È alla fermata del tram, direzione Risorgimento. Cerca di chiudere la giacca, troppo stretta, ma il vento che tira le scompiglia i capelli e la gonna azzurra, non sa più dove mettere le mani. E mentre con le dita sottili scosta i ricci dalla fronte, esponendo al sole metropolitano una pelle diafana e stanca, cerca nella memoria il momento esatto in cui ha iniziato a perdersi nel vento.
Solleva lo sguardo, lui sta aspettando il tram, dall’altra parte della strada, direzione Gerani. Ha un bambino biondo stretto al torace, come un piccolo koala inconsapevole. Lo guarda incessantemente, in simbiosi perfetta, gli sorride come uno stupido, e mentre lei spera di incrociarne lo sguardo, e prova un senso d’ordine, e un po’ di tristezza, arriva il tram.
È affollatissimo, lei sale.
Sapevo tutto, prima che succedesse.
Conoscevo la sensazione esatta, senza averla mai provata.
Ho il passo morbido dell'energia usurata,
gli occhi gonfi
dal vino
dal sonno,
lo smalto rosso,
grottesco e volgare.
Ho il passo morbido, sicuro.
E poi. All'improvviso.
Non mi sono accorta,
dondolante nell'inverno,
-nei miei
mille
ridicoli inverni-
che gli alberi sono
in fiore.
La primavera, ed io.
Sono ghiaccio in frantumi.
Se mi cadesse
addosso
un fiore rosa,
quanto male mi farebbe.
Blu e nero e bianco a perdita d'occhio.
La notte, sulle nostre montagne.
Tinte da piangerci una vita.
E in quella cornice, con quel velluto blu attorno,
io non ti avevo visto mai.
E io.
Io volevo solo rimanere lì,
con il cuore schiantato giù nella vallata,
e la tua testa, bianca di luna, tra le mani fredde.
Mary Gray, madre mia, appartamento
a Gloucester, nell'Essex, una volta,
fotocopia del tuo testamento
mi giunge oggi per posta.
Questa è la divisione del patrimonio.
[...]
E' Venerdì Santo.
Uccelli neri beccheggiano sul davanzale.
Il tuo cappotto nel mio guardaroba,
il tuo brillante al mio dito,
la pelliccia vistosa di animale:
non riesco ad usare questa roba,
riposa su di me come un debito.
[...]
Da allora faccio finta di essere a mio agio,
amo un uomo con tutti i trucchi del caso
ma mai abbastanza
da scrollarmi di dosso la mia figlianza
e imparare a intenerire un maschio.
Bevo Martini nel pomeriggio tardo
e conficco la penna nella carta bianca.
[...]
Ora è mezogiorno del Venerdì Santo
e ancora ti maledico con parole in rima,
e invece ti vorrei svolazzante,
amore mio vecchio e santo,
dea lunare, vecchio circo sferruzzante,
la più bella nei miei versi di prima.
Cinta di bimbi organza di sposa,
assurda, impacciata, sfarzosa,
corno per cani, del ritorno ammiraglia,
custode di teche di stelle marine stecchite
che ardono in donne puritane,
rammendatrice di pagliacci di paglia,
guancia di colomba nel pietrame:
delle prime parole Signora mia,
qui si divide la nostra via.
Anne Sexton
Nel nero,
la luna,
la palla
di panna.
Destami, mamma, se il mare s'asciuga.

Sottile,
feroce,
orizzonte
coltello.
Destami, mamma, se il mare s'asciuga.
Lo stomaco
strappa,
con unghie,
coi denti,
l'idea
delle mani
-le sue-
i continenti.
Cervello
d'Ulisse
che scelse
Talassa,
lasciando
Penelope,
ventre
e matassa.
Destami, mamma, se il mare s'asciuga.
Potesse il mio uomo tornar dalla fuga.
Fusa, e confusa,
distratta dagli istanti.
Cammino da turista,
in vicoli già visti,
su strade già percorse,
cammino
-trotterello-
e tutto sembra nuovo.
Non ho voglia di dimenticare, nulla.
Partirò,
scema di guerra,
e scema tornerò,
e sarò io, sempre,
che mi spavento se spengono la luce,
e odio, l'odore della pioggia,
e le ciliegie,
e mangio
meringhe e
pizza
e bile,
e sciolgo
l'altrui preoccupazione
-vi ho mai raccontato i giorni della pazzia? La mia, stavolta-
e sarò io, ancora,
che indosso
calzini colorati e
sciarpe
e smalto nero
messo male
e dico
tante cose
di buon gusto
di dubbio interesse
dalla buona sintassi
dal pessimo significato
e sarò io.
Tornerò.
Sarò io.
sarò io?
fabrizia conti