In reptazione
( nello spazio ellittico
e liminale )
mi relego
nel recesso topologico
del punto omega,
parabola scheletrica
della parola terminale,
umido tropico
di liquidi emorragici.
Eseguo
una curva lossodromica
alla ricerca del non detto
- ben chiuso
dentro agli emisferi
svuotati d'aria-
linguaggio
dei venti e delle masse,
di urli e di sangue,
nella maree della sorte
( come se non ci fosse
un unico destino,
poi...).
Incateno allora le parole
al canone impuro
di febbre lessicale,
all'invisibile vaglio
di intendimento sotterraneo.
Poi le inanello
- decerebrate e affossate
come conche -
in nevrosi esangue,
nella rassegnazione contemplativa,
nel quietismo del sermone,
rivelatrici chimiche
di ipotesi congelata.
Con irrimedibile
- e torta-
disgiunzione della postura
davanti ad una stazione
della via crucis
( mio preferito tropo)
mi muovo,
nel rotatorio impulso
impresso da una mola,
in cerca dell'aberrazione
della luce.
Nella dirittura geometrica
delle traiettorie
- obiettivo
il segmento breve-
ecco i virtuosismi palabratici
nel parallelepipedo di metallo,
gola di drago
a emanare vampe
per cantare
le assolute assenze,
a smuovere- alfin- l'essenza
in sfibrato rantolo.
Nel florilegio
di immagini sfocate
- svenate di turgore -
nel gocciolare sparso
di piccole perle di grazia
- con quel tanto
di ellittico e volatile -
scartavetrata sono
nel sudario
che avvolge un segreto,
mescidanza di totemiche
parole indicibili,
e di breve ferocia.
Nell'agitazione
- parossistica-
dei piccoli untori,
nella tara di una qualche
forma di malinteso,
ecco la staffilata di fuoco
della sottile arte
della deprecazione,
per me,
negromante sofista
di fili d'oro e di bava,
nel pelago di acque indocili,
in tempo arenato.
Nella nebulosa
del sacrario angusto,
nella luce purgatoriale
di luogo epifanico,
mi imbrico
- tra i coloquintidi del deserto
a dare un'arsura più atroce -
in immagine traslucida
di ordine da termitaio,
nello stridore
di un uccello da preda,
mentre le ossa si fanno corallo.
Si stinge, dunque,
l' ideogramma
del calvario calmo,
teatro delle spoglie,
e dei muti / miti
esercizi
in assenza di dolore.
Langue, allora,
l' estenuato innervarsi
di una immobilità malata,
sanie di chiosa inutile,
e della trafittura.
L' ideogramma
di legge bronzea
è un taglio
che strazia il mondo,
l' entelechia
di cielo capovolto,
la luciferina seduzione
della montagna calva.
Scucio dunque il fasciame
e la radice ombelicale,
nei contorcimenti
degli spazi vuoti
e delle pesanti ombre,
in sacrilegio.
Poi, nel santuario
situato in profondità
- sulla placca tettonica,
trincerato sui suoi baluardi
e sulle sue catacombe -
esigo l' ordalia e sogno
il mio stesso decadimento,
in eternità caliginosa.
Bulinata dall' incredulità
- e dal dolore -
percolo in vuoto
guscio di chiocciola,
nella cava profondità.
E delineo il perimetro
dello splendore
dell' insignificanza,
investita ora di qualche
ancora più profonda
quasi insopportabile
qualità esangue.