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sabato, 17 maggio 2008

Monsieur le docteur Guillotin

Se ben ricordo, nei precordi del giorno – ma era un novembre astioso
illuminato da fiori di nebbia e arrossamenti cutanei –, segnava la voce
un tintinnio di parole, una danza di fonemi suadenti, e non re-citavi
penombre e foglie in caduta libera. Trasportavo insonnie e catene
disciolte nel cavo della bocca, tra nastri d’asfalto e un Incontro
che dilavava muri macchiati di caffé. Avessi avuto il guizzo felino
avrei osato diversioni e ricette di cucina, o più semplicemente guardato
tra segmenti di argilla per arginare millenni di garbata schiavitù.
Venne da La Higuera un padre vasectomizzato recando notizie
di cadaveri interrati nel fumo di un cubano, e il fumo saliva sotto
gonne di seta indiana intrisa di patchouli e sentenze di rum e anice,
osservavo attento il brivido dei vetri – ogni vetro sbattuto lascia
nell’aria trasparenze tradite – e il cane che sanguinava lungo il muro
segnando il confine tra muro e vita. Dal girone di Marcinelle
risalivano a braccia con le teste riverse, frutti neri del nuovo ordine,
risalivano ogni giorno, indigesti, rappresi, senza brache di fustagno,
e risalgono ancora nelle loro teche d’aria, timorosi di disturbare
il minio dei sorrisi, i pranzi di lavoro, le diplomatiche schermaglie
d’un notturno diversivo. Riemersi anch’io – avvisaglie d’aria
nelle lampade tramortite, nei cunicoli delle talpe – portando in mano
un pomo d’oro e una capinera in coma, fidando nel cigolio quieto
di porte girevoli. È fonte d’energia ogni carbone e mostra profondi
legami con le viscere notturne, con il buio di viaggi e ritorsioni.
Il vecchio, seduto dal mattino, fissa con tristezza l’ultimo bicchiere
e la cicca d’Esportazione che brucia nella cenere – conosce miniere
profonde e conserva nel volto la sete del Sahara. Respira a tempo
il tuo seno e la mano che lascia o prende alla pelle il suo calore
ha orizzonti segnati, abitudini e preistorici sapori. Ardono ancora
fuochi sul tuo viso? O tutto è cenere, viva cenere che non serba braci?
Forse è solo un abbaglio, un’operazione di borsa anche il ricordo,
anche il titolo che dal giornale schizza sangue, anche il sangue
che si fa titolo di gazzetta e di Wall Street. In questo duplice titolo,
in questo oscurare le parole, in queste dotte disquisizioni miranti
a mostrare come mi giovi e mi convenga la morte, è tutto il presente,

e chino il capo, monsieur le docteur Guillotin, “se è per il mio bene…”

Enrico Cerquiglini (inedito)

postato da: enricocer alle ore 23:16 | link | commenti (3)
categorie: #enrico cerquiglini poesie
domenica, 11 maggio 2008

Carta paglia tra le mani

Carta paglia tra le mani nella madreperla di un angolo di strada
scenografa il respiro aspro del vento. Lacrima una pallida betulla
dal seno gravido e con la chioma saluta una statua di sale ingrigita
sciolta in marmorei rivoli – sarà l’estate a piantare sul greto umido
un iris malato o interrare un piede pietoso o recidere arbusti di rose
canine saldate in colate di calcestruzzo e resina. Lanci di pietre
e lanci promozionali riempiono piazze sterrate e donne in silenzio
attraversano le strade schivando petali di farfalle e venditori di curaro
e acquivendoli e erbaioli. Sudano nelle tele nere di un sacramento
che si incarna in figure storte, in passi sfocati di città bucate dal sole
e dalla povertà che si respira nel sudore. “Solo un ramo della Roma
dei cesari in mille amori trovai, e non cercai sotto i passi la terra”:
è il canto che dissipa le ore? è la voce che esce da stalle musicate
da mosche voraci? Il grido di morte non è del morto, del cadavere
schiacciato e lacerato: è un rimasuglio di nervi innevati di denti
cariati di otturazioni precarie di sbadigli infernali di acidi fermentati
in prospettive e lungo viali orinatoi. Aspetta il colpo alla testa
la fanciulla in ginocchio, sporca nel viso, con un filo di sangue
rappreso che le tronca lo sguardo – un figlio di fame già nuota
in qualche scambio equo e solidale, già rivive in cartoon e mostarda –
non chiede pietà non anela altra vita – uomini bonsai tornano
dalla foresta seminudi e assetati, fumano foglie di fagioli e bagnano
la voce col sangue di pesci rossi misto a miele amaro. Mangiano
radici e fango senza sorrisi e aprono foglie notturne prima di chiudere
le parole contate. “Come vola basso quel figlio di un cane! Sparano
sui cespugli più folti e aspettano grida”. Righe bianche sul bavero
in un piano trasparente e il becchime nel piatto e la cenere. Taglia
in due la stringa il braccio e mille vipere mordono e bevono il mondo
scordando sangue caldo e palazzi di giustizia. Quell’unico fiore
confuso nel legno richiuso, col suo odore di ciondoli e filastrocche…

postato da: enricocer alle ore 19:13 | link | commenti (3)
categorie: #enrico cerquiglini poesie
sabato, 22 marzo 2008

Flagellanti salgono il crinale con lugubri nenie

Flagellanti salgono il crinale con lugubri nenie e scudisci
sanguinanti. Uno stormo di pennacchi da bersagliere insidia
uliveti sgranati e granate scavano fosse comuni e arano
boschi e deserti. Cavalieri con un graal non troppo santo
bivaccano in un villaggio bulgaro, stancati da mille colpi
su colli nudi e piangenti, vantando vini di rose e veroniche
per mercanti vinigiani. Reliquie spaziali da disporre in om
sulle piazze assolate di una Vienna solcata da mille fiumi
e popolata da ragni e pagani. Per la città schizzano piccoli
virenti mammiferi e accendono fuochi con stracci bagnati
in tini di alcol. Crociati insanguinati distendono a terra
crocefissi e rotoli fieri assassini in nome d’altri crocefissi.
Un albanese distrutto dal sospetto si dà fuoco in un vicolo
cieco della periferia tra migliaia di cavalli che urlano lucidi
e sbavanti verso nutrie denudate dal vento. Bande di assiri
assediano un palazzo in abbandono, cantano ubriache storie
di parodie romantiche, prima di decidere l’assalto all’arma
bianca, con baionette e spille di sicurezza. Un pavone spennato
becca processionarie sbandate con appetito e nausea. L’aereo
caduto al largo di un’isola galleggia rottame portando alla meta
carcasse di guerrieri zulù e di pulcini vietnamiti, mentre
gli schermi reclamano a reti unificate una sculettante risata
e un crocefisso che non perda sangue o liquidi vari. Elefanti
varcano le Alpi e sorseggiano barolo prima di sfidare la nebbia
padana, prima dei passi appenninici minando alle fondamenta
la bellezza di vigne e giardini, di viali e viados. I superstiti
delle Sturm Abteilungen messi in fuga da lunghi coltelli
coltivano crisantemi e begonie in attesa di un riscatto previsto.
Socrate legge nelle foglie di cicuta il suo futuro, e il futuro
degli dei, e il futuro delle belles dames sans merci, e il futuro
senza futuro. Cento minatori escono morti da un formicaio
belga cantando lodi al signore di turno baciando il carbone
e respirando grisou e canarini ormai esanimi. A turno cadono
da mille impalcature assassini che puntano le troie del regime
guidati da un piano destabilizzante e criminale. Da ogni piazza
giunge al mondo un Urrah vestito a festa, listato a lutto.

Enrico Cerquiglini

(inedito)


postato da: enricocer alle ore 19:44 | link | commenti (7)
categorie: #enrico cerquiglini poesie
domenica, 30 dicembre 2007

Ieri hanno ammazzato Peppino Marotto

Ieri hanno ammazzato Peppino Marotto, pochi giorni or sono Benazir Bhutto
e qualche decina di anonimi pakistani. Come vedi mi tengo informato e annoto
con meticolosa cura fatti ed eventi e trascrivo nel freddo le musiche bianche
distorte dall’aria. Ho pure acceso il fuoco e preparato qualcosa per pranzo.
Come vedi sopravvivo anche se il sonno mi tortura e le ore battute dal campanile
segmentano l’esistenza. Ho incelofanato i crisantemi per gli operai morti a Torino,
li ho mandati tramite corriere, eppure sento un vago senso di colpa negli arti
e aleggia nell’aria un nauseabondo odore di carne bruciata. Carne umana!
Non voglio che tu pensi al ricatto delle parole – potessi tacerei per sempre – bensì
al gioco che troppo avanti si è spinto: nutrirsi di se stessi non è pasto
consono alla nostra caratura morale, né consumarsi come suole di gomma
in inganni diventati quotidiani, né il sillabario consunto consente sguardi
mattinali. Ogni distanza – ed è infinita la nostra – può essere colmata
dal solo singulto del tempo e dalla profondità del vuoto, ma questo non è,
almeno al momento, argomento di conto alcuno, è bassa statistica ad uso
del malessere interno. Cantava di Pratobello Marotto e da anni l’avevo
scordato: la morte me lo ha reso di nuovo vivo e a Pratobello deve essere finito
qualcosa di me, qualcosa era già finito a Portella della Ginestra anni prima
ed altri lacerti in qualche macina o pressa o fonderia. Era bello ascoltare
quel canto slavo che parlava di amore, morte e libertà! Era un ballo,
credo, di qualche musico anonimo e le donne ruotavano sudate nell’estate
coi seni forti e il viso madido e c’era forse un fuoco e un vecchio senza denti
che beveva slivovica battendo a tempo la mano sulla gamba destra…
Hai visto come scannano i cuccioli di foca? Il loro dolore ti scalda le spalle
con echi di lamenti e cacciatori insanguinati che ti frugano il corpo sono con te
quando con maliziosa nonchalance lasci respirare il seno bianco appare
quel collier di coproliti e quel sudore negro di diamanti che frangono
la luce in un capriccio caleidoscopico. Devi esserne fiera se da lontano
catturi il furore erotico dei maschi della tua specie e nella danza ridi
in risoluzioni mentali che danno lustro al pensiero occidentale. Ma vedi,
non so perché, sarà forse per la giornata che volge al termine o per il freddo
che stringe le tempie o per il miagolio fumoso del fuoco o per le stonate
baldorie di festa, sento più dolore per i proiettili nel corpo di Peppino
Marotto, per i corpi piagati del mondo che per l’assenza della tua danza.

Inedito

Enrico Cerquiglini

postato da: enricocer alle ore 16:45 | link | commenti (4)
categorie: #enrico cerquiglini poesie
lunedì, 20 agosto 2007

Ricordi quanti fiori coprivano la bara…

 

Ricordi quanti fiori coprivano la bara
del compagno morto per overdose?
Eravamo dietro la madre, non avevo
il coraggio di parlare, né di tenerti la mano.
Il freddo di gennaio scivolava col sudore
in quel settembre assolato. Avremmo potuto
piangere, gridare – e tu ricordo avevi il viso
bianco, gli occhi rossi e gonfi – ma non era
per il pianto che seguivamo il feretro.
Dentro avevamo una rabbia muta
incapace di tradursi in parole, una nuda
violenza segnava i passi. Non era peggiore
di noi, più solo forse, più disperato,
sprofondato in un silenzio ch’era un buco
nel sole, vestito di un dismesso amore
come un amante persosi e mai pentito.
Bestemmiava a volte, ma non contro un dio,
ma contro l’uomo che si nascondeva
nelle pieghe degli dèi, nelle sagrestie
di chiese ridotte a centri della menzogna
fatta sistema. Bestemmiava la notte,
la birra, la puttana che da ubriaco lo insultava,
il bus che non arrivava mai o che era appena
partito. Bestemmiava suo padre, il Partito,

la Famiglia borghese e comunista, la lista
della spesa, la litania dei propositi da rivedere.
Chiudeva gli occhi, urlava BASTA e spariva
per due o tre mesi. Tornava pallido sempre
meno vivo, anche se non si faceva più.
“Come cazzo fate a vivere voi?”, chiedeva
tra disperato e sfottente. “Non vedete quanta
merda avete intorno? Merda ovunque: in casa,
in strada, nelle cose, nei sorrisi, nelle balle
che leggete, nel lavoro che farete, nelle facce
di chi vi sta accanto! Non ne sentite il fetore?”
Non era ubriaco – lo sappiamo – nel dirci
il male che avevamo attorno. Non era l’alito
denso del cane nelle passeggiate per boschi
di ghiaccio, non era la musica dura di Patti,
non era neanche il ghiaccio che si scioglieva
tra i capelli. Era quel tono sicuro che sapeva
di cane bagnato che ci faceva tremare.
“Non sono destinato a vivere” – ripeteva –
“altrimenti non vedrei tutto lo schifo del vivere,
avrei qualcosa a cui afferrarmi: una donna,
un cane, un partito, un dio, uno straccio di film”.
Lo ascoltavamo ormai come si ascolta una zia
innamorata del proprio ruolo. Cosa sapevamo
allora della vita? Dell’uomo merce, dell’uomo
merce degli dèi, dell’uomo che si lascia vivere
senza dignità, chinando la testa? Dell’inganno
del tutto, del dolore che si cela in sorriso,
della morte che ci tiene per mano
e ci guida fin dai primi passi?
Eppure dietro quella bara, in spalla a quattro
grigi becchini, assaporammo il dolore puro,
lacrime di sangue iniettate nel cervello
e - se puoi -  scusami per aver inveito
contro quel tuo parente che saccente
parlava ad altri grigi cadaveri, suoi simili,
che da anni l’aveva detto che sarebbe finito
così, che era sempre stato la disperazione
dei suoi e mille simili perle di onesta
saggezza. Non so cosa dissi. Tu mi riferisti
che gli urlai in faccia: fattela tu una pera,
testa di cazzo, e crepaci! Non ricordo, davvero
non ricordo. Ma se così dissi, sappi
che oggi, dopo anni di studi, dopo una
maturità conquistata a fatica, tra mille
sbandamenti e nel perpetuo esercizio
del dubbio, della comprensione e della
compassione, sappi che, se lo dissi,

ti giuro, lo ridirei.

 

postato da: enricocer alle ore 17:18 | link | commenti (5)
categorie: genere / poesia, #enrico cerquiglini poesie
domenica, 15 luglio 2007

Adottate un poeta

ADOTTATE UN POETA

(supplice richiesta)

 Adottate un poeta
se ne starà buono
nel salotto buono
in un angolo come un’abat-jour
non sporca
si adatta a vivere con i cani
con i gatti con i ratti
non temete per la vostra vetrina
fine Ottocento
rispetta gli specchi
non orina dietro i divani
Adottate un poeta
si adatta alle piante d’appartamento
figuratevi adora bossi ligustri
pioppi limoni tronchetti
ficus ginestre e violette
gli basta un angolo
dove posare le membra
basta potarlo in autunno
versargli un po’ d’acqua la sera
Potrete lasciarlo
per spasso ai bambini
ma non chiedetegli d’essere padre
madre o girasole
non vende parole
le mastica come chewing-gum
le gusta e le evacua
Adottate un poeta
signore dai denti di brina
saprà intrattenervi
divertirvi e cremarvi
se a volte le mani
gli cadono basta incollarvi un sorriso
una zip una millefoglie
non crediate che abbia moglie
dei figli dei fogli nascosti
espone al bel mondo
il suo rododendro
la corona di spine appassite
una foto un po’ osé
Adottate un poeta
ne avrete conforto
col morto dà tutto di sé
imbastisce epicedi
vestitini e foulards
si veste di nero
ancestrale prèfica
e lancia i suoi versi
emersi dal pianto
Adottate un poeta
dagli occhi azzurrini
dal pelo ingrigito
un po’ grasso un po’ magro
un po’ bianco un po’ negro
messo in disparte
non piange si diverte con niente
un bottone una zecca un gelato
è discreto nel sonno
se russa russa un sonetto
un madrigale uno strambotto
Adottate un poeta
magari bambino
un po’ grandicello
ogni tanto riceve in dono
una manciata di more
un pollo ruspante un souvenir d’Alcatraz
una pantofola d’oro
firmata Picasso Matisse Chagall
un cestello di margherite
di rose e violoncelli
e cordicelle vanèsie
Ogni tanto lo vedrete
negli occhi del mondo
serio e compunto
parlare di sé di sere di serre
Adottate un poeta
se fa capricci lo darete indietro
si nutre con poco
e bestemmia di rado ma in versi
provoca simpatia
non graffia i tappeti
quando è in amore... sublima
ed elimina con idilli e odicine
i dolori degli anni
Adottate un poeta
per la vostra famiglia
per la Chiesa celeste
per la vita del giardino
per la réclame del salame
per la salute dell’anima (sua!)
per la salvaguardia del bon ton
per la carica dei 101
per la nobiltà del capoverso
Adottate un poeta
senza riserve
non ruba non è irriverente
non mangia cipolle
si lava si profuma
ogni tanto s’accorcia le unghie
i capelli la lingua
è silenzioso come un’anguilla
Adottate un poeta
se lo offendete
interiorizza ironizza stizzisce
nel muto comporre
in metafore oscure
in calligrammi in astute astrazioni
Adottate un poeta
lo richiede il sistema
lo richiede il buon senso
lo richiede il poeta
tra lazzi e lai
in religioso abbandono
lo richiede la sacra cultura
la scrittura che serba al futuro
le disgrazie le grazie
di un presente squallore
Adottate un poeta
sarà presto di moda
tra un Guttuso e un Monet
tra Moschino e Missoni
di sera nella penombra
fa la sua onesta figura

 
Un ultimo sforzo
signori dal cuore grande
signore dal cuore grande
Esistono ahimè esistono
strani esseri dagli strani
inopportuni costumi
sono antiestetici rifuggono i salotti
bestemmiano per strada
bevono sangue vino
acido muriatico
sono gobbi sporchi
sono lenoni lestofanti paraninfi
hanno strani vizi
s’accoppiano per strada
frequentano loschi ritrovi
loschi tipi loschi animali
Sono asociali schivi scurrili e lascivi
sono gobbi olezzan di morte
volano in Africa
muoiono rinascono a Cuba
dormono nelle piazze nei campi nelle metro
schizzano parole
come sputi verseggiano
muoiono formiche
passeri sull’autostrada
belve fameliche
Non vi si chiede
signore dal cuore grande
signori dal cuore grande
di portarveli in casa
(anche noi abbiamo dei figli dei cani dei gatti
dei mobili antichi
degli amici influenti da preservare)
pensate ad un’adozione a distanza
darete pane e tetto
a tanti derelitti
senza averli tra i piedi
senza vedere ogni giorno
questi eccessi della natura
questa vergogna del mondo
li chiuderemo in appositi spazi spinati
avranno cibo acqua carta e servizi igienici
non li vedremo più irrompere e rompere
nel mondo civile
vomitare versi blasfemi
irridenti venefici
Se ne staranno buoni nel loro mondo
malato
a parlare di mondi diversi
di sogni sconnessi
di urgenti regressi
Un’adozione a distanza
signori dal grande cuore
signore dal grande cuore
in nome di Dio e del ben vivere
non sapranno mai nulla di voi
garantito
saranno anonime donazioni

 
Con un’adozione a distanza
s’abbusca il Paradiso
si nettano di tali lordure
le elicònie strade - punto -

 

Enrico Cerquiglini

domenica, 08 luglio 2007

Conservi ancora

Conservi ancora vecchie poesie...
di Enrico Cerquiglini

Conservi ancora vecchie poesie,
versi scritti nell’ansia della sera
scrutando negli angoli del giorno
giunto alla fine. Te ne feci dono.
A volte - m’ha detto l’amica - parli
di me, sottovoce, e chiedi di me.
Non so cosa ti dica. Forse l’ora
s’affretta e sorvola. E tu... non insisti.
Di versi ne scrivo talvolta. Talvolta
li sciolgo da ogni legame, li perdo
Discendo - triste cane senza fede -
a volte, pei vicoli del passato
per sistemare qualche libro aperto
e - scusami di questo - mi ritrovo
a pensarti. Stento a decifrare
grafie chiuse nel ritmo dei giorni
che mescola le rime con le piazze,
le parole gridate coi bisbigli
senza spiegare nulla del cercato.
Chiudo il libro ma senza verità.

postato da: enricocer alle ore 08:57 | link | commenti (3)
categorie: genere / poesia, #enrico cerquiglini poesie
martedì, 05 giugno 2007

Se tornò dalla guerra

Se tornò dalla guerra
Ritornò uomo a metà
Artrite e calvizie a parte
Nei languori della prigionia
Aveva lasciato gli occhi della sua terra
E continuò tra fratelli a muoversi straniero
Ad ogni fruscìo alle spalle
Digrignava i denti
Stringeva i pugni
Disposto alla lotta finale
Amava una ragazza prima della guerra
La sposò al ritorno
Ma seppe solo possederla
Prenderla con spasmi da animale
Goderle nel ventre e ingravidarla
Cinque volte di seguito
Prima di buttarsi tra le braccia
Di una giovenca ch’era appena nata
Quando lo vestirono di grigio
Non fu amore
Forse odore di erba che smuoveva il passato
Di carne tesa avvinghiata
Di bocca assetata
Di sesso aperto
Gli si strusciava addosso
Col volto madido di desiderio
Emanava un rancido odore di cuoio
La sua pelle
Era un dio bruto e maschio
Silenzioso e scontroso
Voleva solo mettere a nudo il suo corpo respirarlo
Leccarlo sul collo
Mordergli le labbra
Assaporare quella bocca da trinciato forte
Si trovò sopra quell’uomo
Che senza una parola le strappo di dosso
Quella blousetta domenicale
Le fu sopra e la prese
Tenendole ferme la braccia
Era fuoco infernale
Dolore assurdo e piacere divino
Sentì scrosciare pioggia calda nel ventre
E il tuono dalla sua bocca
Si rialzò rivestendosi in silenzio
Mentre lei lo guardava
Grata per averla presa
Quell’uomo ormai calvo
Padri di cinque figli
Marito di una donna/madonna
Era vita
Vita da prendere prima che sfumasse
Con le sigarette d’inverno
Arrivava all’improvviso
Le riempiva il ventre e il cuore
Prima di tornarsene ai campi
A spaccarsi la schiena
A spaccare pietre tedesche.
Lo trovarono appeso alla quercia
Nel campo della sulla
Aveva passato la notte a cercare
Tra i crani i nomi dei compagni d’un tempo
E al sorgere del sole
Scoprì tra questi anche il suo
Di lì a poco la fanciulla
Capì di avere in sé l’eredità dell’uomo.


Enrico Cerquiglini

postato da: enricocer alle ore 22:04 | link | commenti (5)
categorie: genere / poesia, #enrico cerquiglini poesie
venerdì, 25 maggio 2007

Ode a Mary Quant

da Tra nebbia e fango, Udine, Campanotto, 2006.

Un monumento a Mary Quant
in una piazza di La Paz
un ritratto al Prado
da sistemare vicino ai Goya.
Una scia di giorni
da trasformare in passi
a Santa Cruz de la Sierra
nella notte desaparecida
la ragazza del college, “Yesterday”,
attraversa la strada, “Oh Mary Quant
quanta libertà nel sogno hawaiano
nel duro prezzo del sole oceanico;
oh Mary Quant, sapessi comporti un’ode
senza sarcasmi né barbarismi”.
Una barca che solca le Ande, l’Andalusia,
l’andirivieni degli scioperati,
gli altipiani africani.
Oh Mary Quant, ondeggiano nella sera
nella notte le tue creature
barche-nature, stive gonfie di calore
su trampoli attraversano maldestre il deserto.
Ma dalla Tour Eiffel...
oh Mary Quant, dalla Tour Eiffel
si lanciano i rapaci notturni
pronti a ghermire a predare
per ritornare nel nulla
a contare i petali della Sierra.
Quanti tappeti neri nel cemento bruciato
delle tue bestemmie
nelle imprecazioni degli sguatteri di cucina
nel “Policia” gridato
tra alberi e opossum.
Un monumento a Mary Quant
in ogni via di Rio,
un santuario a Pau, uno a Timbuctù,
un altro ancora a Khartoum, a Teheran, a Sarajevo.
Languide ombre serali su Parigi,
non brucia la rive gauche,
le Nereidi offuscano la Senna,
Sartre bofonchia non so che concetto
davanti ad un beaujolais troppo freddo,
le garçon attend le pourboire.
Le cantilene serali di Montmartre
si sciolgono e si disperdono come cani.
Un monumento a Mary Quant
nel sole domestico
nella litania delle vie.


Si respira male a La Paz ed è freddo,
caro don Hugo,
ma, Chato Peredo combatte ancora?

Enrico Cerquiglini
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domenica, 20 maggio 2007

Rosa canina

Strappare una rosa
canina per coglierne
il bianco profumo
sul rosso della spina
serbarla per scoprirla
appassita, solo spina,
che vola nel cestino.

Enrico Cerquiglini
postato da: enricocer alle ore 13:50 | link | commenti (7)
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domenica, 13 maggio 2007

Gli uomini uscivano di mattina, sbadiglianti…

Gli uomini uscivano di mattina, sbadiglianti…

da Tra nebbia e fango, Udine, Campanotto, 2006.

Gli uomini uscivano di mattina, sbadiglianti,
con la miseria nelle tasche e pochi sogni.
Attraversavano la periferia senza lena
certi di essere comunque in anticipo.
Nella brina scendevo verso l’autobus
con la stessa miseria – avevo in più
fagotti di sogni, libri che illuminavano
la strada -. Ero un maldestro studente:
detestavo gli insegnanti, le loro vite
di presunti detentori del sapere –
in realtà meschine figure di donnette
isteriche e frustrate, poco soddisfatte
da mariti – suppongo – apatici
o alienati da un lavoro all’altezza:
erano la prova d’una borghesia incapace
di insegnare alcunché, perché niente
possedeva sotto i ceroni inclementi
sotto il sarcasmo di ghigni di sfida
difesi da un potere che credevano eterno.
Solo dei volti sfuggivano alle trappole
della muffa borghese: erano voci basse
che trasmettevano amore, curioso
stupore per quello che riuscivano a dare:
l’entusiasmo d’una giovinezza mai
appassita, di sogni da trasmettere
intatti, accresciuti.
                            Ero un pessimo
studente, coi capelli troppo lunghi,
troppo attratto dalla libertà, dai libri
che si aprivano quando le lezioni
terminavano, dai sorrisi di ragazze
che avevano il sapore atavico della terra
non ancora incrinato dalla maschera
da signore da rispettare.
                                           Erano quei
baci, tra i versi di Verlaine e Rimbaud,
con in lontananza A horse with no name,
cantata da figli senza fiori, che davano
il senso del vivere, dello sperare, al di là
delle incertezze di un domani sognato
mai progettato.
                         Erano anni di calcio,
di musica, di amore, di sesso, di comunismo
fuori dal socialismo reale! Eravamo tollerati,
mai accettati, mai capiti, certi che tutto
- prima o poi – sarebbe tornato nelle regole.
Ma noi sentivamo che avremmo avuto
destini diversi dai padri: una vera giustizia,
un’uguaglianza reale, un amore eterno!
Cosa ci ingannò? Quale brivido inavvertito
percorse la terra, inascoltato profeta?

Enrico Cerquiglini

 

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lunedì, 07 maggio 2007

Alberi del socialismo

Alberi del socialismo

da Tra nebbia e fango, Udine, Campanotto, 2006.

Alberi del socialismo, a moderare l’arsura,
hanno accompagnato la nostra primavera.
Giungevano echi di sogni universali
nelle più remote plaghe. Le apriche piagge
erano mari di speranza: rubini le bacche
dei ciliegi, avorio il tuo sorriso.
La brezza tra i capelli – lunghi ritorni –
tra le mani portava l’odore della felicità:
la cercammo a Cuba, all’isola di Wight,
nelle risaie cinesi, nelle cupe valli boliviane,
nel socialismo di villaggio. Trovammo solo
sogni interrotti. Le parole di Ernesto –
tradito violato ucciso – giravano a vuoto
nelle teste. Preti di partito bollarono
d’eresia la fame di giustizia, inebriati
al calice del potere, aprirono i cuori
ai dogmi del mercato. Non era più maggio
non era più primavera e per chi, come noi,
a luglio avverte la nostalgia dell’estate,
piovve fuoco anche a gennaio.
Eretici tra chi si diceva eretico,
ribelli tra figli di ribelli, conoscemmo
il riso beffardo, lo scherno dei nuovi arrivati
al ballo del mercato – intelligenze a perdere,
bucanieri da bordello, strateghi della dolce
dittatura – il loro cinismo dal volto umano,
l’etica della sopraffazione, lo sfruttamento
in nome dell’uguaglianza, la gerarchia
dei desideri. Nel frattempo, ridotti
a monadi, abbiamo dato alla luce
figli annoiati, intristiti, incattiviti
dalla testa piena di cose, senza pensieri,
pronti a distruggere a distruggersi
suffragati da una libertà senza idee,
deboli oggetti da smontare e oliare
prima di servirli sul piatto del potere.
Ridotti al silenzio, senza riferimenti, pronti
a credere, a cedere a un prete polacco
gli avanzi di noi stessi pur di non cadere
nella ricerca di un senso umano,
vittime della superstizione, schiavi
di una ragione che esalta il nulla,
incapaci di vedere la luce che filtra
tra dense nuvole, ci aggiriamo, morti tra i morti,
fingendo una gioia di vivere
che sfibra ogni muscolo,
rimandando, incoscienti, al futuro
il sogno di sognare.

Enrico Cerquiglini

 

postato da: enricocer alle ore 22:45 | link | commenti (6)
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venerdì, 04 maggio 2007

Ci sarà una fine

Ci sarà una fine

Ci sarà una fine,
anche se tutto è finito.
Sarà un tragitto,
quello che resta,
di deserti e morti
nel silenzio amaro
del viandante muto.

Enrico Cerquiglini
postato da: enricocer alle ore 08:08 | link | commenti (8)
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