Il sentiero- o per essere più esatti la strada sterrata che dalle ultime propaggini della frazione si snodava polverosa tra campi non tutti coltivati verso la vecchia strada non più ricostituita dopo la frana- era ondulato e a saliscendi, e sulla destra presentava panorami contornati d’ azzurrino, pendii declinanti e , in alcuni punti, quasi scoscesi.
Oltrepassato l’ angolo dove, proprio sul bordo della stradina e sempre dal lato destro venendo dal paese, s’ ergeva la quercia più vecchia, talmente vecchia da assurgere ad una qualità intrinseca di feticcio mitico ( naturalmente soprattutto davanti agli occhi sgranati dei più piccoli) si arrivava ad un esteso prato una volta coltivato che , sempre tra parti pianeggianti e molli declivi, finiva poi per incunearsi- restringendosi sempre più seguendo la linea irregolare e a sbalzi di un rivo d’ acqua stretto e come imbrigliato tra pareti difformi – e poi disperdersi in un boschetto di cui quasi non si sarebbe potuto sospettare la esistenza se non nell’ esatto momento in cui ci si fosse trovati come per caso ad addentrarsi tra rovi e arbusti spinosi con dei strani filamenti biancastri, per poi trovarsi totalmente immersi nelle ombre ancora folte dei carpini ramati.
Quello era uno dei punti dove i due cani – uno piccolo e compatto,estremamente compatto, con delle masse elastiche e sempre tese e vibranti, l’altro una femmina dalle belle tonalità di un caldo marrone, con dei riverberi quasi aranciati – venivano spesso portati a cercare tartufi.
Era un vero spettacolo quello dei due cani che avanzavano sul tappeto di foglie ,da vedere come si muovevano nevroticamente e nel contempo mossi da un impulso interno talmente aizzante da non parere un vizio artificiosamente indotto, ma un’ azione naturale del loro istinto più atavico, il portato della loro pelle di animali primitivamente selvatici sempre all’ erta e all’ eterna ricerca di prede con cui sfamarsi , con cui appagare una fame in realtà inappagabile , una specie di arsura perenne.
Subito dietro i due cani bastardini , figli della medesima madre ma di padre differente, sul tappeto di foglie talmente spesso che ogni tanto il piede sembrava perfino sprofondare, quasi che al di sotto il terreno fosse stato reso molle e penetrabile da erosioni e infiltrazioni di acque sotterranee- il rivo d’ acqua era proprio lì, a distanza estremamente ravvicinata e ogni tanto, in corrispondenza di alcuni scoscendimenti formava piccole cascatelle gorgoglianti- procedevano anche se non appaiati, anzi piuttosto discosti, un uomo ed una donna. Un uomo ed una donna che camminavano talmente lontani uno dall’ altra, oltretutto su due sentierini diversi, da parere come completi estranei, due totali estranei che per una serie di coincidenze si fossero trovati ad essere compagni occasionali del tragitto.in quel boschetto di carpini leggermente mossi da un vento di volate per la prima volta fredde.
I due cani bastardini ogni tanto si fermavano quasi sentissero in quel punto preciso un’ eco di voce che gli uomini non potevano sentire, il riverbero sonoro degli incitamenti e delle gratificazioni del loro vecchio padrone, l’ uomo che li aveva addestrati con pazienza e con gioia. Erano quelli dei punti che a loro ricordavano qualcosa, magari il giorno in cui il loro padrone in quella valletta ombrosa, o in quello scoscendimento abbastanza ripido, vicino ad una quercia od attorno ad un giovane carpino svettante, li aveva premiati per il tartufo portato alla luce, cavando da una logora sacchetta di tela appesa a tracolla delle crocchette energetiche., o dei biscotti appositamente per cani, le cui briciole sminuzzate ogni tanto si ritrovavano nelle tasche di ogni suo abito, anche di quelli più belli, quasi lui dovesse essere sempre pronto ad offrire loro qualcosa, come il vecchio parroco di un tempo che, dalle tasche oblunghe - come sfiancate dal suo mettervi mano e frugarne le profondità alla ricerca di qualcosa- dell’ abito talare liso e rammendato più volte riusciva a recuperare caramelle di diverso gusto per offrirle ad ogni bambino che incontrava, lui, un incantatore alla Hamelin.
La donna , estremamente attenta ad ogni movimento dei cani, quando si accorgeva che le loro improvvise fermate non erano dovute alla necessità di scavare nelle vicinanze, si fermava anch’ essa: e il suo sguardo diventava improvvisamente triste , mentre toglieva da una specie di piccolo e teso marsupio- che conteneva anche un piccolo attrezzo detto vangarola che serviva alla escavazione del terreno micorizzato- i dolci per loro.
Appena divorate le crocchette, su cui si avventavano con avidità e scuotendo con vigore le code tese in movimenti come circolari, a riempire spasmodicamente ogni possibile direzione, subito incitati dalla donna , che li chiamava per nome, si gettavano di nuovo alla ricerca, abbassando il muso fino a terra, impestandolo quasi nel tappeto di foglie color ruggine , muovendo e facendo vibrare le narici delicatissime, odorando ossessivamente ogni minimo elemento che incontravano sulla loro strada, nell’ umidore, e nell’ umore, marcescente tipico del sottobosco autunnale.
Anche l’uomo osservava, osservava i movimenti dei cani che si muovevano davanti a lui: tranne scarne parole neutre a riempire i silenzi più dilatati che sembravano imbarazzarlo ( a quel punto , sui suoi zigomi alti si formavano macchie rosse improvvise, lei era riuscita a scorgerle, in uno scarto non controllato del suo volto verso di lei, quando forse l’ uomo stava pensando che lei non avrebbe potuto in alcun modo accorgersi che lui la stava guardando), l’ uomo si limitava guardare ciò che i cani facevano, d’ altra parte era stato esattamente per quello – per imparare come ci si doveva comportare con i cani da tartufo- che lui le aveva chiesto, oltretutto attraverso una terza persona conosciuta da entrambi ( loro infatti si conoscevano, e per giunta vagamente, solo di vista) se poteva accompagnarla durante la sua passeggiata.
Solo limitati spicchi di cielo si indovinavano nel bosco che sembrava farsi sempre più fitto- sembrava un tunnel scavato tra gli alberi - l’ aria si era oscurata leggermente, come se il pallido sole velato da un’ umidità crescente stesse per intorbidarsi , mentre lieve volute nebbiose si sollevavano a strati dal terreno, facendo crepitare leggermente le foglie cincischiate dalle zampe degli animali concentrati nella loro ricerca.
“Eh, come sono nervosi, i cani, o almeno mi sembra. Guarda come stanno usmando impazienti. Forse forse , hanno trovato qualcosa…mi sembra proprio di sì…Ecco, sì, proprio lì, in quel punto preciso “
Le parole dell’ uomo la scossero lievemente, e la sua attenzione si rivoltò verso i cani, anzi verso il cane maschio, il cane dal nome Tiberio, il nome di un imperatore romano, nome che ben lo definiva, per lo sguardo sicuro, per una sorta di compattezza algida che rimaneva anche nei momenti in cui era costretto ad abbandonarsi ad una scompostezza atavica, come quando si inebriava – i suoi occhi puntuti di mica lanciavano bagliori sacrileghi, allora – si inebriava nel sentire scricchiolare le tenere cartilagini delle piccole prede stanate da cavità sotterranee, che lui inghiottiva intere con una sorta di stolidità frenetica senza lasciarne poi tracce.( sui baffetti che parevano elettrizzati da qualche magnete rimaneva un tremolio spasmodico, quasi un rictus, mentre si leccava la bocca, passando e ripassando la lingua, forse per risentire l’ odore della piccola preda sacrificata ,solitamente un piccolo roditore scovato rabbrividente mentre cercava di occultarsi da qualche parte, magari inoltrandosi nei tunnel delle talpe escavatrici, che erano maledette dai proprietari dei campi coltivati a motivo delle loro devastazioni)
Tiberio stava scavando freneticamente attorno ad un tronco , la sua coda era ritta, il suo corpo vibrava ,anzi man mano che, con il muso immerso nel buco che stava sterrando con movimenti scomposti delle zampe, sentiva l’odore fruttato della scura terra imbevuta di spore, e percorsa dai sottili rivoli dei liquidi colloidali di corpi vegetali ed ipogei in decomposizione , vibrava come ridotto ad una unica potente vibrissa odorifera – e questo lo si capiva dal tremolio traballante che sembrava percuotere le costole ricoperte da un pelo raso e aderente che permetteva il rilievo dei muscoli sottostanti – sembrava addirittura sussultare fino al parossismo, come fosse dominato totalmente da una potente forza ancestrale, quasi inebriato fino alla smemoratezza, invischiato in una sorta di trance.
Intanto che l’ animale scavava , lei , in piedi un po’ dietro, in posizione defilata rispetto all’uomo che era dunque più vicino al luogo del ritrovamento, osservava vagamente le due figure, le osservava come attraverso un velo perché proprio durante il mattino di quello stesso giorno, prima della passeggiata che sarebbe dovuta avvenire in compagnia di un perfetto estraneo. assai casualmente aveva dato una veloce scorsa, anche quella un po’ svagata del resto perché era impegnata su più fronti , al testo di una strana poesia mai letta prima, e a cui era pervenuta per vie traverse andando alla ricerca della parola “rogaia”, sua nipote le aveva infatti confidato che avrebbe passato un periodo di riposo in un agriturismo situato in Toscana , l’agriturismo denominato appunto “la rogaia”. La poesia parlava di “ uste tentacolari, di una rogaia cespugliosa tra morbide cosce, di un tartufarsi vertiginoso, anzi di un tartufarsi fino all’azzeramento” Lei, tra sé, l’aveva definita una poesia terragna, il parto di un uomo neatherlandiano che sapeva usare i suoi sensi senza sovrastrutture castranti, una poesia nata da una sorta di humus germinativo. Per tutta la passeggiata, osservando l’andirivieni dei due cani e l’ ombra dell’estraneo che la precedeva nel cammino, non aveva fatto che sentirsi martellare dentro quei versi sparsi e di sonorità desueta, quei versi dotati di una voluttuosità asprigna e puntuta, esattamente come l’ odore penetrante e ricco dei succhi della terra che i due cani volevano stanare, frugando nell’umidore del terreno nero e reso grasso dai tuberi ipogei abbarbicati in simbiosi alle radici degli alberi .
La donna , vedendo l’ agitarsi panico del suo cane dal nome di un imperatore, un vero cane da tartufi per doti innate, l’ imperatore dei tartufi ,capì che l’ animale aveva trovato qualcosa, diede una voce all’ uomo, pregandolo di avvicinarsi a Tiberio, per impedirgli di mangiare il tartufo , anche lei intanto si stava avvicinando al bordo della quercia, si avvicinava dopo aver tolto dal marsupio l’ arnese che serviva a scavare senza rovinare il terreno ricco di radici .
Il cane, dopo aver smosso la terra con le zampe e perfino con il muso, aspettava l ‘ arrivo della padrona, mentre l’ uomo lo teneva fermo per il collare., per riuscire meglio a tenerlo si era messo in ginocchio sulla terra umida e scricchiolante per via delle foglie. Indossava un paio di pantaloni di fustagno marrone, e le sue mani avevano palme larghe e squadrate, ne bastava una per tenere immobile il cane prima frenetico.
Mentre scendeva lungo il molle declivio, alla donna pareva di precipitare con una specie di abbrivio sdrucciolevole che sembrava costringerla a procedere- come fosse su uno scivolo gelatinoso cui non potesse opporre resistenza alcuna- e intorno tutto era ricoperto da una patina vischiosa di umori liquidi, mentre fumi nebbiosi come vampe di acque sulfuree trasudavano dal terreno impregnato di spore e di odori muschiati. E quando l’uomo l’ aiutò a risollevarsi dal punto in cui si era accucciata per ricoprire di terra la buca scavata dal suo cane, la mano di lui – larga e squadrata e dallo strato superficiale tagliuzzato dai mille lavori di campagna, la stessa mano con cui aveva tenuto immobile il cane per il collare - le sembrò rasposa e umida come la lingua con cui il cane l’ aveva leccata dopo aver preso avidamente dalle sue mani le crocchette in premio.
Subito dopo, iniziò a piovere, e lei ebbe solo il tempo di guardare per un attimo gli occhi dell’uomo, occhi dall’ identico sguardo di un segugio in caccia.
Indossò la sottoveste dal colore violaceo con piccoli movimenti leggeri e armoniosi, con un che di snervato.
Si preannunciava una giornata ordinaria, di coordinate azioni casalinghe, di efficientismo produttivo.
Dopo aver terminato la vestizione,si spazzolò la bella chioma argentea dai metallici riflessi azzurrini.
Subito dopo iniziò a lavorare, c’era sempre qualcosa da fare, la polvere si infilava dappertutto, bisognava sprimacciare i cuscini,riordinare il tutto, lavare i pavimenti, solo dopo preparava la colazione per lei: non aveva orari,aveva imparato a non averne, a respirare un poco tra un impegno e l’altro.
Mise sul fornello un pentolino,un po’ ammaccato a dire il vero, con del latte,lo faceva bollire per poi intingervi delle fette di pane,secondo le consuetudini della sua infanzia nella campagna veneta.
Ormai si poteva dire che si nutriva unicamente di zuppette e di budini di latte e uova, per via della delicatezza di stomaco, diceva lei.Questa era una sua ottusa convinzione, non corroborata da alcuna verifica medica,non erano necessarie verifiche esterne, era lei stessa il suo proprio medico.
Subito dopo aver messo il latte a bollire,preparò la tazza ed il pane sbocconcellato e li mise da parte.
Tirò fuori ,poi, una pentola più capiente, per cuocere a fuoco lento delle pesche di seconda scelta, che le erano state regalate dal fruttivendolo il sabato precedente,il giorno in cui era uscita con quella sua bella gonna di seta a fiori screziati, di eleganza estrema.lei una donna di finezza quasi perversa che andava a fare compere per la cena della sera a base di diverse qualità di lesso, cena a cui era stato invitato il figlio maschio con la moglie.Era stata la sera in cui il figlio si era accorto del suo vecchio messale dalla copertina nera e dal segna -pagine dorato, e le aveva chiesto chi mai leggesse quelle massime e quelle affermazioni di carattere apocalittico o quantomeno fortemente punitivo, quasi si trattasse di un libro di chiesa risalente ad epoche ormai remote, di stampo posttridentino addirittura, un libro con una visione manichea e quasi tenebrosa della condizione umana. A quel punto, la madre non si era peritata di rispondere assertivamente, che era proprio lei a leggerne un paio di righe ogni sera , ricavando da quei termini tuonitronanti da quell’enfasi retorica volta a mettere in primo piano immagini di morte ed espiazione, una sorta di misterico conforto, quasi come se il peso spirituale della crudezza di un mondo rappresentato a tinte fosche finisse , per osmosi, a stingere timori e dubbi, in modo perfino assurdo, ne convenne.A questo punto il figlio pensò ad una specie di processo di mitridizzazione, un po’ di veleno al giorno per restare stranamente in vita,un breve assaggio di infernale girone per attingere poi ad una visione salvifica.
Il figlio rimase comunque stranito,non era abitudine di lei un approccio devozionale, la madre era una donna dalle idee moderne che anzi aveva mal sopportato il suo essere capitata in una famiglia(quella del marito)cosi banalmente asservita alle norme ataviche di un bigottismo che non si poneva domande, e che non lasciava neppure respirare se per questo.
Mentre sul fuoco cuocevano lentamente le pesche, lei si mise a consumare il suo umile pasto a base di latte, sospendendo ogni altro pensiero che non riguardasse i figli;pensò un poco ad ognuno di loro, anche a quello che avrebbe potuto essere il quinto,quello che aveva partorito da sola al sesto mese.,perfettamente formato e nato morto, l’aveva partorito in bagno e gli schizzi di sangue erano dappertutto, come se avessero scuoiato un maiale.Non l’aveva dimenticato , mai avrebbe potuto, come poteva mai farlo.
Ritornò in sala da pranzo, adesso , forse per analogia, aveva iniziato a pensare alla nuova nascita che ci sarebbe stata da li ad un mese, la nascita di una nipotina , la figlia della sua prima figlia.
Dalla scatola che racchiudeva fili forbici aghi prese un ritaglio di stoffa con sopra disegnato un fiore,voleva cucirlo sopra un paio di pantaloncini da neonato:doveva farle un regalino, lei che era cosi brava a ricamare e aveva fatto a mano tutto i corredini per i suoi figli.
Accarezzò a lungo l’indumento con le sue belle mani,era un movimento lento,un po’ stanco, quasi decelerato.Ben presto si accorse che tutto stava decelerando,gli oggetti familiari intorno a lei si erano fatti opachi e pesanti,l’aria stessa era diventata come immobile, quasi si trovasse all’improvviso in una bolla vitrea in un laboratorio asettico, in una stanza chiusa dove provassero procedimenti di frammentazione artificiosa , di esplosioni sotterranee infinitesimali.
Senza alleggerimenti liberatori,il mal di testa, un mal di testa di acuti coltelli puntuti, si fece pressante, un mal di testa preagonico.Fece appena in tempo a rientrare in cucina, e a spegnere il fuoco sotto la pentola, sul cui fondo le pesche si erano rapprese su una patina di bruciaticcio.
Cadde, poi, cadde rovinosamente, con un movimento sbilanciato e scomposto, come se venisse afferrata da una onda marina sinusoidale e risucchiante, fino ad impietrarsi con un tonfo sordo sul pavimento finto marmorizzato ,massa invertebrata e ormai sfusa …………..Cadde proprio come un piccolo uccello decollato, a picco.
Dalla gonna comune e da casa si intravedeva la bella sottoveste:era una sottoveste di seta, ed il suo color di violacciocca dalle sfumature screziate e gli inserti di pizzo nero ai bordi le davano una consistenza più sofisticata, quasi si trattasse di un reperto di tempi migliori.
Di quella sottoveste, tagliata a pezzi asimmetrici dalle pesanti forbici degli incaricati della assistenza pubblica, che avvolsero il suo corpo nudo in una specie di camicione sterilizzato prima di legarlo su di una barella e portarlo giù a piedi per cinque piani, rimasero brandelli scoordinati per terra, nell’esatto punto del cucinino dove era caduta, facendo sobbalzare gli odiosi inquilini del piano di sotto che ,subito, ipotizzando, per riflesso mentale paranoico, un rumore voluto.alzarono all’unisono-loro, la coppia incestuosa di madre e figlio dal solito cappellino con la tesa rivoltata, capellino tenuto ostinatamente sul capo sia d’estate sia d’inverno-i bastoni delle scope, picchiando duro e ritmicamente sul soffitto, come avvertimento lugubre di fare silenzio.
Era sera. Anzi notte, ed era silenzio completo, a lei serviva una concentrazione massima.
Stava per iniziare a scrivere, era molto indietro rispetto all’intendimento originario, anche se
era ormai entrata da un po’ di tempo in un ritmo alquanto disciplinato, da alcuni punti di vista
rigidamente marcato, lei un’ austera monaca totalmente asservita al duro lavoro della scrittura.
Scrittura di sopravvivenza, la chiamava, e così intendeva tutto.
Stava per iniziare, tutto era pronto, rilesse attentamente ciò che aveva già scritto, del resto andava abbastanza bene, e comunque avrebbe dovuto completare il passaggio già scritto con ciò che le era frullato per la testa per buona parte del pomeriggio: la sua mente mai in riposo, i suoi pensieri come detriti da ripulire, piccole sculture filiformi passate dalle mani di Giacometti fino a raggiungere una sorta di affilatezza, pensieri spurgati e ridotti all’ essenza., ecco quello che cercava, con bramosia pure, una bramosia che nessuno poteva minimamente sospettare, lo sapeva lei sola.
Tutto era silenzio, le porte e le finestre chiuse. E lei era lì, immobile e come severa, concentrata al massimo davanti alla tastiera che l’ attendeva. Iniziò a scrivere, e continuò per un poco, quasi macchinalmente, stordita da una furia vibrante, che però non compariva all’ esterno in alcun modo: chiunque avesse potuto vederla- ma nessuno in quel momento la vedeva - avrebbe visto una persona calma, fin troppo calma quasi asettica, imperturbabile.
Proprio nel momento in cui stava per apportare dei cambiamenti , lievi ma essenziali cambiamenti, al testo su cui stava lavorando, nel silenzio compatto della stanza chiusa vibrò, stordendola come fosse un pensiero molesto, lo squillo del telefono. Lo lasciò squillare per un po’, nonostante fosse posizionato vicino a lei. Prese infine con un gesto estenuato- un lungo gesto estenuato come se l’azione che stava per fare, un atto così semplice cosi tremendamente semplice. e banale, e facile, e meccanicamente determinato da muscoli involontari, fosse sottoposto ad una suddivisione infinitesimale in milioni di piccoli spostamenti millimetrici- la cornetta, e rispose con un tono di voce leggermente impastato, in fondo l’ ora era piuttosto tarda, e lei era stanca... Mentre ascoltava quella voce rauca, la voce rauca di un perfetto sconosciuto, accavallò le gambe, e strinse nevroticamente le cosce, dondolando i piedi come ritmicamente, e subito nell’aria chiusa della stanza chiusa iniziò a prodursi un rumore vibrante se pur inizialmente come compresso.
“E allora?” chiese lui, perentorio o forse arrogante fino all’improntitudine.
“Ma.. cosa?“ Controreplicò con tono anodino, per non fargli percepire alcunché: non voleva, lei, non voleva, non voleva nulla.
“Lo sai benissimo, cosa. L’hai fatto, l’hai fatto, o no? Insomma, l’ hai fatto e nell’ esatto momento che ti avevo detto di farlo?
L’ hai fatto ciò che ti avevo ordinato? “.E qui la voce dello sconosciuto sembrò ancora più vischiosa, e torbida, come volesse depredarla di un segreto innominabile, subito. L’ uomo aveva una specie di cattiveria nel modo che aveva di interrogarla ossessivamente, sullo sfondo una rabbia come rattenuta con grandi sforzi, una rabbia aumentata dal silenzio di lei a quel punto morboso. L’ atteggiamento evasivo di lei sembrava pervertirlo.
“Mah… veramente....” - lei iniziò a balbettare, mentre le cosce si stringevano ottusamente, fino all’inverosimile, stancandole i muscoli, sfiancandola come dopo una camminata troppo lunga ,una improvvisa camminata che produce acido lattico e che fa tremare leggermente gli arti.
“No, lo farò adesso, lo prometto” e la voce di lei si fece di colpo sinuosa e arrendevole.
“sì, lo farò certamente” e mentre lo diceva, annuì agitando il corpo fino a quel momento immobile e statico, tranne il dondolio delle cosce accavallate, che sembrava un tic malato, talmente stonava con il resto del corpo fermo e come chiuso.
“Sì, fatti, fatti, puttana. Fatti e poi raccontami e poi dimmi , dimmi se hai goduto.
Lo voglio sapere, anzi lo esigo! Godi, devi godere, godi dunque, e questa volta fallo subito, puttana .”
Subito lei interruppe la conversazione, lasciandogli un piccolo singulto doloroso e leggermente strascinato, un iniziale gemito luttuoso.
Doveva , doveva dunque farlo, non poteva non farlo.
Si alzò, con le gambe rese già molli dalla posizione disagevole a cui lei le aveva costrette per troppo tempo.
Per prima cosa verificò la chiusura di tutte le porte, le porte erano chiuse, ma lei diede una seconda girata alle chiavi., con gesti lenti ma non dolci.
Scelse la stanza più stretta, quella dove si trovava il lettuccio che serviva come letto di fortuna per eventuali ospiti, con mosse che la facevano sembrare sull’orlo di un collasso nervoso , sempre lì lì per rompersi – mosse estenuate - e si stese sul lettuccio con la sua lunga camicia da notte tutta accollata e immacolata, dello stesso identico colore latteo del suo corpo che pareva fin esangue, mentre sottili stille di sudore luccicavano sulle tempie e intorno alla sue labbra carnose, che delimitavano la ferma bocca chiusa.
Già stremata, iniziò a pensare, a pensare forsennatamente, stringendo ferreamente le cosce allineate e coperte, era tutta chiusa, le braccia allineate simmetricamente ai lati del corpo come morto. Chiusa e muta, sfiorata solo dai suoi pensieri e dalle piccole gocce fredde sulle tempie ed intorno alla bella linea della bocca. Rivide il lettuccio dove dormiva nella casa della nonna in campagna, lo stesso identico letto in cui si trovava, il letto al di sopra del quale c’erano quadretti di santi e madonne, il letto dalle lenzuola bianche, dove si era obbligati a dormire sogni puri, mettendo dopo la preghiera serale le mani giunte fuori dal copriletto, per evitare compromissioni con pensieri e gesti impuri. Così , almeno diceva la zia., e lei le aveva creduto.
Pensò a sentieri stretti, a porte chiuse, a dimore impenetrabili, a linee geometriche senza curve , a frizioni e attriti che facevano esplodere scintille magnetiche e strinse, strinse fino a rabbrividire le già tese cosce accostate. Immaginò poi di indossare una cintura di castità che le impedisse ogni divaricazione e ogni abbandono, i mille occhi lubrici dei mille maschi che osservavano il suo corpo totalmente chiuso non riuscendosi, loro, a darsi pace. Mentre pensava, le cosce dolevano per lo sforzo, come illividide da troppo frenetica e forzata frizione, ma lei trovava lo sfregamento a tenaglia di una coscia sull’ altra estremamente eccitante.
E continuò e continuò, e a quel punto pensò alle fenditure dei fiumi carsici e dopo una cosi lunga compressione lancinante e fredda,una compressione fredda e dura che magicamente produceva un caldo al limite dell’ insopportabile le sue belle labbra si apersero in un sorriso misterioso di statua, mentre nel suo esangue corpo chiuso si erano formate gocc