proezione del documentario “Sogni di donna”,
realizzato da Ana Maria Chica e Martha Elvira Patino
dell’Associazione “No. Di. - I nostri diritti”,
storia di cinque donne arrivate in Italia
a causa delle difficili condizioni del Paese d’origine.
Mario Serra si racconta... (4)
Per due anni consecutivi ho dipinto paesaggi molisani alla maniera “pettinicchiana”. Sempre più dedicati alla sintesi. Fino a quando capii che nella mia testa c’era “altro”. L’incontro con Enrico Baj è stato provvidenziale. Comprai in una casa del parato, circa un migliaio di rotoli di carta da parato, tutta con lo stesso motivo floreale, usato negli anni 50-60 (costava poco), con lo stupore del venditore che chiese cosa dovevo tappezzare, gli risposi ironicamente che dovevo tappezzare un capannone per il deposito di bibite gassate. Da quei fiori ricavavo delle figure contornandole con del colore nero.
Pochi tratti per descrivere un viso, il resto lo determinava la carta da parato (simili alle pitture di Giuseppe Arcimboldo). Periodo d’intenso lavoro, sfornavo pitture a “più non posso” come si soleva dire.
In quei giorni stavo leggendo scritti di Italo Calvino e il Don Chisciotte di Cervantes. Iniziai un ciclo di pitture dedicate al cavaliere, non errante, ma errato, poiché era molto difficile allestire mostre o vendere quadri. Il cavaliere errato mi somigliava molto, non solo perché combattevo con me stesso, ma anche con l’opinione degli artisti già affermati, che con superficialità e senso di spavalderia, deprezzavano il mio lavoro. Immaginai battaglie tra cavalieri, cavalli insanguinati ed urlanti, damigelle dal viso ironico e con cinture di castità messe sopra le vesti, cavalieri rinchiusi nei box per neonati, quadri che mi cadevano addosso. Tutte queste figure le rappresentavo con il mio volto, perché era una storia tra me e me.
La pittura era veloce, violenta, sporca ma piena di “patos”, di una varietà di rossi e azzurri, i gialli erano della carta da parato.
Sulla carta cerata i pennelli scivolavano con molta facilità: che leggerezza!
La mostra del “Cavaliere Errato” fu un successo, la critica buona ed ancora più importante vendetti molti quadri.
La voglia di dipingere era tanta, per giorni e giorni mi dimenticai di qualsiasi cosa...
Mario Serra si racconta (3)
Era il 1978. Anni di continua rivoluzione delle concezioni visive. Gli artisti cambiavano continuamente rotta, alla ricerca di nuove forme, rifiutando quasi completamente il mezzo della pittura come espressione.
Nascevano le prime installazioni, Burri e Vedova dominavano senza discussione. Pistoletto, Pratella rivoluzionavano continuamente le forme d’espressione. Nascono in quel periodo delle mie opere costruite con della plastica colorata che sovrapposta si otteneva colori diversi. Formai dei quadrati di legno dipinti in bianco e sovrapponevo tante strisce e tanti strati di plastica di colori differenti, fino ad ottenere dei neri profondi. Nasce la serie dei “colori in movimento”, quadrati d’altezze differenti, sovrapposti da strati di plastica d’infinite tonalità chiare e scure. Disponendo i quadrati in sequenza, l’effetto ottenuto era d’armonia colorata “in movimento”.
Altre opere tendevano a “spaccare il colore”, le plastiche colorate erano disposte e sovrapposte in fasce orizzontali sinusoidali fino all’urto con una barriera, (dipinta di nero), ove il colore si frantumava creando effetti ottici di discreto pregio. Esperienze di quel periodo che io ricordo sono “L’eruzione dei colori”, dopo aver disposto su tavole di legno delle sostanze trasparenti acriliche e gelatinose, con la mano, creo un buco al centro e verso un barattolo intero di colore, con il passare del tempo, la sostanza acrilica si chiude, il colore strozzato fuoriesce come la lava di un vulcano.
Nella stalla del casolare dove lavoravo trovai vecchi arnesi usati dai contadini per le mille e un’attività che svolgevano. Presi un pannello di medio densit di 2 metri X 2 dello spessore di 2 centimetri, lo decorai, in seguito inchiodai gli arnesi: dipinti a strisce con rosso cinabro, Magenta, rosso carminio, ceruleo, blu cobalto, ocra giallo, l’impatto era possente, sensazioni forti.
Un giorno dovevo gettare tutte le paia di scarpe vecchie che avevo, invece l’inchiodai a pannelli di legno e dipinti con tanti quadratini colorati.
Le vacanze al mare erano una tragedia, però mi divertivo disegnando i bagnanti, il mare, il cielo. Raccolsi sulla spiaggia migliaia di sassolini tondi e disegnai su ognuno il mio volto con dei pennarelli indelebili, tornato dalle vacanze incollai quei sassolini su un pannello di 2 metri X 2, l’effetto e la sensazione era nuova iniziai a raccogliere sassi dipingerli, comporli, formare delle figure, nacque la serie “Gli uomini di pietra”.
Questa esperienza dell’informale e del concettuale, (tra virgolette), durò a malapena un anno e mezzo ritenevo che le opere prodotte fossero per la maggior parte creatività di forme, mancava un tassello importante, il colloquio con me stesso.
Una sola volta è stata organizzata una mostra, insieme all’amico Michelangelo Janigro.
Decisi di viaggiare. Era settembre del 1980 giunsi a Parigi, tappa obbligata, luogo geometrico, dove ha nuotato gran parte della cultura. A Parigi viveva un mio grandissimo amico pittore, Ferruccio. Il suo studio era collocato vicino ad una bellissima piazzetta. Vestiva con un semplice saio bianco, i capelli erano lunghi e camminava sempre a piedi nudi, anche in inverno.
Mi affascinava il suo modo di vivere il suo pensiero libero e profondo intriso d’enorme esperienza. Assorbivo tutto quello che faceva e diceva. Mi ha insegnato molto, la cosa più importante è stata la ricerca del mio “essere”, al raggiungimento dell’estasi.
Iniziai un periodo d’intensa meditazione ed ebbi l’illuminazione e la certezza che la cultura del momento non mi apparteneva, avevo “altro”. Il mondo cercato nelle forme, in un attimo era diventato solo ricordo. Iniziai a collegare le cose, le immagini solo con i sensi, con la metafora, l’allegoria. M’interessava il mistero, l’enigma, la trasgressione e la violazione della realtà. Nacquero pitture che le ritengo molto profonde, di grande impatto emotivo, eseguite con molto bitume e nerofumo, il risultato materico, pesante, crostaceo. Le figure nascevano da visioni, bagliori d’immagini della realtà, così la mia pittura ed il mio pensiero ebbero una svolta decisiva.
Mario Serra si racconta... (2)
Questi piccoli episodi servono a comprendere il cammino diverso di ognuno di noi.
Mario
I primi quadri sono stati dipinti nella campagna molisana in compagnia di due miei amici pittori, Franco e Roberto. Quale emozione scoprire che ciò che percepivo, ”sentivo” era possibile attraverso un codice trasferito sulla tela, almeno questa era la mia impressione. L’emozione era forte così anche la concentrazione; la vista di quei paesaggi pieni di luci, di controluce, mi eccitava e “buttavo” giù colore dopo colore, senza avere intenzione di riferirmi a correnti pittoriche od altro, dipingevo, mi emozionavo, tutto questo mi bastava, anzi, mi rendeva contento e soddisfatto.
Dopo questa sublime esperienza Nicola ha contribuito in un modo rilevante a farmi continuare a dipingere. La sua campagna, aveva anche un bel pollaio pieno di galli e galline.
Osservavo attentamente tutti i gesti sia dei galli che delle galline ed iniziai a produrre centinaia e centinaia di disegni. Nello studio, (sì! Possedevo uno studio, che felicità), con gesti rapidi dipingevo quei galli che con violenza e sopraffazione montavano le povere galline che gridavano a squarciagola. Per giorni e giorni, senza rendermi conto del tempo che passava dipingevo senza sosta, dopo tre mesi avevo prodotto una quantità enorme di quadri di questo tema.
Avevo voglia di far vedere queste pitture al mio amico Antonio Pettinicchi. Antonio, persona di gran qualità, essenziale, altèra, scrutatore d’anime, ovviamente è un gran pittore. La sua pittura è un incrocio tra Bacon-Guttuso-Cezanne, oltre essere un visionario.
Un giorno d’agosto, con la calura che mi entrava nelle ossa, gli portai i miei quadri, (sulle mie povere spalle), nel suo studio. Bussai diverse volte la porta d'ingresso dello studio, senza aver risposta alcuna. Continuai a bussare. Gridai: "Maestro sono Mario, aprite per piacere", dopo tanto tempo d’attesa mi aprì la porta, sicuramente distolsi il suo lavoro osservando il suo atteggiamento infastidito.
Vide le mie pitture, con molto interesse. Finì di vederle, rimase in silenzio e continuò a dipingere. Momento di gran magia, si respirava aria di leggera armonia, un fluido d’energia cosmica univa le nostre menti, aspettai con ansia il suo giudizio, dopo un lungo silenzio disse: “Continua, continua". Queste parole, sono state fondamentali, la “chiave” del continuare a dipingere. Entusiasta il giorno dopo decisi di voler organizzare la mia prima mostra.
La mostra dal titolo “Galli e Pollai” fu visitata da poche persone anche perché non avevo nessuna cognizione con il mondo dell’arte, non sapevo far pubblicità, esponevo e basta! Un signore osservò a lungo i quadri, mi chiese i prezzi dei dipinti, (ovviamente prezzi bassissimi, quasi regalati), disse: li compro tutti, gioivo, non tanto per i soldi ma per essere considerato. Era un gallerista di passaggio.
In quel periodo avevo bisogno di soldi e quei pochi mi sono bastati per tirare avanti con la mia famiglia per qualche tempo.
Vorrei rivedere tanto quelle pitture, ricordandole vibranti e piene di colore.
Una in particolar modo è nella mia mente, tela da cm 100 X cm 100, rappresenta un gallo, in controluce, con le ali aperte con davanti un piatto di maccheroni, possente nei colori che nell’atteggiamento.
In seguito l’influenza della pittura di Pettinicchi fu inevitabile, poiché andavamo insieme a dipingere nelle campagne molisane. Ho assimilato a fondo la sua filosofia pittorica e ho continuato gli studi della “macchia astratta” applicata al reale.
In quel periodo m’interessavano gli “scasso”, (i rottami d’auto), le miriadi di luci e riflessi mi affascinavano. Ho dipinto rottami quasi per un intero anno, montagne d’automobili fracassate, cerchioni d’auto, molle dai colori bituminosi, fanali ed insieme a loro figure di zingari che curiosavano cosa stavo dipingendo.
Presentai una bella mostra nella città di Bologna, poi di Milano, dal titolo “Rottami”. La mostra di cento e più quadri rappresentava il disagio d’inserimento degli zingari nella città di Campobasso. Purtroppo non ho potuto esporre quei dipinti nella mia città perché distrutti da un incendio.