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venerdì, 15 giugno 2007

IL SOLITO TAPPETTO

L’organizzazione dei pensieri si mescola ai colori vivi di un tappeto che mi isola da terra e dal mondo. La rivoluzione post-bellica delle mie condizioni di vita, aveva come attore chiave il volto di Anna. Concezioni teoriche contro soluzioni pratiche, biglietti dell’autobus, il penoso andamento economico di finanze frutto di molteplici attività svolte contemporaneamente, amavano incontrarsi ogni sera sopra il solito tappeto.

- Ti sembra normale? – mi hai detto – Parlare di queste cose è ben diverso dal farle.

Per Butera ero solo un figlio di puttana “succhiasoldi”. Lo ripeteva ogni sera, sempre. Lo ripeteva in continuazione mentre risistemavo tutti gli oggetti invenduti da schiavi cinesi agli angoli delle strade. Speravo crepasse.

La mia era un’idea che ci avrebbe cambiato la vita definitivamente. Si trattava solo di un centinaio di clandestini da importare dentro frigoriferi nuovi. Con appositi fori nelle lamiere, avrebbero resistito al viaggio. Per Butera era solo una stupida, ridicola fantasia, di un figlio di puttana “succhiasoldi”. Aveva paura dell’Organismo Centrale, ne sono certo. Abituato solo a prendere ordini da quelli, il vigliacco non può permettersi di agire da solo.

Anna andò via senza parlare quella notte. Via dal bar nel quale avevo intenzione di chiederle se, con il tempo, mi avesse dimenticato.  Subivo inerme il freddo di quelle parole mai pronunciate e la scarsa fiducia nelle ore, nei giorni, negli anni, mi svuotava il cuore.

Decisi di farlo. Sapevo di essere diretto verso il Golgota. Speravo solo di non soffrire tanto il violento conficcarsi dei chiodi nelle mani.

postato da: Lux77 alle ore 12:41 | link | commenti (3)
categorie: #luciano mastrocola racconti
mercoledì, 14 febbraio 2007

GIUDA

di Luciano Mastrocola

- Sei proprio sicuro che si chiamasse Giuda?

Era ciò che Carlo ripeteva in continuazione, dopo aver terminato il turno al Centrum Hotel. Ascoltavo senza fiatare e mi chiedevo se si accorgesse di avere l’atteggiamento di un matto. Alle sue parole era inconfutabile avvertire una sensazione strana scorrere nelle vene e lentamente sostituirsi al sangue.

- Giuda. Pensa che sfortuna nascere Giuda. Un simbolo da adottare come pretesto per addossare colpe su un simile. Se non trovi lavoro o hai appena fregato un povero cristo qualunque, puoi considerarti un Giuda. Uno come Giuda. Personificare il male. Giuda, non sapeva di essere Giuda. Credo che sia più umano provare pietà per uno come lui. Non sei d’accordo?

Il giorno dopo, il direttore ci convocò per un colloquio privato. Doveva buttarne fuori uno, non sapeva più come pagarci. Piangendo Carlo mi supplicò che la scelta del principale ricadesse su di me, in nome del figlio e della moglie che lo attendevano a casa. Poi iniziò a farne una questione di differenza d’età, sino a ricattarmi per aver rubato gli asciugamani dell’albergo. Quello lo facevamo tutti.

Chiesi al direttore che fossi io ad essere licenziato, ma prima di andare via, pretesi da Carlo il suo numero di casa. Cosa mai sarebbe successo, se la moglie fosse venuta a conoscenza di quella sua storia con Chiara?

Decisi di partire per l’Estonia. Sarebbe stato meglio.

postato da: Lux77 alle ore 10:51 | link | commenti (2)
categorie: #luciano mastrocola racconti
lunedì, 08 gennaio 2007

IL SOLITO TAPPETO

di Luciano Mastrocola


L’organizzazione dei pensieri si mescola ai colori vivi di un tappeto che mi isola da terra e dal mondo. La rivoluzione post-bellica delle mie condizioni di vita, aveva come attore chiave il volto di Anna. Concezioni teoriche contro soluzioni pratiche, biglietti dell’autobus, il penoso andamento economico di finanze frutto di molteplici attività svolte contemporaneamente, amavano incontrarsi ogni sera sopra il solito tappeto.
- Ti sembra normale? – mi hai detto – Parlare di queste cose è ben diverso dal farle.
Per Butera ero solo un figlio di puttana “succhiasoldi”. Lo ripeteva ogni sera, sempre. Lo ripeteva in continuazione mentre risistemavo tutti gli oggetti invenduti da schiavi cinesi agli angoli delle strade. Speravo crepasse.
La mia era un’idea che ci avrebbe cambiato la vita definitivamente. Si trattava solo di un centinaio di clandestini da importare dentro frigoriferi nuovi. Con appositi fori nelle lamiere, avrebbero resistito al viaggio. Per Butera era solo una stupida, ridicola fantasia, di un figlio di puttana “succhiasoldi”. Aveva paura dell’Organismo Centrale, ne sono certo. Abituato solo a prendere ordini da quelli, il vigliacco non può permettersi di agire da solo.

Anna andò via senza parlare quella notte. Via dal bar nel quale avevo intenzione di chiederle se, con il tempo, mi avesse dimenticato.  Subivo inerme il freddo di quelle parole mai pronunciate e la scarsa fiducia nelle ore, nei giorni, negli anni, mi svuotava il cuore.

Decisi di farlo. Sapevo di essere diretto verso il Golgota. Speravo solo di non soffrire tanto il violento conficcarsi dei chiodi nelle mani.

postato da: Lux77 alle ore 17:52 | link | commenti (3)
categorie: #luciano mastrocola racconti
martedì, 28 novembre 2006

REICHSTAG 1945

di Luciano Mastrocola

Dubitai subito delle parole di Clara.

Non la reputai sincera dall’inizio e chissà cosa avrebbe mai potuto renderla convincente nella sua maniacale ricerca di termini adatti a dire quello che in realtà voleva già da un pezzo. Presi a frugarmi nei pantaloni, alla ricerca di monete necessarie per entrare in un tabacchi e comperare Pall Mal blue e un “gratta e vinci”. Le prime, in numero di venti, le avrei fumate una dietro l’altra, nella folle corsa dei pensieri rintananti nei vicoli notturni del mio cervello. Il secondo, rappresentava l’illusione che, bruciando in meno di un minuto, sarebbe mutata in cenere. Se potessi vincere cento milioni comprerei una casa. Farei un viaggio in Germania, per frequentare qualche night di lusso e perdermi così tra le braccia di adescatrici sconosciute. Donne con le quali tutto sarebbe più facile, considerato che la differenza di lingua, darebbe al rapporto la sua giusta dimensione di cosa da poco conto. Mi sdraierei sul verde antistante il palazzo Reichstag a Berlino, per studiarlo e scovare finalmente il punto esatto in cui Evgenij Chaldej, scattò la foto ad un soldato dell’Armata Rossa che sventola la bandiera dell’Unione Sovietica. E’ il maggio del 1945 la capitale brucia per i bombardamenti ed è semplice individuare la fragile natura di una città violentata e costretta a patire una lacerante divisione, simile a quella a cui Clara voleva portare la mia anima. Chi o cosa, in me stesso, fosse in grado di rappresentare quel soldato lo ignoravo, ma ero frastornato da quel gesto in quella incantevole foto. Sembrava rivolgersi a Dio ignorando la paura, con la provocazione di sentirsi per qualche attimo il solo re di quel cielo camuffato di grigio dal fumo delle bombe, ma pur sempre azzurro e libero.

Calpestando marciapiedi che conoscevo in ogni crepa, forzando questi ed altri pensieri,  mi decisi a entrare nell’ultimo tabaccaio dinanzi il portone di casa. È sempre stato un piccolo locale scuro, ma solamente in quell’ istante compresi che in via Marconi c’era un luogo di iniziazione, dove poter spendere qualcosa procurandosi illusioni e fumo. Il proprietario è un uomo anziano, basso e con un apparecchio acustico. Sulle sue labbra, un baffo d’altri tempi sembrava saperla lunga su quella miseria.

- Buonasera. Pall Mall Blue e… - non terminai la frase. Lui lesto, mi voltò le spalle e con una gestualità abituale, afferrò un pacchetto di sigarette e lo poggiò sul bancone.

- E…? - mi si rivolse seccato.

- …un “gratta e vinci”! – risposi.

- Non ho mai avuto quella roba. Dannata voglia di spendere inutilmente danaro. Pensa di fare soldi ripiegando sulla fortuna? Superstizioni! Per trent’anni sono stato dietro questo bancone a vendere prodotti da fumo di ogni tipo, francobolli e cartoline di una città che mutava frettolosamente, rendendo quegli stupidi rettangoli di cartone cimeli nel giro di pochi mesi. Le uniche cose che ho potuto permettermi sono state uno squallore di casa e quel poco che basta per mantenermi in vita. La morte si è presa mia moglie presto, lasciandomi solo e con la promessa mai mantenuta di portarla a… - 

Con fredda determinazione afferrai il pacchetto di sigarette sul bancone, pagai e sistemando il collo del cappotto, lo guardai fisso negli occhi e dissi:

- Non posso credere a nessuna delle parole di Clara. Lei non la conosce. Ma il vuoto che pian piano mi scava dentro come un tarlo affamato è simile a quello che lo ha consumato per tutti questi anni. Rinuncerò a Berlino, magari a molte delle mie illusioni. Rinuncerò a grattare uno stupidissimo biglietto argentato e al sonno per settimane.

Prima di varcare la porta di casa, scartai le sigarette, ne presi una, la portai alla bocca e accesi. Dovevo assolutamente chiamare Maurizio. Inventare una scusa, la più banale possibile. Quello che mi forniva da mesi era solo un posto da cameriere nel suo bar, ma fu portandosi a letto Clara che ebbi la sensazione che si trattasse di qualcosa di più. Una sfida. Un conflitto dove non c’era spazio per sentimentalismi, ma soltanto per avidità, cupidigia. Al mercato di antiquariato presi un vecchio elmetto delle Armate Rosse. Lo indosso davanti allo specchio, vaneggiando di essere il soldato del Reichstag.

Non era il coraggio quello che mi mancava,  ma l’amore.

postato da: Lux77 alle ore 11:31 | link | commenti (4)
categorie: #luciano mastrocola racconti
mercoledì, 08 novembre 2006

MANDRAKE

di Luciano Mastrocola

E’ tutto molto strano.

La macchina brucia lentamente dopo lo scoppio, appoggiata al guard-rail della curva nella quale è avvenuto l’urto con la mia.

Non so dove sono finito, non riesco a rendermi conto se all’interno di quel rogo di lamiere, dall’aspro odore di plastica bruciata, ci sia qualcuno che possa aver disperatamente bisogno d’aiuto. Immobile, gli occhi puntati sulle lancette del tachimetro in frantumi, involontariamente penso a quanto accaduto solo un’ora fa.

- Ci vediamo domani Cristina. Vado via.

- Va bene avvocato.

La mia assistente non era affatto un tipo facile. Passava ore e ore a infilare la mani tra i capelli, alla disperata ricerca di qualcosa che potesse distrarla dal continuo ossessivo rispondere al telefono, archiviare la corrispondenza, ricevere i clienti. Della sua vita privata non sapevo nulla e spesso mi chiedevo se avesse dei figli e un marito, che l’aspettassero a casa dopo il lavoro. Fumava tantissimo, nella sua stanza l’odore del tabacco incenerito era spezzato dalle note dolci di ribes e mora di un profumo pour femme. Una spiccata dedizione professionale la rendeva il tipo giusto per occuparsi dell’attività di segreteria del mio studio. Mai un giorno di ferie oltre quelle stabilite, pochissime le assenze per malattia, mai una lamentela per il suo compenso mensile, da più di quindici anni. Non sapevo assolutamente nulla di lei, escluso un indirizzo e un numero di telefono nel caso doverla rintracciare per qualche urgenza.

Appuntamento alle 21.30 con il ragionier D’Andrea, nella sua villa a poco più di dieci chilometri fuori dalla città. Dovevamo accordarci per la strategia da intraprendere al processo, a seguito degli elementi emersi dalla chiusura delle indagini.

- Dopo gli arresti domiciliari, avvocato, riuscirà a farlo tornare libero?

- Sarà difficile, Cristina. Ci proverò, ma senza illusioni. Quel giudice è un cane!

- Uhm…Tutti quelli che hanno commesso qualcosa di brutto nella vita, prima o poi, dovranno pagare in qualche modo... Oh Signore! Mi scusi avvocato, non dovevo permettermi. Deve sapere che non ho mai avuto molta simpatia per quel uomo, dal primo giorno che le ha firmato il  mandato per difenderlo. Quanto accaduto mi ha… scossa! Mi scusi ancora. È pur sempre  un nostro cliente. Non volevo.

- Non si preoccupi, capisco. Anche Caino con un buon avvocato sarebbe stato assolto dal suo crimine di gravità biblica. Le menzogne sono indispensabili in questo lavoro.

- Non faccia caso a quello che le ho appena detto. A domani. Buonasera, avvocato.

- Buonasera Cristina.

Una reazione nuova, imprevista. 

Mai, prima d’oggi, era intervenuta con giudizi personali sulle vicende legate ai miei clienti. Conosceva ognuno di loro e le rispettive nefandezze, ma mai prima d’oggi, neanche in maniera estremamente marginale, era intervenuta, in quel modo poi…

Nell’aprire la portiera della auto, mi sovvenne di avvertire Cristina che il giorno seguente avrei accompagnato mia moglie in ospedale per una visita di controllo. Provai a citofonare ma non rispose.  La vidi sgattaiolare fuori dalla porta secondaria del palazzo, salire sulla sua auto e andare via accennando una sgommata nervosa. Non feci tanto caso a quello che era successo, ero in ritardo, in qualche modo l’avrei avvertita. Dovevo raggiungere al più presto l’abitazione del ragionier D’Andrea.

Le strade extraurbane sono sempre poco illuminate, frequentate quotidianamente da pendolari e grossi autoarticolati  che entrano ed escono dalla città.

Un pensiero. Quante le bugie raccontate per diventare quello che sono. Bugie per difendere colpevoli intimoriti da rigide pene. Bugie a mia moglie. Bugie ai miei due figli. Bugie a mia madre. Bugie a chi mi era intorno. Bugie a me stesso. Ero diventato un abile “Mandrake” nell’insabbiare ingenue verità, troppo difficili ormai da riconoscere.

Sentivo caldo, provai con un dito ad allargare il nodo della cravatta per sbottonare il colletto della camicia. Nel senso di marcia opposto, le luci dei fari delle altre vetture sembravano accanirsi contro di me, tutte allo stesso modo: sinistre da lontano, mi si affiancavano, per poi sparire per sempre dietro di me.