe e la bellezza delle sue camice bianche.
 
Le mani sono uguali, la stessa nodosa lunghezza delle dita e  mi sembra di vederle scurirsi, abbronzate dal sole che assorbì la sua pelle mentre camminava veloce, sapendo che l'avrei  raggiunto.
postato da: tintarella1 alle ore 04:58 | link | commenti (6)
categorie: #caterina sottile
martedì, 12 settembre 2006

Il sonno degli ulivi sul mare

caterina sottile

Il sole scivola piano, rosso sfuggente sui mucchi gialli delle ginestre titubanti. L'aria di mare lo aiuta a sedersi, come un contadino stanco, sulla spiaggia e sul porto, odoranti di pesci e gasolio, di cemento e di corde, di reti bagnate.
La macchia mediterranea è merce rubata all'autostrada che passa da Termoli per non andare mai. Oppure per andare troppo presto o troppo tardi, a seconda del nome con cui si battezza l'odore di sabbia che s'allontana. Talvolta si chiama nostalgia, talvolta liberazione, talvolta nulla.
L'odore di barche del Molise di mare si insinua nel moto stizzoso delle auto al semaforo sempre rosso delle estati termolesi.
Oltre la seduzione delle ombre impregnate d'acqua salata e petrolio, un paesaggio che si spande come colla sul legno e su cui si tengono immobili gli ulivi pazienti della campagna dei Sanniti e dei distratti giocolieri di automobili. I colori e i profumi ammiccano fra loro e si corrompono con l'innaturale caos con cui gli odori inconciliabili delle indecisioni diventano appariscente inconsistenza. Armonia di trilli e di squilli, di tempeste estranee che non raggiungono mai l'orizzonte oltre i treni che si arrampicano sui tetti di Rio Vivo.
Ma l'uva s'irradia fra le nuvole a cavallo del libeccio e il velluto del sole sui rami secchi delle dune assorbe il cielo d'agosto.
Ed è fragranza di antico e potenza di tronchi contorti che sanno di fame appagata, di fluttuare dorato e morbido di torrenti che allagano il pane di questo millennio.
Il mare di Termoli sa di argento d'ulivi imperiosi e di giallo oleoso e di verde deluso dallo sguardo dei ciechi. E sa di azzurro; sa di succo d'uva e di agre di pampini scrocchianti tra le dita; sa di nodose viti inattese e di ruvida eternità.
L'imberbe Adriatico, tra le dune senza respiro, è  paziente, adolescente solitario che ascolta le auto che non vanno e che non sanno.
Arretra e avanza, blu come l'inchiostro caduto per caso sul marmo d'una piazza vuota.
Immanente, schiumoso puledro, ancora troppo giovane per voler morire di noia. Mediterraneo che non è più e che ha perso il profumo d'Africa. E nitrisce, scalpitando fra gli improbabili scogli armati ma friabili, mordendo piano, come zuccherino dopo una corsa, la terra persa nella battaglia contro l'inerzia.
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