Roberto Matarazzo
ex libris
"Per un viaggio estravagante in libreria"
esposizione libraria per testi muniti di fogli colorati cosmopoliti
libreria "Libri&dintorni" - campobasso
visitabile fino al 14 luglio

roberto matarazzo '06 , per: Domenico Cosentino, come amica una bottiglia sotto le ascelle
a volte ti ritrovi in situazioni impossibili.
con uno che ti punta il ferro sulla fronte, e devo convincerlo che NON siamo della polizia. sono l'unico che può parlare, non perchè sia il più impavido, ma per via della mia faccia.
subentra l'istinto di sopravvivenza, che credevo sopito in me.
così lentamente prendo un mio bigliettino da visita e lo porgo al pistolero.
lui lo legge e poco dopo inizia a sorridere. mi circonda le spalle col suo braccio(quello a cui è attaccata la pistola)
"tonì falli passà a sti guagliun"
e pensare che il pomeriggio mi trovavo in un bar a bere un caffè.
era....
il giorno non ha importanza. non è significativo per questa storia.
matteo aveva quel batticuore speciale , quelle pulsazioni accelerate, che chiamiamo comunemente innamoramento. sembra stupido, ma fu così dal principio. la vide alla stazione ed il guaio era fatto.
non si poteva tornare indietro, le mani sudavano e gli tremavano. lui era ormai convinto di non poter provare più un tale sentimento per un'altra donna, dopo tutto quello che gli era successo. ed invece ora era lì, vicino a quel tabellone pubblicitario, che fremeva.
quel tipo di sentimento che si può provare una- due volte nella vita. e lui lì lo stavo provando. lei.. Sonia, era tutto ciò che lui voleva. quel nome, quegli occhi, quei capelli lunghi e neri.
sonia
un sogno sussurrato.
ma come tutti i sogni anche lei svanì, dopo tre anni di amore. una mattina al suo risveglio, matteo, capì che era tutto finito. lei era stanca, depressa, apatica.
a volte vivere con matteo era davvero distruttivo. capì che in quegli anni lui non l'aveva aiutata minimamente, che il loro amore era stato debole, perchè non era stato in grado di salvarli.
ora lui doveva ricominciare, e non ne aveva nessuna voglia.
si, aveva deciso. gennaio era l'ultima data. e poi via. per sempre.
gothaer bier, l'etichetta afferma
“ la vera birra tedesca”
io sono stato un bel po' in germania
lavorando come cuoco e lavapiatti,
ma questa birra non l'ho mai vista.
Dovrò fidarmi.
anche perchè costa 39 cent ogni mezzo litro.
Ed è ciò che posso permettermi al momento.
Mi sto organizzando,
come feci quella volta a parigi.
Posso spendere 30 euro la settimana per la spesa
e per le piccole necessità
come sigari e birra.
Prendo tutto ciò che è più economico.
Basta tener duro,
digiunare qualche volta e farcela.
Ogni settimana riesco a mettere da parte 20 euro
per poter pagare le bollette.
Telefono non ce l'ho.
Non mi serve.
Il gas neanche, uso bombole che vengono riempite illegalmente.
Cosa ci mettono dentro mi frega,
basta che il combustibile si accenda
senza far saltare il quartiere.
Fino ad oggi non è successo.
Sto davvero bene,
mi alzo la mattina con la voglia di darmi da fare
con diverse idee da mettere su carta,
ho riscoperto la voglia di vivere.
Ora stappo un'altra lattina da 39cent e brindo a me.
Come è facile ritornare “nel giro”. Non te ne accorgi neppure. Un qualcosa cambia nella tua vita e sei costretto a seguire quel mutamento.
Così mi ritrovo di nuovo fuori questo condominio, di nuovo col freddo.
Fuori c’è una pomigliano incolore, buia. Qui i lampioni non ci sono. E sembra tutto così irreale. Invece questa è pura realtà, o almeno UNA REALTà.
I finestrini dell’auto sono appannati. Il calore dei nostri corpi, il fumo delle nostre sigarette. Apro il finestrino per gettare la cicca della mia lucky strike
“che cazzo fai? Vuoi farmi venire una polmonite cazzo!”
M’immagino come un matt damon più grasso e con la barba. Ed L è il mio Verme. Anche se lui non mi lascerebbe nei casini. Di solito è quello che mi trascina nelle questioni.
Non ci stiamo pensando su, la decisione è presa. Stiamo prendendo tempo. Una regola è
“mai far vedere che si è ansiosi”
E in questo campo le regole vanno rispettate.
La luce al quarto piano è accesa, e rimarrà così fino a domani mattina. Tutta la notte.
Ci risiamo.
Non sono mai stato un accanito giocatore. Per due anni ho giocato solo un paio di volte. Mi servivano soldi, bisogna pur campare.
Non voglio esser compatito, ne fare vittimismo, ma la vita va così no?
Quante volte mi hanno detto questa fottuta frase. Ed io gli do una bella spinta a questa schifosa vita.
Vai
Vai
L chiude l’auto e siamo pronti. Sul citofono non ci sono scritti cognomi, ma L sa a chi bussare. Lui dal giro non è mai uscito. Perciò posso fidarmi, non ho paura. Ho le mani gelide, mi tremano un po’. Avevo bisogno di vivere ancora. Si gente! questo per me è vivere.
Non rimanere a casa aspettando la telefonata di un’agenzia interinale, o di lei che mi dice: “torniamo insieme”.
Non accadrà mai. E quindi vivo a modo mio.
Non è cambiato nulla. Sono ritornato alle vecchie abitudini, a quelle poche cose che sapevo fare. L mi ha dato un’ora per riprendermi, poi si giocherà sul serio. Poi tutto accadrà.
Un colosso senza volto fa da guardiano a questo appartamento. Ci vede e sorride, conosce L.
“questo è un mio amico”
E si volta, presentandomi a questa nuova “comitiva”.
Il colosso gli da una pacca sulla spalla e ci apre la porta.
Dentro c’è fumo, c’è quella luce gialla che si vedeva da giù. L’aria è densa, come nelle saune. Non ci sono rumori. Gente assorta, che gioca da 24 ore consecutive. Qui si bada ai soldi, non alle chiacchiere. Per me va benissimo. Non ho voglia di fare nuove conoscenze.
Cambio 150 euro, stasera dovrò solo fare il perdente, che s’incazza e si fa sgamare.
L’ho fatto altre volte.
Sarà una lunga nottata
( un piccolo racconto, per michele e per me)
30-40 anni fa si poteva sentire spesso questa frase in giro per pomigliano d'arco. l'alenia,l'alitalia,la fiat,l'alfa sud avevano aperto da una ventina d'anni grandi capannoni e c'era molta richiesta di lavoro.
i giovani pomiglianesi, finito l'avviamento,( qualche anno dopo l'itis), venivano chiamati direttamente dalle aziende.
prima un operaio era una sicurezza, mussolini costruì interi quartieri qui a pomigliano( forse una delle poche cose buone che fece, ma chi sono io per dirlo?), per tutta questa massa di lavoratori. erano casermoni, ma gli affitti erano irrisori e la gente si accontentava. un lavoro sicuro, una casa per la vita, e alla "fatica" ci potevi andare in bicicletta.
così molte giovani pomiglianesi si sposavano con molti giovani operai, dando origine a quella che sarebbe divenuta poi questa fottuta città.
non credete a coloro che dicono
"questa era una zona agricola"
le fabbriche erano grandi e le più tecnologiche del meridione.
furono anche bombardate, perchè si mormorava che ci costruissero carriarmati. prima c'era anche un piccolo aereoporto distrutto durante la seocnda guerra mondiale.
questo era pomigliano e questi i suoi operai.
oggi la situazione è cambiata. i posti di lavoro sono diminuiti, si cerca sempre di più personale specializzato e la figura dell'operaio è caduta.
ora fa paura dire operaio, come fosse una bestemmia. le madri non dicono più alle proprie figlie di sposarli.
indubbiamente vivendo qui ho molti amici che sono operai.
" nico, qui si gudagna quello che si guadagnava 30 anni fa, lo stipendio è lo stesso rapportato al passare degli anni"
e quindi non si ha più quella tranquillità economica di un tempo. le case di mussolini ci sono ancora, ma hanno raggiunto prezzi improponibili.
vedete conosco questi operai che si sono stancati di andare in giro col pugno alzato( "tanto non cambia ninete. scioperi, cassa integrazione e ne assumono altri e così dicendo"). operai che ora non parlano più pomiglianese, ma giapponese, torinese. anche dario fo viene spesso qui a pomigliano, con la moglie. danno sollievo, danno voce a chi la voce non c'è l'ha. poi però se ne vanno, e devono subire tutto i senzavoce.
operai sognatori, scrittori e musicisti( ricordo gli zezi).
e mi rende triste sapete?
ogni votla che prendo la vesuviana e osservo questi immensi parcheggi,ricordo quello che mi diceva mia nonna.
" ai miei tempi le madri dicevano alle proprie figlie..."
vedete io passo inosservato. non sono uno di quei tipi che le donne ricordano.
mia ex: " nico? no non ricordo nessuno che si chiami così"
persona qualunque: "ma comeeee? ci sei stata fidanzata diversi mesi, eri innamorata di lui"
mia ex:" booh!"
poi invece ci sono quei tipi brillanti, quelli che tutti ricordano, perchè questi ultimi fanno in modo di esser ricordati dalle masse. vanno alle seratone , stanno sempre in mezzo, frequentano solo gente ok.
devo dire che è giusto così, vedete per uno come me che ha passato gli anni del liceo seduto fuori ad una banca ad ubriacrsi con due suoi simili non può esser che così. sono uno "sfasulato" genetico. non ho mai fatto nulla di eclatante, ne cercato il consenso delle masse. mi limitavo ad ubriacarmi e sapevo farlo anche bene( ora non posso più farlo per problemi al fegato, quindi sono inutile come lo scheletro di cartone di un rotolo di carta igienica).
devo dire che quei tizi, che tipo rispondono in una conversazione solo per far vedere che ci sono, dicendo una marea di cose fritte e rifritte solo per darsi un tono, mi fanno tenerezza.somiglano a quei bambini che cercano in tutti i modi di attirare l'attenzione dei propri genitori
tizio brillante: "mamma mamma guarda come mi tuffo"
mamma del tizo brillante:" bravo figliolo, dopo avrai una carezza sulla guancia"
quei poveri bambini cresceranno male. perchè vorranno sempre più attenzioni e romperanno il cazzo agli sfasulati come me
questa storia è vera. io sono solo uno che l'ha scritta. spero abbiate la pazienza di leggere tutto il testo.
sono le cinque di un'anonima mattina. Siamo in quindici e stiamo aspettando da circa trenta minuti l'arrivo del solito camioncino. Fa freddo, battiamo tutti i piedi per terra, per non congelarci, per far scorrere un po' di sangue caldo nei nostri inutili corpi. Sembriamo tanti ballerini di tiptap, ma non ci stiamo divertendo.Sin son creati alcuni gruppetti,ci siamo divisi in base alle nostre nazionalità. Italiani non c'è ne sono ed io mi sono aggregato ad un gruppo di arabi, mi han accolto volentieri tra loro, forse per il mio aspetto fisico mediorientale. Intorno c'è il nulla, o meglio, ci sono distese di piantagioni di pomodori, erbe officinali, e serre di plastica. Dalle piante si sprigiona un vapore fitto e basso, sembra nebbia che ricopre questa triste realtà. Siamo nei dintorni di aversa, anche se potremmo essere nelle risaie padane, poco cambia, il territorio è anonimo e indefinibile.Dal sentiero di terra battuta, in lontananza, si alza del pulviscolo, segno che il nostro “caporale” sta arrivando a caricarci. Non tutti stamattina avranno il lavoro, solo quelli più abili e più in forze. Io non rischio di certo la disoccupazione.
Il vecchio camioncino fiat si ferma a pochi metri dalla fila, scende solo il capo, mentre l'autista rimane al suo posto col motore acceso pronto a ripartire, il tempo qui è davvero denaro. I pomodori devono essere raccolti in fretta e poi portati ai mercati ortofrutticoli per poi esser venduti ai vari negozianti. Nessuno diventa ricco con questo lavoro, nemmeno il capo. Si tira avanti e questo basta. In questa “cooperativa” veniamo pagati a peso, quindi bisogna lavorare duramente, rompersi il culo e non temporeggiare. Due euro per ogni cassetta piena.
La “pienezza” della cassetta viene sempre decisa dal caporale, qui ognuno pensa a se, fa il suo gioco. Veniamo caricati in undici, gli altri rimangono a terra. Non sembrano tristi, più tardi tenteranno di lavorare come scaricatori al mercato, c'è sempre una seconda occasione per gente come noi. Una volta sul camioncino il capo urla di partire.
Ora nessuno parla più, sembriamo dei condannati a morte, portati alle nostre gogne. Nel gruppo c'è anche qualche donna, solo ora ci faccio caso. Sono zingare con gonne lunghe e fasce colorate nei capelli. Sono sporche e vecchie, devono però portare soldi ai loro mariti, altrimenti verranno ripudiate dal clan.Intorno c'è silenzio, mi lego un pezzo di stoffa intorno alla bocca, per non inalare la polvere che il camion alza da terra. Gli altri mi guardano straniti, loro ormai non han più speranze, loro hanno i polmoni corrosi da mille di questi fottuti viaggi. Questa è solo la mia seconda volta, devo ancora imparare da loro. La loro pelle è dello stesso colore e consistenza del cuoio, come la carnagione di alcuni miei amici nativi americani. Siamo gli “ indiani napoletani”. Siamo nulla.
Il mezzo si ferma bruscamente, scendono entrambi gli uomini e sempre urlando ci impongono di scendere alla svelta, davanti a noi si estendono ettari ed ettari di piante di pomodori. Le cassette vuote sono già lì che ci aspettano. l'autista ci consegna una cassa a testa e poi urla “ AL LAVORO”.
Lentamente, senza fretta ognuno prende la sua posizione, la sua fila di piante ed inizia. Io mi son portato un pezzo di corda, da legarmi intorno alla vita e con la cima libera avvolgo un manico della cassetta, così che questa mi seguirà passo passo, come un fedele cagnolino che diventerà minuto dopo minuto sempre più pesante.Questo trucco me lo insegnò un vecchio marocchino, lui sapeva tutto della vita.
Lavoro da trenta minuti e ho le gambe che mi tremano e la schiena che scricchiola, forse morirò qui, concimando questa piantagione, e nessuno se ne accorgerà mai. Mi guardo intorno e scorgo gli altri piegati in avanti, intenti a lavorare. Sembriamo quegli uomini di colore che lavoravano nelle piantagioni di cotone qualche secolo fa negli stati sudisti.
Ma la schiavitù non era stata abolita?
La prima cassetta è piena, la lascio qui, corro al camion e ne prendo un'altra, l'autista mi vede e mette un segnetto sul quaderno con la sua penna nera. Solo lavorando senza interruzioni si può sperare di guadagnare qualcosa. Qualche mio compare di sventura ha già abbandonato la sua postazione, il caldo inizia a farsi sentire, ha lasciato la sua cassa semivuota lì, come una boa a segnalare il suo passaggio.
Dopo due ore di lavoro mi prendo una pausa, cerco una sigaretta nel pacchetto spiegazzato e l'accendo. Ho riempito 5 casse, diciamo metà lavoro, puzzo di sudore, sono sporco di terra, ho la terra infilata sotto le unghie, le dita sono arrossate, le piante di pomodori han delle piccole spine, quasi invisibili, che ti si piantano nella pella, e non puoi eliminarle, devono esser assorbite dal tuo organismo. A metà sigaretta assisto ad una scena assurda. Le donne,mentre lavorano piegate, allargano le gambe e pisciano. Non possono permettersi di perdere altro tempo per i bisogni fisiologici. Vengono già preparate non indossando le mutande.
Spengo la cicca sulla terra nera,col mio tallone. Guardo avanti a me e non riesco a scorgere nulla di definibile, solo altre fottute piante di pomodori.
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ABERRAZIONE
Si chiedeva se la mattina dopo sarebbe corso al cesso a vomitare. Gli piaceva fare scommesse. In questa caso avrebbe voluto vincere la scommessa e non doversi alzare mai più. Ma ogni dannata mattina era lì sul letto che si grattava il pisello. Da un po’ di tempo gli prudeva, forse la causa erano i suoi rari bidet. Ma chi poteva dirlo? Non era di certo un dottore.
Si girò sul fianco destro e per lo sforzo scoreggiò. Oltre all’aria partirono anche schizzi di merda. Era diarrea. Ormai da giorni non mangiava, aveva ingurgitato solo birra vino vodka e gin. Forse nella lista aveva scordato qualcosa. Niente di solido nella pancia, e non riusciva a trattenere la merda che aveva in corpo. Pensò che ogni uomo e donna è fatto di merda.
Doveva alzarsi.
Prese tutte le forze dal cosmo e riuscì ad alzarsi. Il sole voleva passare attraverso i buchi delle sue veneziane. Ma per via dello sporco gli era difficile intrufolarsi in quella casa. Tutto lì era lurido, come il padrone.
Prese la saggia decisione di coprirsi e andare a comperare qualcosa da mangiare. Il frigo era vuoto e non c’era che la merda da mangiare in quella casa, quella che cacava lui.
Pensò che se gli uomini mangiassero la propria merda, non ci sarebbero più bambini affamati. Questi discorsi filosofici di prima mattina lo rendevano nervoso.
Prese il primo pantalone che gli capitò si mise le scarpe e trovò anche le chiavi della macchina e 22 euro nel portafogli. Era una giornata favolosa. Entrò nella sua polo rossa e mise in moto.
Dopo 10 minuti di tentativi l’auto gli fece la grazia di partire. Lui riteneva che le auto fossero come le donne. Bisognava sempre leccare loro un po’ la fessa prima di scoparle. Avevano bisogno di un po’ di preliminari per essere pronte.
Si diresse verso un paese vicino al suo dove c’era questo disocunt. Lì di solito faceva la spesa.
Con quegli spiccioli riuscì a comprare un po’ di formaggio, salame , pancarrè 10 birre e una bottiglia di vodka. Si! giusto il necessario.
Si diresse alla cassa, la gente si scostava. Si rese conto che puzzava. Beh cazzi loro, a lui la sua puzza non dava alcun fastidio. Anzi gli piaceva. Lo faceva sentire un animale. Pagò la sua spesa e la cassiera lo guardava con aria disgustata, poverina aveva ragione, anche lui avrebbe odiato un cliente simile a se stesso. Forse l’avrebbe ucciso.
Si diresse verso l’auto. Nel parcheggio vi erano sempre due drogati schifosi e luridi che chiedevano spiccioli alla gente che usciva dal negozio.
Uno gli si avvicinò, poteva avere 50 anni, credeva che quei soldi gli fossero dovuti. Li pretendeva, e questo già rompeva il cazzo a lui.
Fece la finta di prendere il portafogli e gli assestò un bel calcio nei coglioni. Il drogato schifoso si accasciò in terra. Tremava. L’amico lo vide e corse verso il suo compare agonizzante.
Lui decise che quella scena non era degna di nota, salì in auto e lentamente,come se non fossero cazzi dei suoi, si allontanò dal luogo del misfatto. Era un po’ su di giri. Pensò che era un po’ di tempo che non si faceva una scopata come si deve. Decise quindi di caricarsi una troia. Per scopare doveva per forza pagare. Le donne non sarebbero mai andate con lui gratis.
Andò nell’unico posto dove era sicuro di trovare delle troie di giorno, era una discarica. Questo sito ben frequentato si trovava a circa 2km dalla sua casa. In tasca trovò un mozzicone di toscano, lo accese con un fiammifero e pensò che la vita non sempre è schifosa.
Si diresse verso la discarica, e notò una troia con due tettone enormi. Non aveva mai visto nulla del genere. Le si avvicinò, sempre stando in auto lui abbassò il finestrino:
“ quanto ti prendi?”
“ 30 euro tutto compreso”
era una slava.
“ sali su, ti porto da me”
“ allora sono 40 euro amico”
“ sisi sali e non rompere i coglioni”
aveva un sorriso sdentato, forse il pappone le aveva dato una bella ripassata di recente.
“ ti spiace se mi fumo una sigaretta?”
“ no cara, fai pure” ruttò.
Non era di modi gentili nemmeno innanzi ad una così gentil donzella.
Arrivarono finalmente a casa sua. I suoi vicini lo videro, ma non si scandalizzarono, ormai lo conoscevano bene. Di sicuro non gli avrebbero mai presentato le loro figlie. Ma era una cosa di cui si poteva fare anche a meno.
Entrarono in casa, appoggiò le buste sul tavolo della cucina e prese la bottiglia di vodka. Prese due bicchieri e del ghiaccio. Offrì un drink alla troia. La quale accettò di buon grado.
“ bimbo però devi farmi vedere anche i soldi”
lui annuì. Andò nello studio, ed in un cassetto aveva i soldi che gli avevano dato come acconto per il suo ultimo libro Meglio un giorno da leone che 100 a pecorina. Prese 45 euro. Ritornò in cucina e le diede alla puttana.
“ 5 euro sono di mancia”
lei sorrise. Con quel sorriso osceno. Ma le tette erano pura arte.
“ ora troia spogliati, voglio vedere le tue tette bianche”
si tolse la maglietta aderente, sotto non aveva reggiseno, non ne aveva bisogno. Balzarono fuori queste due zizzone finalmente libere di respirare e di esser ciucciate, parevano due buste per la spesa piene. Erano fantastiche. Aveva un’erezione grossa quanto la torre di pisa nelle mutande.
Poi la tipa si tolse la gonna, mentre lo faceva gli rivolse il culo. Il culo sembrava apposto. Ma la mutanda aveva una grossa e maleodorante strisciata di merda.
Era un’autostrada, si riusciva a vedere anche a 100m di distanza.
Pensò di non esser mai stato schizzinoso. Ingollò la vodka, pose il bicchiere sul tavolo e agguantò una di quelle super-tette.