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giovedì, 14 giugno 2007

Attraversare una strada
di Federico Francioni

- PAM! PAM! Morto! Morto!
 
Era così fiero di sé.
 
- no, non è vero. Non mi hai colpito.
- sì invece!
- no… hai sparato di lato.
- invece ti ho colpito. Sei morto!
- e invece…
- PAM! PAM! Adesso ti ho colpito, sei morto, sei morto!
- ma non è giusto… stavo parlando…
- sei morto, morto, morto!
 
Il ragazzino buttò via il pezzo di cartone, rassegnato. Era morto.
L’altro restò ad esultare per qualche istante, poi s’infilò il cartone a forma di pistola in tasca e s’incamminò.
il seguito su:
postato da: giovannaco alle ore 22:14 | link | commenti
categorie: #federico francioni racconti
domenica, 27 maggio 2007

Impressione
di Federico Francioni
Il lampo della carcassa ancora insanguina di quel gatto era il segnale che la strada non portava in nessun nuovo posto. I fari illuminavano pochi metri più avanti. Il buio attorno sovrastava su ogni lato, dall’alto e dall’interno della macchina stessa. Un paio di domande solite gli oscillavano tra le dita, infrangendosi in qualche pensiero stonato. Il terzo sigaro lo aveva reso quasi mansueto, indifferente a sé stesso. Non si sforzava più di ricollegare alcun senso al presente, né speranze nel futuro. Origliava vecchi ricordi ancora vividi, ma sbiaditi e lontani.
Il seguito su:
www.lacommediaumana.splinder.com
postato da: giovannaco alle ore 23:57 | link | commenti (2)
categorie: #federico francioni racconti
venerdì, 18 maggio 2007

Un cielo che sovrasta

 

La ragazza ha appena pianto. Si sentiva consumata da attese e ora capiva, lentamente e con meraviglia. Inciampava, attimo per attimo, nella coscienza delle cose.

La ragazza faceva ridere tutti una volta: era la più brava nell’improvvisare atmosfere piacevoli. Inventando imitazioni e parole divertenti, saltimbanco d’intrattenimento, sentiva il peso di quel provincialismo forzato che le toglieva il respiro. Sentendosi un’estranea cercava di trovare qualcosa nel cielo, ma le stelle non hanno mai risposto a nessuno.

Si rivolge allora al marciapiede consumato.

Quante anime lo avranno attraversato, si chiede. Ma a cosa porta ormai?

Seguendo il filo dei pensieri tristi arrivava a perdersi in assurde ironie.

Qualche ora prima era un sabato sera. Parole erano precipitate come sempre e l’esistenza sembrava avesse avuto un senso. Poi la crudele ma solita sorpresa nel vederlo ubriaco.

Guida la macchina inseguendo parole di canzoni nella mente, mentre lui resta assorto in memorie o chissà cosa, dicendo scusa, scusa, scusa, mi dispiace, mi dispiace. Ha chiuso gli occhi, muto; in riposo. Lei ha appena smesso di pensare a qualcosa, e non capisce come possa ancora riuscire a vivere quegli attimi come se non li percepisse neppure. Poi per caso decide di fermarsi, mentre lui continua a dormire con quei tristi occhi chiusi.

Tutto bene? Chiede a sé stessa. Quanta misera tristezza per quel disgregarsi delle belle cose.

“Va così la vita, amore”, le sussurrano alcune parole d’una canzone nei pensieri.

Aveva subìto le noiose illusioni tante volte. Adesso, stanca, si sente incredibilmente lontana e sola da quella intrattenitrice folle che sapeva amare e far ridere.

Sapeva essere brillante, a volte.

Ma la sua vita, i suoi sogni, di cosa sono fatti?

Non fa che chiederselo adesso; mentre piange, ma in silenzio per non disturbare la quiete del sabato notte, ormai domenica. Sempre riservata, non voleva mai disturbare nessuno con questi sfoghi notturni. Tra vaghi e sempre soliti bilanci non trovava più speranze per l’anima.

E tutto il resto procedeva come doveva. Ma l’anima?

Sussurrati pensieri si facevano strada. Ma l’anima?

Certo, era stato bello vivere in quella stramba comunità che mescolava tradizioni con ingenua modernità, dove ognuno aveva il proprio soprannome e il proprio ruolo, ma da sempre il suo bisogno di libertà era stato schiacciante. Non era stata una solitudine manifesta, anzi spesso si era circondata di comitive infinite o amicizie fugaci ed era stata capace di socializzare in fretta in ambienti sconosciuti.

Camminando in strada ha sentito le gambe inconsistenti.

Ha provato un disagio fastidioso che conosce ma non capisce: rintracciarne le radici esatte è quasi impossibile.

Aveva avuto sempre una curiosità nel vivere, aspettando qualcosa di vago e indefinito.

Diceva sempre quello che pensava, e pensava sempre; aveva sempre qualcosa da raccontare, qualche ricordo da recuperare rendendolo divertente, o semplicemente insolito.

Altre volte quando aveva sentito i suoi pensieri più profondi tornarle alla mente si era rifugiata nel non-senso della frenesia, nella creatività sfrenata dei bambini, rifiutandosi di dargli una forma stabile. Spesso s’era indignata per le “cose del mondo”; con una certa ingenuità nello scagliarsi contro quello che sapeva ingiusto era come se s’aspettasse sempre una giustizia in fondo alle cose. Lentamente il suo mondo si è capovolto e ha scoperto cose nuove, sé stessa sempre diversa.

Col passare del tempo quello in cui ha creduto le sembra sempre più fragile, finché non resta più nulla. Le feste a cui ha partecipato ora l’annoiano.

Cerca qualcosa che non esiste e lentamente incespica nell’incerta consapevolezza che sembra andare a senso alterno, trascinata da una paura che non riesce a definire.

Piange in silenzio sé stessa, e proprio perché sa di non doverlo fare continua quasi più rumorosamente di prima. Si è appena sentita in colpa per qualche scelta.

L’amarezza notturna passerà, pensa tra sé.

Forse due amanti che si baciano non si amano, e forse chi sorride odia.

Crede di avere coscienza di questo.

Il cielo sovrastava tutto il mondo.

Per un attimo ha creduto che le gambe non la reggessero più.

Il cielo ha sovrastato tutto e la notte si è persa in nebbia.

Tutto sembra essere come deve essere. I morti non vogliono ancora morire sul serio.

Ha appena pianto.

postato da: Helyks alle ore 20:21 | link | commenti (8)
categorie: #federico francioni racconti
venerdì, 20 aprile 2007

Dopo l’ultimo tornante si trovò davanti l’immenso baratro, lo strapiombo che si apriva alla pianura così lontana; l’esistenza che si svolgeva laggiù ogni giorno. In alto, come una minaccia ancora chiusa in sé, la montagna annebbiata e scura. Aveva fatto molto caldo in quei giorni, e quel giorno c’era un sole che si schiacciava coi suoi raggi sulla terra, ma lassù tirava ancora il vento freddo di quell’inverno che non finisce mai, il vento limpido che manteneva l’erba fresca e verde.

L’angoscia l’aveva insidiato in ogni luogo, lo inseguiva come portandosi un conto in sospeso.

Non riusciva a restare fermo in un posto per più di una ventina di minuti, che la sentiva arrivare opprimente e rumorosa, che ancora reclamava qualche suo misterioso e perduto debito lontano. Come una maledizione quel giorno aveva deciso di sfuggirgli, di non ascoltarla, e di trovarsi lontano da sé stesso, da quei cieli,dai minuti che si accumulavano densi e si perdevano straripando via all’improvviso nella violenta consapevolezza. La solitudine un’ombra indiscreta che lo copriva; il mondo un’unica metropoli piena di segnali senza più colori, senza più significato.

E ancora cercando un ordine nelle cose, una razionalità rasserenante persino nella sua implacabilità, ancora non poteva non pensare a lei, ormai misura di tutte le cose. E tutte le cose sembravano sfilacciarsi senza più forma; quel vecchio maglione consumato si era disciolto in fili scoloriti.

Che senso c’era nella potenza antica che si ergeva lì, in alto? Tra il vento e il sole, come un occhio indagatore senza curiosità;soltanto determinazione? Ma dentro, oh dentro quanto pioveva!

E ancora più tristezza la consapevolezza che era soltanto un piccolo attimo che sgocciolava di cui non sarebbe rimasto che un vago ricordo di sensazione, percezione. Tutti i pensieri in fondo sorgevano e tramontavano nel giro d’istanti, tra i risvolti del vento. Vedeva i giorni futuri come un desiderio perduto, una speranza affondata e arenata in quegli abissi umani che sanno venire a galla in pochi istanti d’entusiasmo, ma anche andare ancora più a fondo, in quel precario equilibrio che si ci costruisce ogni giorno. E adesso, per nostalgia, o forse per il vento ripensava a lei, che lui aveva amato più di tutto. Aveva deciso di dedicarsi a quell’amore interamente, soltanto con la fede in qualcosa di riconducibile all’anima, qualcosa che non aveva definizione, non aveva suono, parole.

Lei non era più quell’idea,né la portava più con sé, ma l’aveva lasciata piombare giù nel tempo o nel passato e lui ne aveva sofferto. L’aveva vista spegnersi, morire lentamente, bruciata dal proprio nulla che faceva ripiombare su sé stessa, in un dolore come una coperta che si svelava nel disgusto amaro delle cose, la voglia di lasciar perdere tutto. Giaceva in silenzio sul letto, rideva senza meraviglia, senza più istinto. Non amava più. Non l’avrebbe forse mai amato. Non le importava di nulla, persa tra sé. E quando sarebbe tornata a splendere? Mai più di quella luce pensava, e con quella si spegneva anche qualcosa dentro di lui, qualcosa si lacerava fino alla separazione, al distacco doloroso. Poteva sopportare la sua assenza anche per tutta la vita, ma non l’assenza di quella fede, della vita che le aveva accarezzato tra i capelli, che aveva afferrato nel suo odore. Tentava sempre di ricollegarlo ad uno qualsiasi degli odori della sua vita, delle donne che aveva incontrato: era diverso. Più forte, più dolce, e molto più rapido per farlo soffocare,devastarlo e lasciarlo stordito.

Qualcosa tremò in petto e sentì che l’anima circondava il cuore e lo stringeva sempre di più in quell’inevitabile abbraccio di malinconia. Non una stretta, ma qualcosa teso che vibrava, tremava in ogni direzione inseguendo tracce. Bisognerebbe avere delle idee più veloci, più grandi per raccogliere senza dolore tutte le sensazioni, tutti i ricordi.

La vita poteva essere altro, ripeteva a quel vento, a sé stesso. Un altro orizzonte. Altro,nuovo. Altro.

Ma lei, perduta nella sua indifferenza lo scuoteva più di qualsiasi certo apocalisse annunciato: era lei il fallimento dell’uomo, dell’amore. Lei che dissipava ogni forza che bruciava dentro.

Era lui il fallimento dell’uomo, dell’amore. Lui che dissipava ogni forza che bruciava dentro.

Il vento avvolse la loro idea tragica e il freddo, il freddo delle cose morte gli bruciò gli occhi.

Una musica triste ne provocò il pianto alla fine, ma solo per poco e senza afferrarlo nel fondo.

Sapeva che il naufragio era la necessità umana alle radici, l’unica strada per conoscere, sopravvivere. Naufragava e non ritrovava più la rotta, quella traiettoria dinamica mai puntuale, il proprio tracciato di scelte e coscienze.

Ancora provava a non precipitare così in fretta, ma cosa rimaneva di quei tentativi, di quei tempi?

Provava a cercare ancora; ma cosa? E che senso aveva cercare cosa? Cercare lei, lui, loro e quell’universo, il vento, la montagna o la pianura e la metropoli annebbiata e le vite come vento che si agitavano inanimate e quel bruciore; o il tempo, i gesti, le cose dette, le speranze, gli addii, l’abbandono, le assenze, le essenze, le decisioni prese e non prese, la forza bruciata nelle cose; quel bruciore? Urlare ancora il suo desiderio, prometterle una salvezza senza eroi né paradiso; un destino incalcolato, confuso e contorto che si distorceva schiacciato tra le parole e gli sguardi tesi come un filo che si perdeva però ad ogni suo capo. E ancora la sofferenza e il dolore per la propria indifferenza, il proprio fallimento; la grande tragica insensata caduta silenziosa nei giorni, che si distendeva nel vento della morte, della fine, dell’assenza di desiderio.

Non c’era forza, né consolazione in quell’altura spoglia.

Ma ancora ricominciare per non morire così in fretta, e ancora sconfitti a testa bassa fuggire, e di nuovo tentare con l’ostinazione di chi ha già perso e sa che continuerà così finché non si arrenderà, e non arrendersi era il più bel suicidio per ricominciare con un’altra anima nel corpo,sempre la stessa, diversa: più pesante perché ha visto, ma nuova, leggera perché forte, che scorre tra idee e giornate e si fa roccia, si disintegra, si leviga, comincia ad assomigliare al nostro desiderio primo, fondamentale e struggente, al nostro amore puro, limpido senza più gioia né dolore. Simbologie profonde, per un senso, il distacco quasi obbligato, il bisogno fragile di una via per i desideri.

E il dolore, il dolore che batte ai ritmi della sensazione d’un momento, e mai smetterà di rimbombare, di essere lì fisso e pallido come una luna persa nel pomeriggio. E per tutto questo quali parole trovare? Quale senso nelle strade da scoprire?

L’inespresso s’imprimeva come un taglio profondo, ma indolore nei meccanismi della mente.

Pensava che qualcuno doveva aver detto che il grande spettacolo continuava; bastavano dei versi.

Ma quali versi? Che suono dovevano avere? Quali ritmi d’umanità contenere? E per farne cosa, gettarli al vento senza forma né radici?

Cadeva di nuovo sotto il peso della vista, dei desideri inceneriti che non erano bruciati alla passione, ma nell’amaro fuoco delle delusioni; nel rassegnato disincanto che ancora pioveva senza fine, d’una incandescente pioggia fittissima e leggera che gli toglieva il respiro, e persino il dolore, lasciando solo un indifferente e terrificante nulla di carne.

Il vento gelido del baratro ancora soffiava ai piedi della montagna, tutto era freddo, grigio.

Dopo ogni tentativo di fuga, ci voleva alla fine solo un nuovo passo in una nuova direzione, una strada che non portava da nessuna parte, dove non c’era il rumore di pensieri o dolore d’anima; una strada che chiedeva solo il silenzio e la forza concreta, reale, di credere ancora in qualcosa, di chiedere ancora senza aspettarsi nulla, di dare sempre tutto, perché nulla andava sprecato, di cercare ancora quella ricerca stessa ripiegata su sé stessa, nel filo delle possibilità, tra le radici del caso.

Amare, ancora, con quell’amore incontrollato senza meta, senza desideri per evitare delusioni, ma soltanto situazioni nelle quali esplodere in un sussurro accecante,in silenzio come sempre succedeva.

Il dolore e la solitudine, vecchi amici accolti, rimasero in silenzio per un po’. Dentro pioveva.

Alla fine non aveva trovato risposte,ma non era ancora importante. Il vento era forse più gelido di prima e si stirava ancora senza freni. Alla fine aveva capito qualcosa che già gli sfuggiva.

Consolato ripensò a lei, a loro, all’universo, al vento, al sole e alla pioggia, alle città e alle vite interminabili.

Ripenso a lei, a loro, al loro universo, ai suoi capelli, il suo odore, le loro parole che cadevano, la forza di ricominciare, e le vite interminabili.

Ebbe nostalgia, paura, poi di nuovo calma, fede, e ancora nostalgia per la fine.

Nell’essenza delle cose,forse, non erano ancora perduti.

Nell’essenza delle cose, dopo la caduta, il nulla, non erano ancora perduti forse.

Disse addio con mille rimpianti. Morì. Cercò la notte. 

postato da: Helyks alle ore 10:59 | link | commenti (8)
categorie: #federico francioni racconti
mercoledì, 18 aprile 2007

-L'albergo del mondo

Nella sala bar di un grande albergo di lusso inondato, nella stagione estiva, da turist